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2018-09-20
Riempiamo di soldi gli Stati africani. Ma loro ci attaccano sobillati da Macron
Al Continente nero abbiamo versato 108 milioni in 3 anni contro i 9 della Francia. Che spinge i leader a polemizzare con Matteo Salvini.Lo scrittore Sandro Veronesi, accompagnato dai capi delle principali sigle del Mediterraneo: «Hanno creato una macchina finalizzata alla morte».I lavoratori di un'azienda californiana contro la produzione di un sensore che contrasta l'immigrazione dal Messico.I flussi migratori verso la Spagna producono lo stesso disastro già visto qui. Le autorità di Madrid denunciano che gli immigrati, anche per colpa delle «spinte» delle Ong, finiscono quasi sempre nel racket.Lo speciale contiene quattro articoliQuando vogliono, i gran capi dell'Unione africana - l'organizzazione con sede ad Addis Abeba, in Etiopia, che riunisce tutti gli Stati del Continente nero - si interessano alle vicende della politica italiana. Raramente li sentiamo intervenire per commentare episodi (più o meno criminali) riguardanti i loro cittadini emigrati qui. Ma quando si tratta di fare polemica, beh, in quel caso la loro voce si fa udire eccome. In un comunicato stampa pubblicato martedì sera, la Commissione dell'Unione africana ha espresso «sgomento» per le parole pronunciate da Matteo Salvini alla conferenza di Vienna. Secondo l'Unione africana, il vicepremier avrebbe «paragonato gli immigrati africani agli schiavi», motivo per cui dovrebbe «ritirare la sua dichiarazione dispregiativa». Non solo: i capi di Stato africani invitano l'Italia a «emulare e sostenere altri Stati membri dell'Unione europea, come la Spagna, che hanno esteso il supporto e la protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e dalla loro situazione legale». La replica di Salvini è arrivata a stretto giro: «Smentisco qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi, anzi, le mie dichiarazioni a Vienna erano a difesa dei migranti che qualcuno vuole usare come schiavi», ha detto il ministro. «Se qualcuno volesse pensar male, forse c'è stato un difetto della traduzione francese». In effetti, il senso delle affermazioni salviniane era proprio quello: fermare l'immigrazione di massa significa impedire che un esercito di potenziali schiavi arrivi in Europa. La stessa Unione africana, nella nota stampa, esprime «preoccupazione per il crescente numero di migranti che continuano a trovare la loro strada verso l'Europa attraverso rotte pericolose, nonostante i numerosi sforzi che l'Unione africana, insieme con le Nazioni unite e l'Unione europea, ha schierato per sensibilizzare i cittadini africani il pericolo rappresentato da questi movimenti». Ecco, se vogliono fermare questi movimenti, forse dovrebbero collaborare un pochino di più con il nostro governo, evitando polemiche inutili. Anche perché, fino ad oggi, l'Unione non ha offerto un grande contributo, da questo punto di vista. Anzi, non sono pochi gli intellettuali africani che la criticano per la sua inattività. Già nel 2014, sul Guardian, l'attivista nigeriana Sede Alonge invitava «l'Unione africana a prendersi la sua parte di responsabilità sulle morti in mare dei migranti». Nel corso degli anni, altri scrittori e giornalisti hanno espresso opinioni simili. A quanto pare, però, lo scopo dell'organizzazione con sede ad Addis Abeba è soprattutto quello di soffiare sul fuoco. Gli africani ci danno lezioni, spiegando che dovremmo comportarci come la Spagna. Quale sia la situazione in terra iberica lo spiega Alessandro Rico nella pagina qui a fianco, e non è esattamente rosea. Soprattutto, però, vale la pena di dare uno sguardo ai contributi che il nostro Paese offre al continente africano, paragonandoli a quelli corrisposti da altri Paesi europei. L'Italia infatti