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2025-11-25
Il campo largo passa in Campania. Ma la sinistra prende meno voti
Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico è il nuovo Presidente della Regione Campania. L’ex presidente M5s della Camera, candidato del centrosinistra, batte di una ventina di punti percentuali (oltre il 61% contro il 33%) il candidato del centrodestra, Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e esponente di Fratelli d’Italia. Affluenza ai minimi storici: si chiude al 44,06%, con un calo di 11 punti rispetto al 2020, quando andò alle urne il 55,52% degli elettori campani. Una vittoria più che netta, quella di Fico, ma nulla a che vedere con quanto capitò cinque anni fa, quando Vincenzo De Luca vinse con quasi il 70% dei voti e senza il M5s in coalizione (la candidata a presidente pentastellata, Valeria Ciarambino, poi passata in maggioranza e stavolta candidata in una delle liste a sostegno di De Luca, prese il 7,5%), mentre il candidato di centrodestra, Stefano Caldoro, si fermò al 20%. Altri tempi, altra storia, certo: il Covid aveva trasformato De Luca in una star internazionale. I voti però vanno analizzati per bene, e quindi il centrosinistra ha comunque lasciato per strada in cinque anni ben 20 punti percentuali. La sconfitta di Cirielli per il centrodestra brucia, inutile negarlo, anche se le voci di rimonta erano state messe in giro più per motivare l’elettorato che per la reale speranza di vincere. Troppo forti le liste del centrosinistra, dal Pd di De Luca junior a «A Testa Alta» di De Luca senior, passando per renziani, socialisti, mastelliani, naturalmente il M5s e altre formazioni tutte competitive, con il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi che ha dato fondo a tutte le sue energie per sostenere Fico. Dall’altro lato, a tenere botta, sono Fdi e Forza Italia: la Lega storicamente in Campania e soprattutto a Napoli va male, mentre le altre liste a sostegno di Cirielli non erano competitive. Il crollo dell’affluenza ha favorito quindi il voto organizzato, nel quale in Campania la fa da padrona la sinistra. Paradossale poi che Elly Schlein sia corsa a Napoli a intestarsi la vittoria di Fico: il neopresidente ha vinto solo e soltanto grazie al sostegno dei De Luca’s, simbolo di quei «cacicchi» che la segretaria dem aveva giurato di voler estromettere dal partito. Intenzione evaporata dopo poche settimane: la Schlein è andata a Canossa, anzi a Salerno, ha finto di dimenticare gli insulti che Vincenzo De Luca le aveva rivolto e ha siglato la pace, anzi la resa, cedendo a tutti i desiderata del presidente uscente.
«La nostra coalizione», commenta Fico, «da domani (oggi, ndr) si dovrà mettere al lavoro per governare al meglio la Regione Campania, lo faremo con le migliori competenze, ci sarà una grande umiltà nell’ascoltare tutte le posizioni e una grande ambizione nel costruire sempre più una Campania migliore. Abbiamo lavorato senza mai essere contro, ma sempre cercando di costruire.
Questo è un dato di fatto di questa campagna elettorale, non abbiamo risposto a offese e insulti costanti. Da oggi io sarò il presidente di tutti i cittadini campani, chi ci ha votato e chi ha votato altri. Tutti i territori contano e tutte le persone contano».
Sprizza felicità, come ovvio, Giuseppe Conte: «Il nostro Roberto Fico», scrive su Facebook il presidente del M5s, «è il nuovo presidente della Campania. Non saltellano più. Abbiamo vinto ascoltando i bisogni delle persone, delle famiglie in difficoltà, dei lavoratori, delle imprese. Ha perso chi di fronte alle difficoltà degli italiani saltella e oggi cade rovinosamente. Fico ha battuto sonoramente un candidato di Fratelli d’Italia, un esponente del governo Meloni, senza mischiarsi a una lotta nel fango».
Soddisfatta anche la Schlein: «Giorgia Meloni stasera ha ben poco da festeggiare e da saltare, questo è il governo più antimeridionalista della storia repubblicana, ci batteremo contro l’autonomia differenziata. Voglio ringraziare chi ha lavorato in questi anni per portare risultati importanti perché non partivamo da zero ma da uno sforzo significativo, quindi voglio ringraziare anche la giunta uscente, il presidente DeLuca. L’alternativa c’è ed è competitiva, il riscatto parte dal Sud e ci porterà a vincere insieme, la partita delle prossime politiche è apertissima. Uniti si vince, il margine di Fico e Decaro dimostra che uniti si stravince, e anche dove non vinciamo, come in Veneto raddoppiamo i risultati. Gli elettori premiano lo sforzo unitario».
