2018-09-21
Ansa
Il sistema delle sanzioni penalizza Stellantis e tedeschi, mentre premia Tesla e l’Asia.
Bruxelles riesce sempre a sorprenderci.
E proprio mentre pensavamo che l’harakiri perfetto sull’automotive fosse stato compiuto, sono arrivati dei numeri, elaborati da uno studio di Dataforce ripreso dal quotidiano Milano Finanza, che dimostrano come al peggio non ci sia mai fine. Ricordate le multe sulle emissioni? Quelle di cui da anni si lamentano le principali case del Vecchio continente? Quelle che l’Europa aveva deciso di rendere più flessibili per dare una dimostrazione minima di resipiscenza rispetto al disastro green perpetrato a danno di uno dei settori centrali per l’industria europea? Bene, alla fine siamo arrivati a una spalmatura (per gli anni 2025-2027 il calcolo delle emissioni è stato dilazionato sul triennio anziché anno per anno) che non equivale a una cancellazione, anzi. Per cui a breve (inizio 2028) i nodi arriveranno al pettine.
E porteranno un’altra mazzata a danno dei produttori tradizionali di automotive, mentre si tradurranno nell’ennesimo regalo per i cinesi. Secondo l’analisi della società di ricerche di mercato specializzata, da gennaio 2025 ad aprile 2026, quindi il primo periodo della spalmatura, il sistema automobilistico dell’Ue avrebbe accumulato 12,8 miliardi di euro di debiti e 9,7 miliardi di crediti. Un saldo negativo che supera i 3 miliardi.
Ma la notizia peggiore non è questa. Il vero problema è che sono penalizzati soprattutto i produttori che stanno provando a fare retromarcia sull’elettrico convertendosi all’ibrido. I numeri dicono che Volkswagen ha già in pancia 2,3 miliardi di sanzioni. Stellantis la segue con multe potenziali superiori a 1,2 miliardi di euro e poi ci sono Mercedes-Benz (poco meno di 1 miliardo) e Nissan.
Meglio fermarsi. Perché arrivati a questo punto urge riepilogare un po’ di puntate precedenti per capire meglio la fiera dell’assurdo messa in piedi da Bruxelles. Prima gli strateghi europei hanno ideato il Green deal imponendo una conversione all’elettrico con tempistiche irrealistiche. Poi quando si sono resi conto che il mercato non reggeva, che i più grandi produttori mondiali stavano andando a ramengo e che avevano regalato l’intero settore e la sua filiera alla Cina che da anni detiene il semi-monopolio delle materie prime verdi, hanno provato a metterci delle pezze. A colori, ovviamente.
Perché il nuovo sistema delle multe penalizza proprio chi, puntando sulle ibride, sta provando a uscire dal pantano nel quale era finito a causa delle norme ideologiche e insensate di Bruxelles.
A vantaggio di chi? Neanche a dirlo dei cinesi, che sono infatti i veri vincitori del sistema sanzionatorio revisionato. A parte Tesla che primeggia dall’alto di oltre 2 miliardi di crediti accumulati tra il 2025 e il primo scorcio del 2026, tutti gli altri grandi beneficiari sono asiatici. Non poteva mancare Byd che ha superato quota 1,5 miliardi di attivi, seguita da Geely (1,4 miliardi), Leapmotor (oltre mezzo miliardo di attivo con appena 57.000 auto immatricolate) e Xiaopeng (250 milioni). Le multe le pagheranno i singoli costruttori, ma Dataforce ha anche stilato una classifica per Paese. La distribuzione geografica delle multe. Ne viene fuori che l’Italia primeggia: a fine aprile, infatti, eravamo in negativo di 3,8 miliardi di euro, avendo raggiunto un livello di emissioni medie di CO2 di 111,8 g/km (18,2 in più della media prevista di 93,6). Poi c’è la Germania con 2,8 miliardi di sanzioni e un livello medio di emissioni di 101,7 g/km.
Al contrario, i Paesi del Nord Europa dominano la classifica dei crediti, anche perché sono da tempo orientati verso l’elettrico e hanno caratteristiche geografiche e di densità di popolazione ben diverse.
