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2020-12-11
Renzi continua il teatrino della crisi. Pur di non votare riciccia Cottarelli
Giuseppe Conte e Matteo Renzi (Ansa)
Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone.
«La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua».
«Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra».
Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo».
Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti».
Il M5s cade a pezzi: via altri quattro
Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini.
Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale.
Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini.
Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
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Nella maggioranza quasi tutti scommettono sul bluff: «È il primo a non voler far cadere l'avvocato». Escluse le elezioni anticipate. Ma se dovesse salire la tensione su Giuseppe Conte, in maggioranza gira il nome dell'economista.Nuovo esodo alla Camera dopo il voto sul Mes, mentre il Pd accoglie due ex grillini passati dal Misto. Sono già scappati in 47, eppure Giggino esulta: «Siamo forti».Lo speciale contiene due articoli.Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone. «La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua». «Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra». Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo». Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-continua-il-teatrino-della-crisi-pur-di-non-votare-riciccia-cottarelli-2649442426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cade-a-pezzi-via-altri-quattro" data-post-id="2649442426" data-published-at="1607632059" data-use-pagination="False"> Il M5s cade a pezzi: via altri quattro Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini. Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale. Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini. Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
iStock
Negli ultimi anni quelli che venivano considerati limiti strutturali della produzione additiva, ovvero la stampa 3D, applicata al settore degli armamenti sono stati progressivamente superati. Una tecnologia inizialmente confinata alla prototipazione e agli usi amatoriali si è trasformata in uno strumento sempre più diffuso, capace di incidere in modo concreto sulla progettazione e sulla realizzazione di armi. Oggi questi sistemi compaiono tanto nei teatri di guerra quanto in contesti criminali, segnando un passaggio destinato a influenzare profondamente gli equilibri della sicurezza globale. Dai fucili FGC-9 entrati negli arsenali delle milizie del Myanmar ai sequestri effettuati in Australia di pistole, caricatori e munizioni prodotti con stampanti domestiche, la diffusione della manifattura additiva ha coinvolto una pluralità di attori: gruppi criminali, organizzazioni estremiste e perfino eserciti regolari alle prese con vincoli nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto la stampa 3D diventa uno strumento estremamente flessibile, utilizzato per aggirare i mercati tradizionali, aumentare la resilienza operativa o sopperire alla scarsità di risorse.
Come sottolinea Monalisa Hazarika, responsabile della comunicazione strategica e delle partnership presso lo Scrap Weapons Project della Soas University of London, la crescente diffusione di armi prodotte con tecnologie accessibili rappresenta una sfida significativa per i sistemi di controllo, soprattutto per la difficoltà di tracciarne produzione e circolazione. Il quadro che emerge è ormai chiaro: la produzione additiva non è più una curiosità marginale ma una realtà che si sta imponendo come fattore di trasformazione all’interno dell’architettura contemporanea della sicurezza. L’impatto è evidente nei processi produttivi. La disponibilità di progetti open source consente oggi di realizzare armi e componenti militari al di fuori delle filiere industriali tradizionali, accelerandone la diffusione e la disponibilità. Dal 2021 i sequestri sono aumentati in modo significativo mentre nei teatri di guerra si moltiplicano i test su telai per armi, munizioni per droni e sistemi di riparazione sul campo con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa.
Rispetto al 2013 quando la pistola Liberator rappresentava poco più di una dimostrazione di fattibilità, il salto tecnologico appare evidente. Progetti come la carabina FGC-9 o la pistola Urutau segnano un’evoluzione sostanziale: possono essere costruiti senza componenti regolamentate e utilizzando stampanti 3D di uso comune e materiali facilmente reperibili. La FGC-9 introdotta nel 2020 è stata impiegata in Myanmar da diverse formazioni armate dimostrando come queste soluzioni possano compensare carenze logistiche in scenari di conflitto prolungato. Urutau è una pistola realizzata tramite stampa 3D ideata da un progettista brasiliano che opera sotto lo pseudonimo di Ze Carioca. Si tratta di un’arma semiautomatica calibro 9 mm, concepita per essere costruita con attrezzature essenziali. Il progetto è accompagnato da istruzioni dettagliate che illustrano non solo le fasi di assemblaggio, ma anche le modalità per mantenere riservato il processo produttivo.
