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2021-05-31
Reddito di cittadinanza. Ma quando lo cancellate?
Ansa
L'ultimo caso clamoroso dei furbetti del reddito di cittadinanza è quello di un romeno di 29 anni che ha vissuto in Italia un solo giorno, giusto il tempo per presentare la richiesta del sussidio. Una volta ottenuta la certezza che avrebbe potuto ritirare i soldi ogni mese, è salito su un aereo ed è tornato in Romania. Ha lasciato la certificazione del Rdc a qualcuno che potesse ritirare i soldi e gli investigatori stanno cercando di capire se se li facesse recapitare su un conto all'estero o se del reddito beneficiasse in realtà qualcuno che non lo aveva richiesto, ma che tramite la tessera dello straniero poteva ritirare tutti i mesi il sussidio. La legge prevede che per richiedere il reddito di cittadinanza sia necessario essere cittadini italiani oppure stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni, gli ultimi 2 con una presenza stabile nel Paese. Al romeno quindi è bastato dichiarare il falso per avere l'assegno. Ora è scattata la denuncia e dovrà restituire quanto percepito indebitamente. Ma se è all'estero e i soldi sono depositati su un conto straniero, potrebbe farla franca ancora.
La vicenda è successa nella provincia di Vercelli, dove sono emerse 100 posizioni irregolari su circa 1.000 persone controllate, quindi più o meno il 10%. Il danno allo Stato supera i 400.000 euro. C'è poi il caso recente di 4 stranieri scoperti dai carabinieri nel Pavese che, fornendo documenti falsi, avevano ottenuto i sussidi da dicembre 2019 per un importo complessivo di oltre 15.000 euro. Nei controlli della guardia di finanza un mese fa sono incappate anche persone che avevano vinto al gioco somme importanti ma non le avevano dichiarate.
Queste situazioni sono la punta di un iceberg difficile da quantificare nella sua ampiezza. Solo a Palermo negli ultimi 15 mesi sono stati scovati 500 percettori del sussidio che avevano intascato 500 milioni senza averne diritto. In un'altra operazione dei carabinieri di Gioia Tauro, nella tendopoli calabrese di San Ferdinando, sono stati individuati 177 migranti che avevano incassato il Rdc illegalmente. Secondo i dati dell'Inps sono 64.000 i nuclei familiari a cui negli ultimi due anni è stato revocato il sussidio perché non avevano i requisiti. Solo nel primo trimestre del 2021, il Rdc è stato tolto a 38.000 nuclei mentre nel 2020 ben 26.000 hanno ricevuto la revoca.
Era stato introdotto come una misura temporanea per aiutare chi era senza lavoro a trovare un impiego. Invece il reddito di cittadinanza si sta trasformando in un sussidio permanente, un intoccabile atto dovuto da parte dello Stato verso i ceti meno abbienti. Che la misura funzioni male lo testimonia il fatto che il premier Mario Draghi abbia già silurato Mimmo Parisi, il teorico del Rdc piazzato dai grillini alla guida dell'Anpal, cioè l'ente (ora commissariato) cui era stata affidata la gestione del complesso meccanismo reclutando i navigator per aiutare a trovare lavoro. I navigator non funzionano, il reddito è un oceano di sprechi e abusi, i datori di lavoro non trovano più manodopera perché chi prende il reddito preferisce starsene a casa piuttosto che faticare per poche centinaia di euro in più al mese: non è arrivato il momento di metterci mano? Perché Enrico Letta, invece che prendersela con chi eredita il frutto dei sacrifici paterni, non destina ai giovani parte di questi fondi improduttivi
Le irregolarità ormai non si contano. La più diffusa è proprio la mancanza del requisito di residenza e cittadinanza: nel 2020 ha rappresentato il 74% delle revoche. Nel 2021 è emerso anche che una buona quota di furbetti intascavano l'assegno senza essere affatto in condizione di povertà: il 24% delle situazioni illegali erano di proprietari di auto, moto e barche da diporto; non marginali (19%) coloro che avevano un valore del patrimonio mobiliare sopra la soglia e che pur lavorando continuavano a percepire il reddito (17%). Tra decadenza per perdita dei requisiti e revoche per irregolarità, sono circa 531.000 i nuclei familiari che dal 2019 a oggi hanno perso il diritto. Siccome i nuclei beneficiari sono circa 1.100.000, significa che 1 famiglia su 3 non aveva titolo per incassare l'assegno, il cui importo medio mensile è di 564,22 euro.
