2018-09-21
Bruxelles presenta un altro prestito, attraverso bond, ma esenta tre Stati membri per avere l’unanimità Oltre la metà dei soldi destinata alla Difesa. Volodomyr Zelensky ci rimborsa solo se Mosca pagherà i danni bellici.
Dopo la faticosa discussione tra i leader europei lo scorso dicembre, la Commissione ora presenta un pacchetto legislativo per assicurare all’Ucraina un sostegno finanziario nel biennio 2026-2027. Ursula von der Leyen propone un prestito da 90 miliardi di euro finanziato tramite emissioni di debito comune dell’Unione. Il pacchetto si compone di una nuova proposta che istituisce il prestito (un documento di 76 pagine) e di due proposte di modifica (dello Strumento per l’Ucraina e del regolamento sul quadro finanziario pluriennale).
Il prestito, denominato «Ukraine support loan», sarà articolato in due componenti principali. Circa 60 miliardi di euro saranno destinati all’assistenza militare, mentre i restanti 30 miliardi confluiranno nel bilancio generale ucraino, con l’obiettivo di garantire la continuità delle funzioni statali e dei servizi pubblici essenziali. Secondo le stime della Commissione, il pacchetto coprirebbe all’incirca due terzi del fabbisogno finanziario di Kiev per i prossimi due anni, una valutazione condivisa con il Fondo monetario internazionale. Finora l’Ue ha fornito 193,3 miliardi all’Ucraina.
Il finanziamento avverrà attraverso bond emessi dall’Ue sui mercati dei capitali, garantiti dal margine di bilancio europeo anziché da contributi diretti degli Stati membri.
Si tratta di un meccanismo già utilizzato per altri programmi di assistenza all’Ucraina, ma che continua a sollevare interrogativi politici in quei Paesi che considerano questo tipo di intervento una misura eccezionale, da usare con parsimonia.
Uno degli aspetti più rilevanti della proposta è l’assenza di una scadenza precisa per il rimborso. In teoria, il prestito potrebbe anche essere perpetuo. La Commissione ha chiarito che l’Ucraina sarà tenuta a restituire il capitale solo nel caso in cui la Russia accetti di pagare riparazioni di guerra. Fino ad allora, il debito verrebbe rinnovato.
Qui si aprirebbe, volendo, una interessante finestra di discussione sulla credenza che il debito pubblico sia ripagato alla scadenza. Ma non è questa la sede.
Il sempreverde Valdis Dombrovskis, commissario per l’Economia e la Produttività, Attuazione e Semplificazione, ha inoltre ribadito che l’Unione si riserva il diritto di utilizzare in futuro i beni russi congelati nell’Unione per rimborsare il prestito, purché ciò avvenga nel rispetto del diritto europeo e internazionale. Uscita dalla porta nella discussione di un mese fa, l’ipotesi del sequestro dei beni russi congelati in Belgio rientra dalla finestra come una minaccia in questa nuova versione.
L’uso del patrimonio russo immobilizzato è stato uno dei nodi più controversi del negoziato politico. L’idea di finanziare direttamente il prestito attingendo ai circa 210 miliardi di euro di fondi russi bloccati in Europa, in gran parte custoditi in Belgio, non ha trovato consenso al Consiglio europeo di dicembre, soprattutto per i rischi legali e finanziari connessi.
Dal punto di vista istituzionale, l’operazione viene gestita come cooperazione rafforzata, coinvolgendo 24 dei 27 Stati membri. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate dalla garanzia del debito comune, una concessione necessaria per superare le resistenze politiche. Ne consegue che il costo degli interessi, stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro l’anno, ricadrà sugli altri Paesi partecipanti, inizialmente attraverso fondi Ue non utilizzati e, se necessario, tramite ulteriori contributi nazionali. La cooperazione rafforzata è il meccanismo con cui l’Unione europea ammette, senza dirlo apertamente, che le sue regole comuni non sempre funzionano. Quando l’unanimità non si trova, alcuni Stati procedono e gli altri restano a guardare.
Il prestito include anche una preferenza europea negli acquisti di equipaggiamenti militari. L’intenzione è sostenere le industrie della difesa ucraine ed europee, consentendo deroghe solo in caso di urgenza o indisponibilità sul mercato continentale. Su questo punto, però, sono emerse divisioni tra gli Stati membri. Alcuni, tra cui Olanda e Germania, temono che vincoli troppo rigidi possano rallentare l’approvvigionamento di armamenti essenziali, soprattutto attraverso canali legati alla Nato.
