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2021-05-31
Reddito di cittadinanza. Ma quando lo cancellate?
Ansa
L'ultimo caso clamoroso dei furbetti del reddito di cittadinanza è quello di un romeno di 29 anni che ha vissuto in Italia un solo giorno, giusto il tempo per presentare la richiesta del sussidio. Una volta ottenuta la certezza che avrebbe potuto ritirare i soldi ogni mese, è salito su un aereo ed è tornato in Romania. Ha lasciato la certificazione del Rdc a qualcuno che potesse ritirare i soldi e gli investigatori stanno cercando di capire se se li facesse recapitare su un conto all'estero o se del reddito beneficiasse in realtà qualcuno che non lo aveva richiesto, ma che tramite la tessera dello straniero poteva ritirare tutti i mesi il sussidio. La legge prevede che per richiedere il reddito di cittadinanza sia necessario essere cittadini italiani oppure stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni, gli ultimi 2 con una presenza stabile nel Paese. Al romeno quindi è bastato dichiarare il falso per avere l'assegno. Ora è scattata la denuncia e dovrà restituire quanto percepito indebitamente. Ma se è all'estero e i soldi sono depositati su un conto straniero, potrebbe farla franca ancora.
La vicenda è successa nella provincia di Vercelli, dove sono emerse 100 posizioni irregolari su circa 1.000 persone controllate, quindi più o meno il 10%. Il danno allo Stato supera i 400.000 euro. C'è poi il caso recente di 4 stranieri scoperti dai carabinieri nel Pavese che, fornendo documenti falsi, avevano ottenuto i sussidi da dicembre 2019 per un importo complessivo di oltre 15.000 euro. Nei controlli della guardia di finanza un mese fa sono incappate anche persone che avevano vinto al gioco somme importanti ma non le avevano dichiarate.
Queste situazioni sono la punta di un iceberg difficile da quantificare nella sua ampiezza. Solo a Palermo negli ultimi 15 mesi sono stati scovati 500 percettori del sussidio che avevano intascato 500 milioni senza averne diritto. In un'altra operazione dei carabinieri di Gioia Tauro, nella tendopoli calabrese di San Ferdinando, sono stati individuati 177 migranti che avevano incassato il Rdc illegalmente. Secondo i dati dell'Inps sono 64.000 i nuclei familiari a cui negli ultimi due anni è stato revocato il sussidio perché non avevano i requisiti. Solo nel primo trimestre del 2021, il Rdc è stato tolto a 38.000 nuclei mentre nel 2020 ben 26.000 hanno ricevuto la revoca.
Era stato introdotto come una misura temporanea per aiutare chi era senza lavoro a trovare un impiego. Invece il reddito di cittadinanza si sta trasformando in un sussidio permanente, un intoccabile atto dovuto da parte dello Stato verso i ceti meno abbienti. Che la misura funzioni male lo testimonia il fatto che il premier Mario Draghi abbia già silurato Mimmo Parisi, il teorico del Rdc piazzato dai grillini alla guida dell'Anpal, cioè l'ente (ora commissariato) cui era stata affidata la gestione del complesso meccanismo reclutando i navigator per aiutare a trovare lavoro. I navigator non funzionano, il reddito è un oceano di sprechi e abusi, i datori di lavoro non trovano più manodopera perché chi prende il reddito preferisce starsene a casa piuttosto che faticare per poche centinaia di euro in più al mese: non è arrivato il momento di metterci mano? Perché Enrico Letta, invece che prendersela con chi eredita il frutto dei sacrifici paterni, non destina ai giovani parte di questi fondi improduttivi
Le irregolarità ormai non si contano. La più diffusa è proprio la mancanza del requisito di residenza e cittadinanza: nel 2020 ha rappresentato il 74% delle revoche. Nel 2021 è emerso anche che una buona quota di furbetti intascavano l'assegno senza essere affatto in condizione di povertà: il 24% delle situazioni illegali erano di proprietari di auto, moto e barche da diporto; non marginali (19%) coloro che avevano un valore del patrimonio mobiliare sopra la soglia e che pur lavorando continuavano a percepire il reddito (17%). Tra decadenza per perdita dei requisiti e revoche per irregolarità, sono circa 531.000 i nuclei familiari che dal 2019 a oggi hanno perso il diritto. Siccome i nuclei beneficiari sono circa 1.100.000, significa che 1 famiglia su 3 non aveva titolo per incassare l'assegno, il cui importo medio mensile è di 564,22 euro.
