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2020-12-11
Renzi continua il teatrino della crisi. Pur di non votare riciccia Cottarelli
Giuseppe Conte e Matteo Renzi (Ansa)
Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone.
«La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua».
«Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra».
Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo».
Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti».
Il M5s cade a pezzi: via altri quattro
Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini.
Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale.
Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini.
Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
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Nella maggioranza quasi tutti scommettono sul bluff: «È il primo a non voler far cadere l'avvocato». Escluse le elezioni anticipate. Ma se dovesse salire la tensione su Giuseppe Conte, in maggioranza gira il nome dell'economista.Nuovo esodo alla Camera dopo il voto sul Mes, mentre il Pd accoglie due ex grillini passati dal Misto. Sono già scappati in 47, eppure Giggino esulta: «Siamo forti».Lo speciale contiene due articoli.Il giorno dopo la sparata in Senato di Matteo Renzi, archiviata almeno per il momento la pratica Mes, la maggioranza giallorossa, o almeno quelli che in questa maggioranza contano qualcosa, sono già pronti alla prossima puntata della telenovela «Matteo vs Giuseppi». I due, il premier e l'ex premier, in fondo non possono sopravvivere l'uno senza l'altro. Il primo, presidente del Consiglio per caso, che molti giornali descrivono come una sorta di Napoleone, ha bisogno dei voti di Italia viva in Parlamento; il secondo, ex premier in cerca di visibilità per il suo partitino, gioca ad alimentare questa idea, per passare poi come colui il quale riuscì a frenare Napoleone. «La cosa migliore per Renzi», confida alla Verità una altissima fonte di governo, «è tenere lì Conte per potergli sparare politicamente addosso, pompando l'immagine del premier accentratore, per costruirsi l'immagine di colui il quale ha il coraggio di sfidare il despota antidemocratico. Tutta fuffa propagandistica: ma ti pare che Teresa Bellanova, con tutto il rispetto», aggiunge la fonte, non riuscendo a trattenere una risata, «sventi un golpe alle due di notte bloccando il testo sulla governance del Recovery plan? Renzi sta giocando la sua partita in maniera teatrale, enfatizza tutto, come la storia dell'emendamento in legge di Bilancio per varare la task force: bene, quell'emendamento non ci sarà mai, ma non certo per opera sua». «Non ci sarà nessun emendamento in legge di Bilancio che riguarda il Recovery fund, come qualcuno teme», conferma ad Agorà, su Rai 3, il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa. «Non credo ci sarà nessuna crisi di governo», aggiunge la Zampa, «so che ci sono già stati chiarimenti e che il presidente Conte ha già sciolto il nodo». È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a convincere Conte a fare marcia indietro sull'idea dell'emendamento, altro che Renzi. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, l'ex Rottamatore: a quanto ci risulta starebbe addirittura cercando di convincere Luigi Di Maio a far cadere Conte, con la promessa di mandare lui, Giggino, a Palazzo Chigi. «C'è tanta discussione su questa cabina di regia», sottolinea il ministro degli Esteri, «sul Recovery fund. Penso una cosa: non si può fare a meno dei poteri che consentono di velocizzare le procedure. Non lo si vuole fare fuori dai ministeri ma dentro i ministeri? Io credo che si possa trovare una soluzione. Credo che possiamo discutere di come formare una cabina di regia che permetta da una parte di non togliere assolutamente il potere ai Comuni, alle Regioni e ai ministeri», aggiunge Di Maio, «di agire dal punto di vista dell'azione amministrativa. Però contestualmente ci servono norme che rendano tutto più veloce: per spendere in Italia 209 miliardi di euro in così pochi anni, avremo necessariamente bisogno di norme straordinarie. Non possiamo assolutamente pensare di lasciare le norme ordinarie. Troviamo una soluzione ma basta scontri politici», raccomanda Di Maio, «voglio fare un appello all'unità. Troviamo una soluzione insieme senza azioni o iniziative unilaterali, da una parte e dall'altra». Di Maio, dunque, si schiera, seppure con le comprensibili sfumature dialettiche, contro l'accentramento di poteri nelle mani di Conte. Lo stesso fa Nicola Zingaretti. «Occorre», scrive il segretario dei dem su Facebook, «un passo in avanti di tutti. Sono emersi problemi: vanno valutati e risolti nel quadro di un limpido confronto tra l'insieme del governo e le forze politiche che lo sostengono. Siamo tutti sulla stessa barca. La ricomposizione si può determinare se ognuno cerca di comprendere le ragioni dell'altro. Questo significa porre i temi in modo costruttivo e non distruttivo e, d'altra parte, non avvertire le critiche come un atto di lesa maestà». La maestà, in questo caso, sarebbe Conte. «Avremo di fronte tra qualche giorno», aggiunge Zingaretti, «una proposta sul Recovery fund. È una proposta, non un pacchetto conchiuso in sé stesso. È figlia del lavoro positivo di questi mesi, ma è doverosamente aperta al confronto in Parlamento, anche con le opposizioni, e nel Paese. Abbiamo in mano la possibilità di cambiare l'Italia. È da irresponsabili dare spazio a rigidità e incomprensioni. La collegialità non è una perdita di tempo e davvero tutti ci devono investire. Ricomporre le differenze per continuare