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2021-09-30
Riapertura negata alle discoteche: «Regalo ad abusivi e criminalità»
Ansa
«Vogliamo riaprire a qualunque condizione ci detti il governo. Non chiediamo sussidi ma solo di poter riprendere a lavorare». Questo l'appello di Maurizio Pasca, Presidente nazionale dell'Associazione italiana imprese di intrattenimento di ballo e spettacolo (Silb), dopo che il governo ha deciso di tenere chiuse, almeno per il momento, le discoteche e le sale da ballo. La decisione non ha fatto piacere agli imprenditori del settore che da 19 mesi sono ora mai costretti alla chiusura delle attività, unica eccezione fatta per il periodo 17 luglio 17 agosto 2020 quando solo il 10% dei locali ha potuto riaprire, per poi chiudere. «Inspiegabilmente il nostro settore non ha una data certa di riapertura. La paura maggiore sono gli assembramenti ma questi ci sono ovunque, li vediamo in diversi luoghi, come per esempio la metropolitana», dichiara Pasca.
Tenere chiuse «sale da ballo, balere e discoteche è inspiegabile, una scelta folle, senza nessuna giustificazione», dice Matteo Salvini a Radio Anch'io. «Se chiedi il green pass, ritieni ti tuteli per andare in 50.000 allo stadio o a un concerto, mi sembra una inutile punizione nei confronti di 3.000 imprese e milioni di giovani e meno giovani», ha aggiunto il leader del Carroccio.
Questa decisione del governo secondo il presidente nazionale di Silb ha però anche un duplice effetto negativo. Da una parte «favorisce l'abusivismo nel settore e dall'altro la criminalità organizzata, che approfittandosi della debolezza economica di alcune aziende può intervenire comprandole o comunque entrando attivamente nella gestione. Possibile che il governo non si accorga di tutto questo?», tuona Pasca.
E che la situazione economica del comparto dell'intrattenimento non sia delle migliori lo dicono i dati. Il 90% delle attività sono chiuse dal 13 febbraio 2020 (19 mesi), e questo ha comportato perdite per circa 3,5 miliardi di euro. A questo ai aggiunge anche il gap economico della Siae, che non sta riuscendo a incassare più i soldi derivanti dal diritto autorale.
A fronte di una situazione di evidente difficoltà economica c'è però anche chi cerca di non perdere la fetta di mercato che prima intercettavano le discoteche. E infatti, secondo Pasca, si stanno sviluppando sempre di più le «cene spettacolo» nei ristoranti e bar, dove oltre che mangiare si può anche ballare. Soluzione che dunque aggira quanto voluto del governo a scapito dei soli imprenditori del settore dell'intrattenimento. La decisione del Cts e poi dell'esecutivo non è però condivisa da tutti i ministri del governo. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, nel suo intervento all'assemblea generale di Confcommercio ha esternato la sua opposizione alla chiusura dei locali da ballo: «Penso, ahimè alle discoteche e alle sale da ballo che ancora oggi non possono svolgere la loro attività. È l'unica ancora chiusa. In tutti i Consigli dei ministri io chiedo di valutare la riapertura, non perché abbia un significato economico importante, ma perché ha un significato simbolico, il diritto al lavoro per migliaia di lavoratori, che oggi il governo non è in grado di garantire. Quando non si è in grado di garantire, è sempre una sconfitta». Chiedendo poi agli altri ministri «di rivalutare la riapertura delle discoteche». A dare manforte a Giorgetti c'è anche Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ieri a margine di un intervento a Milano si è scagliata contro il Comitato tecnico scientifico (Cts) per la sua decisione di non apertura dei locali da ballo: «Bisogna iniziare a ragionare sulle discoteche, per mettere in piedi un sistema sicuro, creare un modello per riaprirle, al posto del no a priori che continua a arrivare dal Cts». «Sulle discoteche - continua - non c'è stato modo neppure di aprire la discussione, ci ha provato anche il ministro Giancarlo Giorgetti, ma il Cts non ne vuole sapere. Prima o poi bisognerà affrontare anche questo tema». Aspetto, quest'ultimo, su cui concordano anche altri ministri. Gianni Indino, presidente del Silb-Fibe Emilia-Romagna ha infatti dichiarato come, oltre Giorgetti, anche la Gelmini, Brunetta e Garavaglia, presenti all'Assemblea nazionale di Confcommercio hanno detto che « il nostro settore va sostenuto e che vanno trovati una data e un modo per farlo ripartire. Ritengo inutile però che tutta la politica continui a dirsi favorevole alla riapertura dei locali da ballo, ma ai tavoli istituzionali in cui si decide non se ne parli mai. Ora è il momento del fare». «Il 7 ottobre - continua Indino - si riuniranno a Roma gli organi federali del Silb-Fipe e se per quella data non si sarà ottenuto l'ok alla ripartenza delle attività di ballo o almeno un tavolo istituzionale in cui discuterne, si deciderà di mettere in campo quelle proteste molto rumorose che abbiamo annunciato».
