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2021-12-28
Ricciardi insiste sulla 4ª dose ma Oms, Israele, Fauci e Cts vanno tutti da un’altra parte
Walter Ricciardi (Ansa)
In piena campagna vaccinale per la terza dose (booster) anti-Covid, prevede la necessità di un quarto richiamo da fare a maggio o giugno, Walter Ricciardi, solerte consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza. La proposta, lanciata in un’intervista al Messaggero, oltre ad avere scarse basi scientifiche e ad alimentare la confusione, è in netto contrasto anche con quanto espresso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dove Ricciardi, tra l’altro, siede in consiglio come rappresentante per l’Italia.
Probabilmente il professore di Igiene della Cattolica di Milano si è ispirato a quanto messo in campo recentemente da Israele che, primo Paese a partire con il booster e a prevedere il richiamo, ha però di fatto bloccato, nei giorni scorsi, la quarta somministrazione. Incurante, Ricciardi però tira dritto e mette in guardia sull’impennata «impetuosa» dei contagi a gennaio in Italia che quest’anno, osserva, ha lottato bene contro il virus. «Abbiamo subìto la conseguenza delle scelte sbagliate di altri», secondo il professore. «Non è un caso che le tre varianti che hanno caratterizzato il 2021, siano arrivate da Paesi simbolo. La prima dal Regno Unito, che non ha fatto nulla per fermare il virus. La seconda dall’India, che aveva abbassato la guardia. E quest’ultima dal Sudafrica, dove si è diffusa perché la copertura vaccinale è minima. Ora finiamo il 2021 con una quarta ondata superiore per casi alle precedenti e la necessità di accelerare sulla terza dose». Non si capisce bene perché per Ricciardi «ci sarà bisogno di una quarta» dose che definirebbe «richiamo» tra alcuni mesi, «a maggio o giugno» se, come ammette, «per l’aumento dei casi le norme che abbiamo si sono dimostrate efficaci. L’impennata dei casi è impetuosa ma grazie al vaccino preme poco sulla rete ospedaliera rispetto al passato». Il consulente di Speranza, inoltre, prevede che a gennaio «andremo oltre i 100.000 contagi al giorno», ma non crede «tornerà il lockdown totale: le regioni diventeranno arancioni e rosse, con le limitazioni che conosciamo. Ci saranno restrizioni solo per i no vax, perché a pesare sui sistemi sanitari saranno loro'».
Di tutt’altro avviso è però l’Oms che boccia la terza dose, figurarsi la quarta. «È probabile che i programmi con le dosi booster generalizzate prolunghino la pandemia invece di porre fine» alla diffusione del Covid, per il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, che sottolinea come le campagne incentrate sulla terza dose di vaccino Covid rischino di produrre risultati opposti a quelli sperati. «È importante ricordare che la stragrande maggioranza dei ricoveri e dei decessi riguarda persone non vaccinate, non persone prive della dose booster. E dobbiamo essere molto chiari sul fatto che i vaccini che abbiamo rimangono efficaci contro entrambe le varianti Delta e Omicron», aggiunge Ghebreyesus evidenziando la necessità di distribuire i vaccini dove scarseggiano anche le prime dosi. «Nessun Paese può uscire dalla pandemia a colpi di dose booster. E le terze dosi non possono essere viste come un biglietto per andare avanti con le festività programmate, senza bisogno di altre precauzioni», avverte. «Mentre alcuni paesi stanno lanciando programmi con il richiamo» delle vaccinazioni per tutta la popolazione, ricorda, «solo la metà degli stati membri dell’Oms è stata in grado di raggiungere l’obiettivo di vaccinare il 40% della propria popolazione entro la fine dell’anno, a causa degli squilibri nell’offerta globale» di dosi.
