2018-09-21
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La Borsa sta giudicando la transizione industriale europea: i casi Ferrari e Stellantis mostrano quanto il percorso sia diventato rischioso. Intanto dall’India arriva una nuova domanda di auto che può offrire ossigeno a produzione e competenze italiane.
L’industria italiana oggi non viene giudicata nei piani o nei vertici istituzionali. Viene giudicata ogni mattina dalla Borsa. Ed è lì che il segnale si è fatto inequivocabile.
Il primo scossone è arrivato il 9 ottobre scorso, quando Ferrari ha perso oltre il 16% in una seduta, bruciando circa 13,5 miliardi di capitalizzazione. Conti solidi, domanda forte, marchio intatto. Ma la traiettoria dell’elettrico, con una quota prevista intorno al 20% al 2030, è apparsa meno ambiziosa rispetto alle aspettative incorporate nei prezzi.
Il mercato non ha punito il passato. Ha ridimensionato il futuro. Se anche l’eccellenza viene colpita, quale protezione resta per il resto della filiera?
La risposta è arrivata il 6 febbraio. Stellantis ha perso circa il 24% e le contrattazioni sospese dopo un avvio a -14%. I 22,2 miliardi di svalutazioni sui programmi elettrici e lo stop al dividendo hanno cancellato oltre 5 miliardi in poche ore.
Qui il giudizio è diventato strutturale.
Stellantis significa fabbriche, indotto, territori. Quando il mercato taglia un quarto del valore in un giorno, sta dicendo che il percorso della transizione appare troppo rischioso rispetto ai ritorni.
Non è ostilità all’innovazione. È sfiducia nella cornice economica.
Dal 2026 il meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere incorpora un prezzo nelle materie prime strategiche. Scelta politicamente coerente, ma in un continente già penalizzato dall’energia significa ulteriore pressione sui margini.
Gli investitori fanno un calcolo netto. Domanda debole, investimenti enormi, costi in aumento. Il rischio cresce mentre l’ex Ilva non ha ancora una soluzione capace di offrire acciaio verde a prezzi di mercato. Per il capitale è fragilità industriale e assenza di visione politica. Poi però si apre uno spazio.
L’accordo tra Ue e India può valere 4 miliardi l’anno di dazi risparmiati. Le tariffe sulle auto scenderanno dal 110% al 10% entro 250 mila veicoli, favorendo il premium. L’India vale 4,3 milioni di vendite annue, con oltre 50.000 nel lusso.
Qui passa la reindustrializzazione.
Non dall’elettrico di massa, dove la guerra dei prezzi è dominata dall’Asia e l’Europa rischia di sostituire la dipendenza energetica con una nuova subordinazione alla Cina per terre rare e batterie, ma dalla combustione ad alto valore, dall’ingegneria, dalla meccanica sofisticata, dove l’Italia conserva competenze e reputazione.
Non è delocalizzare. È difendere il cuore produttivo agganciandolo a nuova domanda.
La transizione deve essere verde, ma anche sostenibile per chi investe. Se la capacità industriale si perde oggi, domani non ritorna.
La Borsa non fa ideologia. Fa conti.
E i conti stanno chiedendo se l’Europa vuole davvero proteggere la sua manifattura.
Senza industria italiana, non c’è crescita europea.
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Il leader di Futuro Nazionale: «Nell’Ue vedrò dove stare, il mio supporto per AfD rimane».
«Né Vannacci né Futuro Nazionale sono pro Putin. Io sono pro italiano e pro europeo ed è per questo che ritengo che prolungare questa guerra tra Ucraina e Russia sia deleterio per l’Europa, per l’Italia e anche per l’Ucraina. E quindi è ora di arrivare alla fine di questo conflitto. La fine di questo conflitto ci costerà sicuramente, ma ci costerà meno di quanto non ci costerebbe se raggiungessimo la fine domani, dopodomani o fra una settimana». Lo ha detto l’eurodeputato e leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, parlando alla stampa a Strasburgo. «Sto pensando a tante cose sul mio posizionamento europeo» – ha aggiunto. «Il mio supporto ad Alternative für Deutschland rimane. È un partito sovranista europeo. Peraltro, il partito che oggi, secondo i sondaggi, sembrerebbe essere il primo partito in Germania, è al 29%, quasi al 30% di consenso».
Una seduta del Csm (Ansa)
Gli argomenti di chi si oppone alla riforma sono faziosi: non c’è alcuno «sfregio» alla Carta e l’autonomia è garantita.
di Carlo Maria Grillo, ex magistrato e giudice di Cassazione
Magistrato per 48 anni, ho ricoperto funzioni apicali sia come requirente (procuratore della Repubblica) che giudicante (presidente di tribunale e presidente di Corte d’Appello), nonché funzioni di legittimità (Corte di Cassazione). Proprio per la singolarità della mia esperienza giudiziaria, La Verità mi ha chiesto di intervenire sul tema del prossimo referendum.