Come per altri strumenti di assistenza europei, il sostegno finanziario sarà accompagnato da forti condizionalità (almeno sulla carta). L’erogazione dei fondi sarà legata all’attuazione di riforme in materia di Stato di diritto, governance democratica e lotta alla corruzione, come un percorso di avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea. Lo ha detto anche Marta Kos, commissario per l’Allargamento, sostenendo che l’aiuto europeo «fornisce un chiaro piano di riforme che contribuisce a rafforzare le istituzioni pubbliche, attrarre investimenti e avvicinarsi all’adesione all’Ue». Si dà già per scontato, sembra, che l’Ucraina entrerà prima o poi a far parte dell’Unione europea. Ma per Kiev, soprattutto in tema di corruzione, sarà una strada molto lunga.
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Ansa
Investimento da 11 miliardi. L’obiettivo: fornire competenze in cambio di risorse locali.
L’amministrazione di Donald Trump ha avviato una profonda ristrutturazione della cooperazione sanitaria internazionale, lanciando un programma da 11 miliardi di dollari che segna una netta rottura con il modello dell’Usaid e delle grandi organizzazioni non governative. Il progetto, battezzato «America first global health strategy», mira a rilanciare il ruolo degli Usa nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa, attraverso accordi diretti con governi, sistemi sanitari nazionali e aziende farmaceutiche, evitando l’intermediazione - finanziaria, sì, ma anche e soprattutto ideologica - del mondo delle Ong.
Nel concreto, il piano prevede lo stanziamento di 11,1 miliardi di dollari in cinque anni, accompagnati da impegni vincolanti dei Paesi beneficiari, che hanno promesso risorse proprie per oltre 12 miliardi di dollari e il raggiungimento di precisi obiettivi di performance. I fondi sono destinati soprattutto alla lotta contro Hiv e Aids, malaria e tubercolosi, oltre al rafforzamento della salute materna e dei sistemi di prevenzione. L’obiettivo è quello di costruire capacità sanitarie stabili a livello locale, riducendo la dipendenza da strutture parallele esterne.
Finora il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha siglato 15 accordi con Paesi africani e il Dipartimento di Stato punta ad arrivare rapidamente a quota 50. Il meccanismo è pensato per snellire l’erogazione dei fondi e rendere misurabili i risultati: forniture centralizzate di farmaci, acquisti su larga scala di test diagnostici e zanzariere antimalariche, accesso a terapie innovative statunitensi e sistemi di controllo affidati a revisori indipendenti, incaricati di monitorare flussi finanziari e risultati clinici.
Come ha spiegato Jeremy Lewin, sottosegretario di Stato per l’assistenza estera, il nuovo piano nasce anche come risposta al fallimento strutturale del modello precedente. L’Usaid, ha sostenuto, ha creato «sistemi sanitari paralleli», spesso gestiti direttamente da personale occidentale, che hanno prodotto tutt’al più risultati temporanei, senza però lasciare infrastrutture durevoli. Secondo Lewin, peraltro, quel modello ha alimentato una mentalità «neocoloniale», fondata sull’idea che «qui ci pensa l’uomo bianco», anziché favorire l’autosufficienza dei governi locali. Il nuovo approccio, al contrario, punta a trasferire competenze, tecnologie e catene di approvvigionamento direttamente agli Stati partner.
Non a caso, l’architettura del programma ricorda da vicino una strategia già sperimentata in altri contesti: un grande piano di cooperazione settoriale, centrato su investimenti mirati e partenariati bilaterali, pensato per rafforzare insieme sviluppo e stabilità. Una sorta di «Piano Mattei americano» applicato alla sanità globale, costruito su accordi politici, risorse certe e obiettivi misurabili.
La nuova strategia , improntata al motto trumpiano «America first», non è ovviamente beneficenza: gli accordi sanitari si intrecciano inestricabilmente con gli interessi geopolitici e industriali degli Stati Uniti. In Zambia, per esempio, un’intesa sulla sanità è stata collegata all’accesso alle risorse minerarie, mentre in Mozambico - Paese poverissimo ma cruciale per il gas naturale liquefatto - il programma si affianca alla presenza di grandi aziende energetiche americane. Stesso discorso per il Ruanda: l’accordo prevede intese sui minerali critici e l’impiego di droni statunitensi per la distribuzione dei farmaci. Insomma, soft power sanitario, sì, ma strettamente legato agli interessi strategici e tecnologici di Washington.
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Nel corso dell’XI Congresso di "Nessuno tocchi Caino", svoltosi a Milano dal 18 al 20 dicembre presso il Teatro Puntozero del Carcere minorile Cesare Beccaria, l’associazione ha tracciato un bilancio delle proprie battaglie storiche e delle nuove sfide sul terreno dei diritti umani. Dalla lotta globale contro la pena di morte, con un focus particolare sull’Iran, fino alla condizione del sistema penitenziario italiano.