Ha frenato sulla quarta dose anche Israele, all’avanguardia nella campagna dei richiami e per questo di riferimento a livello globale, anche se ha solo il 60% della popolazione vaccinata. Il ministero della Sanità ha fatto scattare il semaforo rosso sul quarto richiamo - che avrebbe dovuto essere somministrato da domenica ad over 60 e personale sanitario - dopo aver esaminato i dati provenienti dalla Gran Bretagna secondo i quali la variante Omicron del coronavirus causa malattie meno gravi rispetto al ceppo Delta. È comunque in corso uno studio sul quarto richiamo negli operatori sanitari dello Sheba Hospital di Tel Aviv, ma i dati richiedono settimane. Anche Oltreoceano «è prematuro parlare di una quarta dose», per Anthony Fauci, consigliere principale del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.
In Italia, la voce di Ricciardi si leva solitaria perfino all’interno dello stesso ministero della Salute. Il sottosegretario Pierpaolo Sileri ha chiarito che «sia l’estensione della terza dose agli under 18 che la somministrazione di una eventuale quarta dose sono ipotesi da verificare alla luce dei numeri che emergeranno nelle prossime settimane sulla prevalenza della variante Omicron e sulla sua possibile minore aggressività, come sembrerebbe stando ad alcuni studi preliminari provenienti dal Sudafrica e dal Regno Unito». Dello stesso avviso anche Donato Greco, componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). A differenza del consulente ministeriale, osserva che al momento «non ci sono ancora dati che giustifichino la quarta dose di vaccino anti Covid».
Nei numeri Iss mancano i reinfettati e non si sa come agisce la variante
Solo «fino al 19%» può arrivare la protezione contro la reinfezione da Omicron, eppure l’Istituto superiore di sanità non possiede o non rende pubblico un database dei soggetti reinfettati. Stando a recenti studi, ci sono persone che hanno sviluppato meno anticorpi dopo aver contratto il Covid, perciò rischierebbero più di altri una seconda infezione.
Già ne abbiamo scritto, la variante sudafricana «elude in gran parte l’immunità ottenuta con la malattia e quella con due dosi di vaccino» anti Covid, ha evidenziato l’ultimo report dell’Imperial College di Londra che ha preso in esame dati della Uk Health security agency e del Servizio sanitario nazionale (Nhs), ovvero tutti i casi di coronavirus confermati nel Regno Unito con un test molecolare tra il 29 novembre e l’11 dicembre. Hans Kluge, direttore dell’ufficio regionale dell’Oms per l’Europa, ha dichiarato che i guariti da Covid e coloro che hanno avuto Covid-19 in passato, hanno «da tre a cinque volte più probabilità di essere reinfettati da Omicron rispetto a Delta».
In Italia non mancano casi anche tra personaggi noti, come il presidente della Conferenza episcopale italiana, Gualtiero Bassetti, di nuovo positivo al Covid proprio il giorno di Natale dopo aver contratto la malattia più di un anno fa. «In questo momento rinnovo l’invito, che faccio a me stesso, a non cedere allo sconforto», ha detto il cardinale. Sante parole, ma tra i tanti dati di cui ci sommerge l’Iss non potrebbero comparire anche i numeri dei reinfettati?
Così potremmo capire come sta agendo questa variante che non risparmia i vaccinati con doppia dose e i già contagiati; potremmo comprendere se è stato fatto un sequenziamento del virus per dimostrare la diversa presenza di varianti, se ci sono persone che hanno preso il virus originario e poi una sua variante. Ed è altrettanto necessario sapere quanti, dei nuovamente contagiati, hanno sviluppato forme severe tali da finire in ospedale, o in rianimazione, e se queste persone sono state anche vaccinate tra un contagio e l’altro.
«La metà delle persone con sintomi simili al raffreddore ora ha il Covid», ha dichiarato il professor Tim Spector, scienziato capo dell’app Zoe Covid study, con la quale monitora l’andamento della pandemia nel Regno Unito. In Italia abbiamo bollettini incompleti, o zeppi di incomprensibili algoritmi lontani dal fotografare la situazione reale. Ci si limita a riportare i casi di Covid segnalati per classe di età, decessi, ricoveri e stato clinico che può essere critico, severo, lieve, paucisintomatico e asintomatico.