Insomma, tutto abbastanza scontato, anche il fatto che il masochismo europeo non conosca limiti e che Bruxelles stia perseverando, come evidenzia Dataforce «nel trasferimento di miliardi di valore dalla sua industria dell’auto a quella di operatori extra-europei, in particolare Tesla e i gruppi cinesi più avanzati nell’elettrificazione».
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A Perugia, davanti allo scandalo dei legali spiati in carcere, il problema sembrano gli scoop della «Verità» e l’«esposizione mediatica». L’ex pm Cannevale: «A rischio le garanzie costituzionali e i diritti umani».
A Perugia magistrati e rappresentanti locali dell’avvocatura provano a siglare la pace dopo che, sulla Verità, l’ex pm Alessandro Cannevale, oggi legale, ha denunciato la realizzazione di decine di intercettazioni illegittime (durate, come vedremo, oltre 30 ore complessive) dentro al carcere di Capanne.
L’ex procuratore di Spoleto assiste la collega Daniela Paccoi, indagata in un’inchiesta per droga insieme con un suo cliente ristretto in carcere. Ma le captazioni non hanno riguardato solo i colloqui tra i due nella casa circondariale (in questo caso le intercettazioni erano autorizzate dal gip), ma hanno registrato circa 70 conversazioni tra avvocati e detenuti non coinvolti nel procedimento. Uno scandalo che ha convinto l’Unione delle Camere penali italiane a indire uno sciopero di cinque giorni e una manifestazione nazionale proprio nel capoluogo umbro, prevista per l’11 giugno.
In un comunicato congiunto, il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e i presidenti delle sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e dell’associazione dei penalisti, rispettivamente Carlo Orlando e Luca Gentili, hanno «assicurato la massima attenzione sui fatti emersi di recente, i quali risultano tuttora in fase di verifica, anche da parte degli organi istituzionali competenti, tempestivamente interessati dallo stesso procuratore generale». Sottani e gli avvocati hanno concordato sul fatto che «eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie» e, seppur senza nominarlo espressamente, hanno criticato la scelta di Cannevale di denunciare sul nostro giornale la vicenda: «Il clamore mediatico, come in ogni caso, non giova a un sereno e rigoroso accertamento dei fatti», si legge nel comunicato.
L’avvocato, tirato per la toga, non vede, però, controindicazioni nella battaglia che ha lanciato dalle pagine della Verità e non pare condividere la pace «preventiva» stipulata dagli organi di rappresentanza degli avvocati perugini: «Questi ultimi non hanno il potere, diciamo, di “rimettere la mia querela”, né io ho sentito il bisogno di chiedere udienza al pg o di sottrarre la vicenda al dibattito pubblico. Infatti ritengo che i fatti siano già accertati quanto basta. Purtroppo il procuratore generale, nei suoi comunicati, non ha neppure ipotizzato l’adozione di misure idonee a evitare che i decreti d’intercettazione possano portare ad attività non autorizzate nel carcere di Perugia. Il che mi convince sempre più di avere fatto benissimo a rivolgermi alla Verità».
Dalle indagini difensive di Cannevale e delle sue colleghe Silvia Lorusso, Silvia Egidi e Maria Luce Fagiolo stanno emergendo particolari sempre più inquietanti: «Abbiamo calcolato la durata complessiva delle intercettazioni illegittime, perché non autorizzate dal giudice. Sono stati registrati complessivamente 31 ore e 26 minuti di colloqui difensivi effettivi, escludendo i tempi nei quali veniva registrata la sala vuota, prima o dopo il colloquio». Ma il presidente della Camera penale di Perugia, Gentili, in un’intervista a Radio Radicale ha parlato di registrazioni di pochi minuti… «I colloqui intercettati illegittimamente sono, come sa, 70. Le faccio la top five: il più lungo, del 28 novembre 2025, dura 2 ore e 3 minuti, poi ce n’è uno di un’ora e 36 minuti, altri 3 sono andati avanti per più di 50 minuti. Poi ce ne sono sopra i 40, sopra i 30 e sopra i 20. Può controllare se ho fatto bene i conti dal verbale di attività compiute dalle colleghe Silvia Lorusso e Maria Luce Fagiolo. Un’altra cosa curiosa è che a volte tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne venivano intercettate contemporaneamente, come se l’avvocato Paccoi e il suo cliente G.C. (detenuto e coindagato nell’inchiesta per droga, ndr) avessero il dono dell’ubiquità».