All’insegna del fair play, pur scottato dalla delusione, la dichiarazione di Edmondo Cirielli: «L’unico dato sicuro», argomenta Cirielli, «è che la coalizione uscente ha vinto le elezioni e che Fico sarà il nuovo presidente della Regione. Amando la mia terra non posso che augurare di cuore al futuro presidente buon lavoro». Uno sguardo alle liste, ricordando che quando andiamo in stampa i dati sono ancora provvisori. Secondo i dati parziali del ministero dell’Interno, il primo partito è il Pd con il 19,2%. Nel centrosinistra, subito dopo c’è il M5s con il 10,37%, A testa Alta al 7,8 poi la lista Fico al 5,5%, Casa Riformista al 6,7% e Avs al 4,4%. Nel centrodestra lotta aperta per la prima posizione: Fi si attestava al 10,33%, Fdi all’11,2%, la Lega al 5,1%, ma i risultati definitivi potrebbero modificare alcune posizioni.
Decaro esulta e nega le mire sul Pd. Avs sul filo per entrare in Consiglio
Nessun leader per festeggiare a caldo la vittoria, scontata, del candidato del centrosinistra Antonio Decaro che è il nuovo governatore della Puglia con il 64,6% quasi doppiando il candidato del centrodestra Luigi Lobuono al 34,4%. Crollata l’affluenza: il dato definitivo al 41,8% è il più basso di sempre, ultimo in Italia dietro a Campania e Veneto. Boom di voti per Decaro, e per i candidati delle sue liste, che ha superato anche il suo predecessore Emiliano e che ha subito chiarito, a chi gli chiedeva se il Nazareno sarà la prossima sfida: «Il Pd ha già un segretario che si chiama Elly Schlein, io ora sarò il presidente della Regione Puglia, il presidente dei pugliesi», aggiungendo: «È un risultato elettorale straordinario, oltre ogni aspettativa, sento il peso però di questo risultato quindi da domani devo mettermi a lavorare per meritarmi la fiducia di chi mi ha votato e recuperare quella di chi non è andato a votare. Il mio primo atto sarà occuparmi delle liste d’attesa. Attuerò una leale collaborazione con il governo». Dedicando la vittoria alla figlia Chiara ha poi ringraziato gli altri candidati, a cominciare da Lobuono «per il garbo e il rispetto».
Decaro, ingegnere 55 anni, che ha iniziato la sua carriera da assessore tecnico, a Bari, ha ricoperto più cariche, compresa la presidenza dell’Anci, fino ad europarlamentare (recordman di preferenze con 498.395 voti), durante la campagna elettorale non ha mai voluto alcun leader a sostenerlo pur avendo riunito il campo largo, da Iv ad Azione. E nessun leader è arrivato per festeggiare il neogovernatore, che prenderà il posto di Michele Emiliano dopo 10 anni, dopo i precedenti 10 di Nichi Vendola.
Congratulazioni al vincitore dal premier Giorgia Meloni che si augura «possa svolgere al meglio il suo mandato, nell’interesse dei cittadini che andrà a rappresentare. Un ringraziamento a Luigi Lobuono, a tutti i candidati e a tutti gli uomini e le donne del centrodestra che si sono impegnati in questa tornata elettorale».
Un emozionato Emiliano ha puntualizzato: «Il nostro è stato buon governo. Abbiamo cambiato l’immagine stessa della regione. Decaro ha vissuto questo ventennio meraviglioso ed è l’incarnazione di tutto ciò che vogliamo fare per il futuro. La Puglia è la speranza dell’Italia intera. Ovviamente cambiano le persone. Mi pare che anche il Pd stia andando forte. Perché il Pd è essenziale per governare la Regione. Senza il Pd per me sarebbe stato difficile avere quella tranquillità che solo un grande partito pronto a vincere le politiche del 2027 ti può dare». E ha voluto sottolineare che Elly Schlein è andata in Campania e non in Puglia per «dire agli alleati del M5s che noi diamo loro grande importanza».
Ha ammesso la sconfitta, l’imprenditore Lobuono, ex presidente della Fiera del Levante, definito «un galantuomo» dal competitor, pur sottolineando una campagna elettorale in salita: «Complimenti a Decaro. Ora siamo disponibili nei suoi confronti a discutere con lui in maniera costruttiva e corretta nel massimo interesse dei pugliesi. L’unica cosa che mi spiace molto è che quasi il 60% degli elettori non è andato alle urne, dato preoccupante per la tenuta democratica». Nel confronto tra i partiti, mentre andiamo in stampa, il Pd si conferma primo partito con il 25,8%, dietro Fdi al 18,3%. Poi la lista «Decaro presidente» (12,8%), «Per la Puglia con Decaro» (7%) e «Avanti popolari con Decaro presidente» (4,2%). Il M5s sarebbe il terzo partito della larga coalizione, con il 7,4%. Nel centrodestra, Forza Italia è al 9% dietro il Carroccio al 7,7%. In Avs, il partito di Fratoianni dato al 4,2%, restano cauti in attesa della conferma del quorum per entrare in consiglio regionale.
