2018-09-21
Il Noma ha cambiato il nostro modo di guardare la natura, ma oggi è lo stesso Redzepi a cambiare sguardo su se stesso. Nel cuore della tempesta, tra critiche sul sistema del fine dining e la ricerca di un nuovo equilibrio, lo chef più premiato al mondo dice basta.
Giorgia Meloni (Ansa)
Cdm straordinario in serata leva di mezzo i palliativi: subito -25 centesimi alla pompa per i prossimi 20 giorni. Salvini incontra i petrolieri e guida il pressing, Meloni sblocca anche il credito d’imposta per i trasportatori.
Giorgia batte un colpo, e lo fa prima del referendum, come avevamo suggerito, sommessamente, noi della Verità. Di fronte alla crescita vertiginosa dei prezzi dei carburanti, conseguenza della guerra in Medio oriente, il consiglio dei ministri ieri sera ha deciso un intervento drastico: taglio delle accise su diesel e benzina per 25 centesimi al litro. Un intervento che, per 20 giorni, darà un sostanzioso aiuto alle famiglie e agli imprenditori, alle prese con un aumento dei prezzi che alla fine del mese si sarebbe tradotto, senza l’intervento del governo, in un vero e proprio salasso. Previsti inoltre un credito d’imposta al 28% sull’acquisto di gasolio per gli autotrasportatori e il potenziamento dei controlli antispeculazione da parte di Antitrust, Garante dei prezzi e Guardia di Finanza, che potranno segnalare i casi gravi alla magistratura.
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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Andrea Orcel (Ansa)
L’ad di Unicredit cerca di rompere lo stallo. La banca tedesca: premio «molto basso».
Una partita a scacchi con troppi giocatori e poche mosse decisive, quella che si gioca attorno all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit su Commerzbank. Così, mentre il tavolo resta ingombro di pedine immobili, Andrea Orcel, amministratore delegato della banca milanese, annuncia che è arrivato il momento di dare una scossa. Disponibile anche ad alzare il prezzo. Unicredit offre poco più di 30 euro mentre le azioni del gruppo tedesco quotano più di 33 euro. In queste condizioni l’iniziativa è destinata al fallimento. Ma non è questo il punto. A Orcel preme soprattutto rimettere in moto la macchina.
«Rompere lo stallo», dice, con l’aria di chi ha appena bussato a una porta sempre chiusa. Il palcoscenico è la prestigiosa conferenza annuale organizzata da Morgan Stanley a Londra: platea selezionata, parole calibrate. L’Ops, nelle intenzioni del banchiere, non è un assalto ma un invito: sediamoci, mettiamo in fila i problemi e vediamo di risolverli portafoglio alla mano. Peccato che il «mosaico», come lo definisce Orcel, assomigli soprattutto a un puzzle rovesciato sul pavimento. Dentro c’è di tutto. Favorevoli e contrari: il management di Commerzbank, i sindacati, la politica tedesca, gli azionisti, i dipendenti e i clienti. Ognuno con la propria agenda, le proprie paure e, soprattutto, il proprio veto.
Infatti a Francoforte la musica è meno diplomatica. Bettina Orlopp, capo di Commerz, non usa giri di parole: operazione «ostile», premio «molto basso». Orcel cerca di piegare la resistenza. Spiega che il prezzo non è scritto nella pietra. Basta voler giocare. Poi lo sguardo si sposta a casa, dove il cosiddetto risiko bancario italiano sembra una partita sospesa per nebbia. Anche qui la cifra dominante per Orcel. L’Italia avrebbe bisogno di consolidamento, dice, ma per ora tutto resta fermo. Qualcosa succederà, assicura. Saranno i grandi azionisti a spingere : in altre parole, finché loro non alzano la mano, il film non parte. E Unicredit? Dopo il naufragio con Banco Bpm, nessuna fuga in avanti, ma nemmeno ritirata. La visione resta paneuropea - parola che suona bene nei salotti della finanza - senza dimenticare una certa fierezza tricolore. Traduzione libera: se ci sarà l’occasione, perché no, anche un consolidamento in Italia potrebbe tornare di moda. Nel frattempo, la scacchiera resta apparecchiata. Orcel, più che muovere un pezzo, sembra voler convincere tutti gli altri a smettere di tenere le mani in tasca.
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Oscar Luigi Scalfaro (Ansa)
Ho scoperto di essere stato schedato in tv come militante del ddl Nordio. E per le ossessioni di Scalfaro, che vedeva nelle reti del Cav il demonio, ogni mia parola dev’essere bilanciata da un avversario. Ma i notai dei talk show snobbano Rete e social.
