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2020-12-11
Renzi continua il teatrino della crisi. Pur di non votare riciccia Cottarelli
Giuseppe Conte e Matteo Renzi (Ansa)
Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone.
«La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua».
«Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra».
Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo».
Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti».
Il M5s cade a pezzi: via altri quattro
Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini.
Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale.
Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini.
Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
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Nella maggioranza quasi tutti scommettono sul bluff: «È il primo a non voler far cadere l'avvocato». Escluse le elezioni anticipate. Ma se dovesse salire la tensione su Giuseppe Conte, in maggioranza gira il nome dell'economista.Nuovo esodo alla Camera dopo il voto sul Mes, mentre il Pd accoglie due ex grillini passati dal Misto. Sono già scappati in 47, eppure Giggino esulta: «Siamo forti».Lo speciale contiene due articoli.Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone. «La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua». «Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra». Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo». Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-continua-il-teatrino-della-crisi-pur-di-non-votare-riciccia-cottarelli-2649442426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cade-a-pezzi-via-altri-quattro" data-post-id="2649442426" data-published-at="1607632059" data-use-pagination="False"> Il M5s cade a pezzi: via altri quattro Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini. Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale. Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini. Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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