Contrariamente agli obiettivi iniziali, il Rdc va per tre quarti all'assistenza: l'inserimento sul mercato del lavoro si è rivelato un flop. Lo si desume analizzando i dati dell'Anpal, l'Agenzia delle politiche attive del lavoro che hanno reclutato 2.600 navigator per seguire i percettori del reddito nella ricerca di un impiego. Su tutti i beneficiari del reddito (oltre 3 milioni), circa 1,3 risultavano occupabili al 31 ottobre 2020, cioè hanno i requisiti professionali per tentare di trovare un impiego. Ma pochissimi lo cercano davvero: meglio non far nulla o svolgere un'attività in nero. Soltanto 352.068 persone hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di Rdc (il 25,7%). Lo scorso ottobre erano solo 192.851 i rapporti di lavoro ancora attivi. Il 15,4% dei beneficiari ha stipulato un contratto a tempo indeterminato mentre il 65% dei rapporti sono circoscritti a pochi mesi. Il 18,4% ha una durata inferiore al mese, il 51,4% tra i 2 e i 6 mesi e solo una quota del 9,3% supera la soglia dell'anno.
Nonostante questo fallimento, il decreto Sostegni ha finanziato con 1 miliardo il reddito di cittadinanza e prorogato il contratto dei navigator, in scadenza a fine aprile, per tutto il 2021. Per l'anno in corso, inoltre, viene stabilita la sospensione dell'erogazione del Rdc, al posto della decadenza, in caso di uno o più contratti di lavoro a tempo determinato, entro il limite di 10.000 euro, per la durata del contratto e comunque non oltre i sei mesi. Il governo, infatti, stima che nel 2021 per effetto della pandemia, i percettori del Rdc aumenteranno di circa un quarto rispetto al 2020. Il numero dei sussidi erogati contro la povertà crescerà tra il 20% e il 25%, ovvero altre 500.000 persone, forse 700.000. E per i navigator, altri miracolati dal Rdc, si prevede un'infornata nella pubblica amministrazione. Sono in arrivo concorsi per 11.600 posti banditi dalle Regioni per lavorare a tempo indeterminato nei centri per l'impiego, dove attualmente i navigator operano come collaboratori.
«È metadone sociale. La logica dei sussidi non motiva i giovani»
«La spesa per assistenza e per gli incentivi all'occupazione è aumentata ma non si vedono i risultati. Anzi. La povertà assoluta è cresciuta e così pure i giovani disoccupati. Questo dovrebbe far riflettere. Significa che le politiche finora attuate non hanno funzionato e per di più sono un costo ingente per il bilancio pubblico». Lo dice Alberto Brambilla, esperto di previdenza e delle politiche sul lavoro, presidente di Itinerari previdenziali. «È arrivato il momento di rivedere il reddito di cittadinanza. Se continuiamo con la logica dei sussidi andremo a creare una generazione di giovani poco motivati».
Ci dà qualche numero del fenomeno?
«In Italia nel 2008 spendevamo a carico della fiscalità generale, per le forme varie di assistenza, 73 miliardi. I governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e in parte il Conte 2 hanno aggiunto ulteriori spese. Renzi ha introdotto l'Ape social, Gentiloni il reddito minimo di inserimento e il Conte 1 reddito e pensioni di cittadinanza. Alla fine del 2019 sono stati spesi 114 miliardi».
Con che risultati?
«Un governo normale dovrebbe chiedersi se, a fronte di un aumento del 50% della spesa ordinaria, è stata ridotta la povertà. Abbiamo comparato i dati di spesa assistenziale con l'indicatore di povertà assoluta e relativa dell'Istat. Il risultato è stato che se nel 2008 avevamo circa 2,7 milioni di persone in povertà assoluta, nel 2019 abbiamo superato i 5 milioni. E questo in un contesto economico di sviluppo: dal 2017 al 2019 sono stati tre anni buoni. Quindi prima di introdurre qualsiasi strumento ulteriore bisognerebbe domandarsi se la strada che abbiamo finora intrapreso va nella direzione giusta».
