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2021-09-30
Riapertura negata alle discoteche: «Regalo ad abusivi e criminalità»
Ansa
«Vogliamo riaprire a qualunque condizione ci detti il governo. Non chiediamo sussidi ma solo di poter riprendere a lavorare». Questo l'appello di Maurizio Pasca, Presidente nazionale dell'Associazione italiana imprese di intrattenimento di ballo e spettacolo (Silb), dopo che il governo ha deciso di tenere chiuse, almeno per il momento, le discoteche e le sale da ballo. La decisione non ha fatto piacere agli imprenditori del settore che da 19 mesi sono ora mai costretti alla chiusura delle attività, unica eccezione fatta per il periodo 17 luglio 17 agosto 2020 quando solo il 10% dei locali ha potuto riaprire, per poi chiudere. «Inspiegabilmente il nostro settore non ha una data certa di riapertura. La paura maggiore sono gli assembramenti ma questi ci sono ovunque, li vediamo in diversi luoghi, come per esempio la metropolitana», dichiara Pasca.
Tenere chiuse «sale da ballo, balere e discoteche è inspiegabile, una scelta folle, senza nessuna giustificazione», dice Matteo Salvini a Radio Anch'io. «Se chiedi il green pass, ritieni ti tuteli per andare in 50.000 allo stadio o a un concerto, mi sembra una inutile punizione nei confronti di 3.000 imprese e milioni di giovani e meno giovani», ha aggiunto il leader del Carroccio.
Questa decisione del governo secondo il presidente nazionale di Silb ha però anche un duplice effetto negativo. Da una parte «favorisce l'abusivismo nel settore e dall'altro la criminalità organizzata, che approfittandosi della debolezza economica di alcune aziende può intervenire comprandole o comunque entrando attivamente nella gestione. Possibile che il governo non si accorga di tutto questo?», tuona Pasca.
E che la situazione economica del comparto dell'intrattenimento non sia delle migliori lo dicono i dati. Il 90% delle attività sono chiuse dal 13 febbraio 2020 (19 mesi), e questo ha comportato perdite per circa 3,5 miliardi di euro. A questo ai aggiunge anche il gap economico della Siae, che non sta riuscendo a incassare più i soldi derivanti dal diritto autorale.
A fronte di una situazione di evidente difficoltà economica c'è però anche chi cerca di non perdere la fetta di mercato che prima intercettavano le discoteche. E infatti, secondo Pasca, si stanno sviluppando sempre di più le «cene spettacolo» nei ristoranti e bar, dove oltre che mangiare si può anche ballare. Soluzione che dunque aggira quanto voluto del governo a scapito dei soli imprenditori del settore dell'intrattenimento. La decisione del Cts e poi dell'esecutivo non è però condivisa da tutti i ministri del governo. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, nel suo intervento all'assemblea generale di Confcommercio ha esternato la sua opposizione alla chiusura dei locali da ballo: «Penso, ahimè alle discoteche e alle sale da ballo che ancora oggi non possono svolgere la loro attività. È l'unica ancora chiusa. In tutti i Consigli dei ministri io chiedo di valutare la riapertura, non perché abbia un significato economico importante, ma perché ha un significato simbolico, il diritto al lavoro per migliaia di lavoratori, che oggi il governo non è in grado di garantire. Quando non si è in grado di garantire, è sempre una sconfitta». Chiedendo poi agli altri ministri «di rivalutare la riapertura delle discoteche». A dare manforte a Giorgetti c'è anche Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ieri a margine di un intervento a Milano si è scagliata contro il Comitato tecnico scientifico (Cts) per la sua decisione di non apertura dei locali da ballo: «Bisogna iniziare a ragionare sulle discoteche, per mettere in piedi un sistema sicuro, creare un modello per riaprirle, al posto del no a priori che continua a arrivare dal Cts». «Sulle discoteche - continua - non c'è stato modo neppure di aprire la discussione, ci ha provato anche il ministro Giancarlo Giorgetti, ma il Cts non ne vuole sapere. Prima o poi bisognerà affrontare anche questo tema». Aspetto, quest'ultimo, su cui concordano anche altri ministri. Gianni Indino, presidente del Silb-Fibe Emilia-Romagna ha infatti dichiarato come, oltre Giorgetti, anche la Gelmini, Brunetta e Garavaglia, presenti all'Assemblea nazionale di Confcommercio hanno detto che « il nostro settore va sostenuto e che vanno trovati una data e un modo per farlo ripartire. Ritengo inutile però che tutta la politica continui a dirsi favorevole alla riapertura dei locali da ballo, ma ai tavoli istituzionali in cui si decide non se ne parli mai. Ora è il momento del fare». «Il 7 ottobre - continua Indino - si riuniranno a Roma gli organi federali del Silb-Fipe e se per quella data non si sarà ottenuto l'ok alla ripartenza delle attività di ballo o almeno un tavolo istituzionale in cui discuterne, si deciderà di mettere in campo quelle proteste molto rumorose che abbiamo annunciato».
