True
2018-09-20
Riempiamo di soldi gli Stati africani. Ma loro ci attaccano sobillati da Macron
Al Continente nero abbiamo versato 108 milioni in 3 anni contro i 9 della Francia. Che spinge i leader a polemizzare con Matteo Salvini.Lo scrittore Sandro Veronesi, accompagnato dai capi delle principali sigle del Mediterraneo: «Hanno creato una macchina finalizzata alla morte».I lavoratori di un'azienda californiana contro la produzione di un sensore che contrasta l'immigrazione dal Messico.I flussi migratori verso la Spagna producono lo stesso disastro già visto qui. Le autorità di Madrid denunciano che gli immigrati, anche per colpa delle «spinte» delle Ong, finiscono quasi sempre nel racket.Lo speciale contiene quattro articoliQuando vogliono, i gran capi dell'Unione africana - l'organizzazione con sede ad Addis Abeba, in Etiopia, che riunisce tutti gli Stati del Continente nero - si interessano alle vicende della politica italiana. Raramente li sentiamo intervenire per commentare episodi (più o meno criminali) riguardanti i loro cittadini emigrati qui. Ma quando si tratta di fare polemica, beh, in quel caso la loro voce si fa udire eccome. In un comunicato stampa pubblicato martedì sera, la Commissione dell'Unione africana ha espresso «sgomento» per le parole pronunciate da Matteo Salvini alla conferenza di Vienna. Secondo l'Unione africana, il vicepremier avrebbe «paragonato gli immigrati africani agli schiavi», motivo per cui dovrebbe «ritirare la sua dichiarazione dispregiativa». Non solo: i capi di Stato africani invitano l'Italia a «emulare e sostenere altri Stati membri dell'Unione europea, come la Spagna, che hanno esteso il supporto e la protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e dalla loro situazione legale». La replica di Salvini è arrivata a stretto giro: «Smentisco qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi, anzi, le mie dichiarazioni a Vienna erano a difesa dei migranti che qualcuno vuole usare come schiavi», ha detto il ministro. «Se qualcuno volesse pensar male, forse c'è stato un difetto della traduzione francese». In effetti, il senso delle affermazioni salviniane era proprio quello: fermare l'immigrazione di massa significa impedire che un esercito di potenziali schiavi arrivi in Europa. La stessa Unione africana, nella nota stampa, esprime «preoccupazione per il crescente numero di migranti che continuano a trovare la loro strada verso l'Europa attraverso rotte pericolose, nonostante i numerosi sforzi che l'Unione africana, insieme con le Nazioni unite e l'Unione europea, ha schierato per sensibilizzare i cittadini africani il pericolo rappresentato da questi movimenti». Ecco, se vogliono fermare questi movimenti, forse dovrebbero collaborare un pochino di più con il nostro governo, evitando polemiche inutili. Anche perché, fino ad oggi, l'Unione non ha offerto un grande contributo, da questo punto di vista. Anzi, non sono pochi gli intellettuali africani che la criticano per la sua inattività. Già nel 2014, sul Guardian, l'attivista nigeriana Sede Alonge invitava «l'Unione africana a prendersi la sua parte di responsabilità sulle morti in mare dei migranti». Nel corso degli anni, altri scrittori e giornalisti hanno espresso opinioni simili. A quanto pare, però, lo scopo dell'organizzazione con sede ad Addis Abeba è soprattutto quello di soffiare sul fuoco. Gli africani ci danno lezioni, spiegando che dovremmo comportarci come la Spagna. Quale sia la situazione in terra iberica lo spiega Alessandro Rico nella pagina qui a fianco, e non è esattamente rosea. Soprattutto, però, vale la pena di dare uno sguardo ai contributi che il nostro Paese offre al continente africano, paragonandoli a quelli corrisposti da altri Paesi europei. L'Italia infatti partecipa, come gli altri Stati membri dell'Ue, al «Trust fund for Africa». Si tratta di un fondo creato nel 2015 durante il vertice sulle migrazioni della Valletta. L'obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare lo sviluppo dei Paesi africani da cui partono i flussi migratori. A beneficiarne sono 24 Stati. Cinque in Nordafrica (Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia), tredici nel Sahel (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal), e nove nel Corno d'Africa (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda). Stando ai dati forniti dall'Ue e aggiornati a ieri, «le risorse attualmente assegnate al Fondo fiduciario per l'Africa ammontano a 4,09 miliardi di euro, compresi 3,7 miliardi provenienti dal Fondo europeo di sviluppo [...]