Quali sono le distorsioni?
«L'Ape social dà una forma di prepensionamento a carico della collettività. Dal momento che questa formula è rivolta spesso ai disoccupati a cui diamo la pensione piena, dovrebbe diminuire il numero dei poveri. Poi abbiamo il reddito di emergenza. Abbiamo speso 41 miliardi in più strutturali rispetto al 2008 e nello stesso periodo i poveri sono raddoppiati: un Paese che mette nel Piano nazionale di ripresa una somma per il sociale, per prima cosa deve chiedersi se sia questa la strada giusta, oppure è assistenzialismo puro. Io lo chiamo il metadone sociale: produce un numero maggiore di poveri e un numero minore di occupati. I numeri sono incontrovertibili, perché sono forniti dal Mef e dall'Istat».
Cioè più si spende in assistenza e più i poveri aumentano?
«L'Istat dice che aumentano i soggetti con fragilità, per esempio con dipendenze da droghe, alcol, ludopatia, disfunzioni alimentari. Se a questi “poveri" diamo solo soldi senza farli uscire dalla condizione di fragilità e tanto meno dalla povertà avviandoli al lavoro, la strada è sbagliata».
Che si dovrebbe fare?
«Dovremmo imitare i modelli scandinavi. Questi soggetti “poveri" vanno presi in carico dai servizi sociali, psicologi, biologi alimentari e così via, in modo che possano essere recuperate al lavoro uscendo dalla povertà. Non prestazioni esclusivamente di natura economica, ma di servizi. Se a un tossicodipendente do 300 euro e lo lascio solo, è molto probabile che spenda questi soldi in droga: non uscirà mai da quella situazione e la sua famiglia sarà sempre più povera. È sbagliato il metodo di welfare perché indiscriminato, fa fede solo l'Isee che sappiamo può essere falsificato e le cronache di questi giorni lo confermano: 6 casi su 10 sono falsi.»
Il reddito di cittadinanza è un incentivo a non cercare un'occupazione?
«Se a un giovane verso un sussidio da prelevare in contanti, senza nemmeno la giustificazione di una spesa, ditemi che interesse ha ad alzarsi presto per impegnarsi in lavori che pagano poco più del sussidio. Il Rdc è il più grande produttore di lavoro sommerso. I 5s da un lato fanno il cashback che costa miliardi e non combatte il nero, dall'altro erogano 5-7 miliardi di prestazioni assistenziali in contanti. Quindi chi vuole fare il nero non ha problemi. Chi prende 700 euro netti al mese, che interesse ha a trovarsi un lavoro regolare, cioè fare fatica e in più spendere per benzina, mezzi pubblici e pausa pranzo? Il Rdc penalizza l'occupazione, fa crescere la povertà e aumenta il nero».
L'ultima novità assistenziale è la paghetta da 10.000 euro ai diciottenni proposta da Enrico Letta.
«Occorre puntare sulle politiche attive del lavoro, sull'alternanza scuola e lavoro e sulla formazione. La mia generazione, quella degli anni Cinquanta, cominciava a lavorare a 14 anni e studiava di sera: le opportunità oggi sono maggiori di ieri. Che i giovani siano penalizzati è purtroppo un luogo comune, a parte l'enorme debito pubblico che gli lasciamo sulle spalle. In questa società chi ha buone idee può migliorare molto la sua posizione, altro che blocco dell'ascensore sociale. Bisogna premiare chi apre una startup, non aiutare quelli che non studiano e non lavorano. Con la proposta di Letta corriamo il rischio che questi 10.000 euro vadano nuovamente a coloro che non hanno voglia di fare nulla. E poi chi stabilirà se l'erede cui tassare la successione è uno sciocco, mentre il beneficiario del gruzzoletto è meritevole? Nel “Paese dei diritti" meno Stato favorisce sviluppo e responsabilità ma soprattutto l'assunzione di maggiori doveri: sono questi ultimi il vero ascensore sociale».