Senza la card è rischio voto illegale
Chissà se il presidente Sergio Mattarella ci ha pensato. Firmando il decreto 122 dello scorso 10 settembre si è infilato in un pasticcio costituzionale. Gli elettori che domenica e lunedì vanno ai seggi privi di salvacondotto devono per votare infrangere la legge e rischiano una multa salatissima. Siamo al paradosso: i cittadini hanno diritto di votare, ma non possono accedere alle urne.
Domenica e lunedì si vota in 1.157 Comuni e l'87% dei seggi è insediato in edifici scolastici. I presidi di ogni ordine e grado hanno vivacemente protestato perché a loro dire la vacanza forzata causa elezioni dà un ulteriore colpo alla didattica. Hanno anche un altro problema: consentendo l'accesso negli edifici scolastici a persone sprovviste di green pass rischiano multe salate e, a esser pignoli, anche la sospensione dal servizio. Il decreto 122 all'articolo 1 capo 2 testualmente impone: «Fino al 31 dicembre 2021, termine di cessazione dello stato d'emergenza, al fine di tutelare la salute pubblica, chiunque accede alle strutture delle istituzioni scolastiche, educative e formative, deve possedere ed è tenuto a esibire la certificazione verde COVID-19».
Quel «chiunque» non ammette deroghe, dunque anche l'elettore non può entrare in una scuola senza green pass. L'articolo 48 della Costituzione statuisce però tassativamente al capo quarto: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.» Non ci sono ragioni di salute pubblica, né di calamità, né di qualsiasi altra natura che possano impedire l'esercizio del voto. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese - quella ligia alle leggi - e il suo collega addetto (si fa per dire) alla salute Roberto Speranza hanno fatto il gioco delle tre carte, ma hanno sbagliato i tempi. Per mettere d'accordo il green pass che in Italia è ormai l'unica fonte del diritto e la Costituzione hanno emanato il 25 agosto un protocollo - non ha forza di legge e dunque non neutralizza il divieto di accesso nelle scuole - stabilendo che anche chi non ha il salvacondotto ha diritto, e ci mancherebbe, di votare. Pongono però una serie di paletti - dalla carta verde per accedere ai mezzi di trasporto scontati a disposizione degli elettori che viola la parità tra cittadini all'obbligo di mascherina nei seggi che è una oggettiva limitazione - da indagare sotto il profilo della legittimità costituzionale.
Questo protocollo fa riferimento al decreto 117, precedente a al 122, dedicato alle elezioni in cui però nulla si dice dell'ingresso ai seggi. Ora devono metterci una pezza e in fretta perché se le forze dell'ordine che sorvegliano i seggi danno retta alla Lamorgese devono multare tutti gli elettori privi di green pass. Se non lo fanno rischiano quanto meno una denuncia per omissioni d'atti d'ufficio. In più c'è il problema che non potendo controllare chi ha e chi no il pass, poiché questo controllo in sede scolastica spetta ai presidi, finisce che teoricamente tutti gli elettori potrebbero essere impediti nell'accesso ai seggi. Siamo alla farsa! Si strapperanno le vesti per un'alta astensione, ma sarà lecito chiedere al Governo: non è anche colpa vostra? E dissuadere dal voto non è un reato? C'è poi il pasticcio di presidenti e scrutatori che al primo turno possono non avere il salvacondotto, ma al ballottaggio sì perché dal 15 ottobre scatta l'obblio vaccinale per i dipendenti pubblici. E dove sta la garanzia di correttezza se si cambia tra un turno e l'altro un numero consistente di scrutatori? Il conflitto tra Costituzione e legge rende esplicito come un regime di emergenza che si prolunga sine die è incompatibile con la democrazia.
Una soluzione la troveranno: si voterà nei gazebo? Forse Sergio Mattarella o Mario Draghi faranno come quel Papa che di fronte a un arrosto offertogli in giorno di magro decretò «ego te baptizo piscem» (ti battezzo pesce). Così le scuole per un paio di giorni possono cambiare destinazione d'uso.
