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2018-04-27
I Renzi cambiarono commercialista per mettere nel 740 i «danni da figlio premier»
ANSA
«Io non sono più il loro commercialista. Facevo anche le loro dichiarazioni personali, ma hanno portato via tutto». Il professsionista fiorentino Stefano Cherici non si scompone quando il cronista lo interroga sulla mail pubblicata dalla Verità domenica scorsa. Il documento è depositato nel procedimento per emissione di fatture false contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell'ex premier Matteo. Il messaggio di Cherici è accorato e viene inviato l'8 aprile 2016 alla Bovoli. Ricordiamo il contesto storico in cui avviene l'invio per meglio inquadrare la vicenda. Nella primavera di due anni fa l'ex Rottamatore è premier da 26 mesi e gli affari della famiglia dopo un lungo periodo di crisi stanno migliorando, sebbene a complicare le cose ci siano le notizie di cronaca giudiziaria. Infatti, anche se il bilancio del 2014 era passato da 1,9 milioni a 4,3 milioni e quello del 2015 era stato chiuso con 5,6 milioni di ricavi, in quel momento Tiziano si trova ancora sotto inchiesta a Genova con l'accusa di bancarotta fraudolenta: è invischiato da più di due anni nelle indagini che riguardano il fallimento della sua vecchia Chil post e i giornali non hanno mancato di parlarne. «Forse era un po' nervoso lui, forse ero un po' nervoso io», prova a ricostruire Cherici, fatto sta che il loro rapporto va in frantumi e l'8 aprile il professionista scrive a Laura Bovoli, moglie di Tiziano e presidente della Eventi 6: «Lalla ieri sera tra me e Tiziano c'è stato qualche momento di tensione (…) Ora devo rivolgermi a te in quanto sei l'amministratore della società. Io volevo ribadire con assoluta serenità, ma con fermezza che non sono disponibile a inserire in nota integrativa quanto indicato da Tiziano; non ritengo infatti la nota integrativa la collocazione giusta di simili esternazioni. Ricordo che la nota integrativa fa parte del bilancio e quindi è compresa nel mio incarico professionale. Sarei ben lieto di parlarne magari con un vostro legale. Aggiungo infine che sono amareggiato, soprattutto per i nostri cordiali rapporti ormai ventennali, per il tono non certo amichevole con cui mi si chiedono certi adempimenti». Gli inquirenti fiorentini hanno voluto allegare agli atti anche questa mail, considerandola probabilmente utile per delineare la gestione degli affari da parte dei coniugi Renzi. Cherici conclude la missiva offrendo la propria testa sul piatto: «Ti dico anche che puoi ritenerti libera, nel caso Tiziano insistesse nelle sue richieste, di affidare le operazioni di bilancio a un altro professionista». Offerta che venne subito accolta. «Io non feci quello che chiedeva il cliente e lui mi disse: “Bene allora mi rivolgo ad altri"» ricorda il professionista con La Verità. Ma di che tipo di esternazioni si trattava? «Voleva inserire delle considerazioni che riguardavano la sua posizione», continua Cherici. «Pretendeva di fare dei riferimenti a degli aspetti che non riguardavano la società e cioè che la Eventi 6 poteva avere subito effetti negativi dalle cose che si dicevano intorno alla famiglia». Ma il commercialista non ritenne di mischiare conti e recriminazioni: «La rottura del rapporto c'è stata perché non mi piacque il tono con cui mi furono chieste certe cose. In ogni caso vorrei precisare che non era illegale ciò che Tiziano voleva far scrivere nel bilancio, tant'è che il collega che mi ha sostituito penso che lo abbia inserito». E infatti in fondo al bilancio del 2015 della Eventi 6 si leggono le conclusioni che Cherici non ha voluto redigere e che hanno portato alla sua defenestrazione. Dieci righe di considerazioni che si risultano essere una sorprendente autodifesa di babbo Renzi, quasi un'excusatio non petita per la crescita del volume d'affari: «In un mercato di riferimento in profonda evoluzione abbiamo compreso che la grande distribuzione presenta ancora spazi di crescita per chi ha idee e suggerimenti di marketing originali. Come impresa familiare abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul core business della società (la distribuzione di volantini e giornali, ndr) - anche in conseguenza della grande campagna mediatica falsa, avversa e talvolta denigratoria nei confronti del responsabile commerciale Tiziano Renzi - il quale aveva avuto intuizioni importanti legate alla promozione ed allo sviluppo di mall di lusso, che sono naufragate, nonostante un business plan di assoluto interesse. I 30 anni di rapporti positivi e corretti con i clienti - hanno consentito non solo di limitare le perdite, ma di conseguire un fatturato che sta tornando verso i livelli del 2008 - prima, per intendersi, che un familiare in politica creasse oggettive limitazioni di contesto- (...)».