Per Cannevale l’intricata vicenda non può essere risolta in un incontro istituzionale: «Il problema non riguarda solo il procuratore generale, né, con tutto il rispetto per i colleghi, la Camera penale e il Consiglio dell’Ordine. Intanto perché nel carcere di Capanne arrivano detenuti di tutta Italia, difesi da avvocati di tutta Italia. E, poi, perché il procuratore generale è titolare del potere-dovere di vigilanza sui magistrati del distretto, ma qui che i pm siano stati più o meno disattenti, o se e in che modo abbiano o meno preso cognizione di dati illegittimamente acquisiti, è solo uno dei problemi».
Cannevale elenca alcuni dei punti oscuri che non trovano risposta nei verbali di inizio e fine delle operazioni: «Quando la polizia giudiziaria ottiene un decreto di intercettazione dei dialoghi che avvengono nelle salette destinate agli avvocati del carcere di Perugia, deve confrontarsi con la direzione o è tutto un fai-da-te? Le quattro sale colloqui hanno microspie allestite in permanenza o sono installate solo quando il giudice autorizza le intercettazioni e subito dopo disinstallate? Come mai l’installazione e la disinstallazione non sono state verbalizzate?». Facciamo notare che Sottani ha assicurato che di queste registrazioni non verrà fatto alcun uso processuale. Cannevale pensa che questa sia un’ovvietà: «Lo sapevo bene fin dall’inizio e, d’altra parte, non mi sembra una grande concessione: cosa volete che se ne facciano, nel processo a carico dell’avvocato Paccoi e del suo assistito, dei colloqui difensivi con persone che col processo non c’entrano nulla?».
Però, per l’avvocato, quelle registrazioni illecite potrebbero essere utilizzate in modo del tutto improprio: «Il problema è: a cosa potrebbero servire in astratto? Se la polizia giudiziaria intercetta senza autorizzazione i colloqui dei detenuti e di chi parla con loro, può farsi banche dati abusive, esercitare pressioni sui detenuti, facendo leva sui dati acquisiti sulla loro famiglia, promuovere ritorsioni contro chi denunci di essere stato picchiato, eccetera eccetera. La distruzione delle registrazioni a babbo morto non serve assolutamente a nulla». Ma Cannevale non vuole gettare la croce addosso alla polizia giudiziaria, di cui dice di «fidarsi ciecamente»: «Qui il problema è che le garanzie costituzionali non possono essere concesse dalla graziosa magnanimità di chi indaga. I diritti umani si chiamano così perché appartengono a tutti gli uomini. L’altro ieri ho sentito un maestro di scuola spiegare a bambini di quinta elementare, al termine di una bella recita sul lavoro minorile, che la democrazia si conquista ogni giorno e che se ne può perdere un pezzettino per volta, nei piccoli fatti di ogni giorno».
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A Milano la prima edizione di Crossings, il format dedicato alle trasformazioni aziendali: al centro del dibattito l’equilibrio aziendale tra esperienza e innovazione.
Cinque generazioni in azienda, cinque modi diversi di intendere il lavoro. Con un unico imperativo: imparare a costruire ponti fra generazioni, invece di muri. È questo il filo conduttore della prima edizione di Crossings, il nuovo format dedicato alle trasformazioni che accelerano il cambiamento e ridefiniscono mercati e organizzazioni, andato in scena il 28 maggio, presso la sede milanese di Italpress.