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Tra furbetti che ne approfittano e navigator che non funzionano, l'assegno grillino è sempre più inadeguato. Non basta commissariare l'Anpal, bisogna riformare l'intero meccanismo per creare nuova occupazione.L'esperto di previdenza, Alberto Brambilla: «Fa aumentare il numero di poveri senza creare lavoro. E dà una spinta al commercio in nero».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo caso clamoroso dei furbetti del reddito di cittadinanza è quello di un romeno di 29 anni che ha vissuto in Italia un solo giorno, giusto il tempo per presentare la richiesta del sussidio. Una volta ottenuta la certezza che avrebbe potuto ritirare i soldi ogni mese, è salito su un aereo ed è tornato in Romania. Ha lasciato la certificazione del Rdc a qualcuno che potesse ritirare i soldi e gli investigatori stanno cercando di capire se se li facesse recapitare su un conto all'estero o se del reddito beneficiasse in realtà qualcuno che non lo aveva richiesto, ma che tramite la tessera dello straniero poteva ritirare tutti i mesi il sussidio. La legge prevede che per richiedere il reddito di cittadinanza sia necessario essere cittadini italiani oppure stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni, gli ultimi 2 con una presenza stabile nel Paese. Al romeno quindi è bastato dichiarare il falso per avere l'assegno. Ora è scattata la denuncia e dovrà restituire quanto percepito indebitamente. Ma se è all'estero e i soldi sono depositati su un conto straniero, potrebbe farla franca ancora.La vicenda è successa nella provincia di Vercelli, dove sono emerse 100 posizioni irregolari su circa 1.000 persone controllate, quindi più o meno il 10%. Il danno allo Stato supera i 400.000 euro. C'è poi il caso recente di 4 stranieri scoperti dai carabinieri nel Pavese che, fornendo documenti falsi, avevano ottenuto i sussidi da dicembre 2019 per un importo complessivo di oltre 15.000 euro. Nei controlli della guardia di finanza un mese fa sono incappate anche persone che avevano vinto al gioco somme importanti ma non le avevano dichiarate.Queste situazioni sono la punta di un iceberg difficile da quantificare nella sua ampiezza. Solo a Palermo negli ultimi 15 mesi sono stati scovati 500 percettori del sussidio che avevano intascato 500 milioni senza averne diritto. In un'altra operazione dei carabinieri di Gioia Tauro, nella tendopoli calabrese di San Ferdinando, sono stati individuati 177 migranti che avevano incassato il Rdc illegalmente. Secondo i dati dell'Inps sono 64.000 i nuclei familiari a cui negli ultimi due anni è stato revocato il sussidio perché non avevano i requisiti. Solo nel primo trimestre del 2021, il Rdc è stato tolto a 38.000 nuclei mentre nel 2020 ben 26.000 hanno ricevuto la revoca. Era stato introdotto come una misura temporanea per aiutare chi era senza lavoro a trovare un impiego. Invece il reddito di cittadinanza si sta trasformando in un sussidio permanente, un intoccabile atto dovuto da parte dello Stato verso i ceti meno abbienti. Che la misura funzioni male lo testimonia il fatto che il premier Mario Draghi abbia già silurato Mimmo Parisi, il teorico del Rdc piazzato dai grillini alla guida dell'Anpal, cioè l'ente (ora commissariato) cui era stata affidata la gestione del complesso meccanismo reclutando i navigator per aiutare a trovare lavoro. I navigator non funzionano, il reddito è un oceano di sprechi e abusi, i datori di lavoro non trovano più manodopera perché chi prende il reddito preferisce starsene a casa piuttosto che faticare per poche centinaia di euro in più al mese: non è arrivato il momento di metterci mano? Perché Enrico Letta, invece che prendersela con chi eredita il frutto dei sacrifici paterni, non destina ai giovani parte di questi fondi improduttiviLe irregolarità ormai non si contano. La più diffusa è proprio la mancanza del requisito di residenza e cittadinanza: nel 2020 ha rappresentato il 74% delle revoche. Nel 2021 è emerso anche che una buona quota di furbetti intascavano l'assegno senza essere affatto in condizione di povertà: il 24% delle situazioni illegali erano di proprietari di auto, moto