In sostanza Tiziano voleva che fosse messo nero su bianco che gli affari erano peggiorati per colpa della discesa in campo di Matteo. Una teoria che potrebbe apparire fantasiosa a chi prendesse in considerazione la prodigiosa ripresa dei fatturati dell'azienda con l'ascesa al potere di Matteo. Ma nelle conclusioni finali Renzi senior, oltre ad attaccare i giornalisti, rivela pure il sogno imprenditoriale che sta covando in quei mesi: «Affacciarsi sul mercato internazionale». Un'espansione con precisi confini: «Pensiamo di partire grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile». Forse i problemi giudiziari e le dimissioni del figlio premier hanno ridimensionato le ambizioni.
Babbo lobbista ma nessuno si ricorda di lui
L'immobiliarista Luigi Dagostino ha sostenuto con La Verità di aver utilizzato Tiziano Renzi per provare a condizionare psicologicamente le persone che doveva incontrare, soprattutto tra gli esponenti del Pd. Un ruolo da lobbista sui generis per cui il babbo sarebbe stato profumatamente pagato, se è vero che in quel periodo ha incassato da Dagostino quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. All'epoca Renzi senior era il genitore del politico del momento, il rampantissimo Matteo e allora Dagostino che cosa faceva per facilitare i propri affari e sciogliere gli interlocutori? Portava con sé l'amuleto Tiziano. Il quale per lo più taceva. Per esempio il sindaco di centrosinistra di Sanremo se lo ricorda silenzioso in un angolo mentre si discuteva del nuovo centro commerciale che l'immobiliarista avrebbe voluto costruire in Riviera. Anche il primo cittadino di centrodestra di Fasano ha incontrato la strana coppia nel 2015 e il suo successore, il piddino Francesco Zaccaria, appena eletto si è visto recapitare sul cellulare gli auguri di Tiziano.
Ora Dagostino e i genitori di Matteo Renzi sono indagati per emissione e utilizzo di false fatture, un giro di soldi che in qualche modo gli investigatori stanno provando a collegare, almeno cronologicamente, all'attività di lobbing di babbo Tiziano. Nell'agenda dell'imprenditore pugliese sono appuntati i nomi di coloro che avrebbero avuto l'onore di incontrarlo tra estate e autunno 2015: ci sono diversi politici e persino di un magistrato. Ma adesso quasi nessuno ha memoria di quegli abboccamenti. Nell'organizer figura due volte il nome dell'ex senatore dem Nicola Latorre, originario di Fasano. Il già parlamentare prende le distanze: «Conosco Dagostino e credo anche di avergli stretto la mano in più d'una occasione, ma non l'ho mai incontrato con Tiziano Renzi e, soprattutto, non ho mai avuto rapporti su questioni concrete. Non nego che fossi informato sul progetto dell'outlet di Fasano, conoscevo tutta la vicenda tramite il sindaco, un mio ex collaboratore. Ci sono stati incontri, questo glielo confermo, ma non mi pare che ci siano stati dei risultati». Ma Tiziano l'ha visto o no? «Solo in fotografia. Questo lo può scrivere a caratteri cubitali, lo può chiedere anche a lui; d'altro canto non avrei nessuna difficoltà a dirle il contrario, se fosse vero, visto il simpatico trattamento che mi ha riservato il figlio». Nel taccuino di Dagostino era indicato anche Filippo Caracciolo, ex assessore pd all'Ambiente della Regione Puglia. Caracciolo si è dimesso a febbraio dopo aver appreso di essere indagato per corruzione e turbativa d'asta: «Incontri con Tiziano Renzi? Non ricordo questa cosa. Dagostino? Sono nomi che sto sentendo per la prima volta», taglia corto il politico. Alcune riunioni si sarebbero svolte nella masseria resort del commercialista Massimo Pagliarulo, il quale ha poi ceduto la struttura proprio a Dagostino. Pagliarulo, ex socialista, a fine 2015 si propose come candidato alle primarie del Pd di Fasano: «Io Tiziano Renzi l'ho visto una