Accanto alle armi leggere si sta sviluppando anche il tema delle munizioni prodotte tramite stampa 3D. Sebbene la ricerca accademica resti limitata il dibattito online è in piena espansione e suggerisce che l’innovazione in questo ambito procede spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dei controlli normativi rendendo più complesso qualsiasi tentativo di regolamentazione. Tuttavia, le conseguenze di questa evoluzione vanno ben oltre il perimetro delle armi leggere. La produzione additiva sta trovando un impiego sempre più diffuso anche nel settore dei droni, permettendo di realizzare su richiesta strutture, sistemi di sgancio e una vasta gamma di componenti. Questo approccio consente di abbattere i costi, eludere vincoli legati alle importazioni e garantire agli utilizzatori un livello di flessibilità senza precedenti. Quella che inizialmente era una sperimentazione sta rapidamente diventando una risorsa concreta nei conflitti contemporanei, ormai visibile su numerosi campi di battaglia.
In Ucraina, ad esempio, tecnici e reti di volontari stanno producendo parti e munizioni per droni sfruttando la stampa 3D. Studi recenti indicano che alette e sistemi stabilizzatori realizzati con questa tecnologia vengono applicati a granate o cariche esplosive sganciate da piccoli velivoli, aumentandone la precisione e l’efficacia operativa. Altri rapporti segnalano la realizzazione di droni come il Liberator-MK1 e MK2, piattaforme ad ala fissa con struttura stampata in 3D e rinforzata in fibra di vetro, capaci di trasportare fino a 1,5 chilogrammi di esplosivo e impiegate da gruppi ribelli in Myanmar. In Yemen, le milizie Houthi sono note per utilizzare la stampa 3D nella produzione di componenti per droni e missili. In questo contesto un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato come Al-Shabaab, in Somalia, stia sperimentando l’impiego della manifattura additiva per adattare sistemi aerei senza pilota di tipo commerciale, ampliandone le capacità operative. L’utilizzo della stampa 3D si estende inoltre alla produzione di ordigni esplosivi, granate e altre munizioni. Diversi gruppi armati hanno iniziato a realizzare dispositivi utilizzando involucri, alette e stabilizzatori stampati in 3D. Tra i casi più noti figurano le cosiddette «bombe a caramella», contenitori prodotti con stampanti 3D e riempiti con esplosivi convenzionali e frammenti metallici; oppure munizioni modificate con elementi stabilizzanti realizzati digitalmente, oltre a basi e componenti per mortai. Oltre alle armi complete, la manifattura additiva viene impiegata anche per produrre accessori e parti di ricambio, tra cui caricatori per pistole e fucili, impugnature, castelli e dispositivi di conversione per armi automatiche. A questi si aggiungono soluzioni personalizzate, come piattaforme di atterraggio per droni o componenti destinati a sistemi più complessi, confermando come la stampa 3D stia progressivamente ridefinendo non solo la produzione, ma anche l’impiego degli strumenti militari contemporanei.
Ma quanto vale il mercato delle armi stampate in 3D? È difficile da quantificare con precisione perché si sviluppa in gran parte fuori dai circuiti ufficiali e sfugge alle tradizionali metriche economiche. A differenza dell’industria bellica convenzionale, non esistono grandi produttori, bilanci pubblici o flussi commerciali tracciabili. Tuttavia, è possibile delinearne una stima indiretta partendo dal settore più ampio della manifattura additiva, che a livello globale supera ormai i 20 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. All’interno di questo ecosistema, la componente legata alle armi rappresenta una quota marginale dal punto di vista finanziario, ma con un peso sproporzionato sul piano strategico. Il «valore» non risiede tanto nel fatturato quanto nella capacità di abbattere i costi di accesso alla produzione di armamenti. Con poche centinaia di euro per una stampante e materiali facilmente reperibili, è possibile realizzare componenti funzionali o intere armi rudimentali. In questo senso, il mercato delle armi 3D vale poco come volume economico, ma moltissimo come leva di trasformazione: sposta il baricentro dalla produzione industriale alla diffusione di conoscenza tecnica, rendendo la capacità di armarsi più accessibile, decentralizzata e difficilmente controllabile.