partecipa, come gli altri Stati membri dell'Ue, al «Trust fund for Africa». Si tratta di un fondo creato nel 2015 durante il vertice sulle migrazioni della Valletta. L'obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare lo sviluppo dei Paesi africani da cui partono i flussi migratori. A beneficiarne sono 24 Stati. Cinque in Nordafrica (Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia), tredici nel Sahel (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal), e nove nel Corno d'Africa (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda). Stando ai dati forniti dall'Ue e aggiornati a ieri, «le risorse attualmente assegnate al Fondo fiduciario per l'Africa ammontano a 4,09 miliardi di euro, compresi 3,7 miliardi provenienti dal Fondo europeo di sviluppo [...]. Gli Stati membri dell'Ue e altri donatori (Svizzera e Norvegia) hanno contribuito con 441 milioni di euro, di cui 409 milioni di euro finora versati». Andiamo a vedere nel dettaglio chi sono questi donatori. Al primo posto figura la Germania, che si è impegnata a versare 157,5 milioni di euro e finora ne ha effettivamente pagati 139,5 (anche a questo è servita la recente visita di Angela Merkel nel Continente nero). Al secondo posto sapete chi c'è? Ci siamo noi: abbiamo versato 108 milioni di euro su 112 promessi. Mica male, no? Per altro, il nostro governo sembra intenzionato a versare altro denaro, a patto che i Paesi africani accettino di collaborare sulla gestione dei migranti. E i tanto generosi spagnoli citati dall'Unione africana? Hanno versato appena 9 milioni di euro, il minimo sindacale. La stessa cifra è stata versata dalla Francia, e anche questo dato è interessante. Come sembra suggerire Salvini, infatti, l'Unione africana ha stretti rapporti con Emmanuel Macron, e non è improbabile che le dichiarazioni contro l'Italia siano state suggerite da Parigi. Il fatto, però, è che la Francia non solo sgancia due spiccioli al Trust fund europeo, ma è anche responsabile della situazione critica di molti Paesi africani, mantenuti in condizione di servitù tramite il Franco Cfa. Per altro, il comunicato dell'Unione contiene affermazioni che ricalcano quelle del belga Jean Asselborn. «È risaputo», scrivono gli africani, «che l'emigrazione dall'Italia dal 1861 al 1976 è stata il caso più importante di migrazione di massa nella storia europea moderna». Vero, verissimo. Solo che gli italiani andavano all'estero su richiesta dei Paesi ospiti, mentre la situazione degli africani è un po' diversa. E forse è ora che i capi di Stato del Continente nero se ne rendano conto. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="veronesi-raduna-le-ong-per-dare-dellassassino-al-governo" data-post-id="2606300480" data-published-at="1768277872" data-use-pagination="False"> Veronesi raduna le Ong per dare dell’assassino al governo Può darsi che a Sandro Veronesi, scrittore (una volta di successo) e oggi membro di diritto dell'intellighenzia nostrana, il sarcasmo di Matteo Salvini non sia ancora andato giù. Lo scorso luglio Veronesi scriveva un'accorata lettera al collega Roberto Saviano nella quale lanciava un appello a «mettere il corpo» sulle navi che trasportano i migranti. Riprendendo il testo della missiva, il ministro dell'Interno si complimentava per la trovata con i due novelli alfieri della letteratura italiana contemporanea («Ottima idea», scriveva Salvini sui social), augurando loro nel contempo «buon viaggio». Forse ancora inacidito dal tentativo di ridicolizzare il suo sforzo epistolare, Veronesi non ha esitato ad approfittare della prima occasione pubblica utile per scagliare pesanti strali nei confronti del governo guidato da Giuseppe Conte. La cosa più preoccupante, tuttavia, è rappresentata dal fatto che le accuse lanciate dallo scrittore sono partite dalla sala stampa