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Cts e governo irremovibili: dopo 19 mesi di stop e 3,5 miliardi persi, le sale da ballo restano chiuse. Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini protestano: «Scelta inspiegabile». Maurizio Pasca (Silb): «Unico settore a non avere una data per la ripresa».Il paradosso: il diritto elettorale e l'accesso alle urne non possono essere limitati. Però a chi è privo di lasciapassare è vietato entrare nelle scuole, dove si trova l'87% dei seggi.Lo speciale contiene due articoli.«Vogliamo riaprire a qualunque condizione ci detti il governo. Non chiediamo sussidi ma solo di poter riprendere a lavorare». Questo l'appello di Maurizio Pasca, Presidente nazionale dell'Associazione italiana imprese di intrattenimento di ballo e spettacolo (Silb), dopo che il governo ha deciso di tenere chiuse, almeno per il momento, le discoteche e le sale da ballo. La decisione non ha fatto piacere agli imprenditori del settore che da 19 mesi sono ora mai costretti alla chiusura delle attività, unica eccezione fatta per il periodo 17 luglio 17 agosto 2020 quando solo il 10% dei locali ha potuto riaprire, per poi chiudere. «Inspiegabilmente il nostro settore non ha una data certa di riapertura. La paura maggiore sono gli assembramenti ma questi ci sono ovunque, li vediamo in diversi luoghi, come per esempio la metropolitana», dichiara Pasca. Tenere chiuse «sale da ballo, balere e discoteche è inspiegabile, una scelta folle, senza nessuna giustificazione», dice Matteo Salvini a Radio Anch'io. «Se chiedi il green pass, ritieni ti tuteli per andare in 50.000 allo stadio o a un concerto, mi sembra una inutile punizione nei confronti di 3.000 imprese e milioni di giovani e meno giovani», ha aggiunto il leader del Carroccio.Questa decisione del governo secondo il presidente nazionale di Silb ha però anche un duplice effetto negativo. Da una parte «favorisce l'abusivismo nel settore e dall'altro la criminalità organizzata, che approfittandosi della debolezza economica di alcune aziende può intervenire comprandole o comunque entrando attivamente nella gestione. Possibile che il governo non si accorga di tutto questo?», tuona Pasca. E che la situazione economica del comparto dell'intrattenimento non sia delle migliori lo dicono i dati. Il 90% delle attività sono chiuse dal 13 febbraio 2020 (19 mesi), e questo ha comportato perdite per circa 3,5 miliardi di euro. A questo ai aggiunge anche il gap economico della Siae, che non sta riuscendo a incassare più i soldi derivanti dal diritto autorale. A fronte di una situazione di evidente difficoltà economica c'è però anche chi cerca di non perdere la fetta di mercato che prima intercettavano le discoteche. E infatti, secondo Pasca, si stanno sviluppando sempre di più le «cene spettacolo» nei ristoranti e bar, dove oltre che mangiare si può anche ballare. Soluzione che dunque aggira quanto voluto del governo a scapito dei soli imprenditori del settore dell'intrattenimento. La decisione del Cts e poi dell'esecutivo non è però condivisa da tutti i ministri del governo. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, nel suo intervento all'assemblea generale di Confcommercio ha esternato la sua opposizione alla chiusura dei locali da ballo: «Penso, ahimè alle discoteche e alle sale da ballo che ancora oggi non possono svolgere la loro attività. È l'unica ancora chiusa. In tutti i Consigli dei ministri io chiedo di valutare la riapertura, non perché abbia un significato economico importante, ma perché ha un significato simbolico, il diritto al lavoro per migliaia di lavoratori, che oggi il governo non è in grado di garantire. Quando non si è in grado di garantire, è sempre una sconfitta». Chiedendo poi agli altri ministri «di rivalutare la riapertura delle discoteche». A dare manforte a Giorgetti c'è anche Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura che ieri a margine di un intervento a Milano si è scagliata contro il Comitato tecnico scientifico (Cts) per la sua decisione di non apertura dei locali da ballo: «Bisogna iniziare a ragionare sulle discoteche, per mettere in piedi un sistema sicuro, creare un modello per riaprirle, al posto del no a priori che continua a arrivare dal Cts». «Sulle discoteche - continua - non c'è stato modo neppure di aprire la discussione, ci ha provato anche il ministro Giancarlo Giorgetti, ma il Cts non ne vuole sapere. Prima o poi bisognerà affrontare anche questo tema». Aspetto, quest'ultimo, su cui concordano anche altri ministri. Gianni Indino, presidente del Silb-Fibe Emilia-Romagna ha infatti dichiarato come, oltre Giorgetti, anche la Gelmini, Brunetta e Garavaglia, presenti all'Assemblea nazionale di Confcommercio hanno detto che « il nostro settore va sostenuto e che vanno trovati una data e un modo per farlo ripartire. Ritengo