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2018-04-27
I Renzi cambiarono commercialista per mettere nel 740 i «danni da figlio premier»
ANSA
«Io non sono più il loro commercialista. Facevo anche le loro dichiarazioni personali, ma hanno portato via tutto». Il professsionista fiorentino Stefano Cherici non si scompone quando il cronista lo interroga sulla mail pubblicata dalla Verità domenica scorsa. Il documento è depositato nel procedimento per emissione di fatture false contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell'ex premier Matteo. Il messaggio di Cherici è accorato e viene inviato l'8 aprile 2016 alla Bovoli. Ricordiamo il contesto storico in cui avviene l'invio per meglio inquadrare la vicenda. Nella primavera di due anni fa l'ex Rottamatore è premier da 26 mesi e gli affari della famiglia dopo un lungo periodo di crisi stanno migliorando, sebbene a complicare le cose ci siano le notizie di cronaca giudiziaria. Infatti, anche se il bilancio del 2014 era passato da 1,9 milioni a 4,3 milioni e quello del 2015 era stato chiuso con 5,6 milioni di ricavi, in quel momento Tiziano si trova ancora sotto inchiesta a Genova con l'accusa di bancarotta fraudolenta: è invischiato da più di due anni nelle indagini che riguardano il fallimento della sua vecchia Chil post e i giornali non hanno mancato di parlarne. «Forse era un po' nervoso lui, forse ero un po' nervoso io», prova a ricostruire Cherici, fatto sta che il loro rapporto va in frantumi e l'8 aprile il professionista scrive a Laura Bovoli, moglie di Tiziano e presidente della Eventi 6: «Lalla ieri sera tra me e Tiziano c'è stato qualche momento di tensione (…) Ora devo rivolgermi a te in quanto sei l'amministratore della società. Io volevo ribadire con assoluta serenità, ma con fermezza che non sono disponibile a inserire in nota integrativa quanto indicato da Tiziano; non ritengo infatti la nota integrativa la collocazione giusta di simili esternazioni. Ricordo che la nota integrativa fa parte del bilancio e quindi è compresa nel mio incarico professionale. Sarei ben lieto di parlarne magari con un vostro legale. Aggiungo infine che sono amareggiato, soprattutto per i nostri cordiali rapporti ormai ventennali, per il tono non certo amichevole con cui mi si chiedono certi adempimenti». Gli inquirenti fiorentini hanno voluto allegare agli atti anche questa mail, considerandola probabilmente utile per delineare la gestione degli affari da parte dei coniugi Renzi. Cherici conclude la missiva offrendo la propria testa sul piatto: «Ti dico anche che puoi ritenerti libera, nel caso Tiziano insistesse nelle sue richieste, di affidare le operazioni di bilancio a un altro professionista». Offerta che venne subito accolta. «Io non feci quello che chiedeva il cliente e lui mi disse: “Bene allora mi rivolgo ad altri"» ricorda il professionista con La Verità. Ma di che tipo di esternazioni si trattava? «Voleva inserire delle considerazioni che riguardavano la sua posizione», continua Cherici. «Pretendeva di fare dei riferimenti a degli aspetti che non riguardavano la società e cioè che la Eventi 6 poteva avere subito effetti negativi dalle cose che si dicevano intorno alla famiglia». Ma il commercialista non ritenne di mischiare conti e recriminazioni: «La rottura del rapporto c'è stata perché non mi piacque il tono con cui mi furono chieste certe cose. In ogni caso vorrei precisare che non era illegale ciò che Tiziano voleva far scrivere nel bilancio, tant'è che il collega che mi ha sostituito penso che lo abbia inserito». E infatti in fondo al bilancio del 2015 della Eventi 6 si leggono le conclusioni che Cherici non ha voluto redigere e che hanno portato alla sua defenestrazione. Dieci righe di considerazioni che si risultano essere una sorprendente autodifesa di babbo Renzi, quasi un'excusatio non petita per la crescita del volume d'affari: «In un mercato di riferimento in profonda evoluzione abbiamo compreso che la grande distribuzione presenta ancora spazi di crescita per chi ha idee e suggerimenti di marketing originali. Come impresa familiare abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul core business della società (la distribuzione di volantini e giornali, ndr) - anche in conseguenza della grande campagna mediatica falsa, avversa e talvolta denigratoria nei confronti del responsabile commerciale Tiziano Renzi - il quale aveva avuto intuizioni importanti legate alla promozione ed allo sviluppo di mall di lusso, che sono naufragate, nonostante un business plan di assoluto interesse. I 30 anni di rapporti positivi e corretti con i clienti - hanno consentito non solo di limitare le perdite, ma di conseguire un fatturato che sta tornando verso i livelli del 2008 - prima, per intendersi, che un familiare in politica creasse oggettive limitazioni di contesto- (...)».
