
Evviva, evviva, evviva.Il Bene ha trionfato sul Male.La Costituzione è salva. E ovviamente da oggi sarà tre volte Natale, e festa tutto l’anno. Il tono è irridente? Certo. Ma non nei confronti degli elettori che sono andati ai seggi e hanno votato No alla riforma della giustizia, surclassando il Sì.
Responso che la maggioranza di governo dovrà tenere in debito conto.
Semmai, il perculamento è rivolto a coloro che, a caldo, sono corsi a commentare l’indubbia vittoria con dubbi argomenti trionfalistici.
Prendete Maurizio Landini, il segretario della Cgil, l’uomo che ha perso i «suoi» referendum (quelli sul mercato del lavoro), non riuscendo a mobilitare nemmeno tutti i suoi iscritti.
Nel celebrare il lieto giorno e «l’inizio di una nuova primavera democratica» è riuscito a far dire, agli italiani che hanno votato No, di essersi espressi anche contro le politiche economico-sociali del governo, nonché a favore della pace nel mondo.
A ruota sono arrivate le parole di Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No: «Penso sia una vittoria come quella della lotta partigiana», e Dio solo sa cosa c’entrasse la Resistenza, ma tutto fa brodo.
Intendiamoci: tutti premettevano di essere soddisfatti perché era stato sconfitto il tentativo di minare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, assoggettandola al potere politico, un disegno che nella riforma ormai passata in cavalleria non c’era, ma perché stupirsi?
Molti sinistrati non hanno votato sul merito, ma contro il governo, e la prova più evidente l’ho ritrovata nello scambio tra Mirella Serri (giornalista che è riuscita a paragonare Michela Murgia a Pier Paolo Pasolini, e ho detto tutto) e Francesco Merlo sulle colonne di Repubblica.
«Caro Francesco, le coscienze del popolo progressista sono divise, dilaniate dall’incertezza».
Ohibò. E per quale motivo?
Perché «molti vorrebbero barrare il Sì per manifestare il disagio nei confronti della malagiustizia e contro l’eccesso di potere dei togati». Bene.
«Ma invece apporranno la croce sul No, e io tra questi, per rimarcare un No al governo e alla sua politica sovranista e populista che porta l’Italia in un mondo retrivo e antimoderno». Però.
Insomma, in fin della fiera: chi a sinistra si fosse fatto incantare dalle sirene del Sì si sarebbe reso complice del tentativo di far ripiombare il Belpaese neppure nel ventennio, ma direttamente nel Medioevo.
Merlo, invece di risponderle che questo non era un plebiscito sull’esecutivo ma il tentativo di porre fine alle storture che si sono incrostate da decenni nella macchina dell’ordinamento giudiziario (con al centro il Csm e le mefitiche «correnti», come certificato dai libri di Luca Palamara), metteva invece il carico da 11, pur partendo da una constatazione assolutamente condivisibile: «Sento che saranno tanti i No pieni di disagio. Penso che dovremmo raccontarli meglio, fuori dalla propaganda, per capire l’Italia, per misurare cosa li spinge verso Augusto Barbera e Giuliano Pisapia (uomini schiettamente di sinistra, schierati per il Sì, nda.) quando sentono parlare Nicola Gratteri o Henry John Woodcock».
Solo che poi anche lui non si trattiene, e snocciola i motivi per cui bisognava mettere una croce sul No: perché il Sì «non è più un Sì alla separazione delle carriere, ma alle deportazioni in Albania, ai morti di Cutro, ai decreti sicurezza, all’aumento delle accise, all’inasprimento della legge Fornero che doveva essere cancellata, alla crociata contro il cinema, alla liberazione di Almasri, a TeleMeloni», all’elenco delle nequizie da sanare mancavano solo la fame, la siccità,e tutte le dieci piaghe d’Egitto.
Di nuovo: perchè sorprendersi?
Quando in un post sui social - poi rimosso - si è arrivati a sostenere, davanti a uno degli efferati omicidi compiuti a Minneapolis dalle squadracce dell’Ice, i pretoriani agli ordini di Kristi Noem, fedelissima di Donald Trump (che poi l’ha sollevata dall’incarico), «Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella democrazia al cui sistema giudiziario si ispira la riforma di Giorgia Meloni e Carlo Nordio», intervento ancora più grave perché l’account era quello del segretario dell’Anm Rocco Maruotti.
Quando il capo della Procura di Napoli Gratteri si è spinto a disegnare l’identikit di chi in Calabria avrebbe votato No o Sì («Voteranno per il No le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente»), non contemplando evidentemente l’ipotesi di calabresi onesti per il Sì.
Quando si è insinuato, davanti alla telepiazzata di Giusi Bartolozzi sui giudici «plotone d’esecuzione», che potesse essere un ammiccamento a Cosa Nostra (no, Gad Lerner non l’ha detta così, è la mia traduzione grossolana, ma a onor del vero non si vede quale altro significato dare alla perifrasi «un messaggio ben calibrato per sollecitare alla mobilitazione certi ambienti siciliani che sappiamo»).
Quando insomma si è alzato un polverone nebbiogeno in cui le ragioni della riforma sono andate perdute (anche per responsabilità della stessa maggioranza, che ha deciso di seguire l’opposizione sul terreno della propaganda, mettendo in mezzo il caso Garlasco e quello della famiglia nel bosco), per far vibrare il richiamo della legge della giungla, si è capito dove ci si sarebbe ritrovati.
E no: non nel migliore dei mondi possibili.