La voce «reinfettato» non compare nella dashboard dell’Istituto superiore della sanità. «L’Iss sta conducendo uno studio specifico sul tema, che è in dirittura finale e dovrebbe essere presentato e pubblicato la prossima settimana», facevano sapere da Viale Regina Elena una decina di giorni fa. Poi c’è stato Natale, attendiamo fiduciosi. In compenso, nel report aggiornato il 21 dicembre, l’Iss segnala che «la percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in diminuzione».
Non è questione di poco conto, avverte: «La diminuita percentuale di casi identificati a livello nazionale attraverso l’attività di tracciamento dei contatti e i segnali di criticità nel tracciamento registrati in diverse Regioni Italiane dal sistema di monitoraggio nelle ultime settimane sono segnali da non trascurare, in quanto il tracciamento dei contatti è una delle azioni con cui limitare l’aumento della circolazione virale». Tanta preoccupazione per questa variante e poi si conteggiano i positivi solo se hanno fatto il tampone.
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Il consigliere di Roberto Speranza tira dritto su un altro richiamo in primavera. L’organismo internazionale: «Non si esce dalla pandemia a colpi di booster». Pierpaolo Sileri: «Prima i dati».Bollettini incompleti: Omicron non risparmia vaccinati con doppia dose e già contagiati.Lo speciale contiene due articoli.In piena campagna vaccinale per la terza dose (booster) anti-Covid, prevede la necessità di un quarto richiamo da fare a maggio o giugno, Walter Ricciardi, solerte consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza. La proposta, lanciata in un’intervista al Messaggero, oltre ad avere scarse basi scientifiche e ad alimentare la confusione, è in netto contrasto anche con quanto espresso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dove Ricciardi, tra l’altro, siede in consiglio come rappresentante per l’Italia.Probabilmente il professore di Igiene della Cattolica di Milano si è ispirato a quanto messo in campo recentemente da Israele che, primo Paese a partire con il booster e a prevedere il richiamo, ha però di fatto bloccato, nei giorni scorsi, la quarta somministrazione. Incurante, Ricciardi però tira dritto e mette in guardia sull’impennata «impetuosa» dei contagi a gennaio in Italia che quest’anno, osserva, ha lottato bene contro il virus. «Abbiamo subìto la conseguenza delle scelte sbagliate di altri», secondo il professore. «Non è un caso che le tre varianti che hanno caratterizzato il 2021, siano arrivate da Paesi simbolo. La prima dal Regno Unito, che non ha fatto nulla per fermare il virus. La seconda dall’India, che aveva abbassato la guardia. E quest’ultima dal Sudafrica, dove si è diffusa perché la copertura vaccinale è minima. Ora finiamo il 2021 con una quarta ondata superiore per casi alle precedenti e la necessità di accelerare sulla terza dose». Non si capisce bene perché per Ricciardi «ci sarà bisogno di una quarta» dose che definirebbe «richiamo» tra alcuni mesi, «a maggio o giugno» se, come ammette, «per l’aumento dei casi le norme che abbiamo si sono dimostrate efficaci. L’impennata dei casi è impetuosa ma grazie al vaccino preme poco sulla rete ospedaliera rispetto al passato». Il consulente di Speranza, inoltre, prevede che a gennaio «andremo oltre i 100.000 contagi al giorno», ma non crede «tornerà il lockdown totale: le regioni diventeranno arancioni e rosse, con le limitazioni che conosciamo. Ci saranno restrizioni solo per i no vax, perché a pesare sui sistemi sanitari saranno loro'».Di tutt’altro avviso è però l’Oms che boccia la terza dose, figurarsi la quarta. «È probabile che i programmi con le dosi booster generalizzate prolunghino la pandemia invece di porre fine» alla diffusione del Covid, per il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, che sottolinea come le campagne incentrate sulla terza dose di vaccino Covid rischino di produrre risultati opposti a quelli sperati. «È importante ricordare che la stragrande