Contrariamente agli obiettivi iniziali, il Rdc va per tre quarti all'assistenza: l'inserimento sul mercato del lavoro si è rivelato un flop. Lo si desume analizzando i dati dell'Anpal, l'Agenzia delle politiche attive del lavoro che hanno reclutato 2.600 navigator per seguire i percettori del reddito nella ricerca di un impiego. Su tutti i beneficiari del reddito (oltre 3 milioni), circa 1,3 risultavano occupabili al 31 ottobre 2020, cioè hanno i requisiti professionali per tentare di trovare un impiego. Ma pochissimi lo cercano davvero: meglio non far nulla o svolgere un'attività in nero. Soltanto 352.068 persone hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di Rdc (il 25,7%). Lo scorso ottobre erano solo 192.851 i rapporti di lavoro ancora attivi. Il 15,4% dei beneficiari ha stipulato un contratto a tempo indeterminato mentre il 65% dei rapporti sono circoscritti a pochi mesi. Il 18,4% ha una durata inferiore al mese, il 51,4% tra i 2 e i 6 mesi e solo una quota del 9,3% supera la soglia dell'anno.
Nonostante questo fallimento, il decreto Sostegni ha finanziato con 1 miliardo il reddito di cittadinanza e prorogato il contratto dei navigator, in scadenza a fine aprile, per tutto il 2021. Per l'anno in corso, inoltre, viene stabilita la sospensione dell'erogazione del Rdc, al posto della decadenza, in caso di uno o più contratti di lavoro a tempo determinato, entro il limite di 10.000 euro, per la durata del contratto e comunque non oltre i sei mesi. Il governo, infatti, stima che nel 2021 per effetto della pandemia, i percettori del Rdc aumenteranno di circa un quarto rispetto al 2020. Il numero dei sussidi erogati contro la povertà crescerà tra il 20% e il 25%, ovvero altre 500.000 persone, forse 700.000. E per i navigator, altri miracolati dal Rdc, si prevede un'infornata nella pubblica amministrazione. Sono in arrivo concorsi per 11.600 posti banditi dalle Regioni per lavorare a tempo indeterminato nei centri per l'impiego, dove attualmente i navigator operano come collaboratori.
«È metadone sociale. La logica dei sussidi non motiva i giovani»
«La spesa per assistenza e per gli incentivi all'occupazione è aumentata ma non si vedono i risultati. Anzi. La povertà assoluta è cresciuta e così pure i giovani disoccupati. Questo dovrebbe far riflettere. Significa che le politiche finora attuate non hanno funzionato e per di più sono un costo ingente per il bilancio pubblico». Lo dice Alberto Brambilla, esperto di previdenza e delle politiche sul lavoro, presidente di Itinerari previdenziali. «È arrivato il momento di rivedere il reddito di cittadinanza. Se continuiamo con la logica dei sussidi andremo a creare una generazione di giovani poco motivati».
Ci dà qualche numero del fenomeno?
«In Italia nel 2008 spendevamo a carico della fiscalità generale, per le forme varie di assistenza, 73 miliardi. I governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e in parte il Conte 2 hanno aggiunto ulteriori spese. Renzi ha introdotto l'Ape social, Gentiloni il reddito minimo di inserimento e il Conte 1 reddito e pensioni di cittadinanza. Alla fine del 2019 sono stati spesi 114 miliardi».
Con che risultati?
«Un governo normale dovrebbe chiedersi se, a fronte di un aumento del 50% della spesa ordinaria, è stata ridotta la povertà. Abbiamo comparato i dati di spesa assistenziale con l'indicatore di povertà assoluta e relativa dell'Istat. Il risultato è stato che se nel 2008 avevamo circa 2,7 milioni di persone in povertà assoluta, nel 2019 abbiamo superato i 5 milioni. E questo in un contesto economico di sviluppo: dal 2017 al 2019 sono stati tre anni buoni. Quindi prima di introdurre qualsiasi strumento ulteriore bisognerebbe domandarsi se la strada che abbiamo finora intrapreso va nella direzione giusta».