Pistole, taser e tirapugni. Crescono i sequestri in Italia
Dalla propaganda radicale diffusa online fino alle stanze degli adolescenti. Nel 2025 la diffusione delle armi realizzate con stampanti 3D in Italia segna un passaggio decisivo: non è più un fenomeno circoscritto a singoli ambienti estremisti, ma si estende alla criminalità diffusa, abbassando l’età dei protagonisti e ampliando i rischi per la sicurezza. Un caso emblematico arriva dall’Abruzzo. A Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, un ragazzo di 17 anni è stato fermato il 13 aprile e collocato in una comunità su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il provvedimento, richiesto dalla procura minorile, è stato eseguito dalla Digos di Teramo insieme a quella dell’Aquila. Il giovane è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre che di attività di addestramento con finalità terroristiche. Le indagini erano partite dall’attività sui social, dove il minorenne diffondeva contenuti legati al suprematismo e all’accelerazionismo, la teoria che invoca il collasso della società attraverso la violenza. Una perquisizione aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici, all’interno dei quali gli investigatori hanno trovato un vasto archivio digitale: propaganda neonazista ed estremista, materiali di incitamento all’azione e istruzioni dettagliate per la costruzione di armi.
Tra i file figuravano manuali per realizzare armi da fuoco con stampanti 3D, guide operative sull’uso di coltelli e documenti che indicavano come colpire punti vitali del corpo umano per rendere più efficace un’aggressione. In alcune chat sarebbero emersi anche contenuti estremi, con riferimenti a pratiche violente e rituali contro individui considerati «inferiori», in un contesto ideologico fondato sulla supremazia razziale. Particolarmente rilevante è l’aspetto dell’autoaddestramento. Il giovane, che disponeva di una stampante 3D, conservava istruzioni per assemblare una pistola semiautomatica, indicazioni operative per preparare azioni violente ed eludere i controlli, oltre a tutorial per la realizzazione di componenti di armi calibro 9x19 mm. Tra il materiale sequestrato anche un video che illustrava nel dettaglio la costruzione di una bomba molotov.
Se questo episodio evidenzia il legame tra radicalizzazione e tecnologia, un altro fronte mostra come il fenomeno stia penetrando nella criminalità giovanile. A Verona, tre minorenni hanno allestito un laboratorio domestico in cui producevano tirapugni in fibra di carbonio e dispositivi elettrici simili a taser utilizzando stampanti 3D, con l’obiettivo di venderli. Non si tratta di armamenti militari, ma il segnale è chiaro: strumenti offensivi possono essere creati senza controlli, con costi ridotti e competenze facilmente reperibili online. È qui che si misura il vero cambiamento. Negli anni precedenti, i casi italiani erano legati a contesti più strutturati. Nel 2024, a Pescara, un giovane era stato arrestato mentre cercava di costruire una pistola interamente stampata in 3D, modello FGC-9, all’interno di circuiti estremisti. A Roma, poco dopo, un’altra indagine aveva evidenziato collegamenti tra suprematismo online e produzione di «ghost gun», armi prive di matricola e quindi non tracciabili. Nel 2025, invece, la produzione si frammenta. Meno armi complete e più componenti, accessori e strumenti alternativi: oggetti più semplici da realizzare, meno visibili e più difficili da intercettare. È una trasformazione coerente con la logica della stampa 3D, che consente di produrre singole parti aggirando controlli e normative.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione digitale. Online circolano migliaia di progetti scaricabili o condivisi in circuiti chiusi. Forum, chat criptate e piattaforme peer-to-peer funzionano come snodi di distribuzione. In questo contesto, la distanza tra curiosità tecnologica e illegalità si riduce drasticamente: un file può trasformarsi in un’arma in poche ore, senza bisogno di reti criminali tradizionali. Per le autorità, la sfida è duplice: da un lato la diffusione di armi senza matricola rende la tracciabilità estremamente difficile; dall’altro la produzione decentralizzata elimina i tradizionali punti di controllo. Non esistono più filiere da interrompere: la fabbricazione è invisibile e potenzialmente ovunque. Il rischio non è solo quantitativo ma qualitativo. La tecnologia sta trasformando l’accesso alle armi, rendendolo individuale e difficilmente controllabile. Il caso di Verona, con protagonisti adolescenti, rappresenta il segnale più inquietante: la stampa 3D esce dall’eccezionalità e diventa uno strumento alla portata di chiunque. Il 2025 segna così il passaggio definitivo dalla produzione clandestina, confinata a circuiti ristretti e organizzati, alla diffusione domestica su larga scala, accessibile anche a singoli individui senza particolari competenze tecniche. Una trasformazione estremamente silenziosa, che si sviluppa lontano dai riflettori e senza segnali immediatamente percepibili, ma destinata a incidere in modo profondo e duraturo sugli equilibri della sicurezza, rendendo sempre più complesso il lavoro di prevenzione e controllo da parte delle autorità nei prossimi anni.