. Gli Stati membri dell'Ue e altri donatori (Svizzera e Norvegia) hanno contribuito con 441 milioni di euro, di cui 409 milioni di euro finora versati». Andiamo a vedere nel dettaglio chi sono questi donatori. Al primo posto figura la Germania, che si è impegnata a versare 157,5 milioni di euro e finora ne ha effettivamente pagati 139,5 (anche a questo è servita la recente visita di Angela Merkel nel Continente nero). Al secondo posto sapete chi c'è? Ci siamo noi: abbiamo versato 108 milioni di euro su 112 promessi. Mica male, no? Per altro, il nostro governo sembra intenzionato a versare altro denaro, a patto che i Paesi africani accettino di collaborare sulla gestione dei migranti. E i tanto generosi spagnoli citati dall'Unione africana? Hanno versato appena 9 milioni di euro, il minimo sindacale. La stessa cifra è stata versata dalla Francia, e anche questo dato è interessante. Come sembra suggerire Salvini, infatti, l'Unione africana ha stretti rapporti con Emmanuel Macron, e non è improbabile che le dichiarazioni contro l'Italia siano state suggerite da Parigi. Il fatto, però, è che la Francia non solo sgancia due spiccioli al Trust fund europeo, ma è anche responsabile della situazione critica di molti Paesi africani, mantenuti in condizione di servitù tramite il Franco Cfa. Per altro, il comunicato dell'Unione contiene affermazioni che ricalcano quelle del belga Jean Asselborn. «È risaputo», scrivono gli africani, «che l'emigrazione dall'Italia dal 1861 al 1976 è stata il caso più importante di migrazione di massa nella storia europea moderna». Vero, verissimo. Solo che gli italiani andavano all'estero su richiesta dei Paesi ospiti, mentre la situazione degli africani è un po' diversa. E forse è ora che i capi di Stato del Continente nero se ne rendano conto. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="veronesi-raduna-le-ong-per-dare-dellassassino-al-governo" data-post-id="2606300480" data-published-at="1769780268" data-use-pagination="False"> Veronesi raduna le Ong per dare dell’assassino al governo Può darsi che a Sandro Veronesi, scrittore (una volta di successo) e oggi membro di diritto dell'intellighenzia nostrana, il sarcasmo di Matteo Salvini non sia ancora andato giù. Lo scorso luglio Veronesi scriveva un'accorata lettera al collega Roberto Saviano nella quale lanciava un appello a «mettere il corpo» sulle navi che trasportano i migranti. Riprendendo il testo della missiva, il ministro dell'Interno si complimentava per la trovata con i due novelli alfieri della letteratura italiana contemporanea («Ottima idea», scriveva Salvini sui social), augurando loro nel contempo «buon viaggio». Forse ancora inacidito dal tentativo di ridicolizzare il suo sforzo epistolare, Veronesi non ha esitato ad approfittare della prima occasione pubblica utile per scagliare pesanti strali nei confronti del governo guidato da Giuseppe Conte. La cosa più preoccupante, tuttavia, è rappresentata dal fatto che le accuse lanciate dallo scrittore sono partite dalla sala stampa della Camera. L'opportunità per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, o forse sarebbe meglio dire qualche macigno, Veronesi l'ha colta al volo in occasione del convegno dal titolo «Mediterraneo, mare loro. Chi impedisce il soccorso ai profughi?», svoltosi ieri pomeriggio a Roma e promosso dai Radicali. Immancabile la presenza di Riccardo Magi, segretario nazionale eletto alla Camera con +Europa e ormai stoico paladino della causa delle Ong. Al tavolo dei relatori hanno trovato posto anche Eleonora Forenza, eurodeputata di Potere al popolo, e Luigi Manconi, in rappresentanza dell'associazione «A buon diritto», che insieme ai Radicali ha promosso la conferenza. «Con un'astuta combinazione tra scaltrezza e cialtroneria», ha affermato lo scrittore, «hanno creato una gioiosa macchina da guerra finalizzata alla morte per annegamento. Si tratta di un crimine». La pesante invettiva ha come ovvio bersaglio la decisione di chiudere i porti italiani. Una scelta che di fatto ha messo con le spalle al muro le Ong, per le quali l'attività di rastrellamento di barconi carichi di disperati dirimpetto le coste italiane era