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Fico incassa il successo. Conte: «A destra non saltano più». Schlein sogna: «Partita delle prossime politiche apertissima».In Puglia Decaro vicino al 65%: «Grazie agli avversari, si può far politica con rispetto».Lo speciale contiene due articoli.Roberto Fico è il nuovo Presidente della Regione Campania. L’ex presidente M5s della Camera, candidato del centrosinistra, batte di una ventina di punti percentuali (oltre il 61% contro il 33%) il candidato del centrodestra, Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e esponente di Fratelli d’Italia. Affluenza ai minimi storici: si chiude al 44,06%, con un calo di 11 punti rispetto al 2020, quando andò alle urne il 55,52% degli elettori campani. Una vittoria più che netta, quella di Fico, ma nulla a che vedere con quanto capitò cinque anni fa, quando Vincenzo De Luca vinse con quasi il 70% dei voti e senza il M5s in coalizione (la candidata a presidente pentastellata, Valeria Ciarambino, poi passata in maggioranza e stavolta candidata in una delle liste a sostegno di De Luca, prese il 7,5%), mentre il candidato di centrodestra, Stefano Caldoro, si fermò al 20%. Altri tempi, altra storia, certo: il Covid aveva trasformato De Luca in una star internazionale. I voti però vanno analizzati per bene, e quindi il centrosinistra ha comunque lasciato per strada in cinque anni ben 20 punti percentuali. La sconfitta di Cirielli per il centrodestra brucia, inutile negarlo, anche se le voci di rimonta erano state messe in giro più per motivare l’elettorato che per la reale speranza di vincere. Troppo forti le liste del centrosinistra, dal Pd di De Luca junior a «A Testa Alta» di De Luca senior, passando per renziani, socialisti, mastelliani, naturalmente il M5s e altre formazioni tutte competitive, con il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi che ha dato fondo a tutte le sue energie per sostenere Fico. Dall’altro lato, a tenere botta, sono Fdi e Forza Italia: la Lega storicamente in Campania e soprattutto a Napoli va male, mentre le altre liste a sostegno di Cirielli non erano competitive. Il crollo dell’affluenza ha favorito quindi il voto organizzato, nel quale in Campania la fa da padrona la sinistra. Paradossale poi che Elly Schlein sia corsa a Napoli a intestarsi la vittoria di Fico: il neopresidente ha vinto solo e soltanto grazie al sostegno dei De Luca’s, simbolo di quei «cacicchi» che la segretaria dem aveva giurato di voler estromettere dal partito. Intenzione evaporata dopo poche settimane: la Schlein è andata a Canossa, anzi a Salerno, ha finto di dimenticare gli insulti che Vincenzo De Luca le aveva rivolto e ha siglato la pace, anzi la resa, cedendo a tutti i desiderata del presidente uscente.«La nostra coalizione», commenta Fico, «da domani (oggi, ndr) si dovrà mettere al lavoro per governare al meglio la Regione Campania, lo faremo con le migliori competenze, ci sarà una grande umiltà nell’ascoltare tutte le posizioni e una grande ambizione nel costruire sempre più una Campania migliore. Abbiamo lavorato senza mai essere contro, ma sempre cercando di costruire. Questo è un dato di fatto di questa campagna elettorale, non abbiamo risposto a offese e insulti costanti. Da oggi io sarò il presidente di tutti i cittadini campani, chi ci ha votato e chi ha votato altri. Tutti i territori contano e tutte le persone contano». Sprizza felicità, come ovvio, Giuseppe Conte: «Il nostro Roberto Fico», scrive su Facebook il presidente del M5s, «è il nuovo presidente della Campania. Non saltellano più. Abbiamo vinto ascoltando i bisogni delle persone, delle famiglie in difficoltà, dei lavoratori, delle imprese. Ha perso chi di fronte alle difficoltà degli italiani saltella e oggi cade rovinosamente. Fico ha battuto sonoramente un candidato di Fratelli d’Italia, un esponente del governo Meloni, senza mischiarsi a una lotta nel fango».Soddisfatta anche la Schlein: «Giorgia Meloni stasera ha ben poco da festeggiare e da saltare, questo è il governo più antimeridionalista della storia repubblicana, ci batteremo contro l’autonomia differenziata. Voglio ringraziare chi ha lavorato in questi anni per portare risultati importanti perché non partivamo da zero ma da uno sforzo significativo, quindi voglio ringraziare anche la giunta uscente, il presidente DeLuca. L’alternativa c’è ed è competitiva, il riscatto parte dal Sud e ci porterà