In sostanza Tiziano voleva che fosse messo nero su bianco che gli affari erano peggiorati per colpa della discesa in campo di Matteo. Una teoria che potrebbe apparire fantasiosa a chi prendesse in considerazione la prodigiosa ripresa dei fatturati dell'azienda con l'ascesa al potere di Matteo. Ma nelle conclusioni finali Renzi senior, oltre ad attaccare i giornalisti, rivela pure il sogno imprenditoriale che sta covando in quei mesi: «Affacciarsi sul mercato internazionale». Un'espansione con precisi confini: «Pensiamo di partire grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile». Forse i problemi giudiziari e le dimissioni del figlio premier hanno ridimensionato le ambizioni.
Babbo lobbista ma nessuno si ricorda di lui
L'immobiliarista Luigi Dagostino ha sostenuto con La Verità di aver utilizzato Tiziano Renzi per provare a condizionare psicologicamente le persone che doveva incontrare, soprattutto tra gli esponenti del Pd. Un ruolo da lobbista sui generis per cui il babbo sarebbe stato profumatamente pagato, se è vero che in quel periodo ha incassato da Dagostino quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. All'epoca Renzi senior era il genitore del politico del momento, il rampantissimo Matteo e allora Dagostino che cosa faceva per facilitare i propri affari e sciogliere gli interlocutori? Portava con sé l'amuleto Tiziano. Il quale per lo più taceva. Per esempio il sindaco di centrosinistra di Sanremo se lo ricorda silenzioso in un angolo mentre si discuteva del nuovo centro commerciale che l'immobiliarista avrebbe voluto costruire in Riviera. Anche il primo cittadino di centrodestra di Fasano ha incontrato la strana coppia nel 2015 e il suo successore, il piddino Francesco Zaccaria, appena eletto si è visto recapitare sul cellulare gli auguri di Tiziano.
Ora Dagostino e i genitori di Matteo Renzi sono indagati per emissione e utilizzo di false fatture, un giro di soldi che in qualche modo gli investigatori stanno provando a collegare, almeno cronologicamente, all'attività di lobbing di babbo Tiziano. Nell'agenda dell'imprenditore pugliese sono appuntati i nomi di coloro che avrebbero avuto l'onore di incontrarlo tra estate e autunno 2015: ci sono diversi politici e persino di un magistrato. Ma adesso quasi nessuno ha memoria di quegli abboccamenti. Nell'organizer figura due volte il nome dell'ex senatore dem Nicola Latorre, originario di Fasano. Il già parlamentare prende le distanze: «Conosco Dagostino e credo anche di avergli stretto la mano in più d'una occasione, ma non l'ho mai incontrato con Tiziano Renzi e, soprattutto, non ho mai avuto rapporti su questioni concrete. Non nego che fossi informato sul progetto dell'outlet di Fasano, conoscevo tutta la vicenda tramite il sindaco, un mio ex collaboratore. Ci sono stati incontri, questo glielo confermo, ma non mi pare che ci siano stati dei risultati». Ma Tiziano l'ha visto o no? «Solo in fotografia. Questo lo può scrivere a caratteri cubitali, lo può chiedere anche a lui; d'altro canto non avrei nessuna difficoltà a dirle il contrario, se fosse vero, visto il simpatico trattamento che mi ha riservato il figlio». Nel taccuino di Dagostino era indicato anche Filippo Caracciolo, ex assessore pd all'Ambiente della Regione Puglia. Caracciolo si è dimesso a febbraio dopo aver appreso di essere indagato per corruzione e turbativa d'asta: «Incontri con Tiziano Renzi? Non ricordo questa cosa. Dagostino? Sono nomi che sto sentendo per la prima volta», taglia corto il politico. Alcune riunioni si sarebbero svolte nella masseria resort del commercialista Massimo Pagliarulo, il quale ha poi ceduto la struttura proprio a Dagostino. Pagliarulo, ex socialista, a fine 2015 si propose come candidato alle primarie del Pd di Fasano: «Io Tiziano Renzi l'ho visto una volta sola nella