diventata un fondamentale tassello del proprio «core business». E difatti non stupisce la presenza nel corso del medesimo incontro di Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva open arms, e di Giorgia Linardi, portavoce italiana di SeaWatch. Secondo Gatti, intervistato da Vatican News, i provvedimenti adottati per fermare i flussi migratori «violano i trattati internazionali sul rispetto dei diritti umani» e «l'assenza di interventi di gran parte delle organizzazioni umanitarie conduce a una totale assenza di informazioni su quello che sta accadendo in mare». Altre pesantissime accuse all'esecutivo che si vanno ad aggiungere a quelle pronunciate da Veronesi. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-silicon-valley-incrociano-le-braccia-se-la-tecnologia-ferma-i-clandestini" data-post-id="2606300480" data-published-at="1769780268" data-use-pagination="False"> Nella Silicon Valley incrociano le braccia se la tecnologia ferma i clandestini Fino a qualche tempo fa la Silicon Valley era considerata il bengodi, un paradiso terrestre multiculturale dove tutto è bello perché tutto è progresso. Ma a dividere i lavoratori impiegati dalle multinazionali tecnologiche nate in questa ricca area della California, negli Stati Uniti, potrebbe essere l'immigrazione. O meglio, gli strumenti per il contrasto all'immigrazione clandestina rischiano di spezzare l'incantesimo di questo mondo politicamente corretto e multiculturale. Cade Metz, reporter del New York Times esperto di intelligenza artificiale, è stato a Del Rio, una piccola cittadina nella contea di Val Verde, nel Sud dello Stato del Texas, al confine con il Messico. In un ranch ha trovato un sensore Lidar (acronimo dall'inglese Light detection and ranging o Laser imaging detection and ranging), uno di quelli che servono a determinare la distanza di un oggetto o di una superficie grazie agli impulsi radar. Si tratta della stessa tecnologia utilizzata sulle automobili che si guidano da sole. A Del Rio, però, questi strumenti sono impiegati per fornire immagini tridimensionali di chiunque entri in una certa area. Il sensore utilizzato nella cittadina appartiene a una startup della Silicon Valley, la Quanergy, una delle tante che offre all'amministrazione statunitense un'alternativa a basso costo al muro fisico con il Messico, quello che il presidente Donald Trump ha promesso in campagna elettorale di ampliare per fermare gli immigrati provenienti da Sud. Si tratta di un muro virtuale che non offre un deterrente fisico, evidenzia Metz. Questa tecnologia rappresenta l'unico modo per controllare un'area così vasta, ha spiegato al New York Times il deputato per il Texas alla Camera dei rappresentanti Will Hurd, un ex agente della Cia impiegato in passato in scenari a rischio come l'Afganistan e il Pakistan ed entrato al Congresso di Washington nel 2015. Con un contratto stipulato con la Us customs and border protection (l'agenzia delle dogane statunitense che vigila sui confini) e in collaborazione con l'ufficio dello sceriffo della contea di Val Verde, la Quanergy ha passato un anno a testare i sensori nel ranch di Del Rio visitato da Metz. Ma questa è soltanto una delle tecnologie in grado di controllare le frontiere che sono state sviluppate nella Silicon Valley. E in molti casi diversi lavoratori di questi giganti del tech hanno protestato contro le loro aziende, dicendosi non disposti a lavorare su progetti di sorveglianza militare o governativa. A giugno, per esempio, dopo le proteste di oltre 4.000 dipendenti, Google ha dovuto abbandonare la sua collaborazione sull'intelligenza artificiale per il dipartimento della Difesa a stelle e strisce. Quelli di Google non sono gli unici lavoratori ad aver minacciato di incrociare le braccia per l'impegno del loro datore di lavoro con il governo statunitense su materie di contrasto all'immigrazione. Ci sono, infatti, anche quelli di Microsoft e Salesforce. Qualcosa quindi si è rotto nella magia della Silicon Valley. La quarta rivoluzione industriale, quella di Internet e dei dispositivi mobili, ha generato tecnoentusiasti soprattutto nel mondo di sinistra, cioè tra i cosiddetti progressisti, ai quali le grandi multinazionali della tecnologia non hanno mai fatto mancare sostegno economico. È il caso, per esempio di politici del Partito democratico statunitense come l'ex presidente