- Gli evangelisti non la descrivono: se è inventata perché non farlo? Truffa o abbaglio non spiegano le azioni successive dei discepoli.
- Lo studioso Marco Fasol: «Il testo greco conserva parole e struttura dell’aramaico, assenti negli apocrifi. Gesù era morto come un fallito, i suoi erano impauriti: come potevano trovare in sé stessi la forza di annunciarlo nel mondo?».
Lo speciale contiene due articoli
Esistono, se non prove, almeno indizi a favore della risurrezione di Gesù Cristo? Ad ormai pochi giorni dalla Pasqua, una simile domanda può interpellare anche le coscienze più laiche; il che però non è scontato che avvenga. In un’indagine realizzata in Australia da McCrindle Research per il Center for Public Christianity si è sondato un campione di 1.000 persone per capire quanto ritenessero probabile la vittoria sulla morte di Gesù. Ebbene, il 23,6% del campione ha dichiarato di essere certo che Cristo abbia vinto la morte, il 15,8% si è invece detto certo del contrario, altri (19,7%) lo ritenevano possibile o improbabile (12,8%), ma la risposta più gettonata – condivisa da ben il 28,3% degli interpellati – è stata un’altra: «Non lo so». Il che conferma come oggi tanti, tantissimi semplicemente non si siano mai posti il problema dell’attendibilità storica di quanto si festeggerà domenica.
Proviamo allora ad esplorare l’argomento a partire da loro, i Vangeli, quattro testi che totalizzano 64.327 parole greche e di cui la Chiesa, anche in occasione del Concilio Vaticano II, ha rivendicato «senza esitazione la storicità». Ebbene, il primo dato che balza all’occhio è che la risurrezione non è raccontata nella narrazione evangelica. Proprio così: i Vangeli – il primo dei quali, Marco, fu composto appena dieci anni dopo la morte di Gesù – non la descrivono. Nessuna testimonianza diretta. Cosa che in passato ha spinto autori come il matematico Piergiorgio Odifreddi a segnalare polemicamente ai cristiani che, appunto, la risurrezione «nei Vangeli non c’è». In realtà, l’assenza della descrizione della resurrezione nei Vangeli non solo nulla toglie a quanto credono i cristiani, ma addirittura finisce per rafforzarlo.
Ma sì, perché nei Vangeli – escludendo Giovanni – di risurrezione si parla, eccome se se ne parla: almeno 11 volte (Matteo: 16,21 17,22 20,19 26,32 e 27,63. Marco: 8,31 9,30 10,34 12,96 e Luca: 18,33), senza contare che in tutto il Nuovo Testamento i termini indicanti la risurrezione – eghiero e anastasis – ricorrono almeno 100 volte. Non solo: la narrazione evangelica è estremamente accurata sulle ultime fasi della vita terrena di Gesù. Per dire, nel Vangelo di Marco ben 107 dei 658 versetti totali sono dedicati esclusivamente alla descrizione delle ultime 24 di colui che poi sarebbe morto sotto Ponzio Pilato. Dunque se nei Vangeli manca la descrizione dell’evento più importante per i cristiani, viene da pensare, è perché davvero non ve ne fu alcun testimone diretto e perché quei testi – diversamente da quanto possano pensare certi lettori de Il codice da Vinci di Dan Brown – furono composti più con l’intenzione di riferire fatti, che con finalità apologetiche.
Va in tale direzione anche la narrazione di quel che accadde la mattina di Pasqua; le prime a vedere il sepolcro vuoto e a riceverne la spiegazione dall’Angelo del Signore sarebbero infatti state delle donne. Ora, si dà il caso che a quel tempo – secondo la prassi socio giuridica ebraica – la credibilità femminile fosse minima. Lo rammenta lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nato sette anni dopo la crocifissione, che nelle sue Antichità Giudaiche annota: «Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra noi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso».
Chi avesse voluto architettare un racconto fasullo per poi spacciarlo come autentico, quindi, mai e poi mai si sarebbe servito di testimonianze femminili. Eppure, per i Vangeli, la scoperta del sepolcro vuoto è anzitutto una storia di donne. «Un comportamento inspiegabile», ha commentato nel suo saggio Dicono che è risorto lo scrittore Vittorio Messori, «qualora fosse stato deciso dai redattori evangelici e non imposto invece – come evidentemente è – da una sconcertante realtà di fatto, visto che la comunità cristiana primitiva non è meno “maschilista” dell’ambiente da cui proviene».
