2018-09-21
Leone XIV (Ansa)
Prevost fa esplicito riferimento alla «violenza dilagante» a Termini in una omelia.
dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.
Continua a leggereRiduci
Ryan Williams e Donald Trump
Il capo del Claremont Institute, serbatoio di collaboratori per Donald Trump: «La lotta al woke è appena iniziata, servono leggi. L’immigrazione senza limiti indebolisce la democrazia».
La lotta per l'egemonia culturale è uno degli obiettivi principali della seconda amministrazione Trump. Il presidente americano è riuscito a spezzare il connubio tra la Silicon Valley e i movimenti woke, dichiarando anche guerra all’ultra-progressismo che si annida negli apparati governativi e nelle istituzioni universitarie. In questo quadro, l’inquilino della Casa Bianca si sta appoggiando soprattutto a un think tank: il Claremont Institute. Fondato nel 1979 da alcuni allievi del filosofo Harry Jaffa (a sua volta discepolo di Leo Strauss), questo pensatoio ha dato numerosi alti funzionari all’attuale amministrazione americana. Uno dei suoi obiettivi è del resto la rivalutazione della cultura occidentale in diretta antitesi con il progressismo woke e con le sue ricette politiche.
Non a caso, nel 2019, Trump insignì il Claremont della National Humanities Medal per il suo impegno volto a promuovere la libertà e la democrazia. Era inoltre lo scorso luglio, quando il pensatoio ha ospitato JD Vance, che tenne un discorso sulla cittadinanza statunitense. È quindi alla luce di tutto questo che La Verità ha intervistato in esclusiva il presidente del Claremont, Ryan Williams.
Presidente Williams, quali sono le principali minacce poste dalla cultura woke?
«La cultura woke pone minacce sia fondamentali che pratiche. La minaccia fondamentale è che presenta una storia errata e tendenziosa della fondazione e della storia politica dell’America da allora. Il wokismo considera il fatto straordinario e senza precedenti della fondazione dell’America sui diritti naturali fondamentali (e sui doveri connessi) della Dichiarazione d’Indipendenza come mera retorica che maschera la politica di potere e l’ostinazione “razzista”, “sessista” e “colonialista” dei fondatori dell’America. Così facendo, la cultura woke denigra il raro genio e la rara abilità politica di quegli uomini originari e degli statisti che furono i loro successori. Questa falsa narrazione è intesa come un acido per dissolvere l’ordine costituzionale americano così come lo conosciamo, al fine di sostituirlo con nuove dottrine di giustizia sociale, fondate su falsità in contrasto con la realtà, la biologia e la natura umana. Questo approccio alla storia e al governo è la più recente evoluzione delle vecchie patologie comuniste e marxiste, con l’“identità” (sia essa razziale, sessuale o di altro tipo) che sostituisce l’economia e la classe. Questa nuova versione, proprio come la vecchia, è fondamentalmente tirannica e finirà in una morte e distruzione sconsiderate nel perseguire l’utopia. La minaccia pratica della cultura woke è quella di balcanizzare gli americani in fazioni di “identità”. Poiché l’identità è una questione di preferenze e volontà personali e idiosincratiche (piuttosto che di ragione), questo processo è illimitato e produrrà conflitti, risentimento e anarchia. Una repubblica, anche grande come la nostra, deve condividere più cose in comune, per una questione di amicizia e concordia, che elementi che contribuiscono a separarci. Il wokismo semina divisione e raccoglierà il turbine della dissoluzione nazionale».
Qual è il ruolo del Claremont nel contrastare la cultura woke che si annida nelle istituzioni americane?
