
Il ricorso è in un cassetto del tribunale di Bologna. Una carta bollata fra mille altre, in attesa che qualcuno ci butti un occhio. Mentre il documento langue in un ufficio giudiziario, colui che lo ha firmato - e ritiene di avere il diritto di rimanere in Italia -, domenica scorsa ha sfondato una porta, è entrato nella casa della sua ex compagna nel quartiere di Santa Viola, l’ha massacrata di botte, le ha lanciato addosso di tutto (pare anche un mobile), l’ha accoltellata, l’ha trascinata per i capelli e l'ha lasciata agonizzante sul pavimento. Poi se n’è andato, imbottito di droga e di alcool, qualche minuto prima di essere arrestato dai carabinieri per tentato omicidio. Ora è nel carcere bolognese Dozza, ancora convinto di essere un buon cittadino in attesa del permesso di soggiorno. Lo dice il ricorso.
È la storia delirante di Redouane Ennakhali, marocchino di 44 anni che imperversa sulle strade italiane dal 2015 e utilizza quella carta bollata per continuare a farlo all’infinito, nuotando come uno squalo dentro lo stagno delle procedure di rimpatrio. E approfitta di un vulnus velenoso, di un baco nel sistema che non può continuare a favorire impunemente l’illegalità del «povero immigrato». La donna in rianimazione all’ospedale Maggiore (50 anni, anch’essa di origine marocchina) ha il solo torto di avergli detto di no, di non voler più avere nulla a che fare con un personaggio così pericoloso. Che lo fosse lo sapeva lei, lo sapevano i giudici, lo sapevano le forze dell’ordine, lo sapevano tutti.
Arrivato in Italia 15 anni fa, Ennakhali comincia a lavorare in Emilia e ottiene il permesso di soggiorno temporaneo. Poi decide che la quotidianità è faticosa e noiosa, e preferisce collezionare piccoli reati che finiscono sulla fedina penale. Si trasferisce in Calabria e i reati lievitano anche per importanza: furto, rapina, ricettazione, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento. Un bel curriculum. A questo si aggiunge un affidamento in prova ai servizi sociali per due anni, misura che evita il periodo di detenzione al condannato, trasformando la pena in un periodo sotto il controllo dei servizi sociali.
Alla fine decide di tornare a Bologna, viene ingaggiato come giardiniere e chiede il permesso di soggiorno permanente. La pratica è respinta una prima volta nel 2023 dall’ufficio Immigrazione perché lui è definito «elemento pericoloso» per via dei precedenti. Impacchettato ed espulso? Niente affatto. Trova un avvocato che gli consiglia di presentare una nuova istanza «per motivi famigliari», visto che ha un fratello nella stessa città. Lo cantava anche Giorgio Gaber una vita fa: «Dici, sono Cary Grant. E se hai le carte passi».
Nelle maglie della burocrazia giudiziaria lui fa bingo. Dopo un decennio di governi dem inclini all’accoglienza diffusa e al grande abbraccio commosso, in nome di malintesi diritti umanitari il nostro campione prova una seconda volta a ottenere il permesso. Non perché gli stia a cuore il risultato, ma perché nel limbo temporale, legislativo e giudiziario continua far valere solo la sua legge. Così, quando arriva anche il secondo rifiuto da parte dell’ufficio Immigrazione (novembre 2024) non si preoccupa. Semplicemente lo impugna. Fa ricorso, costringe il tribunale di Bologna a sospendere il provvedimento di espulsione. E raggiunge il suo obiettivo: rimanere in Italia da uomo libero, massacrare la sua ex e prendersi gioco di un sistema che agevola i crimini.
Il corto circuito giudiziario si interseca con la violenza sulle donne, diffusa soprattutto fra gli immigrati. Per rimanere sul territorio della vicenda, dal primo gennaio al 30 giugno di quest’anno la «Casa delle donne per non subire violenza» di Bologna ha accolto 392 nuove vittime, alle quali si aggiungono quelle già in percorso; un dato che conferma una tendenza terribile, da fenomeno strutturale. Nel caso particolare, non risultano denunce preventive di minacce o stalking da parte della vittima.
Assodato che da noi il fuorilegge straniero a piede libero è ormai un topos letterario, non c’è espulsione più doverosa di questa, non c’è legge più urgente di questa: chi delinque, chi viene considerato da un atto ufficiale «elemento pericoloso» non può continuare a fare surf sulle garanzie. I ricorsi non possono essere una giustificazione per evitare l’espulsione, l’ipergarantismo peloso affiancato all’inefficienza procedurale genera mostri più del sonno della ragione. Ed è indispensabile che il governo di Giorgia Meloni abbia la forza di disboscare col machete il ginepraio che consente simili aberrazioni.
Legge e ordine non sono parolacce ma punti cardine di una democrazia compiuta; la certezza del diritto perde di significato se non è accompagnata dalla certezza della pena. E la regolamentazione dei rimpatri senza sconti diventa prioritaria, in attesa della sentenza della Corte di Giustizia Ue sugli hub italiani in Albania. È prevista per oggi, riguarda la definizione dei «Paesi sicuri» e potrebbe complicare ancora di più la regolamentazione del fenomeno. Una cosa è certa, per la povera donna in fin di vita all’ospedale di Bologna un Paese zero sicuro è proprio il nostro.