Senza la card è rischio voto illegale
Chissà se il presidente Sergio Mattarella ci ha pensato. Firmando il decreto 122 dello scorso 10 settembre si è infilato in un pasticcio costituzionale. Gli elettori che domenica e lunedì vanno ai seggi privi di salvacondotto devono per votare infrangere la legge e rischiano una multa salatissima. Siamo al paradosso: i cittadini hanno diritto di votare, ma non possono accedere alle urne.
Domenica e lunedì si vota in 1.157 Comuni e l'87% dei seggi è insediato in edifici scolastici. I presidi di ogni ordine e grado hanno vivacemente protestato perché a loro dire la vacanza forzata causa elezioni dà un ulteriore colpo alla didattica. Hanno anche un altro problema: consentendo l'accesso negli edifici scolastici a persone sprovviste di green pass rischiano multe salate e, a esser pignoli, anche la sospensione dal servizio. Il decreto 122 all'articolo 1 capo 2 testualmente impone: «Fino al 31 dicembre 2021, termine di cessazione dello stato d'emergenza, al fine di tutelare la salute pubblica, chiunque accede alle strutture delle istituzioni scolastiche, educative e formative, deve possedere ed è tenuto a esibire la certificazione verde COVID-19».
Quel «chiunque» non ammette deroghe, dunque anche l'elettore non può entrare in una scuola senza green pass. L'articolo 48 della Costituzione statuisce però tassativamente al capo quarto: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.» Non ci sono ragioni di salute pubblica, né di calamità, né di qualsiasi altra natura che possano impedire l'esercizio del voto. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese - quella ligia alle leggi - e il suo collega addetto (si fa per dire) alla salute Roberto Speranza hanno fatto il gioco delle tre carte, ma hanno sbagliato i tempi. Per mettere d'accordo il green pass che in Italia è ormai l'unica fonte del diritto e la Costituzione hanno emanato il 25 agosto un protocollo - non ha forza di legge e dunque non neutralizza il divieto di accesso nelle scuole - stabilendo che anche chi non ha il salvacondotto ha diritto, e ci mancherebbe, di votare. Pongono però una serie di paletti - dalla carta verde per accedere ai mezzi di trasporto scontati a disposizione degli elettori che viola la parità tra cittadini all'obbligo di mascherina nei seggi che è una oggettiva limitazione - da indagare sotto il profilo della legittimità costituzionale.
Questo protocollo fa riferimento al decreto 117, precedente a al 122, dedicato alle elezioni in cui però nulla si dice dell'ingresso ai seggi. Ora devono metterci una pezza e in fretta perché se le forze dell'ordine che sorvegliano i seggi danno retta alla Lamorgese devono multare tutti gli elettori privi di green pass. Se non lo fanno rischiano quanto meno una denuncia per omissioni d'atti d'ufficio. In più c'è il problema che non potendo controllare chi ha e chi no il pass, poiché questo controllo in sede scolastica spetta ai presidi, finisce che teoricamente tutti gli elettori potrebbero essere impediti nell'accesso ai seggi. Siamo alla farsa! Si strapperanno le vesti per un'alta astensione, ma sarà lecito chiedere al Governo: non è anche colpa vostra? E dissuadere dal voto non è un reato? C'è poi il pasticcio di presidenti e scrutatori che al primo turno possono non avere il salvacondotto, ma al ballottaggio sì perché dal 15 ottobre scatta l'obblio vaccinale per i dipendenti pubblici. E dove sta la garanzia di correttezza se si cambia tra un turno e l'altro un numero consistente di scrutatori? Il conflitto tra Costituzione e legge rende esplicito come un regime di emergenza che si prolunga sine die è incompatibile con la democrazia.