volta sola nella mia vita e non sapevo neanche che fosse lui. Dagostino, invece, lo conosco bene. Ho un contratto di collaborazione per la realizzazione del suo Mall e gli ho venduto casa mia». Gli riferiamo che nell'agenda c'è scritto che a un rendez-vous avrebbero partecipato lui, Dagostino, Tiziano Renzi e il magistrato Cosimo Bottazzi. «Io in questo momento non rammento nulla, devo prendere la mia di agenda e controllare». Insistiamo: ma Bottazzi lo conosce? Prima Pagliarulo prova a cambiare argomento e poi fa cadere la linea: «Pronto? Non sento più niente, mi scusi…». Clic. Ovviamente da quel momento Pagliarulo risulterà irraggiungibile. L'ultimo tentativo lo facciamo proprio con Bottazzi, ex sostituto procuratore generale di Bari, oggi in pensione: «Ho incrociato Dagostino perché me lo ha presentato il dottor Pagliarulo che conosco da molto tempo. Frequentavo il loro resort, però Tiziano Renzi in questo momento non ce l'ho presente. Stiamo parlando degli amici degli amici». Non le ha lasciato un fulgido ricordo? «Sinceramente no».
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L'uomo che da anni curava gli interessi delle ditte di famiglia ebbe un alterco con papà Tiziano e si sfogò con la signora Laura: «Certe cose non le scrivo, cercate altri». Detto, fatto. Il sostituto mise nero su bianco che Matteo al governo nuoceva agli affari.L'immobiliarista Luigi Dagostino portava il babbo dai politici, però tutti negano o dicono di non averne memoria.Lo speciale contiene due articoli.«Io non sono più il loro commercialista. Facevo anche le loro dichiarazioni personali, ma hanno portato via tutto». Il professsionista fiorentino Stefano Cherici non si scompone quando il cronista lo interroga sulla mail pubblicata dalla Verità domenica scorsa. Il documento è depositato nel procedimento per emissione di fatture false contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell'ex premier Matteo. Il messaggio di Cherici è accorato e viene inviato l'8 aprile 2016 alla Bovoli. Ricordiamo il contesto storico in cui avviene l'invio per meglio inquadrare la vicenda. Nella primavera di due anni fa l'ex Rottamatore è premier da 26 mesi e gli affari della famiglia dopo un lungo periodo di crisi stanno migliorando, sebbene a complicare le cose ci siano le notizie di cronaca giudiziaria. Infatti, anche se il bilancio del 2014 era passato da 1,9 milioni a 4,3 milioni e quello del 2015 era stato chiuso con 5,6 milioni di ricavi, in quel momento Tiziano si trova ancora sotto inchiesta a Genova con l'accusa di bancarotta fraudolenta: è invischiato da più di due anni nelle indagini che riguardano il fallimento della sua vecchia Chil post e i giornali non hanno mancato di parlarne. «Forse era un po' nervoso lui, forse ero un po' nervoso io», prova a ricostruire Cherici, fatto sta che il loro rapporto va in frantumi e l'8 aprile il professionista scrive a Laura Bovoli, moglie di Tiziano e presidente della Eventi 6: «Lalla ieri sera tra me e Tiziano c'è stato qualche momento di tensione (…) Ora devo rivolgermi a te in quanto sei l'amministratore della società. Io volevo ribadire con assoluta serenità, ma con fermezza che non sono disponibile a inserire in nota integrativa quanto indicato da Tiziano; non ritengo infatti la nota integrativa la collocazione giusta di simili esternazioni. Ricordo che la nota integrativa fa parte del bilancio e quindi è compresa nel mio incarico professionale. Sarei ben lieto di parlarne magari con un vostro legale. Aggiungo infine che sono amareggiato, soprattutto per i nostri cordiali rapporti ormai ventennali, per il tono non certo amichevole con cui mi si chiedono certi adempimenti». Gli inquirenti fiorentini hanno voluto allegare agli atti anche questa mail, considerandola probabilmente utile per delineare