Oscar Luigi Scalfaro non è riuscito a mettermi il bavaglio quando era in vita, ma paradossalmente potrebbe riuscirci da morto. Infatti, anche se scomparso da oltre 14 anni, le norme imposte da colui che io reputo uno dei peggiori presidenti della Repubblica che l’Italia abbia avuto sono ancora in vigore e, purtroppo, producono una serie di effetti nefasti. Uno di questi l’ho scoperto nei giorni scorsi, quando mi è stato fatto notare che essendo io a favore della riforma della giustizia, quando parlo vengo classificato come se fossi un militante o un esponente del Comitato per il Sì. In vita mia non ho mai avuto alcuna tessera, neppure quella dell’Avis, ma grazie alle regole della par condicio di Oscar Luigi Scalfaro vengo iscritto d’ufficio a un fronte e dunque schedato e classificato, entrando a far parte di una contabilità amministrata con il bilancino dalla Agcom, Autorità garante per le comunicazioni. Dunque, per farla breve, la mia partecipazione a una trasmissione è oggetto di accurata valutazione e inserita in un conteggio su minuti e secondi concessi all’uno o all’altro da una rete tv nell’arco di una giornata o di una fascia oraria.
Fin dai tempi di Scalfaro ho sempre pensato che la par condicio fosse una scemenza. Innanzitutto, perché si basa sul convincimento che gli italiani siano fessi, e dunque abbiano bisogno che l’informazione venga loro somministrata a piccole dosi, con particolari precauzioni e con un antidoto, quasi che gli elettori non siano in grado di intendere e di volere, ma soprattutto di cambiare canale. Ma poi la lottizzazione dell’informazione istituzionalizzata da una legge (questo, infatti, è ciò che di fatto impone la par condicio) si basa sul convincimento che la tv sia il centro del mondo e anche dell’informazione, frutto dell’ossessione che Scalfaro, al secolo il Campanaro, aveva nei confronti di Silvio Berlusconi. Secondo lui le tv del Cavaliere erano l’oppio dei popoli e dunque era necessario sottoporre gli italiani a una cura disintossicante, perché non fossero vittima dell’overdose di propaganda politica. Tuttavia, se già nel secolo scorso, quello per intenderci in cui Scalfaro era capo dello Stato, la televisione non era l’unica fonte, perché la comunicazione politica era già affidata anche ad altri mezzi (la stampa è da sempre schierata a sinistra e nessuno si sogna di riequilibrare editoriali ed articoli), ora lo è ancor meno.
Sui social e in Rete si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di percentuali a favore di un fronte o dell’altro. Nessuno si chiede quanti siano i post a favore del Sì e quanti quelli per il No. E soprattutto nessuno si interroga su quante visualizzazioni abbia un video rispetto a un altro e dunque quale sia la platea che ha avuto accesso a una posizione. Forse in base alla par condicio, l’occhiuta Agcom ha chiesto a Meta, TikTok o Youtube di controbilanciare i messaggi di un opinionista o di un politico? Eppure, ci sono milioni di utenti che ogni giorno si abbeverano all’informazione che circola sui social network. E allora, che facciamo delle norme prodotte da Scalfaro e che ancora sono in circolazione? Continuiamo a tappare la bocca in tv a chi la pensa diversamente calcolando con il bilancino ogni parola? Ma avete presente che cosa accadrà a breve, anzi, che cosa è già accaduto con l’Intelligenza artificiale, che è in grado di generare milioni di informazioni scarsamente certificate, ma soprattutto senza un padre o una madre che si assumano la responsabilità di ciò che viene diffuso? E che farà la temutissima Agcom, che infligge multe se si sfora di qualche minuto con un intervento in tv e fissa regole rigide per le campagne elettorali? Immagino nulla, anche perché saranno le piattaforme a farsi un baffo delle norme che apparivano già datate all’epoca di Scalfaro e del suo «io non ci sto», ma adesso sono fuori dal mondo. Proprio come i commissari che insistono ad applicarle.
Vista la situazione, e visto che non mi piace essere né classificato né imbavagliato, propongo di abolire l’Agcom. Risparmieremmo un sacco di soldi. Di sicuro quelli che preoccupano il comitato del No, che - fra i tanti argomenti usati per contestare la riforma della giustizia - ha schierato anche la questione dell’istituzione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare per parlare di spreco. Beh, non sprechiamo i soldi dell’Agenzia garante della comunicazione, che - anche se non a carico della fiscalità generale - sono pagati dalle aziende editoriali in un periodo in cui le aziende editoriali, stante la crisi di giornali, radio e tv, non se la passano bene.
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