Una soluzione la troveranno: si voterà nei gazebo? Forse Sergio Mattarella o Mario Draghi faranno come quel Papa che di fronte a un arrosto offertogli in giorno di magro decretò «ego te baptizo piscem» (ti battezzo pesce). Così le scuole per un paio di giorni possono cambiare destinazione d'uso.
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Cts e governo irremovibili: dopo 19 mesi di stop e 3,5 miliardi persi, le sale da ballo restano chiuse. Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini protestano: «Scelta inspiegabile». Maurizio Pasca (Silb): «Unico settore a non avere una data per la ripresa».Il paradosso: il diritto elettorale e l'accesso alle urne non possono essere limitati. Però a chi è privo di lasciapassare è vietato entrare nelle scuole, dove si trova l'87% dei seggi.Lo speciale contiene due articoli.«Vogliamo riaprire a qualunque condizione ci detti il governo. Non chiediamo sussidi ma solo di poter riprendere a lavorare». Questo l'appello di Maurizio Pasca, Presidente nazionale dell'Associazione italiana imprese di intrattenimento di ballo e spettacolo (Silb), dopo che il governo ha deciso di tenere chiuse, almeno per il momento, le discoteche e le sale da ballo. La decisione non ha fatto piacere agli imprenditori del settore che da 19 mesi sono ora mai costretti alla chiusura delle attività, unica eccezione fatta per il periodo 17 luglio 17 agosto 2020 quando solo il 10% dei locali ha potuto riaprire, per poi chiudere. «Inspiegabilmente il nostro settore non ha una data certa di riapertura. La paura maggiore sono gli assembramenti ma questi ci sono ovunque, li vediamo in diversi luoghi, come per esempio la metropolitana», dichiara Pasca. Tenere chiuse «sale da ballo, balere e discoteche è inspiegabile, una scelta folle, senza nessuna giustificazione», dice Matteo Salvini a Radio Anch'io. «Se chiedi il green pass, ritieni ti tuteli per andare in 50.000 allo stadio o a un concerto, mi sembra una inutile punizione nei confronti di 3.000 imprese e milioni di giovani e meno giovani», ha aggiunto il leader del Carroccio.Questa decisione del governo secondo il presidente nazionale di Silb ha però anche un duplice effetto negativo. Da una parte «favorisce l'abusivismo nel settore e dall'altro la criminalità organizzata, che approfittandosi della debolezza economica di alcune aziende può intervenire comprandole o comunque entrando attivamente nella gestione. Possibile che il governo non si accorga di tutto questo?», tuona Pasca. E che la situazione economica del comparto dell'intrattenimento non sia delle migliori lo dicono i dati. Il 90% delle attività sono chiuse dal 13 febbraio 2020 (19 mesi), e questo ha comportato perdite per circa 3,5 miliardi di euro. A questo ai aggiunge anche il gap economico della Siae, che non sta riuscendo a incassare più i soldi derivanti dal diritto autorale. A fronte di una situazione di evidente difficoltà economica c'è però anche chi cerca di non perdere la fetta di mercato che prima intercettavano le discoteche. E infatti, secondo Pasca, si stanno sviluppando sempre di più le «cene spettacolo» nei ristoranti e bar, dove oltre che mangiare si può anche ballare. Soluzione che dunque aggira quanto voluto del governo a scapito dei soli imprenditori del settore dell'intrattenimento. La decisione del Cts e poi dell'esecutivo non è però condivisa da tutti i ministri del governo. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, nel suo intervento all'assemblea generale di Confcommercio ha esternato la sua opposizione alla chiusura dei locali da ballo: «Penso, ahimè alle discoteche e alle sale da ballo che ancora oggi non possono svolgere la loro attività. È l'unica ancora chiusa. In tutti i Consigli dei ministri io chiedo di valutare la riapertura, non perché abbia un significato economico importante, ma perché ha un significato simbolico, il diritto al lavoro per migliaia di lavoratori, che oggi il governo non è in grado di garantire. Quando non si è in grado di garantire, è sempre una sconfitta». Chiedendo poi agli altri ministri «di rivalutare la riapertura delle discoteche». A dare manforte a Giorgetti c'è anche Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ieri a margine di