la gestione degli affari da parte dei coniugi Renzi. Cherici conclude la missiva offrendo la propria testa sul piatto: «Ti dico anche che puoi ritenerti libera, nel caso Tiziano insistesse nelle sue richieste, di affidare le operazioni di bilancio a un altro professionista». Offerta che venne subito accolta. «Io non feci quello che chiedeva il cliente e lui mi disse: “Bene allora mi rivolgo ad altri"» ricorda il professionista con La Verità. Ma di che tipo di esternazioni si trattava? «Voleva inserire delle considerazioni che riguardavano la sua posizione», continua Cherici. «Pretendeva di fare dei riferimenti a degli aspetti che non riguardavano la società e cioè che la Eventi 6 poteva avere subito effetti negativi dalle cose che si dicevano intorno alla famiglia». Ma il commercialista non ritenne di mischiare conti e recriminazioni: «La rottura del rapporto c'è stata perché non mi piacque il tono con cui mi furono chieste certe cose. In ogni caso vorrei precisare che non era illegale ciò che Tiziano voleva far scrivere nel bilancio, tant'è che il collega che mi ha sostituito penso che lo abbia inserito». E infatti in fondo al bilancio del 2015 della Eventi 6 si leggono le conclusioni che Cherici non ha voluto redigere e che hanno portato alla sua defenestrazione. Dieci righe di considerazioni che si risultano essere una sorprendente autodifesa di babbo Renzi, quasi un'excusatio non petita per la crescita del volume d'affari: «In un mercato di riferimento in profonda evoluzione abbiamo compreso che la grande distribuzione presenta ancora spazi di crescita per chi ha idee e suggerimenti di marketing originali. Come impresa familiare abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul core business della società (la distribuzione di volantini e giornali, ndr) - anche in conseguenza della grande campagna mediatica falsa, avversa e talvolta denigratoria nei confronti del responsabile commerciale Tiziano Renzi - il quale aveva avuto intuizioni importanti legate alla promozione ed allo sviluppo di mall di lusso, che sono naufragate, nonostante un business plan di assoluto interesse. I 30 anni di rapporti positivi e corretti con i clienti - hanno consentito non solo di limitare le perdite, ma di conseguire un fatturato che sta tornando verso i livelli del 2008 - prima, per intendersi, che un familiare in politica creasse oggettive limitazioni di contesto- (...)». In sostanza Tiziano voleva che fosse messo nero su bianco che gli affari erano peggiorati per colpa della discesa in campo di Matteo. Una teoria che potrebbe apparire fantasiosa a chi prendesse in considerazione la prodigiosa ripresa dei fatturati dell'azienda con l'ascesa al potere di Matteo. Ma nelle conclusioni finali Renzi senior, oltre ad attaccare i giornalisti, rivela pure il sogno imprenditoriale che sta covando in quei mesi: «Affacciarsi sul mercato internazionale». Un'espansione con precisi confini: «Pensiamo di partire grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile». Forse i problemi giudiziari e le dimissioni del figlio premier hanno ridimensionato le ambizioni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-nel-740-i-danni-da-figlio-premier-2563607621.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="babbo-lobbista-ma-nessuno-si-ricorda-di-lui" data-post-id="2563607621" data-published-at="1767916193" data-use-pagination="False"> Babbo lobbista ma nessuno si ricorda di lui L'immobiliarista Luigi Dagostino ha sostenuto con La Verità di aver utilizzato Tiziano Renzi per provare a condizionare psicologicamente le persone che doveva incontrare, soprattutto tra gli esponenti del Pd. Un ruolo da lobbista sui generis per cui il babbo sarebbe stato profumatamente pagato, se è vero che in quel periodo ha incassato da Dagostino quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. All'epoca Renzi senior era il genitore del politico del momento, il rampantissimo Matteo e allora Dagostino che cosa faceva per facilitare i propri affari e sciogliere gli interlocutori? Portava con sé l'amuleto Tiziano. Il quale per lo più taceva. Per esempio il sindaco di centrosinistra di Sanremo se lo ricorda silenzioso in un angolo mentre si discuteva del nuovo centro commerciale che l'immobiliarista avrebbe voluto costruire in Riviera. Anche il primo cittadino di centrodestra di Fasano ha incontrato la strana coppia nel 2015 e il suo successore, il piddino Francesco Zaccaria, appena eletto si è visto recapitare sul cellulare gli auguri di Tiziano. Ora Dagostino e i genitori di Matteo Renzi sono indagati per emissione e utilizzo di false fatture, un giro di soldi che in qualche modo gli investigatori stanno provando a collegare, almeno cronologicamente, all'attività di lobbing di babbo Tiziano. Nell'agenda dell'imprenditore pugliese sono appuntati i nomi di coloro che avrebbero avuto l'onore di incontrarlo tra estate e autunno 2015: ci sono diversi politici e persino di un magistrato. Ma adesso quasi nessuno ha memoria di quegli abboccamenti. Nell'organizer figura due volte il nome dell'ex senatore dem Nicola Latorre, originario di Fasano. Il già parlamentare prende le distanze: «Conosco Dagostino e credo anche di avergli stretto la mano in più d'una occasione, ma non l'ho mai incontrato con Tiziano Renzi e, soprattutto, non ho mai avuto rapporti su questioni concrete. Non nego che fossi informato sul progetto dell'outlet di Fasano, conoscevo tutta la vicenda tramite il sindaco, un mio ex collaboratore. Ci sono stati incontri, questo glielo confermo, ma non mi pare che ci siano stati dei risultati». Ma Tiziano l'ha visto o no? «Solo in fotografia. Questo lo può scrivere a caratteri cubitali, lo può chiedere anche a lui; d'altro canto non avrei nessuna difficoltà a dirle il contrario, se fosse vero, visto il simpatico trattamento che mi ha riservato il figlio». Nel taccuino di Dagostino era indicato anche Filippo Caracciolo, ex assessore pd all'Ambiente della Regione Puglia. Caracciolo si è dimesso a febbraio dopo aver appreso di essere indagato per corruzione e turbativa d'asta: «Incontri con Tiziano Renzi? Non ricordo questa cosa. Dagostino? Sono nomi che sto sentendo per la prima volta», taglia corto il politico. Alcune riunioni si sarebbero svolte nella masseria resort del commercialista Massimo Pagliarulo, il quale ha poi ceduto la struttura proprio a Dagostino. Pagliarulo, ex socialista, a fine 2015 si propose come candidato alle primarie del Pd di Fasano: «Io Tiziano Renzi l'ho visto una volta sola nella mia vita e non sapevo neanche che fosse lui. Dagostino, invece, lo conosco bene. Ho un contratto di collaborazione per la realizzazione del suo Mall e gli ho venduto casa mia». Gli riferiamo che nell'agenda c'è scritto che a un rendez-vous avrebbero partecipato lui, Dagostino, Tiziano Renzi e il magistrato Cosimo Bottazzi. «Io in questo momento non rammento nulla, devo prendere la mia di agenda e controllare». Insistiamo: ma Bottazzi lo conosce? Prima Pagliarulo prova a cambiare argomento e poi fa cadere la linea: «Pronto? Non sento più niente, mi scusi…». Clic. Ovviamente da quel momento Pagliarulo risulterà irraggiungibile. L'ultimo tentativo lo facciamo proprio con Bottazzi, ex sostituto procuratore generale di Bari, oggi in pensione: «Ho incrociato Dagostino perché me lo ha presentato il dottor Pagliarulo che conosco da molto tempo. Frequentavo il loro resort, però Tiziano Renzi in questo momento non ce l'ho presente. Stiamo parlando degli amici degli amici». Non le ha lasciato un fulgido ricordo? «Sinceramente no».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».