«Dal 1979 insegniamo i principi fondanti dell’America e la loro applicazione alla crisi attuale. Insegniamo a politici, futuri politici, membri dell’amministrazione, avvocati, giornalisti, sceriffi e accademici: a chiunque ricopra, o si stia preparando a ricoprire, posizioni di alta responsabilità nella vita pubblica americana. Attualmente contiamo oltre 1.000 ex studenti che lavorano in tutto il Paese. Ottanta di loro lavorano nell’attuale amministrazione Trump. Oltre ai nostri programmi di insegnamento, scriviamo su The American Mind e sulla Claremont Review of Books, nonché su articoli accademici e briefing politici. Presentiamo inoltre memorie presso le corti federali e la Corte Suprema. Tutto questo lavoro ha lo stesso scopo: aiutare gli americani patriottici e ambiziosi, intellettualmente e praticamente, ad avere una corretta comprensione delle riforme profonde, sostanziali e persino radicali necessarie per rovesciare e sostituire un secolo di progressismo e wokismo».
Quali misure suggerirebbe a Trump per combattere la cultura woke?
«Trump ha già compiuto notevoli progressi, proseguendo il lavoro iniziato durante il primo mandato. Ha iniziato a ricostituzionalizzare la burocrazia e a riportarla sotto la supervisione del popolo americano attraverso i suoi rappresentanti eletti. Ha fatto pressione sull’istruzione superiore, soprattutto attraverso l’influenza che ha sui finanziamenti, affinché torni a un insegnamento meno ideologicamente corrotto della storia americana. La maggioranza della Corte Suprema, rafforzata dalle nomine giudiziarie del presidente Trump durante il suo primo mandato, ha iniziato a smantellare decenni di cattivi precedenti. L’amministrazione ha grandi progetti per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con un resoconto onesto della grandezza americana. La fase successiva di gran parte di questo lavoro sarà quella di renderlo più stabile codificandolo in legge attraverso il Congresso».
Il Claremont è in prima linea contro l’immigrazione di massa. Per quale ragione?
«A partire dal 1965 con l’Hart-Cellar Act, l’America ha assunto la posizione che ogni forma di immigrazione è positiva, e più ce n’è, meglio è. Negli ultimi 40 anni, si è verificata anche un’ondata di immigrazione illegale, accelerata in un modo senza precedenti durante l’amministrazione Biden. Si è trattato di un fenomeno molto irresponsabile, che in gran parte si è accumulato contro la volontà della maggioranza del popolo americano. Il problema fondamentale di tutto ciò è che qualsiasi governo responsabile deve garantire che gli stranieri che ammette nella sua giurisdizione – molti dei quali alla fine diventeranno cittadini – abbiano almeno una certa familiarità con le abitudini e i ritmi di un autogoverno libero e responsabile. Non tutti i popoli e le culture sono uguali e una vera assimilazione è al tempo stesso difficile e assolutamente necessaria. L’interesse nazionale, la prosperità del popolo americano e un’assimilazione ordinata devono essere le massime priorità della politica sull’immigrazione. L’infinita eterogeneità civica, alimentata da un’immigrazione di massa irresponsabile, porterà alla fine della democrazia e del costituzionalismo americani, sostituiti da una sorta di governo imperiale e dispotico. Il vostro pubblico italiano è ovviamente ben informato sulla questione esistenziale di una politica migratoria responsabile».
Il Claremont affonda le sue radici nel pensiero filosofico di Leo Strauss e del suo allievo, Harry Jaffa. Perché questi due filosofi sono importanti ancora oggi?
«Strauss insegnò all’Occidente e all’America come leggere i più grandi libri del canone occidentale come se avessero ancora cose importanti da insegnare, come in effetti è. Jaffa adottò questo approccio rigoroso ai testi e lo applicò ai padri fondatori dell’America e a uno dei suoi più grandi statisti, Abraham Lincoln. Il contributo peculiare di Jaffa fu quello di insegnare alla destra americana come comprendere correttamente la saggezza dei testi e dei discorsi dei Padri fondatori americani, in particolare le verità senza tempo sui diritti naturali e sulla legge naturale, contenute nella Dichiarazione d’Indipendenza».
Gran parte dell’establishment politico italiano accusa Trump e il conservatorismo americano di estremismo.
