True
2020-12-11
Renzi continua il teatrino della crisi. Pur di non votare riciccia Cottarelli
Giuseppe Conte e Matteo Renzi (Ansa)
Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone.
«La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua».
«Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra».
Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo».
Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti».
Il M5s cade a pezzi: via altri quattro
Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini.
Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale.
Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini.
Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
Continua a leggereRiduci
Nella maggioranza quasi tutti scommettono sul bluff: «È il primo a non voler far cadere l'avvocato». Escluse le elezioni anticipate. Ma se dovesse salire la tensione su Giuseppe Conte, in maggioranza gira il nome dell'economista.Nuovo esodo alla Camera dopo il voto sul Mes, mentre il Pd accoglie due ex grillini passati dal Misto. Sono già scappati in 47, eppure Giggino esulta: «Siamo forti».Lo speciale contiene due articoli.Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone. «La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua». «Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra». Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo». Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-continua-il-teatrino-della-crisi-pur-di-non-votare-riciccia-cottarelli-2649442426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cade-a-pezzi-via-altri-quattro" data-post-id="2649442426" data-published-at="1607632059" data-use-pagination="False"> Il M5s cade a pezzi: via altri quattro Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini. Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale. Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini. Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
Continua a leggereRiduci
Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
Continua a leggereRiduci