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2026-04-03
Le nuove tecnologie ridisegnano l’umano. Regolarle non basterà a salvarci dall’abisso
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Eppure l’Ia è considerata una nuova «pietra filosofale», «macchina di grazia» come dice il fondatore di Anthropic, destinata a portarci la salvezza che le religioni possono solo promettere a parole. La tecnologia è la nuova divinità in cui politica e cultura cercano oggi la loro legittimazione. Ma la verità è ben altra: le nuove tecnologie alterano la struttura stessa dei nostri interessi fondamentali - le cose a cui pensiamo. Lo stesso eccesso di «dati», ci frastorna la mente: è una forma di rumore, una sovrastimolazione sensoriale e cognitiva che impedisce di pensare. Nel contempo modifica la natura dei simboli su cui costruiamo le nostre riflessioni: cambia il modo in cui ragioniamo, suggerendoci percorsi e priorità che non hanno nulla a che vedere con i nostri bisogni reali.
E infine stravolgono la comunità all’interno della quale sviluppiamo pensieri e credenze, che viene a essere sostituita da piattaforme su cui operano i social, le reti anonime di utenti assoggettati al nuovo mercato digitale. In questo modo stanno ridisegnando una nuova ontologia dell’essere umano, ridefinendo e anzi mischiando i confini tra natura e artificio, che una volta erano assolutamente distinti. Per taluni questo è un vantaggio. Ma stiamo barattando velocità ed efficienza con perdita di senso e libertà.
In questo scenario, il «dossier digitale» non riguarda più soltanto regole o governance - come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato - ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere, il nostro stesso cervello - vero oggetto del contendere - che verrà parassitato da bisogni e pensieri ispirati da altri che alimentano e incoraggiano le tendenze peggiori dell’animo umano, cullandolo nella falsa convinzione di quanto sia straordinario nei suoi limiti e inadeguatezze?
Il problema è che una nuova tecnologia, una volta inserita nel circuito economico, non può essere ignorata né disinnescata. Possiamo regolarla, introducendo anche sistemi sofisticati (con il loro pesante correlato burocratico), ma comunque inadeguati rispetto a ciò che è in gioco. Qualcuno ha suggerito di opporre «resistenza», adottando un atteggiamento critico e distaccato, cercando, per quanto possibile, di evitare che siano i nuovi dispositivi ad «usarci». Mantenere una distanza per tutelare la psiche è certamente lodevole, ma temo insufficiente. Le nuove tecnologie purtroppo hanno un grande appeal, perché promettono di ottenere molto con il minimo della fatica.
Fra pochissimo le macchine ci solleveranno anche dall’incombenza di pensare: basta l’Ia a scegliere, ragionare, decidere, scrivere e sentire al nostro posto. Qui siamo oltre la manipolazione del consenso ottenuto tramite informazioni manipolate: l’Ia può infatti alterare alla radice la possibilità di distinguere il vero dal falso, modificando immagini e voci, imitando le persone, sostituendosi ad esse, anche fisicamente tramite la progressiva introduzione di dispositivi cibernetici che interagiscono direttamente con il nostro cervello. Si annuncia l’era del cyber-umano, realizzazione principe del transumanesimo. È questa l’ambizione del tecno-spiritualismo che configura, come ha scritto Marcello Veneziani, il volto inatteso dell’Anticristo.
Tutto questo lo chiamano progresso, ma è solo il disegno portato avanti da tempo dall’infausta alleanza tra capitalismo finanziario e tecnocrazia, finalizzato a stravolgere il mondo intero. Ci avviamo verso un futuro distopico in cui saremo circondati da «cose» che avranno la pretesa di essere trattate come esseri umani, senza esserlo, e in cui uomini e dispositivi tecnologici co-evolveranno in modo imprevedibile.
Tutto questo è stato da tempo denunciato, nella pressoché totale indifferenza dei decisori politici. Ed è tremendamente doloroso per me riproporre l’allarme, dopo una vita spesa per la scienza e la tecnologia. Quello che vedo in prospettiva atterrisce, soprattutto pensando alle nuove generazioni che sono prive di anticorpi, alla totale mercé di tecnologie che stravolgono la loro vita. La politica è inadeguata comprendere mentre farfuglia di controlli e regolamentazioni che funzionano solo nella loro testa. Di questi giorni è il rifiuto della società Anthropic di sottostare alle direttive Usa che prevedono la possibilità di usare l’Ia per gestire la guerra, indipendentemente dal controllo umano. Uno scenario apocalittico, come quello descritto da film come Terminator. Quanto ci metteranno le macchine per capire che l’uomo è di intralcio per l’esecuzione dei loro programmi? E chi sarà allora in grado di fermarle?