della Camera. L'opportunità per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, o forse sarebbe meglio dire qualche macigno, Veronesi l'ha colta al volo in occasione del convegno dal titolo «Mediterraneo, mare loro. Chi impedisce il soccorso ai profughi?», svoltosi ieri pomeriggio a Roma e promosso dai Radicali. Immancabile la presenza di Riccardo Magi, segretario nazionale eletto alla Camera con +Europa e ormai stoico paladino della causa delle Ong. Al tavolo dei relatori hanno trovato posto anche Eleonora Forenza, eurodeputata di Potere al popolo, e Luigi Manconi, in rappresentanza dell'associazione «A buon diritto», che insieme ai Radicali ha promosso la conferenza. «Con un'astuta combinazione tra scaltrezza e cialtroneria», ha affermato lo scrittore, «hanno creato una gioiosa macchina da guerra finalizzata alla morte per annegamento. Si tratta di un crimine». La pesante invettiva ha come ovvio bersaglio la decisione di chiudere i porti italiani. Una scelta che di fatto ha messo con le spalle al muro le Ong, per le quali l'attività di rastrellamento di barconi carichi di disperati dirimpetto le coste italiane era diventata un fondamentale tassello del proprio «core business». E difatti non stupisce la presenza nel corso del medesimo incontro di Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva open arms, e di Giorgia Linardi, portavoce italiana di SeaWatch. Secondo Gatti, intervistato da Vatican News, i provvedimenti adottati per fermare i flussi migratori «violano i trattati internazionali sul rispetto dei diritti umani» e «l'assenza di interventi di gran parte delle organizzazioni umanitarie conduce a una totale assenza di informazioni su quello che sta accadendo in mare». Altre pesantissime accuse all'esecutivo che si vanno ad aggiungere a quelle pronunciate da Veronesi. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-silicon-valley-incrociano-le-braccia-se-la-tecnologia-ferma-i-clandestini" data-post-id="2606300480" data-published-at="1768277872" data-use-pagination="False"> Nella Silicon Valley incrociano le braccia se la tecnologia ferma i clandestini Fino a qualche tempo fa la Silicon Valley era considerata il bengodi, un paradiso terrestre multiculturale dove tutto è bello perché tutto è progresso. Ma a dividere i lavoratori impiegati dalle multinazionali tecnologiche nate in questa ricca area della California, negli Stati Uniti, potrebbe essere l'immigrazione. O meglio, gli strumenti per il contrasto all'immigrazione clandestina rischiano di spezzare l'incantesimo di questo mondo politicamente corretto e multiculturale. Cade Metz, reporter del New York Times esperto di intelligenza artificiale, è stato a Del Rio, una piccola cittadina nella contea di Val Verde, nel Sud dello Stato del Texas, al confine con il Messico. In un ranch ha trovato un sensore Lidar (acronimo dall'inglese Light detection and ranging o Laser imaging detection and ranging), uno di quelli che servono a determinare la distanza di un oggetto o di una superficie grazie agli impulsi radar. Si tratta della stessa tecnologia utilizzata sulle automobili che si guidano da sole. A Del Rio, però, questi strumenti sono impiegati per fornire immagini tridimensionali di chiunque entri in una certa area. Il sensore utilizzato nella cittadina appartiene a una startup della Silicon Valley, la Quanergy, una delle tante che offre all'amministrazione statunitense un'alternativa a basso costo al muro fisico con il Messico, quello che il presidente Donald Trump ha promesso in campagna elettorale di ampliare per fermare gli immigrati provenienti da Sud. Si tratta di un muro virtuale che non offre un deterrente fisico, evidenzia Metz. Questa tecnologia rappresenta l'unico modo per controllare un'area così vasta, ha spiegato al New York Times il deputato per il Texas