e barche da diporto; non marginali (19%) coloro che avevano un valore del patrimonio mobiliare sopra la soglia e che pur lavorando continuavano a percepire il reddito (17%). Tra decadenza per perdita dei requisiti e revoche per irregolarità, sono circa 531.000 i nuclei familiari che dal 2019 a oggi hanno perso il diritto. Siccome i nuclei beneficiari sono circa 1.100.000, significa che 1 famiglia su 3 non aveva titolo per incassare l'assegno, il cui importo medio mensile è di 564,22 euro.Contrariamente agli obiettivi iniziali, il Rdc va per tre quarti all'assistenza: l'inserimento sul mercato del lavoro si è rivelato un flop. Lo si desume analizzando i dati dell'Anpal, l'Agenzia delle politiche attive del lavoro che hanno reclutato 2.600 navigator per seguire i percettori del reddito nella ricerca di un impiego. Su tutti i beneficiari del reddito (oltre 3 milioni), circa 1,3 risultavano occupabili al 31 ottobre 2020, cioè hanno i requisiti professionali per tentare di trovare un impiego. Ma pochissimi lo cercano davvero: meglio non far nulla o svolgere un'attività in nero. Soltanto 352.068 persone hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di Rdc (il 25,7%). Lo scorso ottobre erano solo 192.851 i rapporti di lavoro ancora attivi. Il 15,4% dei beneficiari ha stipulato un contratto a tempo indeterminato mentre il 65% dei rapporti sono circoscritti a pochi mesi. Il 18,4% ha una durata inferiore al mese, il 51,4% tra i 2 e i 6 mesi e solo una quota del 9,3% supera la soglia dell'anno.Nonostante questo fallimento, il decreto Sostegni ha finanziato con 1 miliardo il reddito di cittadinanza e prorogato il contratto dei navigator, in scadenza a fine aprile, per tutto il 2021. Per l'anno in corso, inoltre, viene stabilita la sospensione dell'erogazione del Rdc, al posto della decadenza, in caso di uno o più contratti di lavoro a tempo determinato, entro il limite di 10.000 euro, per la durata del contratto e comunque non oltre i sei mesi. Il governo, infatti, stima che nel 2021 per effetto della pandemia, i percettori del Rdc aumenteranno di circa un quarto rispetto al 2020. Il numero dei sussidi erogati contro la povertà crescerà tra il 20% e il 25%, ovvero altre 500.000 persone, forse 700.000. E per i navigator, altri miracolati dal Rdc, si prevede un'infornata nella pubblica amministrazione. Sono in arrivo concorsi per 11.600 posti banditi dalle Regioni per lavorare a tempo indeterminato nei centri per l'impiego, dove attualmente i navigator operano come collaboratori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/reddito-di-cittadinanza-ma-quando-lo-cancellate-2653155496.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-metadone-sociale-la-logica-dei-sussidi-non-motiva-i-giovani" data-post-id="2653155496" data-published-at="1622400581" data-use-pagination="False"> «È metadone sociale. La logica dei sussidi non motiva i giovani» «La spesa per assistenza e per gli incentivi all'occupazione è aumentata ma non si vedono i risultati. Anzi. La povertà assoluta è cresciuta e così pure i giovani disoccupati. Questo dovrebbe far riflettere. Significa che le politiche finora attuate non hanno funzionato e per di più sono un costo ingente per il bilancio pubblico». Lo dice Alberto Brambilla, esperto di previdenza e delle politiche sul lavoro, presidente di Itinerari previdenziali. «È arrivato il momento di rivedere il reddito di cittadinanza. Se continuiamo con la logica dei sussidi andremo a creare una generazione di giovani poco motivati». Ci dà qualche numero del fenomeno? «In Italia nel 2008 spendevamo a carico della fiscalità generale, per le forme varie di assistenza, 73 miliardi. I governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e in parte il Conte 2 hanno aggiunto ulteriori spese. Renzi ha introdotto l'Ape social, Gentiloni il reddito minimo di inserimento e il Conte 1 reddito e pensioni di cittadinanza. Alla fine del 2019 sono stati spesi 114 miliardi». Con che risultati? «Un governo normale dovrebbe chiedersi se, a fronte di un aumento del 50% della spesa ordinaria, è stata ridotta la povertà. Abbiamo comparato i dati di spesa assistenziale con l'indicatore di