Così l’arsenale si scarica dal Web
La fabbricazione di armi letali non passa più solo dalle officine clandestine della criminalità organizzata. Oggi l’arsenale si scarica dal web e si stampa in salotto. Il movimento denominato «3D2A» (3D Second Amendment) ha trasformato semplici file digitali in armi da fuoco funzionanti, utilizzando i social media come infrastruttura logistica e pubblicitaria. Non si tratta di prototipi rudimentali, ma di modelli capaci di sparare centinaia di colpi, sfuggendo a ogni tracciamento e metal detector. Su TikTok, nonostante i divieti, proliferano video che mostrano l’assemblaggio di pistole e carabine dai colori sgargianti: viola, verde acido, arancione. L’obiettivo è doppio: eludere i sistemi di moderazione automatica, che scambiano queste armi per giocattoli innocui, e creare un’estetica «pop» che attira una nuova generazione di utenti. Per aggirare la censura, i creatori utilizzano un codice specifico: scrivono «g0ns» o «w3ap0n» e usano hashtag come #3D2A o #FOSSCAD.
TikTok funge da enorme imbuto pubblicitario: il video virale serve a intercettare l’interesse dell’utente, che viene poi smistato, tramite link esterni, verso canali Telegram criptati o piattaforme video decentralizzate come Odysee, dove la censura è praticamente inesistente. Se TikTok è la vetrina, X (ex Twitter) e Reddit sono i centri di coordinamento tecnico. Su X, figure di spicco della community come «IvanTheTroll» postano aggiornamenti quotidiani sui test balistici e sui nuovi file messi in rete. Qui la narrazione è radicale: «Can’t stop the signal» («non potete fermare il segnale») è il motto di chi rivendica il diritto di stampare armi come forma estrema di libertà di parola.
Su Reddit, all’interno del forum r/fosscad, oltre 100.000 iscritti condividono dettagli tecnici che, fino a pochi anni fa, erano esclusivo appannaggio delle industrie di armi. Si discute di come trattare chimicamente l’acciaio per produrre canne rigate in casa (elettroerosione) e di quali polimeri, come il Pla rinforzato con fibra di carbonio, offrano la massima resistenza alle alte temperature e alle esplosioni. Il centro dell’arsenale digitale, però, è Odysee, una piattaforma basata su blockchain. Qui risiedono i canali di collettivi come The Gatalog e Deterrence Dispensed. È qui che è nata la FGC-9 (Fuck Gun Control 9mm), l’arma simbolo del movimento. La sua pericolosità risiede nel design: è stata progettata per non richiedere alcun pezzo d’arma regolamentato. Ogni componente può essere stampato in 3D o costruito con materiali acquistabili in ferramenta, come tubi idraulici e molle comuni.
L’efficacia di queste armi è uscita dalla teoria per entrare prepotentemente nella cronaca nera. In Italia, le recenti operazioni della Digos e della Polizia Postale, a Treviso e Napoli, hanno dimostrato che il fenomeno è già realtà: soggetti legati a diverse aree ideologiche o alla semplice criminalità comune sono stati trovati in possesso di file Cad pronti per la produzione. La sicurezza nazionale è sotto scacco, senza precedenti. Il reato è diventato immateriale: l’arma esiste come sequenza di dati fino a pochi istanti prima di essere materializzata. Mentre le autorità cercano di controllare la vendita fisica di armi, il mercato nero si è già spostato nella fibra ottica, rendendo ogni stampante 3D domestica una potenziale fabbrica d’armi illegale a costo zero.
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Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
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