«Jaffa ebbe un piccolo ruolo nella stesura del discorso di accettazione della nomination repubblicana di Barry Goldwater nel 1964. Se letti attentamente, i passaggi di Jaffa in quel discorso meritano di essere seriamente considerati ogni volta che vengono sollevate accuse di “estremismo”. Jaffa amava dire che sia Aristotele che Tommaso d’Aquino si sarebbero trovati a loro agio con essi. Sono: “Vorrei ricordarvi che l’estremismo nella difesa della libertà non è un vizio! E lasciatemi ricordare anche che la moderazione nel perseguimento della giustizia non è una virtù!”. A un livello più prosaico, “estremismo” è solo l’ultimo epiteto scagliato dalla sinistra, su entrambe le sponde dell’Atlantico, per zittire la gente e porre fine alle discussioni sulle questioni politiche più importanti. Dovremmo scrollarci di dosso le accuse di “estremismo” e dedicarci alla seria questione della preservazione della civiltà».
L’odio nutrito dall’estrema sinistra sta crescendo. Che cosa pensa dell’assassinio di Charlie Kirk?
«Il significato profondo dell’assassinio di Charlie è che ci sono alcune fazioni estremiste della sinistra che sono essenzialmente tiranniche e omicide e hanno rinunciato alla politica. Questo è il mezzo a cui la sinistra radicale ricorre sempre, come sappiamo dall’esperienza del marxismo nel XX secolo. I cittadini riflessivi, di destra e di sinistra, dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per opporsi a tali impulsi e movimenti».
Perché i democratici sono contrari all’obbligo di presentare un documento d’identità per votare alle elezioni?
«I dem più cinici si oppongono all’obbligo di presentare un documento d’identità per votare perché la loro coalizione fa più affidamento sui voti di elettori che non hanno diritto di votare rispetto ai loro avversari politici. Il resto degli altri dem ragionevoli e moderati non è così cinico o corrotto. Ma agiscono sulla falsa convinzione che richiedere un documento d’identità per votare sia in qualche modo “razzista”, nonostante tale requisito sia quasi universale per votare in quasi tutti i Paesi civili del mondo».
Che cosa pensa della politica estera di Trump?
«L’amministrazione Trump è stata responsabile del più grande e salutare riorientamento della politica estera americana degli ultimi 50 anni. Fino a Trump, la politica estera americana, repubblicana e dem, era stata fondamentalmente progressista per oltre un secolo, cercando di pavoneggiarsi per il mondo, rifacendo ogni nazione a propria immagine. Ora stiamo tornando a un’attenzione più rispettosa per gli interessi nazionali e a un ritrovato, e da tempo atteso, rispetto per la sovranità delle altre nazioni e per la legittima autonomia delle diverse culture e stili di vita in tutto il mondo. I Padri fondatori americani approverebbero».
Continua a leggereRiduci
Ansa
Altro «regalo» di Conte: gli inquilini degli edifici che non hanno finito i lavori rischiano il salasso. Il governo studia sconti del 90%.
E io pago! Direbbe il principe Antonio De Curtis che si trova a fare i conti, come quasi tutti i contribuenti italiani, con l’eredità lasciata da Peppino, al secolo Giuseppe Conte. È curioso notare come la segretaria del Pd Elly Schlein se la pigli col governo che non provvede alle necessità dei meno abbienti.
A parte che non è così, ma sarebbe il caso che guardasse meglio nel suo campo largo per trovare le ragioni delle difficoltà di bilancio in cui si è dibattuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ha ripetuto fino allo sfinimento che il Superbonus edilizio - ha tolto molto ai poveri per dare a una ristretta minoranza - ci costa 4,5 miliardi al mese. Ma si sa, dei 5 stelle originari è rimasta solo la sigla e oggi il Superbonus presenta un altro Conte, pardon conto.