Barack Obama e la sconfitta da Donald Trump ed ex moglie di presidente Hillary Clinton. Tuttavia, dall'inizio di quest'anno, come spiega nel suo libro Fermate le macchine! il vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo, i popoli hanno cominciato a essere stanchi: «I paladini dell'innovazione tecnologica si trovano oggi ad affrontare una crisi di fiducia senza precedenti», scrive Borgonovo. La paura dei consumatori nei prodotti tech di uso comune è trasversale, non conosce destra e sinistra: conosce soltanto il pericolo di una riduzione dei posti di lavoro. Poi ci sono i vari tecnopentiti. Come i fondi di investimento Jana partners e California State teachers' retiremet system, che a gennaio di quest'anno hanno inviato una lettera al Wall Street Journal invitando la Apple, l'azienda guidata da Tim Cook di cui posseggono quote, a impegnarsi nella protezione dei bambini dalla dipendenza da tablet e smartphone. O ancora, come Evans Williams, tra i fondatori di Twitter, o Sean Parker, ex presidente di Facebook, che hanno denunciato le difficoltà portate dai giganti del tech alla società. Ma le parole forse più dure le ha pronunciate Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook, che ha raccontato di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver contribuito a creare una tecnologia che sta «distruggendo il tessuto sociale». Come dimenticare poi i festini a luci rosse e a base di stupefacenti che fanno parte dell'ideologia della Silicon Valley e di cui ha raccontato nel libro Brotopia la giornalista di Bloomberg Emily Chang. Ma davanti a tutto questo, davanti ai pericoli di dipendenza, di perdita di posti di lavoro e di comportamenti sui generis dei vertici della Silicon Valley, le voci dei lavoratori non si sono accese più di tanto. Soltanto quando si parla di immigrazione, come nel caso delle tecniche per la sorveglianza, si leggono minacce di sciopero. Curioso, infine, come per loro l'unico problema della cooperazione tra i giganti del tech e il governo statunitense riguardi il contrasto all'immigrazione clandestina. E non, come hanno avvertito diversi esperti sentiti dal reporter del New York Times, i rischi per la privacy dei cittadini e per la perdita di posti di lavoro che l'applicazione di certe tecnologie può comportare. Ma d'altronde, privacy e occupazione non sono mai state tra le principali preoccupazioni di coloro che vivono nel bengodi della Silicon Valley. Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="paese-che-vai-schiavismo-che-trovi-clandestini-sfruttati-anche-in-spagna" data-post-id="2606300480" data-published-at="1769780268" data-use-pagination="False"> Paese che vai, schiavismo che trovi. Clandestini sfruttati anche in Spagna Altro che Italia razzista, «restiamo umani» e «welcome refugees». Altro che ispettori Onu che visitano il Bel Paese in cerca del Ku Klux Klan. Altro che Pedro Sánchez e la Spagna socialista che salva la dignità dell'Europa facendo approdare la nave Aquarius respinta dal perfido Matteo Salvini. I numeri dimostrano che quello dell'immigrazione è, ovunque il meccanismo si riproduca e si radichi, un business criminale. Che andrebbe solamente stroncato. Sconvolgente il reportage dell'Agenzia France-Presse, ripreso martedì scorso dal Daily Mail. Un resoconto che mostra come il traffico di esseri umani e lo sfruttamento di questi disperati da parte di organizzazioni malavitose sia in effetti l'unica prospettiva per i migranti che arrivano sul territorio dell'Ue. Sembra che l'inasprimento delle politiche migratorie attuato dall'Italia già da quando - è opportuno precisarlo - al Viminale c'era Marco Minniti, abbia dirottato la gran massa di migranti che vogliono raggiungere il Vecchio continente dalla Grecia e dall'Italia (ciascuna delle quali ha visto sbarcare circa 19.000 persone) verso la Spagna, che è diventata il principale punto di approdo per gli oltre 36.000 africani che si sono riversati nel Paese quest'anno. Ma come ha riferito ad Afp Ousman Umar, un uomo che ha impiegato ben 5 anni per giungere nella penisola iberica dal Ghana, è praticamente «impossibile» mettersi in viaggio dall'Africa subsahariana senza finire tra le grinfie delle gang criminali. Ne è sicuro anche Robert Crepinko, capo dell'unità di contrasto ai trafficanti di esseri umani dell'Europol: «Non c'è quasi alcuna possibilità», ha riferito