alla Camera dei rappresentanti Will Hurd, un ex agente della Cia impiegato in passato in scenari a rischio come l'Afganistan e il Pakistan ed entrato al Congresso di Washington nel 2015. Con un contratto stipulato con la Us customs and border protection (l'agenzia delle dogane statunitense che vigila sui confini) e in collaborazione con l'ufficio dello sceriffo della contea di Val Verde, la Quanergy ha passato un anno a testare i sensori nel ranch di Del Rio visitato da Metz. Ma questa è soltanto una delle tecnologie in grado di controllare le frontiere che sono state sviluppate nella Silicon Valley. E in molti casi diversi lavoratori di questi giganti del tech hanno protestato contro le loro aziende, dicendosi non disposti a lavorare su progetti di sorveglianza militare o governativa. A giugno, per esempio, dopo le proteste di oltre 4.000 dipendenti, Google ha dovuto abbandonare la sua collaborazione sull'intelligenza artificiale per il dipartimento della Difesa a stelle e strisce. Quelli di Google non sono gli unici lavoratori ad aver minacciato di incrociare le braccia per l'impegno del loro datore di lavoro con il governo statunitense su materie di contrasto all'immigrazione. Ci sono, infatti, anche quelli di Microsoft e Salesforce. Qualcosa quindi si è rotto nella magia della Silicon Valley. La quarta rivoluzione industriale, quella di Internet e dei dispositivi mobili, ha generato tecnoentusiasti soprattutto nel mondo di sinistra, cioè tra i cosiddetti progressisti, ai quali le grandi multinazionali della tecnologia non hanno mai fatto mancare sostegno economico. È il caso, per esempio di politici del Partito democratico statunitense come l'ex presidente Barack Obama e la sconfitta da Donald Trump ed ex moglie di presidente Hillary Clinton. Tuttavia, dall'inizio di quest'anno, come spiega nel suo libro Fermate le macchine! il vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo, i popoli hanno cominciato a essere stanchi: «I paladini dell'innovazione tecnologica si trovano oggi ad affrontare una crisi di fiducia senza precedenti», scrive Borgonovo. La paura dei consumatori nei prodotti tech di uso comune è trasversale, non conosce destra e sinistra: conosce soltanto il pericolo di una riduzione dei posti di lavoro. Poi ci sono i vari tecnopentiti. Come i fondi di investimento Jana partners e California State teachers' retiremet system, che a gennaio di quest'anno hanno inviato una lettera al Wall Street Journal invitando la Apple, l'azienda guidata da Tim Cook di cui posseggono quote, a impegnarsi nella protezione dei bambini dalla dipendenza da tablet e smartphone. O ancora, come Evans Williams, tra i fondatori di Twitter, o Sean Parker, ex presidente di Facebook, che hanno denunciato le difficoltà portate dai giganti del tech alla società. Ma le parole forse più dure le ha pronunciate Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook, che ha raccontato di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver contribuito a creare una tecnologia che sta «distruggendo il tessuto sociale». Come dimenticare poi i festini a luci rosse e a base di stupefacenti che fanno parte dell'ideologia della Silicon Valley e di cui ha raccontato nel libro Brotopia la giornalista di Bloomberg Emily Chang. Ma davanti a tutto questo, davanti ai pericoli di dipendenza, di perdita di posti di lavoro e di comportamenti sui generis dei vertici della Silicon Valley, le voci dei lavoratori non si sono accese più di tanto. Soltanto quando si parla di immigrazione, come nel caso delle tecniche per la sorveglianza, si leggono minacce di sciopero. Curioso, infine, come per loro l'unico problema della cooperazione tra i giganti del tech e il governo statunitense riguardi il contrasto all'immigrazione clandestina. E non, come hanno avvertito diversi esperti sentiti dal reporter del New York Times, i rischi per la privacy dei cittadini e per la perdita di posti di lavoro che l'applicazione di certe tecnologie può comportare. Ma d'altronde, privacy e occupazione non sono mai state tra le principali preoccupazioni di coloro che vivono nel bengodi della Silicon Valley. Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riempiamo-di-soldi-gli-stati-africani-ma-loro-ci-attaccano-sobillati-da-parigi-2606300480.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="paese-che-vai-schiavismo-che-trovi-clandestini-sfruttati-anche-in-spagna" data-post-id="2606300480" data-published-at="1768277872" data-use-pagination="False"> Paese che vai, schiavismo che trovi. Clandestini sfruttati anche in Spagna Altro che Italia razzista, «restiamo umani» e «welcome refugees». Altro che ispettori Onu che visitano il Bel Paese in cerca del Ku Klux Klan. Altro che Pedro Sánchez e la Spagna socialista che salva la dignità dell'Europa facendo approdare la nave Aquarius respinta dal perfido Matteo Salvini. I numeri dimostrano che quello dell'immigrazione è, ovunque il meccanismo si riproduca e si radichi, un business criminale. Che andrebbe solamente stroncato. Sconvolgente il reportage dell'Agenzia France-Presse, ripreso martedì scorso dal Daily Mail. Un resoconto che mostra come il traffico di esseri umani e lo sfruttamento di questi disperati da parte di organizzazioni malavitose sia in effetti l'unica prospettiva per i migranti che arrivano sul territorio dell'Ue. Sembra che l'inasprimento delle politiche migratorie attuato dall'Italia già da quando - è opportuno precisarlo - al Viminale c'era Marco Minniti, abbia dirottato la gran massa di migranti che vogliono raggiungere il Vecchio continente dalla Grecia e dall'Italia (ciascuna delle quali ha visto sbarcare circa 19.000 persone) verso la Spagna, che è diventata il principale punto di approdo per gli oltre 36.000 africani che si sono riversati nel Paese quest'anno. Ma come ha riferito ad Afp Ousman Umar, un uomo che ha impiegato ben 5 anni per giungere nella penisola iberica dal Ghana, è praticamente «impossibile» mettersi in viaggio dall'Africa subsahariana senza finire tra le grinfie delle gang criminali. Ne è sicuro anche Robert Crepinko, capo dell'unità di contrasto ai trafficanti di esseri umani dell'Europol: «Non c'è quasi alcuna possibilità», ha riferito ad Afp, «di raggiungere l'Europa illegalmente» senza ritrovarsi a pagare cifre esorbitanti per il trasporto a questi delinquenti. Il verdetto di Crepinko andrebbe sbattuto in faccia a chi costruisce romantiche narrazioni sull'epopea dell'accoglienza: il 90% dei migranti arriva nell'Ue con i mezzi dei trafficanti. In Spagna le forze dell'ordine lo sanno bene. Jose Nieto Barroso, dell'Unità di contrasto alle reti di immigrazione e alla falsificazione dei documenti, ha spiegato a France-Presse che i viaggi dei migranti possono durare diversi anni, «perché le reti di trafficanti ti portano fin dove ti puoi permette di pagare». E il tariffario fa rabbrividire. Si va dai 18 euro a persona per superare le recinzioni a Ceuta, ai 200-700 euro per salire su un'imbarcazione che attraversi lo stretto di Gibilterra, fino agli oltre 5.000 euro per le moto d'acqua. Ma le organizzazioni criminali non si limitano a fare da taxi illegali. Ed è proprio questo che indigna ancora di più. Perché da una parte i trafficanti sfruttano gli obblighi umanitari dei Paesi di approdo, mentre dell'altra approfittano delle difficoltà del sistema di accoglienza e della sostanziale connivenza con le Ong. Sempre secondo Barroso, i criminali assicurano ai migranti che saranno salvati dalla Guardia costiera spagnola, portati nei centri di prima accoglienza e, nel giro di «tre o quattro giorni», contattati da «membri dell'organizzazione» che li «porteranno fuori» e li instraderanno verso nazioni del Nord Europa, dove quasi tutti sperano di stabilirsi. Il viaggio verso Francia, Germania o magari Scandinavia può essere completato sia dalle stesse gang che operano in Spagna, sia da altri gruppi di delinquenti a esse collegati. E a facilitare i contatti con i migranti ammassati nelle strutture ricettive sovraffollate e sull'orlo del collasso, ci sono le immancabili «organizzazioni no profit». Non di rado veri e propri lupi travestiti da agnelli, spesso finanziati dai grandi ideologi dell'invasione come George Soros o da altri miliardari sedicenti filantropi come Cristopher e Regina Catrambone di Moas, nonché abilissimi nella propaganda politica, (basti pensare ad Òscar Camps di Open Arms). Ovviamente, il sogno di una vita migliore in Europa si trasforma spesso in un incubo: le donne vengono avviate alla prostituzione, gli uomini al lavoro schiavistico nei campi. Il famoso «senza immigrati, chi raccoglierà i pomodori?» di Emma Bonino in campagna elettorale, trasformatosi quest'estate nel dramma del caporalato e dei braccianti morti nei tragici incidenti stradali in Puglia. Politica e giornalisti, naturalmente, si svegliano quando è troppo tardi. Ma La Verità denuncia da tempo la correlazione tra pressione dei flussi migratori, organizzazioni criminali che agiscono già nell'Africa subsahariana, scafisti, delinquenti di stanza negli stati Ue di primo approdo (non serve andare in Spagna per vederli all'opera, basta farsi un giro a Ventimiglia) e attivisti degli enti no profit. I quali fungono da anello di congiunzione tra i trafficanti che deportano i disperati in Europa e i loro sodali che li «smistano» all'interno dell'area Schengen o li consegnano direttamente a lenoni e caporali. Di fronte a questo desolante spettacolo, non sbaglia chi pensa ad agire direttamente in territorio africano, dove origina il male, per regolamentare le partenze. O il presidente Usa Donald Trump, che secondo quanto rivelato dal ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, a giugno gli avrebbe suggerito di far erigere un muro nel deserto del Sahara, tipo quello che separa Stati Uniti e Messico e che The Donald si è impegnato a rafforzare. Anche perché il buon cuore del governo iberico di Sánchez, che con la vicenda Aquarius era ormai in lizza per vincere il «boldrino d'oro 2018», si è infranto sugli scogli della dura realtà. E a tre mesi dal trionfale sbarco a Valencia, con cartelli di benvenuto in cinque lingue, nessuna delle richieste d'asilo dei 608 migranti salvati ha ancora ricevuto risposta. Alessandro Rico
(IStock)
La famiglia cui appartengono gli scorfani è quella degli Scorpaenidae, famiglia di pesci di mare ossei (quelli con lo scheletro fatto di osso, a differenza di quelli cartilaginei come la razza). Pochissime specie di questa famiglia possono vivere nelle acque dolci. Gli Scorpaenidae appartengono - salendo ancora più su - all’ordine degli Scorpaeniformes che si trovano in tutti i mari temperati, nei mari tropicali e subtropicali. Le specie di scorfani presenti nel nostro mar Mediterraneo sono tante: lo Scorpaena scrofa, appunto, cioè lo scorfano rosso, lo Scorpaena porcus (aridaje) ovvero lo scorfano nero, lo Scorpaena elongata cioè lo scorfano rosa, lo Scorpaena notata o scorfanotto, sottodimensionato rispetto ai suoi parenti perché arriva fino a circa 20 cm, esemplare più da zuppe che da altro, lo Scorpaenodes arenai, che non è parente di Tananai e che in italiano si chiama scorpenode mediterraneo, ancor più piccolo perché arriva a poco più di 10 cm e specie molto rara che da noi si trova soprattutto nello stretto di Messina, la Scorpaena maderensis in italiano scorfano di Madeira o scorfanotto squamoso che si trova in Portogallo, Canarie, Azzorre e Madera oltre che nel Mediterraneo.
