Resa dei conti nell’élite di Torino che fino a ieri ha lisciato i collettivi
Tutto comincia con l’intervento della procuratrice generale di Torino all’inaugurazione dell’anno giudiziario: sabato, Lucia Musti randella l’«area grigia», «di matrice colta e borghese», che in città mantiene una «benevola tolleranza» verso i violenti di Askatasuna e diffonde una «lettura compiacente di condotte che altro non sono che gravi reati».
Intanto, la rettrice dell’università, Cristina Prandi, ha deciso che non si può più tollerare l’occupazione di Palazzo Nuovo. Un conto è concedere uno spazio del campus Luigi Einaudi per un’assemblea, come ha già fatto, un conto è aver trasformato delle aule in un bivacco. Presenta un esposto in Procura e, in vista della manifestazione, poi degenerata in «guerriglia urbana organizzata» (l’ha scritto la gip Irene Giani), dispone la serrata dell’ateneo. I collettivi s’infuriano. Ma il dibattito sulle connivenze della «upper class» si è ormai allargato agli ambienti accademici. E ne dà prontamente conto La Stampa.
Il quotidiano del capoluogo piemontese è reduce dall’irruzione in redazione di fine novembre, maturato in ambienti pro Pal, con la partecipazione di esponenti del centro sociale.
Quell’episodio, insieme agli assalti alle Ogr e alla sede di Leonardo, mette sul chi va là le autorità. E contribuisce a spiegare l’interpretazione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il quale evoca «dinamiche di squadrismo e terrorismo». Da alba di nuovi anni di piombo. Chi conosce gli antagonisti sa che difettano di elaborazione teorica. Evidentemente, a ispirare il loro salto di qualità sono proprio le rivendicazioni dei movimenti per Gaza, che li spingono a prendere di mira obiettivi sensibili, superando un limite invalicabile.
Ma il processo autocritico all’interno della borghesia progressista lo apre di sicuro il blitz contro La Stampa. Di lì, quella «benevola tolleranza» denunciata dalla procuratrice si incrina pure tra i professori. Finché la rettrice - che tempo prima, con il consigliere comunale di Fdi, Ferrante De Benedictis, si vantava della sua apertura al dialogo - agisce per opporsi all’occupazione.
Alla fine, nelle sale invase dagli attivisti affiorano murales deliranti: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove». Il ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, che ha manifestato solidarietà alla Prandi, li legge come «un manifesto politico esplicito: la violenza elevata a metodo di azione».
La verità è che, tra le élite torinesi, il malumore è palpabile. Il semiologo Ugo Volli, triestino, ma per due decadi docente all’ombra della Mole, è persino più duro del magistrato Musti: addita «un’area rossa, più che maggioritaria, che controlla l’ateneo e che da sempre è attiva sostenitrice degli antagonisti. Professori, figli del Sessantotto», alcuni dei quali erano finiti «nel comitato di garanzia» dell’accordo stipulato con Askatasuna da Stefano Lo Russo. «Hanno molto protestato quando il sindaco ha fatto venire meno il patto». La rettrice ammonisce: «L’espressione contro la violenza non può essere silenziosa». E alcuni colleghi rispondono all’appello.
Cristopher Cepernich, ex vicerettore alla Comunicazione, su Facebook tuona: «A Torino c’è un pezzo di upper class colta, che lavora nella mia stessa università, che copre e supporta l’area intorno ad Askatasuna. Anche lì», insiste, «bisogna cominciare a cercare responsabilità. Che a Torino si faccia finta di scoprire oggi cosa è Askatasuna e qual è la sua logica di azione politica, è un’ipocrisia ributtante».
È l’ipocrisia della cerchia illuminata che, finora, ha «fighettizzato» il centro sociale, replicando lo schema già visto con i No Tav: la gente che piace e a cui piacciono «Aska» e quelli di «Bardo» (Bardonecchia, località simbolo delle rivolte all’alta velocità). Quella «upper class» ha dei precisi canali di espressione politica: Alice Ravinale, consigliera regionale di Avs, rampolla della stirpe di prestigiosi avvocati attivi nel diritto commerciale e societario, è la stessa che, al Corriere, spiegava che i luoghi tipo Askatasuna sono «una fucina di idee».
Ciò che sta avvenendo ricorda ciò che capitò - a un livello di gravità ben diverso - ai tempi del rogo all’Angelo azzurro, all’uopo menzionato da Volli: nel 1977, i comunisti lanciarono delle molotov sul locale di via Po, i cui proprietari avevano in tasca la tessera del Pci, ma che venne scambiato per un covo di fascisti. Morì bruciato Roberto Crescenzio, 22 anni, un ragazzo che con la politica non c’entrava niente. All’epoca, nell’«area grigia» della borghesia, si aprì già la frattura che poi ha continuato a riproporsi nei decenni seguenti, dai fatti della Val di Susa fino al corteo di corso Regina. Il dilemma: strizzare l’occhio ai violenti o rientrare nei ranghi istituzionali?
Di somiglianze col passato ha discusso anche Marco Revelli, politologo piemontese, intervistato da Francesco Borgonovo per Calibro 9, su Radio Cusano Campus: «Ho sempre visto, nelle manifestazioni di sinistra, a cui peraltro prendevo parte, un gruppo che si staccava e spaccava le vetrine - quando andava bene». La tesi degli «infiltrati» che rovinano le proteste pacifiche, secondo lo studioso, è «una noia mortale». Una foglia di fico, ci permettiamo di aggiungere.
La sensazione è che la città ferita, dietro la cui partecipazione si sono trincerati nel loro comunicato i leader di Askatasuna, sbandierando il «successo» delle «oltre 50.000 persone» scese in strada, si stia pentendo di aver frainteso la bestia che stava allevando. E che credeva di poter addomesticare, riducendola a un circoletto per madamine. Il risveglio è stato traumatico.