ad Afp, «di raggiungere l'Europa illegalmente» senza ritrovarsi a pagare cifre esorbitanti per il trasporto a questi delinquenti. Il verdetto di Crepinko andrebbe sbattuto in faccia a chi costruisce romantiche narrazioni sull'epopea dell'accoglienza: il 90% dei migranti arriva nell'Ue con i mezzi dei trafficanti. In Spagna le forze dell'ordine lo sanno bene. Jose Nieto Barroso, dell'Unità di contrasto alle reti di immigrazione e alla falsificazione dei documenti, ha spiegato a France-Presse che i viaggi dei migranti possono durare diversi anni, «perché le reti di trafficanti ti portano fin dove ti puoi permette di pagare». E il tariffario fa rabbrividire. Si va dai 18 euro a persona per superare le recinzioni a Ceuta, ai 200-700 euro per salire su un'imbarcazione che attraversi lo stretto di Gibilterra, fino agli oltre 5.000 euro per le moto d'acqua. Ma le organizzazioni criminali non si limitano a fare da taxi illegali. Ed è proprio questo che indigna ancora di più. Perché da una parte i trafficanti sfruttano gli obblighi umanitari dei Paesi di approdo, mentre dell'altra approfittano delle difficoltà del sistema di accoglienza e della sostanziale connivenza con le Ong. Sempre secondo Barroso, i criminali assicurano ai migranti che saranno salvati dalla Guardia costiera spagnola, portati nei centri di prima accoglienza e, nel giro di «tre o quattro giorni», contattati da «membri dell'organizzazione» che li «porteranno fuori» e li instraderanno verso nazioni del Nord Europa, dove quasi tutti sperano di stabilirsi. Il viaggio verso Francia, Germania o magari Scandinavia può essere completato sia dalle stesse gang che operano in Spagna, sia da altri gruppi di delinquenti a esse collegati. E a facilitare i contatti con i migranti ammassati nelle strutture ricettive sovraffollate e sull'orlo del collasso, ci sono le immancabili «organizzazioni no profit». Non di rado veri e propri lupi travestiti da agnelli, spesso finanziati dai grandi ideologi dell'invasione come George Soros o da altri miliardari sedicenti filantropi come Cristopher e Regina Catrambone di Moas, nonché abilissimi nella propaganda politica, (basti pensare ad Òscar Camps di Open Arms). Ovviamente, il sogno di una vita migliore in Europa si trasforma spesso in un incubo: le donne vengono avviate alla prostituzione, gli uomini al lavoro schiavistico nei campi. Il famoso «senza immigrati, chi raccoglierà i pomodori?» di Emma Bonino in campagna elettorale, trasformatosi quest'estate nel dramma del caporalato e dei braccianti morti nei tragici incidenti stradali in Puglia. Politica e giornalisti, naturalmente, si svegliano quando è troppo tardi. Ma La Verità denuncia da tempo la correlazione tra pressione dei flussi migratori, organizzazioni criminali che agiscono già nell'Africa subsahariana, scafisti, delinquenti di stanza negli stati Ue di primo approdo (non serve andare in Spagna per vederli all'opera, basta farsi un giro a Ventimiglia) e attivisti degli enti no profit. I quali fungono da anello di congiunzione tra i trafficanti che deportano i disperati in Europa e i loro sodali che li «smistano» all'interno dell'area Schengen o li consegnano direttamente a lenoni e caporali. Di fronte a questo desolante spettacolo, non sbaglia chi pensa ad agire direttamente in territorio africano, dove origina il male, per regolamentare le partenze. O il presidente Usa Donald Trump, che secondo quanto rivelato dal ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, a giugno gli avrebbe suggerito di far erigere un muro nel deserto del Sahara, tipo quello che separa Stati Uniti e Messico e che The Donald si è impegnato a rafforzare. Anche perché il buon cuore del governo iberico di Sánchez, che con la vicenda Aquarius era ormai in lizza per vincere il «boldrino d'oro 2018», si è infranto sugli scogli della dura realtà. E a tre mesi dal trionfale sbarco a Valencia, con cartelli di benvenuto in cinque lingue, nessuna delle richieste d'asilo dei 608 migranti salvati ha ancora ricevuto risposta. Alessandro Rico
Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Ma partiamo dall’Anm. Ieri due membri del Comitato direttivo centrale (Cdc, il parlamentino del sindacato dei giudici) hanno protestato contro una decisione, ritenuta arbitraria e figlia dell’imbarazzo, della Giunta esecutiva centrale (Gec, il governo dello stesso sindacato).