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Secondo Mariano Bizzarri, coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo spazio, l’Intelligenza artificiale spaccia l’interazione con un algoritmo per un confronto reale. Una deriva che manipola il pensiero.Le nuove tecnologie ci stanno rubando la vita. Anche se per molti costituiscono una sorta di promessa messianica, destinata a rimediare a tutti i mali dell’uomo, dalla miseria alle malattie. Un ruolo preminente in questo revival «spiritual- tecnologico» è svolto dall’Intelligenza artificiale (Ia). L'Ia non ha nulla di intelligente, essendo solo un sistema che grazie ad algoritmi è in grado di computare masse imponenti di dati in base ai quali fornisce previsioni e linee di condotta. Eppure l’Ia è considerata una nuova «pietra filosofale», «macchina di grazia» come dice il fondatore di Anthropic, destinata a portarci la salvezza che le religioni possono solo promettere a parole. La tecnologia è la nuova divinità in cui politica e cultura cercano oggi la loro legittimazione. Ma la verità è ben altra: le nuove tecnologie alterano la struttura stessa dei nostri interessi fondamentali - le cose a cui pensiamo. Lo stesso eccesso di «dati», ci frastorna la mente: è una forma di rumore, una sovrastimolazione sensoriale e cognitiva che impedisce di pensare. Nel contempo modifica la natura dei simboli su cui costruiamo le nostre riflessioni: cambia il modo in cui ragioniamo, suggerendoci percorsi e priorità che non hanno nulla a che vedere con i nostri bisogni reali. E infine stravolgono la comunità all’interno della quale sviluppiamo pensieri e credenze, che viene a essere sostituita da piattaforme su cui operano i social, le reti anonime di utenti assoggettati al nuovo mercato digitale. In questo modo stanno ridisegnando una nuova ontologia dell’essere umano, ridefinendo e anzi mischiando i confini tra natura e artificio, che una volta erano assolutamente distinti. Per taluni questo è un vantaggio. Ma stiamo barattando velocità ed efficienza con perdita di senso e libertà. In questo scenario, il «dossier digitale» non riguarda più soltanto regole o governance - come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato - ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere, il nostro stesso cervello - vero oggetto del contendere - che verrà parassitato da bisogni e pensieri ispirati da altri che alimentano e incoraggiano le tendenze peggiori dell’animo umano, cullandolo nella falsa convinzione di quanto sia straordinario nei suoi limiti e inadeguatezze? Il problema è che una nuova tecnologia, una volta inserita nel circuito economico, non può essere ignorata né disinnescata. Possiamo regolarla, introducendo anche sistemi sofisticati (con il loro pesante correlato burocratico), ma comunque inadeguati rispetto a ciò che è in gioco. Qualcuno ha suggerito di opporre «resistenza», adottando un atteggiamento critico e distaccato, cercando, per quanto possibile, di evitare che siano i nuovi dispositivi ad «usarci». Mantenere una distanza per tutelare la psiche è certamente lodevole, ma temo insufficiente. Le nuove tecnologie purtroppo hanno un grande appeal, perché promettono di ottenere molto con il minimo della fatica. Fra pochissimo le macchine ci solleveranno anche dall’incombenza di pensare: basta l’Ia a scegliere, ragionare, decidere, scrivere e sentire al nostro posto. Qui siamo oltre la manipolazione del consenso ottenuto tramite informazioni manipolate: l’Ia può infatti alterare alla radice la possibilità di distinguere il vero dal falso, modificando immagini e voci, imitando le persone, sostituendosi ad esse, anche fisicamente tramite la progressiva introduzione di dispositivi cibernetici che interagiscono direttamente con il nostro cervello. Si annuncia l’era del cyber-umano, realizzazione principe del transumanesimo. È questa l’ambizione del tecno-spiritualismo che configura, come ha scritto Marcello Veneziani, il volto inatteso dell’Anticristo. Tutto questo lo chiamano progresso, ma è solo il disegno portato avanti da tempo dall’infausta alleanza tra capitalismo finanziario e tecnocrazia, finalizzato a stravolgere il mondo intero. Ci avviamo verso un futuro distopico in cui saremo circondati da «cose» che avranno la pretesa di essere trattate come esseri umani, senza esserlo, e in cui uomini e dispositivi tecnologici co-evolveranno in modo imprevedibile. Tutto questo è stato da tempo denunciato, nella pressoché totale indifferenza dei decisori politici. Ed è tremendamente doloroso per me riproporre l’allarme, dopo una vita spesa per la scienza e la tecnologia. Quello che vedo in prospettiva atterrisce, soprattutto pensando alle nuove generazioni che sono prive di anticorpi, alla totale mercé di tecnologie che stravolgono la loro vita. La politica è inadeguata comprendere mentre farfuglia di controlli e regolamentazioni che funzionano solo nella loro testa. Di questi giorni è il rifiuto della società Anthropic di sottostare alle direttive Usa che prevedono la possibilità di usare l’Ia per gestire la guerra, indipendentemente dal controllo umano. Uno scenario apocalittico, come quello descritto da film come Terminator. Quanto ci metteranno le macchine per capire che l’uomo è di intralcio per l’esecuzione dei loro programmi? E chi sarà allora in grado di fermarle?
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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