
Chissà che cosa aveva previsto per Leonardo Maria Del Vecchio l’oroscopo di giugno di Paolo Fox. Difficilmente però gli avrebbe indicato che le sue ambizioni di diventare l’arbitro della finanza italiana sarebbero naufragate in poco più di venti giorni.
Prima l’intervento di Carlo Messina e Carlo Cimbri, rispettivamente a capo di Intesa e di Unipol, che gli hanno tolto centralità nel sistema bancario con l’Opas su Mps. Ora la madre e i fratelli che hanno bloccato il riassetto di Delfin, la holding di famiglia che doveva essere il trampolino di lancio di Leonardo Maria nell’alta finanza. Gli resta la presenza nei giornali. Poca cosa per le sue aspirazioni. Il riassetto di Delfin resta, infatti, impigliato nella tela dei suoi stessi equilibri.
La riunione del consiglio d’amministrazione della holding lussemburghese ha infatti fatto scattare lo stop che pesa più di una semplice frenata tecnica: è il segnale che il progetto di ricomposizione dell’eredità Del Vecchio, a quattro anni dalla scomparsa del fondatore, è ancora lontano da una sintesi condivisa. La proposta di Leonardo Maria di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola e chiudere la lunga stagione dei contenziosi si è arenata proprio sul punto più sensibile: le condizioni legate al prestito da 11 miliardi necessario a finanziare il riassetto. Operazione non semplice: si trattava di dare un prestito alla cassaforte personale di Leonardo che, a sua volta, controllava una finanziaria. Un doppio salto mortale.
Non a caso il nodo della lettera di patronage richiesta alle banche ha fatto da detonatore. Il board di Delfin ha scelto di non firmare, spezzando di fatto l’architettura del cosiddetto «backstop» che avrebbe dovuto blindare l’operazione ed evitare qualsiasi ingresso esterno nel capitale della cassaforte da oltre 40 miliardi di patrimonio. Dentro c’è Essilux, e le partecipazioni in Generali, Unicredit, Mps e Covivio. Una struttura pensata per tenere tutto chiuso dentro il perimetro familiare. Dentro la stanza dei bottoni la frattura è stata netta: favorevoli il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Una spaccatura che non è solo tecnica, ma politica nel senso pieno del termine: riguarda la governance, la fiducia e soprattutto la sostenibilità del maxi prestito da 11 miliardi.
La conseguenza è immediata: senza quel perno finanziario, il riassetto si allontana e si complica anche l’ipotesi di una chiusura ordinata dei rapporti tra gli eredi. Sul tavolo resta l’alternativa: sarebbe Delfin che liquida direttamente i suoi azionisti. Un’operazione da almeno 20 miliardi, difficilmente digeribile anche per una macchina finanziaria come Delfin, pur ricca di dividendi e linee di credito non utilizzate. Così il risiko si ribalta: da disegno di semplificazione a puzzle. Con un paradosso che aleggia sullo sfondo: la possibilità che il meccanismo si inceppi fino a riaprire scenari estremi, come quello della liquidazione di Delfin. Ipotesi lontana, quasi teorica. Così il risiko familiare assume una dinamica da partita a scacchi: ogni mossa moltiplica le variabili. Con il paradosso che la soluzione «ordinata» diventa, per definizione, la più difficile da mettere in sicurezza. Per ora, dunque, il riassetto resta in stand-by. Così come le ambizioni di Leonardo Maria.