Natalia Ceccarelli (consigliere di Corte d’appello a Napoli, sezione civile) e Andrea Reale (consigliere di Corte d’appello a Catania, sezione penale), eletti dentro al Cdc in rappresentanza della lista Articolo 101 (quella delle toghe non iscritte alle correnti), hanno scritto una lettera sulla mailing list dell’associazione in cui hanno denunciato la questione e hanno definito l’Anm «una barca senza nocchiero».
La premessa è che l’8 novembre 2025 il parlamentino ha calendarizzato all’unanimità le sedute da svolgere fino al referendum, all’interno della «più complessa e importante “campagna d’inverno” che l’Anm abbia mai affrontato». Le date previste erano 17-18 gennaio, 7 febbraio e 7-8 marzo.
La prima riunione si è tenuta regolarmente. Ma, come scrivono le due toghe, circa dieci giorni prima della riunione del 7 febbraio, la Gec «ha comunicato in chat (sigh!) ai componenti del Cdc l’annullamento della seduta». La giustificazione (definita dai due scriventi «malferma»)? Eccola: «Considerata l’assoluta rilevanza di impegnarsi nell’ambito della discussione referendaria e preso atto dell’assenza di temi la cui trattazione si impone in tempi brevi, la Giunta ha deciso di non fissare il Cdc per il giorno 7 febbraio, rinviando l’eventuale fissazione del prossimo Cdc a data da destinarsi».
Per Ceccarelli e Reale la decisione sarebbe stata «assunta in spregio alle previsioni statutarie» e «non è stata portata a conoscenza di tutti gli associati con adeguata motivazione».
C’è un ulteriore problema: «Mai, prima d’ora, la Gec aveva avocato a sé il potere di convocazione e di annullamento delle riunioni».
A giudizio di Ceccarelli e Reale non sarebbe possibile «evincere le effettive ragioni della scelta».
Quindi i due colleghi iniziano a fare supposizioni e arrivano a considerare l’affaire Maruotti come possibile causa scatenante: «L’annullamento segue l’episodio che ha visto protagonista il segretario generale, il quale, il giorno prima, in un post dal sen fuggito pubblicato su un noto social network, ha scatenato una tempesta politica di dimensioni monumentali, attirando critiche alla persona dell’autore e alla intera Anm da parte di esponenti di partito e di governo, dell’Avvocatura, della stampa e di tanti cittadini comuni, e consentendo al ministro della Giustizia virtuosismi critici degni di Paganini».
Ceccarelli e Reale registrano che «l’episodio ha dato anche la stura a una crisi interna alla compagine correntizia: ben otto (su undici) componenti di Magistratura indipendente (praticamente tutti, tranne, formalmente i tre che sono in Gec) hanno pubblicamente preso le distanze dalle affermazioni del segretario generale». Anche le toghe di 101 hanno «criticato la strumentalizzazione a fini elettorali della tragedia americana da parte del collega Maruotti, deplorando la postura niente affatto istituzionale del rappresentante Anm e le sue ricadute sull’immagine della categoria».