Gli scorfani sono pesci bentonici. No, non abbiamo omesso lo spazio tra ben e tonici intendendo dire che hanno il corpo bello sodo. Anche se poi lo hanno. No, bentonico vuol dire che vive nel benthos, parola greca che significa abisso. La fauna bentonica (è quella dello zoobenthos, mentre i vegetali appartengono al fitobenthos), in mare o in acqua dolce, vive sul fondo. Gli scorfani hanno tutti forma più complessa, mettiamola così, del pesciolino argenteo e sottile che si disegna quando si vuole stilizzare un pesce. Il corpo, che a seconda delle specie come abbiamo visto può essere lungo dai 10 ai 90 cm e avere colore diverso, ma comunque molto vivo e con pelle dalla funzione mimetica, è schiacciato ai lati, la testa è grossa e accessoriata di creste ossee. Lo scorfano vive sui fondi rocciosi, di solito da 20 a 200 m di profondità, ma si può trovare anche in acque più basse, anche tra gli scogli e anche su fondi di sabbia. Non possiede un solo habitat, ma quello dei possibili in cui vive diventa il quartiere di cui lui diventa il ras: è talmente abitudinario che ci si può immergere in mare a distanza di tempo negli stessi punti e trovarci gli stessi scorfani. Che stanno lì a vivere e a cacciare per mangiare. Lo scorfano è un predatore che mangia altri pesci e crostacei e noi mangiamo lui. Il suo modo di cacciare è molto particolare. Stanzia immobile in un punto rialzato del fondale e appena una preda passa il nostro «bel» cacciatore scatta a razzo a catturarla a fauci aperte e gnàm. Lo scorfano può essere pericoloso non solo per chi, nella fauna acquatica, finisce nel suo stomaco, ma anche per noi. I raggi spinosi delle pinne dorsale, anale e ventrali e le spine opercolari dello scorfano, infatti, possiedono ghiandole velenifere. Insomma, è brutto e anche pericoloso, è brutto fuori e anche dentro, essendo un pesce velenoso. Diciamo relativamente velenoso e spieghiamo meglio. Ciò che avvelena sono le sue spine ma raramente, nell’increscioso caso in cui ci si punga, l’esito è mortale, diversamente dalle specie velenose tropicali. Le spine caratterizzate da ghiandole velenifere sono soprattutto quelle sulla pinna dorsale. Inoltre, il veleno è più tossico nel pesce da vivo, mentre in quello morto risulta meno tossico. La puntura risulta molto dolorosa e nell’increscioso caso in cui capitasse di pungersi con le sue spine (spinone) dorsali, mentre si corre prima possibile dal medico può essere utile sapere che il veleno, termolabile, si inattiva col calore e quindi giova immergere la parte punta in acqua calda, sui 45 °C. Quando lo scorfano è acquistato già pulito, questo rischio di puntura è ovviamente eliminato e, comunque, lo abbiamo detto, raramente la puntura è mortale. Definiamo il «raramente»: le eccezioni alla regola della non letalità dell’intossicazione da veleno di scorfano sono due parenti dello scorfano, il pesce scorpione, Pteroinae volitans, e il pesce pietra, Symanceia verrucosa. Di queste punture si può morire. Tuttavia, nel Mediterraneo gli scorfani abitualmente consumati sono lo Scorpaena scrofa, lo Scorpaena porcus e l’Helicolenus dactylopterus, rispettivamente lo scorfano rosso o di scoglio, lo scorfano nero o di fondale e lo scorfano di sabbia. Però il pesce scorpione sta invadendo il Mediterraneo, quindi se pescate fate molta attenzione.
Lo scorfano si riproduce tra maggio ed agosto e si pesca anche adesso in gennaio con lenze, palamiti e reti a strascico.
Come pulire lo scorfano per cucinarlo? Seguiamo i consigli del sito Galbani.it: «Innanzitutto, quando dovete pulire e sfilettare lo scorfano, munitevi sempre di guanti per evitare di pungervi con le sue spine perché la pinna caudale e le sue protuberanze sono urticanti. Potete scegliere normali guanti di lattice o, se siete professionisti della cucina, quelli adatti alla pulizia del pesce. Infilate i guanti e sistemate il pesce su un piano di lavoro: con un coltello affilato, incidete il ventre partendo dalla testa fino alla coda ed eliminate le interiora. Sciacquatelo subito sotto l’acqua corrente e tagliate le pinne, partendo da quella del ventre, per arrivare a quella pettorale e dorsale. Con il coltello, private lo scorfano delle squame e delle spine velenose, dalla coda alla testa e risciacquatelo sotto l’acqua. A questo punto, asportate la testa per rendere l’operazione più agevole e incidete lo scorfano lungo il dorso e apritelo in due. Fate scorrere la lama del coltello per staccare il primo filetto e procedete allo stesso modo anche dall'altro lato. Con gli scarti potrete insaporire risotti, secondi e primi piatti, degni del migliore ristorante di pesce».