mia vita e non sapevo neanche che fosse lui. Dagostino, invece, lo conosco bene. Ho un contratto di collaborazione per la realizzazione del suo Mall e gli ho venduto casa mia». Gli riferiamo che nell'agenda c'è scritto che a un rendez-vous avrebbero partecipato lui, Dagostino, Tiziano Renzi e il magistrato Cosimo Bottazzi. «Io in questo momento non rammento nulla, devo prendere la mia di agenda e controllare». Insistiamo: ma Bottazzi lo conosce? Prima Pagliarulo prova a cambiare argomento e poi fa cadere la linea: «Pronto? Non sento più niente, mi scusi…». Clic. Ovviamente da quel momento Pagliarulo risulterà irraggiungibile. L'ultimo tentativo lo facciamo proprio con Bottazzi, ex sostituto procuratore generale di Bari, oggi in pensione: «Ho incrociato Dagostino perché me lo ha presentato il dottor Pagliarulo che conosco da molto tempo. Frequentavo il loro resort, però Tiziano Renzi in questo momento non ce l'ho presente. Stiamo parlando degli amici degli amici». Non le ha lasciato un fulgido ricordo? «Sinceramente no».
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L'uomo che da anni curava gli interessi delle ditte di famiglia ebbe un alterco con papà Tiziano e si sfogò con la signora Laura: «Certe cose non le scrivo, cercate altri». Detto, fatto. Il sostituto mise nero su bianco che Matteo al governo nuoceva agli affari.L'immobiliarista Luigi Dagostino portava il babbo dai politici, però tutti negano o dicono di non averne memoria.Lo speciale contiene due articoli.«Io non sono più il loro commercialista. Facevo anche le loro dichiarazioni personali, ma hanno portato via tutto». Il professsionista fiorentino Stefano Cherici non si scompone quando il cronista lo interroga sulla mail pubblicata dalla Verità domenica scorsa. Il documento è depositato nel procedimento per emissione di fatture false contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell'ex premier Matteo. Il messaggio di Cherici è accorato e viene inviato l'8 aprile 2016 alla Bovoli. Ricordiamo il contesto storico in cui avviene l'invio per meglio inquadrare la vicenda. Nella primavera di due anni fa l'ex Rottamatore è premier da 26 mesi e gli affari della famiglia dopo un lungo periodo di crisi stanno migliorando, sebbene a complicare le cose ci siano le notizie di cronaca giudiziaria. Infatti, anche se il bilancio del 2014 era passato da 1,9 milioni a 4,3 milioni e quello del 2015 era stato chiuso con 5,6 milioni di ricavi, in quel momento Tiziano si trova ancora sotto inchiesta a Genova con l'accusa di bancarotta fraudolenta: è invischiato da più di due anni nelle indagini che riguardano il fallimento della sua vecchia Chil post e i giornali non hanno mancato di parlarne. «Forse era un po' nervoso lui, forse ero un po' nervoso io», prova a ricostruire Cherici, fatto sta che il loro rapporto va in frantumi e l'8 aprile il professionista scrive a Laura Bovoli, moglie di Tiziano e presidente della Eventi 6: «Lalla ieri sera tra me e Tiziano c'è stato qualche momento di tensione (…) Ora devo rivolgermi a te in quanto sei l'amministratore della società. Io volevo ribadire con assoluta serenità, ma con fermezza che non sono disponibile a inserire in nota integrativa quanto indicato da Tiziano; non ritengo infatti la nota integrativa la collocazione giusta di simili esternazioni. Ricordo che la nota integrativa fa parte del bilancio e quindi è compresa nel mio incarico professionale. Sarei ben lieto di parlarne magari con un vostro legale. Aggiungo infine che sono amareggiato, soprattutto per i nostri cordiali rapporti ormai ventennali, per il tono non certo amichevole con cui mi si chiedono certi adempimenti». Gli inquirenti fiorentini hanno voluto allegare agli atti anche questa mail, considerandola probabilmente utile per delineare la gestione degli affari da parte dei