a vincere insieme, la partita delle prossime politiche è apertissima. Uniti si vince, il margine di Fico e Decaro dimostra che uniti si stravince, e anche dove non vinciamo, come in Veneto raddoppiamo i risultati. Gli elettori premiano lo sforzo unitario». All’insegna del fair play, pur scottato dalla delusione, la dichiarazione di Edmondo Cirielli: «L’unico dato sicuro», argomenta Cirielli, «è che la coalizione uscente ha vinto le elezioni e che Fico sarà il nuovo presidente della Regione. Amando la mia terra non posso che augurare di cuore al futuro presidente buon lavoro». Uno sguardo alle liste, ricordando che quando andiamo in stampa i dati sono ancora provvisori. Secondo i dati parziali del ministero dell’Interno, il primo partito è il Pd con il 19,2%. Nel centrosinistra, subito dopo c’è il M5s con il 10,37%, A testa Alta al 7,8 poi la lista Fico al 5,5%, Casa Riformista al 6,7% e Avs al 4,4%. 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Boom di voti per Decaro, e per i candidati delle sue liste, che ha superato anche il suo predecessore Emiliano e che ha subito chiarito, a chi gli chiedeva se il Nazareno sarà la prossima sfida: «Il Pd ha già un segretario che si chiama Elly Schlein, io ora sarò il presidente della Regione Puglia, il presidente dei pugliesi», aggiungendo: «È un risultato elettorale straordinario, oltre ogni aspettativa, sento il peso però di questo risultato quindi da domani devo mettermi a lavorare per meritarmi la fiducia di chi mi ha votato e recuperare quella di chi non è andato a votare. Il mio primo atto sarà occuparmi delle liste d’attesa. Attuerò una leale collaborazione con il governo». Dedicando la vittoria alla figlia Chiara ha poi ringraziato gli altri candidati, a cominciare da Lobuono «per il garbo e il rispetto».Decaro, ingegnere 55 anni, che ha iniziato la sua carriera da assessore tecnico, a Bari, ha ricoperto più cariche, compresa la presidenza dell’Anci, fino ad europarlamentare (recordman di preferenze con 498.395 voti), durante la campagna elettorale non ha mai voluto alcun leader a sostenerlo pur avendo riunito il campo largo, da Iv ad Azione. E nessun leader è arrivato per festeggiare il neogovernatore, che prenderà il posto di Michele Emiliano dopo 10 anni, dopo i precedenti 10 di Nichi Vendola.Congratulazioni al vincitore dal premier Giorgia Meloni che si augura «possa svolgere al meglio il suo mandato, nell’interesse dei cittadini che andrà a rappresentare. Un ringraziamento a Luigi Lobuono, a tutti i candidati e a tutti gli uomini e le donne del centrodestra che si sono impegnati in questa tornata elettorale».Un emozionato Emiliano ha puntualizzato: «Il nostro è stato buon governo. Abbiamo cambiato l’immagine stessa della regione. Decaro ha vissuto questo ventennio meraviglioso ed è l’incarnazione di tutto ciò che vogliamo fare per il futuro. La Puglia è la speranza dell’Italia intera. Ovviamente cambiano le persone. Mi pare che anche il Pd stia andando forte. Perché il Pd è essenziale per governare la Regione. Senza il Pd per me sarebbe stato difficile avere quella tranquillità che solo un grande partito pronto a vincere le politiche del 2027 ti può dare». E ha voluto sottolineare che Elly Schlein è andata in Campania e non in Puglia per «dire agli alleati del M5s che noi diamo loro grande importanza».Ha ammesso la sconfitta, l’imprenditore Lobuono, ex presidente della Fiera del Levante, definito «un galantuomo» dal competitor, pur sottolineando una campagna elettorale in salita: «Complimenti a Decaro. Ora siamo disponibili nei suoi confronti a discutere con lui in maniera costruttiva e corretta nel massimo interesse dei pugliesi. L’unica cosa che mi spiace molto è che quasi il 60% degli elettori non è andato alle urne, dato preoccupante per la tenuta democratica». Nel confronto tra i partiti, mentre andiamo in stampa, il Pd si conferma primo partito con il 25,8%, dietro Fdi al 18,3%. Poi la lista «Decaro presidente» (12,8%), «Per la Puglia con Decaro» (7%) e «Avanti popolari con Decaro presidente» (4,2%). Il M5s sarebbe il terzo partito della larga coalizione, con il 7,4%. Nel centrodestra, Forza Italia è al 9% dietro il Carroccio al 7,7%. In Avs, il partito di Fratoianni dato al 4,2%, restano cauti in attesa della conferma del quorum per entrare in consiglio regionale.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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