degnamente a guidare il Paese», sottolinea il leader del Pd, «non è una perdita di tempo. Evitare che prevalgano interessi di partito e che ognuno vada per conto proprio non è una perdita di tempo». Considerato che ormai Di Maio è tornato a guidare il M5s, i leader delle due principali forze politiche che sostengono la maggioranza, quindi, richiamano Conte e Renzi a non proseguire in questo duello più propagandistico che di merito. Sia nel Pd che nel M5s, del resto, sono in pochissimi a prendere sul serio gli ultimatum dell'ex Rottamatore. «Può anche accadere», sospira un big della maggioranza, «che ci scappi l'incidente di percorso e Conte vada a casa. A questo punto, il presidente della Repubblica svolgerà le consultazioni e, pur di non arrivare allo scioglimento del Parlamento, il M5s sarà pronto a digerire un governo guidato da Carlo Cottarelli, imbottito di tecnici e magari sostenuto pure da Forza Italia o parte di essa. Per Renzi sarebbe la fine: non sarebbe più numericamente determinante e quell'area di centro che vorrebbe aggregare, senza riuscirci, finirebbe per coagularsi intorno al premier tecnico. Come finirà? Si andrà al rimpasto, Italia viva piazzerà un ministro in più nel governo e si tirerà avanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-continua-il-teatrino-della-crisi-pur-di-non-votare-riciccia-cottarelli-2649442426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-cade-a-pezzi-via-altri-quattro" data-post-id="2649442426" data-published-at="1607632059" data-use-pagination="False"> Il M5s cade a pezzi: via altri quattro Quarantasette. È il numero, che si presta fin troppo facilmente a ironie derivanti dalla smorfia, nella mente di Luigi Di Maio e di tutta l'ala governista del M5s da ieri mattina. Da quando, cioè, quattro deputati dissidenti hanno colto al balzo la palla fornita dal voto sulla riforma del Mes per salutare tutti gli ex colleghi del Movimento e andare alla ricerca di nuove avventure politiche, ricominciando dal gruppo Misto. Si tratta, per la precisione, di Fabio Bernardini, Carlo Ugo De Girolamo, Antonio Lombardo e Mara Lapia, elementi da tempo in rotta con il gruppo dirigente pentastellato, dei quali un paio hanno anticipato una decisione che sarebbe stata verosimilmente assunta dai probiviri grillini. Quello che è rilevante, però, è che, statistiche alla mano, la diaspora M5s in Parlamento ha assunto dimensioni nemmeno lontanamente raggiunte, nelle precedenti legislature, da altri partiti. Con i quattro deputati in questione, infatti, gli eletti M5s nelle due Camere che non fanno più parte del gruppo con il quale si sono insediati in Parlamento, sono arrivati alla cifra monstre di 47 (16 senatori e 31 deputati). Se volessimo tradurre il tutto in percentuali, si potrebbe dire che il M5s, ancor prima di confrontarsi con il voto reale delle prossime politiche e vedersi con ogni probabilità ridimensionato in Parlamento, ha già perso un numero di eletti pari al 14 per cento dei suffragi. Un'emorragia continua, dal cui computo sono stati tra l'altro esclusi quei parlamentari che furono espulsi ancor prima di essere eletti, al tempo dello scandalo sui mancati rimborsi, scoppiato nell'ultima campagna elettorale. Lo strazio, però, sembra ben lungi dal terminare: Fabio Bernardini, infatti, motivando il suo addio al gruppo, ha sibillinamente fatto comprendere che l'esodo potrebbe continuare, quando ha fatto riferimento ai 13 deputati che mercoledì hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sul Mes (di cui faceva parte), affermando che questi «sono stati minacciati di espulsione ed emarginati» e parlando di un «clima tossico». Di certo, l'addio era nell'aria da tempo per la deputata Mara Lapia, avvocato di Nuoro che ha giustificato la propria decisione accusando M5s di aver «consumato sul Mes l'ultimo tradimento di tutti i suoi valori fondamentali», ma che già ai tempi del referendum sul taglio dei parlamentari, che pure era una battaglia storica della galassia pentastellata, aveva assunto una posizione di totale dissenso dalla linea del Movimento, arrivando a lanciare strali su Di Maio nel corso di un'infuocata conferenza stampa. Simbolica e profetica, in questo senso, la quasi rissa da Transatlatico che la Lapia ha avuto con l'ormai ex collega Gilda Sportiello, sedata a fatica dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà, nel corso del dibattito sul Mes. Uno degli approdi possibili, per lei e gli altri transfughi dell'ultima ora, potrebbe essere ad esempio quello di Paolo Lattanzio e Michele Nitti, deputati eletti nelle fila di M5s, prima passati al Misto e da ieri ufficialmente al Pd, con tanto di entusiastico benvenuto del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre al Senato è aperto da tempo, sull'altra sponda politica, un canale con la Lega di Matteo Salvini. Luigi Di Maio, per il momento, nelle sue uscite pubbliche preferisce glissare: in una diretta Facebook tenuta nel primo pomeriggio di ieri, il ministro degli Esteri ha rivendicato quella che a suo avviso è stata una vittoria del Movimento sul Mes, e lanciato un appello alla coesione della maggioranza sulla questione della cabina di regia del Recovery fund. La priorità, per il momento, è il consolidamento della propria leadership all'interno del Movimento, la cui consultazione online sulle conclusioni degli Stati generali si chiuderà oggi alle 12: «Il tempo è scaduto», ha detto Di Maio, «votiamo e ripartiamo, non c'è più tempo. Serve un M5s forte per un governo forte per la settima potenzia mondiale».
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.