Quali sono le distorsioni?
«L'Ape social dà una forma di prepensionamento a carico della collettività. Dal momento che questa formula è rivolta spesso ai disoccupati a cui diamo la pensione piena, dovrebbe diminuire il numero dei poveri. Poi abbiamo il reddito di emergenza. Abbiamo speso 41 miliardi in più strutturali rispetto al 2008 e nello stesso periodo i poveri sono raddoppiati: un Paese che mette nel Piano nazionale di ripresa una somma per il sociale, per prima cosa deve chiedersi se sia questa la strada giusta, oppure è assistenzialismo puro. Io lo chiamo il metadone sociale: produce un numero maggiore di poveri e un numero minore di occupati. I numeri sono incontrovertibili, perché sono forniti dal Mef e dall'Istat».
Cioè più si spende in assistenza e più i poveri aumentano?
«L'Istat dice che aumentano i soggetti con fragilità, per esempio con dipendenze da droghe, alcol, ludopatia, disfunzioni alimentari. Se a questi “poveri" diamo solo soldi senza farli uscire dalla condizione di fragilità e tanto meno dalla povertà avviandoli al lavoro, la strada è sbagliata».
Che si dovrebbe fare?
«Dovremmo imitare i modelli scandinavi. Questi soggetti “poveri" vanno presi in carico dai servizi sociali, psicologi, biologi alimentari e così via, in modo che possano essere recuperate al lavoro uscendo dalla povertà. Non prestazioni esclusivamente di natura economica, ma di servizi. Se a un tossicodipendente do 300 euro e lo lascio solo, è molto probabile che spenda questi soldi in droga: non uscirà mai da quella situazione e la sua famiglia sarà sempre più povera. È sbagliato il metodo di welfare perché indiscriminato, fa fede solo l'Isee che sappiamo può essere falsificato e le cronache di questi giorni lo confermano: 6 casi su 10 sono falsi.»
Il reddito di cittadinanza è un incentivo a non cercare un'occupazione?
«Se a un giovane verso un sussidio da prelevare in contanti, senza nemmeno la giustificazione di una spesa, ditemi che interesse ha ad alzarsi presto per impegnarsi in lavori che pagano poco più del sussidio. Il Rdc è il più grande produttore di lavoro sommerso. I 5s da un lato fanno il cashback che costa miliardi e non combatte il nero, dall'altro erogano 5-7 miliardi di prestazioni assistenziali in contanti. Quindi chi vuole fare il nero non ha problemi. Chi prende 700 euro netti al mese, che interesse ha a trovarsi un lavoro regolare, cioè fare fatica e in più spendere per benzina, mezzi pubblici e pausa pranzo? Il Rdc penalizza l'occupazione, fa crescere la povertà e aumenta il nero».
L'ultima novità assistenziale è la paghetta da 10.000 euro ai diciottenni proposta da Enrico Letta.
«Occorre puntare sulle politiche attive del lavoro, sull'alternanza scuola e lavoro e sulla formazione. La mia generazione, quella degli anni Cinquanta, cominciava a lavorare a 14 anni e studiava di sera: le opportunità oggi sono maggiori di ieri. Che i giovani siano penalizzati è purtroppo un luogo comune, a parte l'enorme debito pubblico che gli lasciamo sulle spalle. In questa società chi ha buone idee può migliorare molto la sua posizione, altro che blocco dell'ascensore sociale. Bisogna premiare chi apre una startup, non aiutare quelli che non studiano e non lavorano. Con la proposta di Letta corriamo il rischio che questi 10.000 euro vadano nuovamente a coloro che non hanno voglia di fare nulla. E poi chi stabilirà se l'erede cui tassare la successione è uno sciocco, mentre il beneficiario del gruzzoletto è meritevole? Nel “Paese dei diritti" meno Stato favorisce sviluppo e responsabilità ma soprattutto l'assunzione di maggiori doveri: sono questi ultimi il vero ascensore sociale».