Condotto dal giornalista e opinionista televisivo Claudio Brachino, l’incontro ha riunito imprenditori, manager, docenti universitari e professionisti chiamati a confrontarsi sulle nuove sfide delle imprese: il professor Carmine Tripodi, docente di Economia Aziendale presso l’Università della Valle d’Aosta; Isabella Pierantoni, sociologa, futurist e fondatrice di Generation Mover™; lo strategic advisor e già CEO di Roberto Cavalli e Dsquared2, Sergio Azzolari; il General Manager di Borsalino, Mauro Baglietto; e Riccardo Adamo, founder di Aerre Partners e 50yet. Infine, un contributo video di Lello Caldarelli, Founder & CEO di Antony Morato.
Il tema centrale dell’evento è stato il valore strategico del capitale umano multigenerazionale. Un concetto che può sembrare astratto, ma che nella pratica quotidiana delle imprese, in realtà, si traduce in scelte del tutto concrete: chi assumere, come formare, come trattenere i talenti.
Adamo ha messo subito in chiaro la strada più corretta da imboccare: «Il tema non è scegliere fra giovani e senior, quanto piuttosto trovare un dialogo, un ponte perché l'esperienza possa “scivolare” verso le nuove generazioni». Un invito a smontare quella narrazione — diffusa quanto superficiale — che vuole le generazioni in conflitto strutturale. «Non è vero che una generazione sostituisca un'altra. In realtà convivono nella complessità dello stesso contesto».
La Dott.ssa Pierantoni, autrice del libro Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il futuro, pubblicato da Il Mulino, ha offerto una prospettiva sociologica: oggi, nelle aziende, coesistono cinque generazioni con cinque mentalità diverse sul lavoro. Il vero cambio di paradigma, però, non è soltanto demografico. «È cambiato il valore del tempo», ha osservato. Per le generazioni più giovani, difatti, la vita fuori dal lavoro ha un peso molto maggiore rispetto a quanto valesse per i loro predecessori.
Per anni, oltretutto, si è trascurato un valore fondamentale per le aziende: l'esperienza. Adamo lo ha dichiarato senza mezzi termini: «Per molto tempo abbiamo associato gioventù e startup all'innovazione. Ma oggi le aziende capiscono che l'innovazione deve gestire delle complessità». Da qui il «ritorno dell'esperienza» come cardine di un modello vincente.
Azzolari, che ha guidato brand come Roberto Cavalli e Dsquared2, ha scelto un'immagine efficace: «Il manager esperto ha tante cicatrici, perché ha vissuto tante battaglie e ne è sopravvissuto». Precisando, però, che ciò che conta davvero sono «la sete di conoscenza, la curiosità e la velocità di pensiero». L'età, in sostanza, non è mai il fattore determinante.
Tripodi ha spostato l'attenzione sulle imprese come produttrici di cultura, prima ancora che di profitto. È necessario creare percorsi di formazione chiari, accompagnare i giovani nei diversi aspetti del lavoro e far comprendere loro che entrare in azienda è una responsabilità. «Bisogna spiegare per filo e per segno cosa si aspetta l'azienda dai ragazzi, così da renderli in grado di scegliere consapevolmente se intendono farne parte».
Baglietto ha sintetizzato la questione dal punto di vista manageriale: alla luce della complessità dei mercati, serve «una contaminazione di esperienza e freschezza» per tenere il passo nei processi decisionali.
In un mercato che cambia a velocità supersonica, la capacità di mettersi in discussione e di continuare ad apprendere vale più di qualsiasi dato anagrafico. E in effetti, come sentenzia giustamente Adamo, «il talento non ha età».
Ansa
Dopo tre anni di confronto l’associazione Agesci arruola educatori omosessuali e transgender per superare «pregiudizi omolesbobitransfobici». Pro vita: «Così si tradisce la fiducia delle famiglie sugli insegnamenti impartiti a migliaia di bambini.
L’importante è non perdere la bussola.