un intervento a Milano si è scagliata contro il Comitato tecnico scientifico (Cts) per la sua decisione di non apertura dei locali da ballo: «Bisogna iniziare a ragionare sulle discoteche, per mettere in piedi un sistema sicuro, creare un modello per riaprirle, al posto del no a priori che continua a arrivare dal Cts». «Sulle discoteche - continua - non c'è stato modo neppure di aprire la discussione, ci ha provato anche il ministro Giancarlo Giorgetti, ma il Cts non ne vuole sapere. Prima o poi bisognerà affrontare anche questo tema». Aspetto, quest'ultimo, su cui concordano anche altri ministri. Gianni Indino, presidente del Silb-Fibe Emilia-Romagna ha infatti dichiarato come, oltre Giorgetti, anche la Gelmini, Brunetta e Garavaglia, presenti all'Assemblea nazionale di Confcommercio hanno detto che « il nostro settore va sostenuto e che vanno trovati una data e un modo per farlo ripartire. Ritengo inutile però che tutta la politica continui a dirsi favorevole alla riapertura dei locali da ballo, ma ai tavoli istituzionali in cui si decide non se ne parli mai. Ora è il momento del fare». «Il 7 ottobre - continua Indino - si riuniranno a Roma gli organi federali del Silb-Fipe e se per quella data non si sarà ottenuto l'ok alla ripartenza delle attività di ballo o almeno un tavolo istituzionale in cui discuterne, si deciderà di mettere in campo quelle proteste molto rumorose che abbiamo annunciato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riapertura-negata-discoteche-2655194206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-la-card-e-rischio-voto-illegale" data-post-id="2655194206" data-published-at="1632962184" data-use-pagination="False"> Senza la card è rischio voto illegale Chissà se il presidente Sergio Mattarella ci ha pensato. Firmando il decreto 122 dello scorso 10 settembre si è infilato in un pasticcio costituzionale. Gli elettori che domenica e lunedì vanno ai seggi privi di salvacondotto devono per votare infrangere la legge e rischiano una multa salatissima. Siamo al paradosso: i cittadini hanno diritto di votare, ma non possono accedere alle urne. Domenica e lunedì si vota in 1.157 Comuni e l'87% dei seggi è insediato in edifici scolastici. I presidi di ogni ordine e grado hanno vivacemente protestato perché a loro dire la vacanza forzata causa elezioni dà un ulteriore colpo alla didattica. Hanno anche un altro problema: consentendo l'accesso negli edifici scolastici a persone sprovviste di green pass rischiano multe salate e, a esser pignoli, anche la sospensione dal servizio. Il decreto 122 all'articolo 1 capo 2 testualmente impone: «Fino al 31 dicembre 2021, termine di cessazione dello stato d'emergenza, al fine di tutelare la salute pubblica, chiunque accede alle strutture delle istituzioni scolastiche, educative e formative, deve possedere ed è tenuto a esibire la certificazione verde COVID-19». Quel «chiunque» non ammette deroghe, dunque anche l'elettore non può entrare in una scuola senza green pass. L'articolo 48 della Costituzione statuisce però tassativamente al capo quarto: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.» Non ci sono ragioni di salute pubblica, né di calamità, né di qualsiasi altra natura che possano impedire l'esercizio del voto. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese - quella ligia alle leggi - e il suo collega addetto (si fa per dire) alla salute Roberto Speranza hanno fatto il gioco delle tre carte, ma hanno sbagliato i tempi. Per mettere d'accordo il green pass che in Italia è ormai l'unica fonte del diritto e la Costituzione hanno emanato il 25 agosto un protocollo - non ha forza di legge e dunque non neutralizza il divieto di accesso nelle scuole - stabilendo che anche chi non ha il salvacondotto ha diritto, e ci mancherebbe, di votare. Pongono però una serie di paletti - dalla carta verde per accedere ai mezzi di trasporto scontati a disposizione degli elettori che viola la parità tra cittadini all'obbligo di mascherina nei seggi che è una oggettiva limitazione - da indagare sotto il profilo della legittimità costituzionale. Questo protocollo fa riferimento al decreto 117, precedente a al 122, dedicato alle elezioni in cui però nulla si dice dell'ingresso