maggioranza dei ricoveri e dei decessi riguarda persone non vaccinate, non persone prive della dose booster. E dobbiamo essere molto chiari sul fatto che i vaccini che abbiamo rimangono efficaci contro entrambe le varianti Delta e Omicron», aggiunge Ghebreyesus evidenziando la necessità di distribuire i vaccini dove scarseggiano anche le prime dosi. «Nessun Paese può uscire dalla pandemia a colpi di dose booster. E le terze dosi non possono essere viste come un biglietto per andare avanti con le festività programmate, senza bisogno di altre precauzioni», avverte. «Mentre alcuni paesi stanno lanciando programmi con il richiamo» delle vaccinazioni per tutta la popolazione, ricorda, «solo la metà degli stati membri dell’Oms è stata in grado di raggiungere l’obiettivo di vaccinare il 40% della propria popolazione entro la fine dell’anno, a causa degli squilibri nell’offerta globale» di dosi.Ha frenato sulla quarta dose anche Israele, all’avanguardia nella campagna dei richiami e per questo di riferimento a livello globale, anche se ha solo il 60% della popolazione vaccinata. Il ministero della Sanità ha fatto scattare il semaforo rosso sul quarto richiamo - che avrebbe dovuto essere somministrato da domenica ad over 60 e personale sanitario - dopo aver esaminato i dati provenienti dalla Gran Bretagna secondo i quali la variante Omicron del coronavirus causa malattie meno gravi rispetto al ceppo Delta. È comunque in corso uno studio sul quarto richiamo negli operatori sanitari dello Sheba Hospital di Tel Aviv, ma i dati richiedono settimane. Anche Oltreoceano «è prematuro parlare di una quarta dose», per Anthony Fauci, consigliere principale del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.In Italia, la voce di Ricciardi si leva solitaria perfino all’interno dello stesso ministero della Salute. Il sottosegretario Pierpaolo Sileri ha chiarito che «sia l’estensione della terza dose agli under 18 che la somministrazione di una eventuale quarta dose sono ipotesi da verificare alla luce dei numeri che emergeranno nelle prossime settimane sulla prevalenza della variante Omicron e sulla sua possibile minore aggressività, come sembrerebbe stando ad alcuni studi preliminari provenienti dal Sudafrica e dal Regno Unito». Dello stesso avviso anche Donato Greco, componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). A differenza del consulente ministeriale, osserva che al momento «non ci sono ancora dati che giustifichino la quarta dose di vaccino anti Covid».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricciardi-insiste-quarta-dose-2656167678.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-numeri-iss-mancano-i-reinfettati-e-non-si-sa-come-agisce-la-variante" data-post-id="2656167678" data-published-at="1640645986" data-use-pagination="False"> Nei numeri Iss mancano i reinfettati e non si sa come agisce la variante Solo «fino al 19%» può arrivare la protezione contro la reinfezione da Omicron, eppure l’Istituto superiore di sanità non possiede o non rende pubblico un database dei soggetti reinfettati. Stando a recenti studi, ci sono persone che hanno sviluppato meno anticorpi dopo aver contratto il Covid, perciò rischierebbero più di altri una seconda infezione. Già ne abbiamo scritto, la variante sudafricana «elude in gran parte l’immunità ottenuta con la malattia e quella con due dosi di vaccino» anti Covid, ha evidenziato l’ultimo report dell’Imperial College di Londra che ha preso in esame dati della Uk Health security agency e del Servizio sanitario nazionale (Nhs), ovvero tutti i casi di coronavirus confermati nel Regno Unito con un test molecolare tra il 29 novembre e l’11 dicembre. Hans Kluge, direttore dell’ufficio regionale dell’Oms per l’Europa, ha dichiarato che i guariti da Covid e coloro che hanno avuto Covid-19 in passato, hanno «da tre a cinque volte più probabilità di essere reinfettati da Omicron rispetto a Delta». In Italia non mancano casi anche tra personaggi noti, come il presidente della Conferenza