povertà assoluta e relativa dell'Istat. Il risultato è stato che se nel 2008 avevamo circa 2,7 milioni di persone in povertà assoluta, nel 2019 abbiamo superato i 5 milioni. E questo in un contesto economico di sviluppo: dal 2017 al 2019 sono stati tre anni buoni. Quindi prima di introdurre qualsiasi strumento ulteriore bisognerebbe domandarsi se la strada che abbiamo finora intrapreso va nella direzione giusta». Quali sono le distorsioni? «L'Ape social dà una forma di prepensionamento a carico della collettività. Dal momento che questa formula è rivolta spesso ai disoccupati a cui diamo la pensione piena, dovrebbe diminuire il numero dei poveri. Poi abbiamo il reddito di emergenza. Abbiamo speso 41 miliardi in più strutturali rispetto al 2008 e nello stesso periodo i poveri sono raddoppiati: un Paese che mette nel Piano nazionale di ripresa una somma per il sociale, per prima cosa deve chiedersi se sia questa la strada giusta, oppure è assistenzialismo puro. Io lo chiamo il metadone sociale: produce un numero maggiore di poveri e un numero minore di occupati. I numeri sono incontrovertibili, perché sono forniti dal Mef e dall'Istat». Cioè più si spende in assistenza e più i poveri aumentano? «L'Istat dice che aumentano i soggetti con fragilità, per esempio con dipendenze da droghe, alcol, ludopatia, disfunzioni alimentari. Se a questi “poveri" diamo solo soldi senza farli uscire dalla condizione di fragilità e tanto meno dalla povertà avviandoli al lavoro, la strada è sbagliata». Che si dovrebbe fare? «Dovremmo imitare i modelli scandinavi. Questi soggetti “poveri" vanno presi in carico dai servizi sociali, psicologi, biologi alimentari e così via, in modo che possano essere recuperate al lavoro uscendo dalla povertà. Non prestazioni esclusivamente di natura economica, ma di servizi. Se a un tossicodipendente do 300 euro e lo lascio solo, è molto probabile che spenda questi soldi in droga: non uscirà mai da quella situazione e la sua famiglia sarà sempre più povera. È sbagliato il metodo di welfare perché indiscriminato, fa fede solo l'Isee che sappiamo può essere falsificato e le cronache di questi giorni lo confermano: 6 casi su 10 sono falsi.» Il reddito di cittadinanza è un incentivo a non cercare un'occupazione? «Se a un giovane verso un sussidio da prelevare in contanti, senza nemmeno la giustificazione di una spesa, ditemi che interesse ha ad alzarsi presto per impegnarsi in lavori che pagano poco più del sussidio. Il Rdc è il più grande produttore di lavoro sommerso. I 5s da un lato fanno il cashback che costa miliardi e non combatte il nero, dall'altro erogano 5-7 miliardi di prestazioni assistenziali in contanti. Quindi chi vuole fare il nero non ha problemi. Chi prende 700 euro netti al mese, che interesse ha a trovarsi un lavoro regolare, cioè fare fatica e in più spendere per benzina, mezzi pubblici e pausa pranzo? Il Rdc penalizza l'occupazione, fa crescere la povertà e aumenta il nero». L'ultima novità assistenziale è la paghetta da 10.000 euro ai diciottenni proposta da Enrico Letta. «Occorre puntare sulle politiche attive del lavoro, sull'alternanza scuola e lavoro e sulla formazione. La mia generazione, quella degli anni Cinquanta, cominciava a lavorare a 14 anni e studiava di sera: le opportunità oggi sono maggiori di ieri. Che i giovani siano penalizzati è purtroppo un luogo comune, a parte l'enorme debito pubblico che gli lasciamo sulle spalle. In questa società chi ha buone idee può migliorare molto la sua posizione, altro che blocco dell'ascensore sociale. Bisogna premiare chi apre una startup, non aiutare quelli che non studiano e non lavorano. Con la proposta di Letta corriamo il rischio che questi 10.000 euro vadano nuovamente a coloro che non hanno voglia di fare nulla. E poi chi stabilirà se l'erede cui tassare la successione è uno sciocco, mentre il beneficiario del gruzzoletto è meritevole? Nel “Paese dei diritti" meno Stato favorisce sviluppo e responsabilità ma soprattutto l'assunzione di maggiori doveri: sono questi ultimi il vero ascensore sociale».
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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