inutile però che tutta la politica continui a dirsi favorevole alla riapertura dei locali da ballo, ma ai tavoli istituzionali in cui si decide non se ne parli mai. Ora è il momento del fare». «Il 7 ottobre - continua Indino - si riuniranno a Roma gli organi federali del Silb-Fipe e se per quella data non si sarà ottenuto l'ok alla ripartenza delle attività di ballo o almeno un tavolo istituzionale in cui discuterne, si deciderà di mettere in campo quelle proteste molto rumorose che abbiamo annunciato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riapertura-negata-discoteche-2655194206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-la-card-e-rischio-voto-illegale" data-post-id="2655194206" data-published-at="1632962184" data-use-pagination="False"> Senza la card è rischio voto illegale Chissà se il presidente Sergio Mattarella ci ha pensato. Firmando il decreto 122 dello scorso 10 settembre si è infilato in un pasticcio costituzionale. Gli elettori che domenica e lunedì vanno ai seggi privi di salvacondotto devono per votare infrangere la legge e rischiano una multa salatissima. Siamo al paradosso: i cittadini hanno diritto di votare, ma non possono accedere alle urne. Domenica e lunedì si vota in 1.157 Comuni e l'87% dei seggi è insediato in edifici scolastici. I presidi di ogni ordine e grado hanno vivacemente protestato perché a loro dire la vacanza forzata causa elezioni dà un ulteriore colpo alla didattica. Hanno anche un altro problema: consentendo l'accesso negli edifici scolastici a persone sprovviste di green pass rischiano multe salate e, a esser pignoli, anche la sospensione dal servizio. Il decreto 122 all'articolo 1 capo 2 testualmente impone: «Fino al 31 dicembre 2021, termine di cessazione dello stato d'emergenza, al fine di tutelare la salute pubblica, chiunque accede alle strutture delle istituzioni scolastiche, educative e formative, deve possedere ed è tenuto a esibire la certificazione verde COVID-19». Quel «chiunque» non ammette deroghe, dunque anche l'elettore non può entrare in una scuola senza green pass. L'articolo 48 della Costituzione statuisce però tassativamente al capo quarto: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.» Non ci sono ragioni di salute pubblica, né di calamità, né di qualsiasi altra natura che possano impedire l'esercizio del voto. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese - quella ligia alle leggi - e il suo collega addetto (si fa per dire) alla salute Roberto Speranza hanno fatto il gioco delle tre carte, ma hanno sbagliato i tempi. Per mettere d'accordo il green pass che in Italia è ormai l'unica fonte del diritto e la Costituzione hanno emanato il 25 agosto un protocollo - non ha forza di legge e dunque non neutralizza il divieto di accesso nelle scuole - stabilendo che anche chi non ha il salvacondotto ha diritto, e ci mancherebbe, di votare. Pongono però una serie di paletti - dalla carta verde per accedere ai mezzi di trasporto scontati a disposizione degli elettori che viola la parità tra cittadini all'obbligo di mascherina nei seggi che è una oggettiva limitazione - da indagare sotto il profilo della legittimità costituzionale. Questo protocollo fa riferimento al decreto 117, precedente a al 122, dedicato alle elezioni in cui però nulla si dice dell'ingresso ai seggi. Ora devono metterci una pezza e in fretta perché se le forze dell'ordine che sorvegliano i seggi danno retta alla Lamorgese devono multare tutti gli elettori privi di green pass. Se non lo fanno rischiano quanto meno una denuncia per omissioni d'atti d'ufficio. In più c'è il problema che non potendo controllare chi ha e chi no il pass, poiché questo controllo in sede scolastica spetta ai presidi, finisce che teoricamente tutti gli elettori potrebbero essere impediti nell'accesso ai seggi. Siamo alla farsa! Si strapperanno le vesti per un'alta astensione, ma sarà lecito chiedere al Governo: non è anche colpa vostra? E dissuadere dal voto non è un reato? C'è poi il pasticcio di presidenti e scrutatori che al primo turno possono non avere il salvacondotto, ma al ballottaggio sì perché dal 15 ottobre scatta l'obblio vaccinale per i dipendenti pubblici. E dove sta la garanzia di correttezza se si cambia tra un turno e l'altro un numero consistente di scrutatori? Il conflitto tra Costituzione e legge rende esplicito come un regime di emergenza che si prolunga sine die è incompatibile con la democrazia. Una soluzione la troveranno: si voterà nei gazebo? Forse Sergio Mattarella o Mario Draghi faranno come quel Papa che di fronte a un arrosto offertogli in giorno di magro decretò «ego te baptizo piscem» (ti battezzo pesce). Così le scuole per un paio di giorni possono cambiare destinazione d'uso.
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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