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Tra furbetti che ne approfittano e navigator che non funzionano, l'assegno grillino è sempre più inadeguato. Non basta commissariare l'Anpal, bisogna riformare l'intero meccanismo per creare nuova occupazione.L'esperto di previdenza, Alberto Brambilla: «Fa aumentare il numero di poveri senza creare lavoro. E dà una spinta al commercio in nero».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo caso clamoroso dei furbetti del reddito di cittadinanza è quello di un romeno di 29 anni che ha vissuto in Italia un solo giorno, giusto il tempo per presentare la richiesta del sussidio. Una volta ottenuta la certezza che avrebbe potuto ritirare i soldi ogni mese, è salito su un aereo ed è tornato in Romania. Ha lasciato la certificazione del Rdc a qualcuno che potesse ritirare i soldi e gli investigatori stanno cercando di capire se se li facesse recapitare su un conto all'estero o se del reddito beneficiasse in realtà qualcuno che non lo aveva richiesto, ma che tramite la tessera dello straniero poteva ritirare tutti i mesi il sussidio. La legge prevede che per richiedere il reddito di cittadinanza sia necessario essere cittadini italiani oppure stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni, gli ultimi 2 con una presenza stabile nel Paese. Al romeno quindi è bastato dichiarare il falso per avere l'assegno. Ora è scattata la denuncia e dovrà restituire quanto percepito indebitamente. Ma se è all'estero e i soldi sono depositati su un conto straniero, potrebbe farla franca ancora.La vicenda è successa nella provincia di Vercelli, dove sono emerse 100 posizioni irregolari su circa 1.000 persone controllate, quindi più o meno il 10%. Il danno allo Stato supera i 400.000 euro. C'è poi il caso recente di 4 stranieri scoperti dai carabinieri nel Pavese che, fornendo documenti falsi, avevano ottenuto i sussidi da dicembre 2019 per un importo complessivo di oltre 15.000 euro. Nei controlli della guardia di finanza un mese fa sono incappate anche persone che avevano vinto al gioco somme importanti ma non le avevano dichiarate.Queste situazioni sono la punta di un iceberg difficile da quantificare nella sua ampiezza. Solo a Palermo negli ultimi 15 mesi sono stati scovati 500 percettori del sussidio che avevano intascato 500 milioni senza averne diritto. In un'altra operazione dei carabinieri di Gioia Tauro, nella tendopoli calabrese di San Ferdinando, sono stati individuati 177 migranti che avevano incassato il Rdc illegalmente. Secondo i dati dell'Inps sono 64.000 i nuclei familiari a cui negli ultimi due anni è stato revocato il sussidio perché non avevano i requisiti. Solo nel primo trimestre del 2021, il Rdc è stato tolto a 38.000 nuclei mentre nel 2020 ben 26.000 hanno ricevuto la revoca. Era stato introdotto come una misura temporanea per aiutare chi era senza lavoro a trovare un impiego. Invece il reddito di cittadinanza si sta trasformando in un sussidio permanente, un intoccabile atto dovuto da parte dello Stato verso i ceti meno abbienti. Che la misura funzioni male lo testimonia il fatto che il premier Mario Draghi abbia già silurato Mimmo Parisi, il teorico del Rdc piazzato dai grillini alla guida dell'Anpal, cioè l'ente (ora commissariato) cui era stata affidata la gestione del complesso meccanismo reclutando i navigator per aiutare a trovare lavoro. I navigator non funzionano, il reddito è un oceano di sprechi e abusi, i datori di lavoro non trovano più manodopera perché chi prende il reddito preferisce starsene a casa piuttosto che faticare per poche centinaia di euro in più al mese: non è arrivato il momento di metterci mano? Perché Enrico Letta, invece che prendersela con chi eredita il frutto dei sacrifici paterni, non destina ai giovani parte di questi fondi improduttiviLe irregolarità ormai non si contano. La più diffusa è proprio la mancanza del requisito di residenza e cittadinanza: nel 2020 ha rappresentato il 74% delle revoche. Nel 2021 è emerso anche che una buona quota di furbetti intascavano l'assegno senza essere affatto in condizione di povertà: il 24% delle situazioni illegali erano di proprietari di auto, moto e barche da diporto; non marginali (19%) coloro che avevano