Ebbene, gli stessi Vangeli che vanno presi sul serio perché rifuggono da volontà di spettacolarizzazione della risurrezione e perché non esistano – a costo di screditarsi – ad individuare delle donne come primi testimoni dell’evento pasquale, dicono però una cosa molto chiara: la mattina di Pasqua il sepolcro dove Gesù era stato sepolto era vuoto. Quest’ultimo è un dato rilevante, anche perché soddisfa il criterio storico della molteplice attestazione, essendo qualcosa di confermato in maniera sostanzialmente identica da ben sei fonti antiche ritenute indipendenti: i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli (At 2,29; 13,36) e, implicitamente, la Prima lettera ai Corinzi di Paolo (1Cor 15,4). Certo, una tomba vuota può anche far pensare al trafugamento. Non a caso gli apostoli furono raggiunti da questa accusa, com’ebbe tra le righe a riferire anche Petronio nel suo Satyricon, dagli stessi che misero a morte Gesù.
Lo ricorda lo specialista spagnolo José Miguel Garcia, che ha evidenziato come «per tutto il tempo in cui hanno cercato di impedire la diffusione del cristianesimo, i membri del Sinedrio non» abbiano «negato il dato del sepolcro vuoto, semplicemente lo hanno spiegato appellandosi alle dicerie del furto del corpo di Gesù da parte degli apostoli». Ipotesi davvero curiosa, quella del furto del corpo. Intanto perché alla luce di Matteo (28,11-15) – secondo cui i sommi sacerdoti pagarono i soldati affinché dichiarassero che furono i discepoli a rubare il cadavere mentre le guardie dormivano –, dobbiamo immaginare che gli stessi apostoli (a parte Giovanni) che lasciarono Gesù solo in agonia, solo poche ore dopo furono così coraggiosi non solo da pianificare e realizzarne il furto delle spoglie, ma da riuscirci approfittando del sonno delle guardie al sepolcro: da pavidi a provetti professionisti del crimine in un batter d’occhio, dunque; il che pare un po’ troppo. Soprattutto, non torna comunque un fatto: il cristianesimo.
Sì, perché quand’anche gli apostoli fossero coinvolti nel furto del corpo di Cristo -– ipotesi senza prove, repetita iuvant –, perché mai dopo cotanta, astuta messinscena si sarebbero poi divisi annunciando nel mondo il Vangelo per il resto delle loro vite, incuranti di orrende torture e financo del martirio? Non regge, come riscontrato da tanti specialisti del cristianesimo delle origini, troppo ardente di fede e dinamico per esser tutto basato su una fandonia. Secondo Luke Johnson, studioso del Nuovo Testamento alla Emory University, «è necessaria una sorta di esperienza potente e trasformativa per generare il tipo di movimento che fu il cristianesimo primitivo». Similmente N.T. Wright, docente di Nuovo Testamento all’Università di St. Andrews, ha commentato: «Ecco perché, come storico, non posso spiegare l’ascesa del cristianesimo primitivo a meno che Gesù non sia risorto, lasciando dietro di sé una tomba vuota».
Nell’aprile 2002, in una conferenza alla Yale University Richard Swinburne, docente di filosofia all’Università di Oxford, ha riflettuto sull’esistenza di Dio, sul comportamento tenuto da Gesù nella vita terrena e sulla qualità delle testimonianze successive alla sua morte, concludendo – ripreso in un articolo sul New York Times firmato da Emily Eakin – che la probabilità che la risurrezione dai morti del fondatore del cristianesimo sia davvero avvenuta ammontino al 97%.
Calcoli e percentuali su cui si può discutere, mentre è indiscutibile come, oltre 2.000 anni dopo, nel mondo innumerevoli cristiani siano ancora disposti a pagare con la vita ciò in cui credono. Ed è questa fede incrollabile, in assoluto, la miglior testimonianza del fatto che Cristo abbia davvero vinto la morte.
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