coniugi Renzi. Cherici conclude la missiva offrendo la propria testa sul piatto: «Ti dico anche che puoi ritenerti libera, nel caso Tiziano insistesse nelle sue richieste, di affidare le operazioni di bilancio a un altro professionista». Offerta che venne subito accolta. «Io non feci quello che chiedeva il cliente e lui mi disse: “Bene allora mi rivolgo ad altri"» ricorda il professionista con La Verità. Ma di che tipo di esternazioni si trattava? «Voleva inserire delle considerazioni che riguardavano la sua posizione», continua Cherici. «Pretendeva di fare dei riferimenti a degli aspetti che non riguardavano la società e cioè che la Eventi 6 poteva avere subito effetti negativi dalle cose che si dicevano intorno alla famiglia». Ma il commercialista non ritenne di mischiare conti e recriminazioni: «La rottura del rapporto c'è stata perché non mi piacque il tono con cui mi furono chieste certe cose. In ogni caso vorrei precisare che non era illegale ciò che Tiziano voleva far scrivere nel bilancio, tant'è che il collega che mi ha sostituito penso che lo abbia inserito». E infatti in fondo al bilancio del 2015 della Eventi 6 si leggono le conclusioni che Cherici non ha voluto redigere e che hanno portato alla sua defenestrazione. Dieci righe di considerazioni che si risultano essere una sorprendente autodifesa di babbo Renzi, quasi un'excusatio non petita per la crescita del volume d'affari: «In un mercato di riferimento in profonda evoluzione abbiamo compreso che la grande distribuzione presenta ancora spazi di crescita per chi ha idee e suggerimenti di marketing originali. Come impresa familiare abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul core business della società (la distribuzione di volantini e giornali, ndr) - anche in conseguenza della grande campagna mediatica falsa, avversa e talvolta denigratoria nei confronti del responsabile commerciale Tiziano Renzi - il quale aveva avuto intuizioni importanti legate alla promozione ed allo sviluppo di mall di lusso, che sono naufragate, nonostante un business plan di assoluto interesse. I 30 anni di rapporti positivi e corretti con i clienti - hanno consentito non solo di limitare le perdite, ma di conseguire un fatturato che sta tornando verso i livelli del 2008 - prima, per intendersi, che un familiare in politica creasse oggettive limitazioni di contesto- (...)». In sostanza Tiziano voleva che fosse messo nero su bianco che gli affari erano peggiorati per colpa della discesa in campo di Matteo. Una teoria che potrebbe apparire fantasiosa a chi prendesse in considerazione la prodigiosa ripresa dei fatturati dell'azienda con l'ascesa al potere di Matteo. Ma nelle conclusioni finali Renzi senior, oltre ad attaccare i giornalisti, rivela pure il sogno imprenditoriale che sta covando in quei mesi: «Affacciarsi sul mercato internazionale». Un'espansione con precisi confini: «Pensiamo di partire grazie alle conoscenze in loco, dalla creazione di filiali in Montenegro, Spagna e Brasile». Forse i problemi giudiziari e le dimissioni del figlio premier hanno ridimensionato le ambizioni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-nel-740-i-danni-da-figlio-premier-2563607621.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="babbo-lobbista-ma-nessuno-si-ricorda-di-lui" data-post-id="2563607621" data-published-at="1778867271" data-use-pagination="False"> Babbo lobbista ma nessuno si ricorda di lui L'immobiliarista Luigi Dagostino ha sostenuto con La Verità di aver utilizzato Tiziano Renzi per provare a condizionare psicologicamente le persone che doveva incontrare, soprattutto tra gli esponenti del Pd. Un ruolo da lobbista sui generis per cui il babbo sarebbe stato profumatamente pagato, se è vero che in quel periodo ha incassato da Dagostino quasi 200.000 euro per progetti mai