episcopale italiana, Gualtiero Bassetti, di nuovo positivo al Covid proprio il giorno di Natale dopo aver contratto la malattia più di un anno fa. «In questo momento rinnovo l’invito, che faccio a me stesso, a non cedere allo sconforto», ha detto il cardinale. Sante parole, ma tra i tanti dati di cui ci sommerge l’Iss non potrebbero comparire anche i numeri dei reinfettati? Così potremmo capire come sta agendo questa variante che non risparmia i vaccinati con doppia dose e i già contagiati; potremmo comprendere se è stato fatto un sequenziamento del virus per dimostrare la diversa presenza di varianti, se ci sono persone che hanno preso il virus originario e poi una sua variante. Ed è altrettanto necessario sapere quanti, dei nuovamente contagiati, hanno sviluppato forme severe tali da finire in ospedale, o in rianimazione, e se queste persone sono state anche vaccinate tra un contagio e l’altro. «La metà delle persone con sintomi simili al raffreddore ora ha il Covid», ha dichiarato il professor Tim Spector, scienziato capo dell’app Zoe Covid study, con la quale monitora l’andamento della pandemia nel Regno Unito. In Italia abbiamo bollettini incompleti, o zeppi di incomprensibili algoritmi lontani dal fotografare la situazione reale. Ci si limita a riportare i casi di Covid segnalati per classe di età, decessi, ricoveri e stato clinico che può essere critico, severo, lieve, paucisintomatico e asintomatico. La voce «reinfettato» non compare nella dashboard dell’Istituto superiore della sanità. «L’Iss sta conducendo uno studio specifico sul tema, che è in dirittura finale e dovrebbe essere presentato e pubblicato la prossima settimana», facevano sapere da Viale Regina Elena una decina di giorni fa. Poi c’è stato Natale, attendiamo fiduciosi. In compenso, nel report aggiornato il 21 dicembre, l’Iss segnala che «la percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in diminuzione». Non è questione di poco conto, avverte: «La diminuita percentuale di casi identificati a livello nazionale attraverso l’attività di tracciamento dei contatti e i segnali di criticità nel tracciamento registrati in diverse Regioni Italiane dal sistema di monitoraggio nelle ultime settimane sono segnali da non trascurare, in quanto il tracciamento dei contatti è una delle azioni con cui limitare l’aumento della circolazione virale». Tanta preoccupazione per questa variante e poi si conteggiano i positivi solo se hanno fatto il tampone.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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Jacques Moretti (Ansa)
Intanto, la Procura di Roma va avanti nella sua inchiesta: i pm ipotizzano anche il «disastro colposo» e sono al lavoro per inviare una rogatoria alle autorità svizzere per chiedere la lista degli indagati, gli atti relativi agli interrogatori e la relativa attività istruttoria. Attualmente il fascicolo in cui si ipotizza anche l’omicidio colposo, lesioni colpose e incendio, avviato a piazzale Clodio, è contro ignoti.
Una volta che gli atti verranno trasmessi dalla Svizzera, ci sarà l’iscrizione nel registro di Jacques e Jessica Moretti e di altre posizioni eventuali. Piazzale Clodio ha anche conferito l’incarico al medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sul corpo di Riccardo Minghetti, 16 anni, una delle sei vittime italiane. L’esame autoptico è iniziato con alcuni accertamenti radiologici preliminari al Policlinico Gemelli di Roma. Gli accertamenti proseguiranno con una équipe di specialisti medici chiamati a chiarire le cause del decesso e le dinamiche cliniche che hanno portato alla morte di Riccardo. Il lavoro dei pm romani, capofila nelle indagini, si intreccia con quello di altre Procure italiane. A Genova l’autopsia su Emanuele Galeppini, 16 anni anche lui, è fissata per il 20 gennaio. A Bologna è stata disposta la riesumazione del corpo di Giovanni Tamburi, mentre restano sospese le tumulazioni di Chiara Costanzo e Achille Barosi, in attesa di ulteriori accertamenti.