Il Sole 24 Ore ha anticipato ieri che il governo starebbe studiando, perché costretto dagli eventi, una norma salva condomini per evitare a chi ha attivato il Superbonus, ma non ha terminato i lavori, di vedersi chiedere dall’Agenzia delle Entrate una parte di quanto ricevuto sia come anticipazione bancaria sia come sconto in fattura. La faccenda è seria e complicata come l’iter del Superbonus che ha avuto mille ripensamenti. Il bilancio al mese scorso non è lusinghiero: gli edifici ristrutturati e dunque si presume anche a norma rispetto alle «follie» del Green deal sono 502.500 mettendoci dentro anche castelli e palazzi nobiliari per uno sconto fiscale che ammonta sinora a oltre 130 miliardi di euro. La gran parte degli edifici ristrutturati sono abitazioni unifamiliari. Così ci sono circa 140.000 condomini rimasti in mezzo al guado. Forse sarebbe meglio dire in mezzo al guano visto che tra lavori che devono essere finiti e lavori autorizzati l’ammontare complessivo è di circa 166 miliardi.
Per evitare un massacro fiscale a chi ha operato in buona fede il governo sta pensando di varare col decreto fiscale in approvazione in questa settimana (o nella prossima) una sorta di scudo che sana le irregolarità dei condomini attraverso un pagamento ridotto di quanto l’Agenzia delle Entrate potrebbe pretendere. Le fattispecie su cui incide la norma sono diverse, ma tre sono le più frequenti e stanno togliendo il sonno a migliaia di cittadini che si trovano col danno - l’impresa che non ha finito i lavori - e la beffa della richiesta dell’Erario. I cittadini vengono chiamati in causa perché se anche hanno ceduto il credito alla banca o hanno accettato lo sconto in fattura i destinatari del Superbonus sono loro e come tali vengono chiamati a rispondere. Il primo: i lavori non finiti. Requisito dirimente per avere titolo a qualsiasi bonus edilizio è che l’opera sia stata eseguita per intero. Chi non chiude il cantiere è soggetto a revoca del bonus che deve rimborsare (se si è chiesto l’anticipo in banca bisogna mettere mano al portafoglio) maggiorato di mora e interessi. Il secondo caso si verifica se c’è difformità tra quanto dichiarato all’Agenzia delle Entrate e i lavori effettivamente fatti. Il terzo caso emerge se si riscontra una differenza tra i materiali che si è dichiarato di avere acquistato e quelli effettivamente utilizzati. Anche in questi due casi si rischia la revoca del bonus e l’applicazione delle sanzioni. La misura allo studio del governo sarebbe uno sconto del 90% sulle cifre contestate e l’azzeramento di more ed interessi. Per capirci, se l’Agenzia ha nel mirino un beneficio da 200.000 euro se ne pagano 20.000 e si azzera tutto.
Com’è facile capire però questo ha un immediato impatto, in termini di minore entrate, sul bilancio, il che allunga l’ombra nefasta del 110% sui conti pubblici. Anche perché c’è un’altra questione fiscale che il governo pare comunque intenzionato a sanare, stavolta probabilmente scegliendo la via dell’emendamento d’aula in fase di conversione del decreto fiscale. Secondo l’anticipazione del Sole 24 Ore questo ulteriore provvedimento riguarda i cosiddetti General contractor. Sono le imprese grosse che hanno preso il lavoro e poi subappaltato. L’Agenzia delle Entrate contesta la differenza tra il valore dei lavori ammessi al Superbonus e le fatture pagate dai General contractor ai subfornitori, sospettando che le ditte abbiano fatto la «cresta» sullo sconto fiscale. L’Anci (l’associazione dei costruttori) protesta: non c’è nessun lucro indebito; la differenza tra i due importi si chiama utile d’impresa su cui il fisco già esercita il prelievo. Anche qui la pretesa delle Entrate sarebbe l’integrale restituzione del Superbonus, mentre le aziende dicono che hanno semplicemente fatto da capofila degli appalti per rendere più rapido accedere all’anticipazione bancaria. Com’è evidente se l’Agenzia delle entrate chiedesse il rientro le imprese sarebbero in enormi difficoltà. Da qui la norma allo studio del governo per estendere anche lo scudo Superbonus. Tanto c’è sempre uno che dice «e io pago!».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 23 febbraio con Carlo Cambi