In cucina, lo scorfano è ingrediente innanzitutto di zuppe leggendarie, come il cacciucco alla livornese e, in Francia, la bouillabaisse. E oltre che buono nelle zuppe o in altre preparazioni, come al forno, intero, in umido eccetera, è anche un pesce che fa bene. Si tratta innanzitutto di una fonte proteica, completa di tutti gli amminoacidi come è per le carni animali, fonte proteica però decisamente magra rispetto ad altre. 100 grammi di scorfano infatti offrono un apporto di circa 82 calorie, ripartite in questo modo: 93% da proteine, 4% da lipidi e 3% carboidrati. Esaminando i valori in grammi e milligrammi e anche i micronutrienti (vitamine e sali minerali) oltre che i macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi, acqua e fibre), in 100 grammi di polpa di scorfano troviamo: 79 g di acqua, 19 g di proteine, 0,4 g di lipidi, 67 mg di colesterolo, 0,6 g di carboidrati, 465 mg di potassio, 21 mg di magnesio, 61 mg di calcio, 5,5 mg di ferro, 1,8 mg di zinco, 0,5 mg di rame. E non dimentichiamo lo iodio, fondamentale per il corretto funzionamento della tiroide.
Abbiamo detto pesce magro e ciò fa la differenza con pesci più consumati per approvvigionarsi di omega 3, il motivo principale per cui ci rivolgiamo al pesce, che recentemente vanno di moda e che però sono più grassi (oltre che per lo più di allevamento, mentre lo scorfano è un pesce pescato). Il salmone, per esempio, che fresco ha 185 calorie ogni 100 g, quasi il 60% da grassi e il 40% da proteine. In 100 g di salmone fresco noi troviamo 12 g di grassi e tra 35 e 70 mg di colesterolo, una situazione lipidica complessiva diversa da quella dello scorfano. Non bisogna assolutizzare, né ora demonizzare il salmone, vogliamo solo dire che invece di mangiare solo salmone sette giorni su sette come ahinoi molti fanno davvero, si può alternare con lo scorfano, per fare sì scorta di omega 3, evitando però il quantitativo complessivamente superiore di grassi del salmone. Gli omega 3 riducono il rischio di infarto e ictus, abbassano i livelli di trigliceridi e colesterolo LDL (cosiddetto cattivo) nel sangue, prevengono la formazione di trombi, migliorano l’umore, riducono il rischio di sviluppare demenza e Alzheimer. La carne magra dello scorfano è altamente digeribile e questo la rende adatta anche ad anziani, bambini e a chi ha lo stomaco che non tollera pesantezza. Insomma, brutto fuori e dentro per la potenzialità velenosa, ma in fondo buono per la nostra salute.
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Monsignor Antonio Staglianò (Imagoeconomica)
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».
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Fabrizio Corona e la locandina della docuserie Io sono notizia (Ansa)
Fabrizio Corona sempre al centro dell’attenzione. Dopo la querelle giudiziaria iniziata con il conduttore televisivo Alfonso Signorini, è disponibile su Netflix da venerdì 9 Io sono notizia, la docuserie composta da cinque episodi che racconta la parabola personale e professionale dell’ex re dei paparazzi «ripercorrendo gli scandali e i cambiamenti sociali della storia italiana recente», promettono da Netflix. Un’opera, quella del regista Massimo Cappello, per la quale il produttore, Bloom media house (una srl guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai), ha speso complessivamente quasi 2,5 milioni di euro ricevendone, però, quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione.
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(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
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