«Dobbiamo intervenire e vi assicuro che non è una decisione facile, ma una decisione sofferta per rafforzare il regime di misure che sono necessarie per affrontare le prossime festività in modo da cautelarci meglio anche in vista della ripresa delle attività che avverrà a gennaio». Sono passate meno di due settimane da quando Giuseppe Conte pronunciò in diretta tv queste frasi. Ma al pari delle precedenti («Siamo prontissimi. Abbiamo adottato tutti i protocolli possibili e immaginabili»; «Non ci troveremo più ad affrontare un altro lockdown»; «Passeremo un Natale sereno»), alle parole del presidente del Consiglio non corrispondono i fatti.
Così, al momento, nessuno è in grado di dire ciò che accadrà il 7 gennaio, giorno fissato dall’ultimo decreto del governo per la ripresa delle attività. In teoria, giovedì dovrebbero riaprire le scuole e la maggior parte delle aziende, mentre in tutta Italia dovrebbero essere abolite le zone rosse, ossia i divieti di circolazione e di conduzione degli esercizi commerciali che furono imposti per evitare gli assembramenti durante il periodo di Natale. In realtà, a pochi giorni dalla fine della quarantena inflitta agli italiani, nessuno sa dire che cosa succederà, perché l’incertezza regna sovrana. Al governo, da settimane sono alle prese con una verifica che non verifica nulla, se non la sete di potere di alcuni esponenti della maggioranza. Risultato: a forza di discutere come gestire i miliardi che arriveranno dalla Ue, i ministri si sono dimenticati di gestire la fase dell’emergenza che sta piegando il Paese. Un esempio su tutti? La scuola. L’istruzione è la più grande fabbrica del Paese, che non solo dà lavoro a oltre un milione di persone, tra insegnanti e bidelli, ma che nelle aule vede sfilare poco meno di otto milioni di studenti. Chiunque, dunque, dedicherebbe alla riapertura delle scuole in tempi di Covid il massimo dell’attenzione. Chiunque ma non chi, in questo momento, è chiamato a occuparsi della cosa pubblica. Perciò, nonostante le dichiarazioni del presidente del Consiglio all’inizio dell’anno scolastico avessero lasciato credere che nei mesi estivi le lezioni fossero state messe in sicurezza («Non ci sono gli estremi per tornare alla didattica a distanza», 13 ottobre), la scuola è nel caos e nessuno sa dire che cosa accadrà tra pochi giorni. Come anche i bambini ormai hanno capito, il problema non consiste nei banchi con le rotelle (che solo burocrati a cui manchi una rotella potevano ritenere fondamentali). Il problema è il sovraffollamento delle classi, i mancati controlli sul personale docente e non docente (i test prima della riapertura sono stati inesistenti), i trasporti. Dopo aver richiuso le scuole, anticipando le vacanze di Natale, il governo non ha sfruttato il tempo a disposizione per superare gli ostacoli e garantire un tranquillo ritorno in aula. No, queste settimane sono trascorse senza che nulla di concreto venisse fatto. Risultato, la scuola ricomincia là dove aveva terminato, cioè nel caos. A differenza di quanto promesso dal premier, le lezioni dovranno essere in gran parte a distanza, perché i rischi di diffusione dei contagi sono troppo elevati e il numero di insegnanti pronti a salire in cattedra nonostante i mancati controlli troppo ridotto. Dunque, meglio rinviare o, per meglio dire, meglio impapocchiare una riapertura delle scuole che riapertura non è, anche perché sui trasporti, principale veicolo di diffusione del virus, nulla è stato fatto.
Ma se la scuola è la rappresentazione plastica dell’ignavia che regna a Palazzo Chigi, il resto è anche peggio. Nessuno sa che cosa accadrà nei Comuni di montagna, la cui economia si regge sulle attività invernali. Gli impianti di sci, chiusi per decreto in vista delle vacanze di Natale onde evitare assembramenti in cabinovia, rimarranno tali anche dopo il 7 gennaio, con il risultato che l’intera stagione rischia di andarsene senza che nessuno abbia provveduto a risarcire le attività del settore. Ma il limbo in cui sono confinati i negozi di articoli sportivi e gli alberghi delle località di villeggiatura alpine non è molto diverso da quello in cui sono sospesi i commercianti e i piccoli imprenditori nel resto d’Italia. A pochi giorni dalla fine di quello che Conte definì il periodo necessario per mettere in sicurezza la salute degli italiani, nessuno sa dire se la propria Regione tornerà in zona gialla o arancione e che cosa sarà consentito fare.
Una cosa in compenso appare chiara, ed è che il lockdown di Natale non ha influito né sulle terapie intensive (i ricoverati rimangono pressoché gli stessi) né sui vaccinati, perché nonostante l’emergenza, l’alto commissariato anti Covid ha continuato a prendersela calma, ma solo sul Pil, che ha registrato il calo più sostenuto nell’Ue. La sostanza è che, nonostante tutte le promesse e le chiacchiere, siamo il Paese europeo con il maggior numero di morti, il minor numero di vaccinati e il peggior dato dell’economia. E Conte non è ancora andato a nascondersi.
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