La giustificazione ufficiale addotta per il rinvio, come detto, è ritenuta «risibile» e, secondo i due magistrati, «offende la comune intelligenza». Infatti «falsa e incomprensibile» sarebbe «la motivazione che non vi siano temi urgenti da trattare». Un argomento caldo meritevole di dibattito è «senz’altro la crisi aperta dal “caso Maruotti”», senza dimenticare «la necessità di affrontare i nodi della campagna referendaria (dispiego di risorse, iniziative, posizioni, strategia ed eventuali correttivi)».
Per gli scriventi esiste un serio problema di comunicazione interna ed esterna dell’Anm. La conclusione è sferzante: «Nel pieno della “tempesta”, l’Anm sembra una barca senza nocchiero (nulla di personale rispetto al presidente Cesare Parodi), come se il suo comandante, gli ufficiali e i sottufficiali avessero deciso di salire sulle scialuppe di salvataggio abbandonando la barca in mezzo ai flutti, senza lasciare un biglietto con le istruzioni da seguire, senza passaggi di consegne, dopo aver chiuso a chiave la cabina di pilotaggio». E anche se l’Anm «non è propriamente una nave da crociera», nella mail c’è pure un riferimento alla Concordia («che Dio non voglia …»).
In conclusione, per Ceccarelli e Reale «traspare la paura» e «la chiusura al confronto interno ed esterno». Ma i magistrati di Articolo 101 avvertono che «la strategia del riccio per conculcare il confronto ed evitare crisi interne non salva dalle ripercussioni esterne, purtroppo. Proprio nel momento più importante e difficile della campagna referendaria».
Veniamo, adesso, a un’altra spinosa questione che ha diviso la magistratura. Mercoledì il Csm ha autorizzato il segretario generale a sottoscrivere un accordo con l’Istituto nazionale della previdenza sociale «per l’istituzione di un servizio di consulenza specialistica di personale dell’Inps presso il Csm», vista «l’utilità del servizio che, gratuitamente è volto a fornire, sia in «presenza» che in «Web meeting», consulenza specialistica in diversi ambiti del settore previdenziale, assicurativo e pensionistico in favore di tutti i magistrati ordinari» d’Italia.
Ma il Csm non esclude che «dopo una prima fase di applicazione», l’attività di consulenza gratuita possa essere estesa anche alla magistratura onoraria.
Come detto, la delibera è passata solo perché il voto di Pinelli vale il doppio rispetto a quello dei colleghi. Il vicepresidente, di fronte alla spaccatura del Consiglio (risultato finale 14 a 14), ha tirato in ballo direttamente il Quirinale, di cui è ufficiale di collegamento dentro a Palazzo Bachelet: «Anche questa è un’iniziativa evidentemente sotto la guida del signor presidente della Repubblica», ha dichiarato Pinelli durante il plenum, capo dello Stato «che ha accolto e ha condiviso e favorito quello che non vuole essere niente di più e niente di meno che un servizio in più dato ai magistrati ordinari della Repubblica». L’avvocato padovano (seppur nativo di Lucca), di fronte alle proteste, ha concluso che «tutti i magistrati faranno le loro valutazioni su chi intende essere a favore di questo servizio erogato per loro o, invece, chi ritiene che non possano beneficiare di un servizio come questo».
Alla fine le consigliere laiche di Fratelli d’Italia, Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, e la collega in quota Lega, Claudia Eccher, hanno votato contro la proposta di delibera insieme con le toghe progressiste e i laici di Pd e Movimento 5 stelle.
La Bertolini, ieri, era ancora molto contrariata per l’esito del voto e ha motivato così il suo disappunto: «Non è compito del Csm occuparsi degli stipendi e delle pensioni dei magistrati che dipendono dal ministero della Giustizia. Inoltre questo servizio non è gratuito perché viene garantito all’interno delle stanze del Csm con il supporto di personale del Consiglio e, se questo servizio doveva essere erogato, andava garantito a tutti i funzionari e agli amministrativi di Palazzo Bachelet, che dipendono da noi per stipendi e pensioni, contrariamente dai magistrati che lavorano fuori da qui. Poi non possiamo lamentarci se qualcuno dirà che siamo di fronte all’ennesimo privilegio garantito alla casta»
Continua a leggereRiduci
La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
Continua a leggereRiduci