un valore del patrimonio mobiliare sopra la soglia e che pur lavorando continuavano a percepire il reddito (17%). Tra decadenza per perdita dei requisiti e revoche per irregolarità, sono circa 531.000 i nuclei familiari che dal 2019 a oggi hanno perso il diritto. Siccome i nuclei beneficiari sono circa 1.100.000, significa che 1 famiglia su 3 non aveva titolo per incassare l'assegno, il cui importo medio mensile è di 564,22 euro.Contrariamente agli obiettivi iniziali, il Rdc va per tre quarti all'assistenza: l'inserimento sul mercato del lavoro si è rivelato un flop. Lo si desume analizzando i dati dell'Anpal, l'Agenzia delle politiche attive del lavoro che hanno reclutato 2.600 navigator per seguire i percettori del reddito nella ricerca di un impiego. Su tutti i beneficiari del reddito (oltre 3 milioni), circa 1,3 risultavano occupabili al 31 ottobre 2020, cioè hanno i requisiti professionali per tentare di trovare un impiego. Ma pochissimi lo cercano davvero: meglio non far nulla o svolgere un'attività in nero. Soltanto 352.068 persone hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di Rdc (il 25,7%). Lo scorso ottobre erano solo 192.851 i rapporti di lavoro ancora attivi. Il 15,4% dei beneficiari ha stipulato un contratto a tempo indeterminato mentre il 65% dei rapporti sono circoscritti a pochi mesi. Il 18,4% ha una durata inferiore al mese, il 51,4% tra i 2 e i 6 mesi e solo una quota del 9,3% supera la soglia dell'anno.Nonostante questo fallimento, il decreto Sostegni ha finanziato con 1 miliardo il reddito di cittadinanza e prorogato il contratto dei navigator, in scadenza a fine aprile, per tutto il 2021. Per l'anno in corso, inoltre, viene stabilita la sospensione dell'erogazione del Rdc, al posto della decadenza, in caso di uno o più contratti di lavoro a tempo determinato, entro il limite di 10.000 euro, per la durata del contratto e comunque non oltre i sei mesi. Il governo, infatti, stima che nel 2021 per effetto della pandemia, i percettori del Rdc aumenteranno di circa un quarto rispetto al 2020. Il numero dei sussidi erogati contro la povertà crescerà tra il 20% e il 25%, ovvero altre 500.000 persone, forse 700.000. E per i navigator, altri miracolati dal Rdc, si prevede un'infornata nella pubblica amministrazione. Sono in arrivo concorsi per 11.600 posti banditi dalle Regioni per lavorare a tempo indeterminato nei centri per l'impiego, dove attualmente i navigator operano come collaboratori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/reddito-di-cittadinanza-ma-quando-lo-cancellate-2653155496.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-metadone-sociale-la-logica-dei-sussidi-non-motiva-i-giovani" data-post-id="2653155496" data-published-at="1622400581" data-use-pagination="False"> «È metadone sociale. La logica dei sussidi non motiva i giovani» «La spesa per assistenza e per gli incentivi all'occupazione è aumentata ma non si vedono i risultati. Anzi. La povertà assoluta è cresciuta e così pure i giovani disoccupati. Questo dovrebbe far riflettere. Significa che le politiche finora attuate non hanno funzionato e per di più sono un costo ingente per il bilancio pubblico». Lo dice Alberto Brambilla, esperto di previdenza e delle politiche sul lavoro, presidente di Itinerari previdenziali. «È arrivato il momento di rivedere il reddito di cittadinanza. Se continuiamo con la logica dei sussidi andremo a creare una generazione di giovani poco motivati». Ci dà qualche numero del fenomeno? «In Italia nel 2008 spendevamo a carico della fiscalità generale, per le forme varie di assistenza, 73 miliardi. I governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e in parte il Conte 2 hanno aggiunto ulteriori spese. Renzi ha introdotto l'Ape social, Gentiloni il reddito minimo di inserimento e il Conte 1 reddito e pensioni di cittadinanza. Alla fine del 2019 sono stati spesi 114 miliardi». Con che risultati? «Un governo normale dovrebbe chiedersi se, a fronte di un aumento del 50% della spesa ordinaria, è stata ridotta la povertà. Abbiamo comparato i dati di spesa assistenziale con l'indicatore di povertà assoluta e relativa dell'Istat. Il risultato è stato che se nel 2008 avevamo circa 2,7 milioni di persone in