realizzati. All'epoca Renzi senior era il genitore del politico del momento, il rampantissimo Matteo e allora Dagostino che cosa faceva per facilitare i propri affari e sciogliere gli interlocutori? Portava con sé l'amuleto Tiziano. Il quale per lo più taceva. Per esempio il sindaco di centrosinistra di Sanremo se lo ricorda silenzioso in un angolo mentre si discuteva del nuovo centro commerciale che l'immobiliarista avrebbe voluto costruire in Riviera. Anche il primo cittadino di centrodestra di Fasano ha incontrato la strana coppia nel 2015 e il suo successore, il piddino Francesco Zaccaria, appena eletto si è visto recapitare sul cellulare gli auguri di Tiziano. Ora Dagostino e i genitori di Matteo Renzi sono indagati per emissione e utilizzo di false fatture, un giro di soldi che in qualche modo gli investigatori stanno provando a collegare, almeno cronologicamente, all'attività di lobbing di babbo Tiziano. Nell'agenda dell'imprenditore pugliese sono appuntati i nomi di coloro che avrebbero avuto l'onore di incontrarlo tra estate e autunno 2015: ci sono diversi politici e persino di un magistrato. Ma adesso quasi nessuno ha memoria di quegli abboccamenti. Nell'organizer figura due volte il nome dell'ex senatore dem Nicola Latorre, originario di Fasano. Il già parlamentare prende le distanze: «Conosco Dagostino e credo anche di avergli stretto la mano in più d'una occasione, ma non l'ho mai incontrato con Tiziano Renzi e, soprattutto, non ho mai avuto rapporti su questioni concrete. Non nego che fossi informato sul progetto dell'outlet di Fasano, conoscevo tutta la vicenda tramite il sindaco, un mio ex collaboratore. Ci sono stati incontri, questo glielo confermo, ma non mi pare che ci siano stati dei risultati». Ma Tiziano l'ha visto o no? «Solo in fotografia. Questo lo può scrivere a caratteri cubitali, lo può chiedere anche a lui; d'altro canto non avrei nessuna difficoltà a dirle il contrario, se fosse vero, visto il simpatico trattamento che mi ha riservato il figlio». Nel taccuino di Dagostino era indicato anche Filippo Caracciolo, ex assessore pd all'Ambiente della Regione Puglia. Caracciolo si è dimesso a febbraio dopo aver appreso di essere indagato per corruzione e turbativa d'asta: «Incontri con Tiziano Renzi? Non ricordo questa cosa. Dagostino? Sono nomi che sto sentendo per la prima volta», taglia corto il politico. Alcune riunioni si sarebbero svolte nella masseria resort del commercialista Massimo Pagliarulo, il quale ha poi ceduto la struttura proprio a Dagostino. Pagliarulo, ex socialista, a fine 2015 si propose come candidato alle primarie del Pd di Fasano: «Io Tiziano Renzi l'ho visto una volta sola nella mia vita e non sapevo neanche che fosse lui. Dagostino, invece, lo conosco bene. Ho un contratto di collaborazione per la realizzazione del suo Mall e gli ho venduto casa mia». Gli riferiamo che nell'agenda c'è scritto che a un rendez-vous avrebbero partecipato lui, Dagostino, Tiziano Renzi e il magistrato Cosimo Bottazzi. «Io in questo momento non rammento nulla, devo prendere la mia di agenda e controllare». Insistiamo: ma Bottazzi lo conosce? Prima Pagliarulo prova a cambiare argomento e poi fa cadere la linea: «Pronto? Non sento più niente, mi scusi…». Clic. Ovviamente da quel momento Pagliarulo risulterà irraggiungibile. L'ultimo tentativo lo facciamo proprio con Bottazzi, ex sostituto procuratore generale di Bari, oggi in pensione: «Ho incrociato Dagostino perché me lo ha presentato il dottor Pagliarulo che conosco da molto tempo. Frequentavo il loro resort, però Tiziano Renzi in questo momento non ce l'ho presente. Stiamo parlando degli amici degli amici». Non le ha lasciato un fulgido ricordo? «Sinceramente no».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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