Dal mio punto di vista sono tante le inesattezze narrate da titolati sostenitori del No e assolutamente criticabile la scelta partigiana dell’Anm, che sposa una causa non condivisa da tutti i magistrati iscritti, sponsorizzandola peraltro con fondi comuni. Esaminiamo dunque alcuni punti salienti della «campagna di disinformazione» del No.
1Viene definito «referendum sulla giustizia», ma non lo è. Come si evince dal titolo della legge costituzionale in discussione, essa ha a oggetto solo norme ordinamentali riguardanti la carriera dei magistrati e il Csm. Certo, in senso lato attiene alla giustizia, ma la riforma non si prefigge di risolverne i gravi e annosi problemi, per cui è pura mistificazione (anche se «a effetto») la critica che tale modifica costituzionale, non migliorando il funzionamento della giustizia, sia del tutto inutile.
2Gli articoli 104 e 107 della Costituzione escludono con chiarezza ogni rischio di sottoposizione dei pm al potere esecutivo, come viene falsamente strombazzato. Per la realizzazione di tale callido progetto, infatti, sarebbe necessaria una successiva legge di revisione della Costituzione per modificare le due citate norme. Ma neppure basterebbe, perché detta legge dovrebbe poi quasi sicuramente affrontare un nuovo referendum confermativo e quindi sarebbe comunque sempre il popolo a sottoporre il pm all’esecutivo.
3Mutare la Costituzione non è un misfatto. Nei quasi 80 anni di vigenza, la nostra Carta fondamentale ha subìto ben 21 riforme sostanziali (leggi di revisione) e una cinquantina di leggi «adeguatrici». Del resto l’adozione di leggi costituzionali è espressamente prevista, sebbene attraverso un iter aggravato, dall’articolo 138 della Costituzione.
4Nessuno «sfregio alla Costituzione più bella del mondo», come viene severamente rimproverato, può essere addebitato a questa riforma.
Innanzitutto, la legge costituzionale di cui si discute non muta - come suggestivamente sostenuto dai fautori del No - sette articoli della Costituzione stravolgendola, ma solo due, il 104 e il 105. Gli altri cinque sono semplicemente adeguati alle citate due norme riformatrici, per renderli con esse compatibili. Non si comprende poi come tale «sfregio» possa venir appoggiato e condiviso da ben tre ex presidenti della Corte costituzionale (Augusto Barbera, Antonio Baldassarre e Cesare Mirabelli), di certo non sospettabili di simpatie per questo governo; da due vicepresidenti della stessa (Giulio Prosperetti e Nicolò Zanon) e da un altro esimio ex giudice della Corte, Sabino Cassese, alcuni dei quali scesi addirittura in campo (con i comitati «La sinistra per il Sì», «Popolari per il Sì» e «Sì riforma»). Tutti illustri giuristi e specialisti della materia, con buona pace dei 121 costituzionalisti per il No, raccolti dal «fisico» Giovanni Bachelet.
5Questa revisione costituzionale non è certamente «di destra», come viene oggi disinvoltamente qualificata; anzi è stata sempre etichettata come una riforma di sinistra. Basterebbe leggere il lucido pensiero di Claudio Petruccioli, giornalista e già direttore dell’Unità nonché ex senatore Pci e Pds; per non dire di Cesare Salvi, Anna Paola Concia, Pina Picierno, Enzo Bianco, Anna Bucciarelli, Stefano Ceccanti, Goffredo Bettini, Matteo Renzi, Antonio Di Pietro e tanti altri. È appena il caso di ricordare che i due avvocati che hanno introdotto nel nostro ordinamento (1989) il processo accusatorio, sostituendo quello inquisitorio di matrice fascista, erano abbastanza «orientati»: il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, al quale ora è intestato un Comitato per il Sì, socialista ed ex partigiano decorato, e l’ex presidente della commissione ministeriale Gian Domenico Pisapia, comunista doc. Entrambi la ritenevano, però, una riforma incompiuta, non contemplando anche la separazione delle carriere dei giudici e dei pm, ineludibile conseguenza della «terzietà» del giudice, pilastro della riforma, con i principi del contraddittorio, dell’oralità e della parità accusa/difesa. Tant’è che il ministro Vassalli è stato sempre contrario a intestarsi questa riforma nella quale non si riconosceva appieno (come risulta da un’intervista al Financial Times del 19 dicembre 1987), ritenendo che la semplice separazione «funzionale» dei magistrati senza quella «ordinamentale» non potesse realizzare sino in fondo il sistema accusatorio. Aveva, però, accettato di «attuare quel poco che si può» per non inimicarsi la magistratura, aggiungendo: «L’Italia è un Paese a sovranità limitata dalla magistratura nelle questioni di giustizia», ripromettendosi di intervenire ancora sulla materia quando le acque sarebbero state più calme. E i magistrati meno allarmati.