povertà assoluta, nel 2019 abbiamo superato i 5 milioni. E questo in un contesto economico di sviluppo: dal 2017 al 2019 sono stati tre anni buoni. Quindi prima di introdurre qualsiasi strumento ulteriore bisognerebbe domandarsi se la strada che abbiamo finora intrapreso va nella direzione giusta». Quali sono le distorsioni? «L'Ape social dà una forma di prepensionamento a carico della collettività. Dal momento che questa formula è rivolta spesso ai disoccupati a cui diamo la pensione piena, dovrebbe diminuire il numero dei poveri. Poi abbiamo il reddito di emergenza. Abbiamo speso 41 miliardi in più strutturali rispetto al 2008 e nello stesso periodo i poveri sono raddoppiati: un Paese che mette nel Piano nazionale di ripresa una somma per il sociale, per prima cosa deve chiedersi se sia questa la strada giusta, oppure è assistenzialismo puro. Io lo chiamo il metadone sociale: produce un numero maggiore di poveri e un numero minore di occupati. I numeri sono incontrovertibili, perché sono forniti dal Mef e dall'Istat». Cioè più si spende in assistenza e più i poveri aumentano? «L'Istat dice che aumentano i soggetti con fragilità, per esempio con dipendenze da droghe, alcol, ludopatia, disfunzioni alimentari. Se a questi “poveri" diamo solo soldi senza farli uscire dalla condizione di fragilità e tanto meno dalla povertà avviandoli al lavoro, la strada è sbagliata». Che si dovrebbe fare? «Dovremmo imitare i modelli scandinavi. Questi soggetti “poveri" vanno presi in carico dai servizi sociali, psicologi, biologi alimentari e così via, in modo che possano essere recuperate al lavoro uscendo dalla povertà. Non prestazioni esclusivamente di natura economica, ma di servizi. Se a un tossicodipendente do 300 euro e lo lascio solo, è molto probabile che spenda questi soldi in droga: non uscirà mai da quella situazione e la sua famiglia sarà sempre più povera. È sbagliato il metodo di welfare perché indiscriminato, fa fede solo l'Isee che sappiamo può essere falsificato e le cronache di questi giorni lo confermano: 6 casi su 10 sono falsi.» Il reddito di cittadinanza è un incentivo a non cercare un'occupazione? «Se a un giovane verso un sussidio da prelevare in contanti, senza nemmeno la giustificazione di una spesa, ditemi che interesse ha ad alzarsi presto per impegnarsi in lavori che pagano poco più del sussidio. Il Rdc è il più grande produttore di lavoro sommerso. I 5s da un lato fanno il cashback che costa miliardi e non combatte il nero, dall'altro erogano 5-7 miliardi di prestazioni assistenziali in contanti. Quindi chi vuole fare il nero non ha problemi. Chi prende 700 euro netti al mese, che interesse ha a trovarsi un lavoro regolare, cioè fare fatica e in più spendere per benzina, mezzi pubblici e pausa pranzo? Il Rdc penalizza l'occupazione, fa crescere la povertà e aumenta il nero». L'ultima novità assistenziale è la paghetta da 10.000 euro ai diciottenni proposta da Enrico Letta. «Occorre puntare sulle politiche attive del lavoro, sull'alternanza scuola e lavoro e sulla formazione. La mia generazione, quella degli anni Cinquanta, cominciava a lavorare a 14 anni e studiava di sera: le opportunità oggi sono maggiori di ieri. Che i giovani siano penalizzati è purtroppo un luogo comune, a parte l'enorme debito pubblico che gli lasciamo sulle spalle. In questa società chi ha buone idee può migliorare molto la sua posizione, altro che blocco dell'ascensore sociale. Bisogna premiare chi apre una startup, non aiutare quelli che non studiano e non lavorano. Con la proposta di Letta corriamo il rischio che questi 10.000 euro vadano nuovamente a coloro che non hanno voglia di fare nulla. E poi chi stabilirà se l'erede cui tassare la successione è uno sciocco, mentre il beneficiario del gruzzoletto è meritevole? Nel “Paese dei diritti" meno Stato favorisce sviluppo e responsabilità ma soprattutto l'assunzione di maggiori doveri: sono questi ultimi il vero ascensore sociale».
JD Vance (Ansa)
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
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Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
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Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.