ai seggi. Ora devono metterci una pezza e in fretta perché se le forze dell'ordine che sorvegliano i seggi danno retta alla Lamorgese devono multare tutti gli elettori privi di green pass. Se non lo fanno rischiano quanto meno una denuncia per omissioni d'atti d'ufficio. In più c'è il problema che non potendo controllare chi ha e chi no il pass, poiché questo controllo in sede scolastica spetta ai presidi, finisce che teoricamente tutti gli elettori potrebbero essere impediti nell'accesso ai seggi. Siamo alla farsa! Si strapperanno le vesti per un'alta astensione, ma sarà lecito chiedere al Governo: non è anche colpa vostra? E dissuadere dal voto non è un reato? C'è poi il pasticcio di presidenti e scrutatori che al primo turno possono non avere il salvacondotto, ma al ballottaggio sì perché dal 15 ottobre scatta l'obblio vaccinale per i dipendenti pubblici. E dove sta la garanzia di correttezza se si cambia tra un turno e l'altro un numero consistente di scrutatori? Il conflitto tra Costituzione e legge rende esplicito come un regime di emergenza che si prolunga sine die è incompatibile con la democrazia. Una soluzione la troveranno: si voterà nei gazebo? Forse Sergio Mattarella o Mario Draghi faranno come quel Papa che di fronte a un arrosto offertogli in giorno di magro decretò «ego te baptizo piscem» (ti battezzo pesce). Così le scuole per un paio di giorni possono cambiare destinazione d'uso.
Capita spesso di vedere, soprattutto nelle città d'arte ma non solo, visitatori stranieri che accompagnano le pietanze con la bevanda calda. Una scelta legittima ma discutibile, anche dal punto di vista della salute.
Ansa
Perché aver fatto il proprio dovere, colpendo un ladro che per di più aveva reagito aggredendo gli uomini delle forze dell’ordine, ferendone uno, è un comportamento da punire con il carcere? Forse un solo colpo in pancia al collega non bastava e ne servivano almeno due o tre per giustificare lo sparo? Oppure colpire, affondando un cacciavite nel petto di un uomo delle forze dell’ordine che cerca di impedire un furto, non è reato sufficientemente grave da richiedere la reazione degli agenti? Forse il militare avrebbe dovuto tenere nella fondina l’arma, aspettando che il criminale facesse quello che fecero due tossici a Roma qualche anno fa, pugnalando a morte, con 11 coltellate, il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega?
La faccenda ha dell’incredibile. Soprattutto perché arriva dopo altre inchieste della magistratura che hanno messo nel mirino gli agenti e non i delinquenti. Avete presente il caso di Ramy Elgaml, il giovane extracomunitario in sella a uno scooter che, dopo la fuga a un posto di blocco, si è schiantato contro un palo? Per la sua morte sono finiti indagati sette carabinieri, ovvero la pattuglia che lo inseguì e anche i militari dell’Arma poi intervenuti sul luogo dell’incidente. A quanto pare, invece di mettersi all’inseguimento del motociclo avrebbero dovuto girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Sorte più o meno analoga a quella di un agente che a Verona, per fermare un extracomunitario armato, ha fatto ricorso, udite udite, alla pistola. Per mesi è rimasto sotto inchiesta e ancora oggi c’è chi chiede di indagare sul suo conto, quasi fosse colpa del poliziotto essersi difeso. Inchiesta anche a carico di un carabiniere che a Rimini, dopo aver cercato di far gettare l’arma con cui un egiziano aveva minacciato alcuni passanti, è stato costretto a sparare. Prima dell’archiviazione, la Procura aveva iscritto il maresciallo nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa. Anche in questo caso, aver fatto il proprio dovere era ritenuto un di più e i magistrati hanno voluto appurare che il militare dell’Arma non avesse avuto altra scelta. Visto che non c’era alternativa, che il sottufficiale non poteva scappare né sparare ai moscerini, alla fine i pm si sono convinti che non ci fossero elementi per procedere contro il carabiniere e hanno chiesto il proscioglimento. Tutto bene? Ovviamente no, perché già il fatto che per mesi si sia portata avanti un’inchiesta che si poteva non aprire guardando le immagini delle telecamere la dice lunga sul funzionamento della giustizia.