Soprattutto per un boy scout che affronta la vita con lo strumento in tasca. Per orientarsi meglio sul pianeta genderfluid con lampi di woke, più intricato della Foresta Nera, l’associazione ha deciso di aggiungere ai suoi princìpi anche quello denominato «identità di genere e orientamento sessuale». Significa che per gli educatori «la tendenza affettiva non può costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare per svolgere un ruolo educativo». Traduzione: apertura totale al mondo gay e trans, in linea con i parametri sociali di oggi.
Il passo è legittimo, neppure nel corpo dei Marines sono più tollerate le discriminazioni e la legge «Dont ask, dont tell» (quella che impediva a omosessuali e bisessuali di dichiararlo) è stata abolita da Barack Obama 16 anni fa. Il passo è legittimo ma va contestualizzato. Non si sa come la pensi il fondatore Robert Baden-Powell, il generale inglese che nel 1907 varò il movimento dei ragazzi-esploratori. Ma questo conta poco, è già un successo che in nome della Cancel culture alcuni squatter londinesi (i filosofi) coadiuvati da docenti di Oxford molto progressisti (la manovalanza) non abbiano gettato nel Tamigi una sua statua.
Più interessante sapere da dove arriva il colpo d’ala, qualcuno direbbe «la fuga in avanti». Non dall’Associazione mondiale, non da Scouting America, non dall’italiano Corpo nazionale giovani esploratori (laico). Arriva dall’Agesci, l’associazione guide cattoliche che ha avvertito l’urgenza di codificare la svolta sull’identità di genere. Una spinta singolare, visto che la dottrina cattolica sul tema è molto prudente e la polemica sugli orientamenti sessuali degli educatori (anche lì) continua ad agitare le acque vaticane. Dove la lobby gay è potente e dove papa Francesco incrinò la cupola di San Pietro con la frase: «C’è già troppa frociaggine». Era una risposta alla richiesta di ammettere candidati omosessuali nei seminari e il pontefice ribadiva in romanesco il suo No senza incenso.
La faccenda è delicata anche perché - esattamente come per le problematiche oratoriane con certi sacerdoti - gli educatori dei boy scout hanno a che fare continuamente con allievi minorenni. A esplorare sentieri, a montare tende canadesi, ad affacciarsi su panorami immortali in divisa (camicia azzurra con fazzolettone rosso e bermuda blu) si comincia da Lupetti e Coccinelle a otto anni. L’Agesci ritiene di avere tutto sotto controllo e ha tirato dritto. Lo spiega il documento che istituzionalizza la novità. «L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Questo perché «la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, rende imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omo-lesbo-bi-trans-fobici».
La riflessione era partita nel Consiglio generale del 2022, che aveva dato mandato ai vertici operativi «di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone Lgbtqia+ - capi, ragazzi e ragazze, presenti o già usciti dall’associazione - così come alle comunità dei capi, alle famiglie, alle zone e alle regioni, raccogliendo da tutte le parti riflessioni e testimonianze». In questi casi non è difficile virare nella sociologia. Del resto lo scautismo non si limita a valorizzare dettami fisici, ma anche spirituali e morali. Quindi ecco che «sono emerse storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi». Da qui il convincimento che l’orientamento sessuale non poteva più essere tra i criteri di scelta delle guide.
Non è il primo adeguamento nella storia del movimento, che oggi conta su 60 milioni di adepti in 200 Paesi del mondo. Nel 1966 la parola «boy» è stata fatta sparire per aprire anche all’universo femminile che premeva per condividere e trasmettere gli insegnamenti universali. Il Metodo Scout di fatto è un codice di valori sul principio dell’«imparare facendo», che delinea la crescita personale degli individui tramite la concretezza del fare a supporto e traino dell’insegnamento teorico.
È il nobile intento di una comunità planetaria, che nei decenni ha visto aumentare il prestigio e ha saputo metabolizzare con il sorriso della saggezza la feroce battuta di George Bernard Shaw: «Gli scout sono bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini». Sciocchezze. Allora zaino in spalla e si parte. Come diceva il fondatore Baden-Powell: «Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano». Oltre l’orizzonte potreste anche vedere il Gay pride e salire su un carro accanto a un trans in tanga che si crede la Madonna. No problem, basta non dimenticare la bussola.
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