Sébastien Fanti, avvocato di alcune delle famiglie delle vittime del rogo, commentando la decisione del tribunale di convalidare l’arresto di Jacques Moretti, ha chiarito di poter essere solo «parzialmente soddisfatto» perché per il momento la custodia cautelare riguarda solo il gestore del locale: «Ognuno vivrà con la propria coscienza», ha riferito, «il padre di un bambino arso vivo mi ha detto: “è morto come in guerra, quindi d’ora in poi è guerra”».
Anche i genitori delle vittime italiane si dicono sconcertati. «Per quanto ci riguarda, come familiari dei feriti, tutti uniti qui al Niguarda, c’è sconcerto perché è vero che sono stati confermati gli arresti, ma sono passati 12 giorni e non c’è ancora un indagato nel Comune di Crans-Montana», ha sottolineato Umberto Marcucci, padre di Manfredi, ragazzo romano di 16 anni ricoverato assieme ad altri 10 feriti nell’ospedale milanese.
Il primo vero segnale nei confronti del Comune di Crans-Montana lo dà la Procura del Vallese che ha respinto la richiesta della municipalità di presentarsi come parte lesa. Lo riporta Rts. Appena due giorni dopo la tragedia, il Consiglio comunale di Crans -Montana annunciò di aver preso «la decisione unanime» di costituirsi «parte civile» nel procedimento penale, una dichiarazione che suscitò scalpore. Se da un lato il Comune dichiara di essere vittima dell’accaduto, dall’altro riconosce di essere venuto meno ai propri doveri mancando di compiere per cinque anni le ispezioni al Constellation. Carenze che potrebbero comportare azioni legali nei confronti di alcuni dipendenti comunali. Da qui la Procura, nelle motivazioni del respingimento, motiva: «Il Comune non può essere considerato parte attrice in quanto la parte lesa è costituita da qualsiasi persona i cui diritti siano stati direttamente lesi da un reato e non in quanto autorità incaricata della tutela degli interessi pubblici».
Proseguono intanto anche le sofferenze dei sopravvissuti.
I feriti italiani sono undici, alcuni molto gravi. Nove di loro sono particolarmente critici. «Con l’arrivo di Leonardo Bove, ieri sera da Zurigo, siamo arrivati ad avere tutti i ragazzi che dovevano rientrare. È stato fatto il primo check questa mattina su Leonardo e le condizioni sono estremamente critiche», ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, che fin dall’inizio sta seguendo l’emergenza. «Leonardo è uno dei due ragazzi che erano dati per dispersi e che per qualche giorno, appunto, non se ne conosceva l’identità: uno è Leonardo, l’altro è Kean. Adesso vicini di letto in questo momento in terapia intensiva». Ancora: «Sette sono in rianimazione intubati, cinque al centro ustioni», fa sapere Bertolaso. «Speriamo che un paio di loro nelle prossime giornate possano essere estubati. Per tre o quattro di loro il percorso sarà molto più lungo e complicato. I genitori sono tutti qui, hanno un loro spazio dove si possono incontrare, dove possono stare vicino ai figli, e incontrano soprattutto i medici curanti. Li ho trovati tutti tranquilli, ma in grande ansia. Ci sono un paio di genitori che non sono di Milano e gli abbiamo messo a disposizione strutture alberghiere. Sono tutti soddisfatti di quello che stiamo facendo».
Per quanto riguarda Eleonora Palmieri, la veterinaria ventinovenne originaria di Cattolica, «immagino che la prossima settimana verrà trasferita in una struttura ospedaliera vicino a casa sua. L’ho trovata in ottime condizioni», ha concluso Bertolaso.
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