I casi di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, a proposito dell’assassinio di una ragazza di 19 anni a Milano, del capotreno a Bologna e di tanti altri reati di cui diamo quotidianamente conto, hanno però spinto Beppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo che fino a ieri assicurava che la criminalità era un problema di percezione, e Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova dove l’altra sera un giovane marocchino ha minacciato i passanti con una pistola, ad accusare il governo. Colpa di Giorgia Meloni se i clandestini la fanno sempre più da padroni, rubando, molestando e aggredendo le persone. Non colpa di una sinistra che ha aperto le porte all’invasione di extracomunitari. Non colpa di una magistratura che è sempre pronta a bloccare le espulsioni andando in soccorso degli stranieri e condannando le forze dell’ordine. Come ha spiegato ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, Meloni coltiva un’illusione securitaria. Già, secondo la sinistra, il governo dovrebbe arrendersi ai criminali. Invece di reprimerli dovrebbe capirli: dare una casa ai clandestini e aiutare gli immigrati a rischio povertà ed esclusione sociale. Al programma manca solo la condanna degli agenti che osano reagire. Ma siamo sulla buona strada.
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Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso alla stazione di Bologna. Nel riquadro Marin Jelenic, il croato accusato dell'omicidio (Ansa)
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.
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Ansa
Il particolare si evince anche dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del fermo firmata dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Nora Lisa Passoni in cui è evidenziata la pericolosità dell’uomo e la sua «errata incensuratezza». «L’indagato, a specifica domanda in merito ai precedenti a suo carico», ha messo nero su bianco il giudice. «ha dichiarato di averne, sicché è più che probabile che la ragione della mancata indicazione di condanne nel certificato del casellario giudiziale non sia l’incensuratezza di Valdez Velazco, ma il mancato aggiornamento del certificato a suo carico». Il peruviano, irregolare sul territorio italiano, sarà ascoltato oggi nel carcere di San Vittore dal pm Antonio Pansa. Secondo l’accusa, il carcere è l’unica misura adeguata per prevenire le sue azioni «aggressive e violente». Gli arresti domiciliari, anche se applicati con il dispositivo di controllo elettronico, «non potrebbero scongiurare né il pericolo di fuga, né il pericolo di reiterazioni di simili manifestazioni di violenza contro la persona e, in particolare, contro le giovani donne, specie considerato che avendo l’indagato sostenuto di essere stato sotto l’effetto di alcool e droghe, di cui abusa». Adesso, gli inquirenti stanno cercando di fare luce sull’omicidio della giovanissima Aurora Livoli, tenendo conto anche del «curriculum» di Velazco: ha numerosi alias e precedenti penali per rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi al 2019, al 2024 e al 2025, ma l’uomo ha scontato il carcere a Pavia solo per la violenza sessuale commessa nel 2019. Il peruviano, entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti, diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il prefetto di Milano aveva emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6 agosto dello stesso anno. Ma il 16 giugno del 2023, Valdez Velazco ha richiesto con kit postale il rilascio del permesso di soggiorno, in qualità di fratello di una cittadina italiana, permesso che gli è stato negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, l’11 gennaio del 2024. Il 25 marzo del 2024 era stato arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione dell’espulsione. Nei suoi confronti era stato nuovamente adottato un provvedimento di espulsione, per motivi di pericolosità sociale, emesso il 26 marzo del 2024 dal prefetto di Milano.
Ma in occasione della seconda espulsione, non era stato possibile procedere al rimpatrio immediato di Velazco perché il passaporto risultava scaduto. Era stato assegnato a un Centro temporaneamente, ma per motivi di salute era stata decretata «l’inidoneità alla vita in comunità», quindi gli era stato imposto di lasciare l’Italia entro sette giorni. Ma così non è stato.
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