6 Si rileva poi dai sostenitori del No, per evidenziare l’inutilità di questa riforma, che la separazione delle carriere di fatto già è stata realizzata dalla legge Cartabia, che ha limitato significativamente il passaggio giudice/pm e viceversa (le cosiddette «porte girevoli»). Altra inesattezza e anche stavolta non in buona fede. Una cosa, infatti, è la separazione delle «funzioni» requirenti e giudicanti, attuata seppure parzialmente dalla detta normativa, cosa ben diversa è la separazione delle «carriere» dei giudici e dei pm, sospirata da oltre 25 anni dai sostenitori della riforma Vassalli, per il suo completamento, dopo la modifica (1999) dell’articolo 111 della Costituzione, che introduce il «giusto processo», fondato sul contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Non può esserci effettiva terzietà del giudice, e quindi parità processuale delle parti, fin quando non verrà reciso ogni rapporto di colleganza tra magistrato giudicante e requirente; finché - tranne rare eccezioni - i magistrati si danno del «tu» rivolgendosi con il «lei» agli avvocati. Concorso d’accesso, corsi di formazione, valutazioni professionali, progressione in carriera, procedimenti disciplinari, ambiente di lavoro (sovente) sono gli stessi e soprattutto unico è l’organo di autotutela (Csm), di rango costituzionale, che col tempo ha finito per essere l’organo rappresentativo del sindacato dei magistrati (Anm) ed espressione delle correnti che lo compongono. In definitiva un’associazione privata controlla un organo costituzionale dello Stato. E questo non appare assolutamente tollerabile.
7Si dice poi che la terzietà del giudice - quindi l’inutilità della riforma - risulta palese dalle numerose pronunzie assolutorie a fronte dei procedimenti penali promossi, donde la frequente dissonanza tra accusa e decisione. Questa però è, a mio avviso, un’argomentazione ingannevole in quanto salta un passaggio. Ciò non potrebbe avvenire perché funziona poco il filtro del passaggio dal giudice per le indagini preliminari? Cioè perché il gip trova più «comodo» allinearsi all’ipotesi accusatoria che archiviare il procedimento, ribaltandola?
8Neppure può rappresentare un tabù lo sdoppiamento del Csm. È vero che la Costituzione ne prevede solo uno, ma perché, col codice fascista Rocco e il processo inquisitorio, la magistratura era un unico corpo. Il processo accusatorio e la conseguente separazione dei magistrati requirenti/giudicanti (primo comma del riformato articolo 104) postula invece due distinti Csm, con a capo il presidente della Repubblica e, componente di diritto, rispettivamente il presidente e il procuratore generale della Cassazione. La coerenza e finalità del sistema è evitare che la carriera dei magistrati requirenti possa essere determinata dai giudicanti e viceversa, come ora accade, e quindi creare una reciproca sudditanza per schivare eventuali problemi.
9Altro punto contrastato della riforma è l’introduzione di un giudice disciplinare esterno al Csm, l’Alta Corte disciplinare (che sarà composta, a riforma approvata, da 15 giudici, di cui nove estratti a sorte tra i magistrati della Cassazione). Drastica soluzione che porrebbe fine, però, a una sospetta «giustizia domestica», dove ciascuno protegge i suoi elettori.
:Ma la vera nota dolente della riforma è il sorteggio, che tocca il nervo scoperto dell’Anm, minacciandone addirittura l’esistenza, quanto meno con l’attuale connotazione, a condizione, però, che lo stesso sia «secco», cioè tra tutti i magistrati aventi determinati requisiti. Di qui la severa condanna anche da parte di chi, fino a ieri, lo invocava pubblicamente per contrastare lo strapotere delle correnti, fenomeno sul quale - dopo lo scandalo Palamara - almeno si dicono ora tutti d’accordo. Appena nel 2021 infatti i paladini del No, Nicola Gratteri e Marco Travaglio, lo ritenevano rispettivamente «la mamma di tutte le riforme» e «l’unica soluzione per sbaragliare le correnti»; aggiungeva Travaglio: «Li sorteggiamo fra i magistrati, mica tra i passanti». Proprio per questa considerazione le critiche al sorteggio finiscono con lo svalutare la figura e la professionalità del magistrato, come se non tutti fossero in grado di svolgere le funzioni di componente del Csm. Non si tiene poi conto che il sorteggio non è estraneo al nostro sistema giurisdizionale, essendo già previsto dall’articolo 135 della Costituzione per l’integrazione della Corte costituzionale nei giudizi contro il presidente della Repubblica, come anche per il tribunale dei ministri (legge costituzionale 1/1989) e per i giudici popolari della Corte d’Assise, che possono irrogare anche la pena dell’ergastolo. Eppure la mitica democrazia ateniese con il sorteggio (klerosis) assegnava la maggior parte delle magistrature amministrative e giudiziarie, per dare a ciascuno la possibilità di partecipare alla vita pubblica e per prevenire favoritismi e corruzione.
Speriamo che la politica non avveleni questa scelta referendaria e che l’Italia si confermi «il bel Paese là dove il Sì suona».
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Monsignor Giovanni D’Ercole legge il nostro tempo come un’epoca di emergenze permanenti: paura, crisi continue, identità smarrite. Nell’intervista parla di manipolazione culturale, fede indebolita, ideologie sostitutive e del bisogno urgente di riscoprire verità, radici e coraggio.







