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2023-06-08
Viale Mazzini non cancella Damilano malgrado le balle russe sul Carroccio
Marco Damilano (Imagoeconomica)
Ruber Silente, il mago del giornalismo d’inchiesta che ha la responsabilità della patacca Metropol, l’ha fatta franca anche ieri. Dalla riunione della commissione di Vigilanza sulla Rai, Marco Damilano è uscito senza un’ammaccatura e avrà il suo bel programmino in Viale Mazzini, pagato 1.000 euro a puntata con i soldi dei cittadini. In più, in qualunque momento si ritenesse minacciato dal famoso ritorno dei fascisti (che ieri però lo hanno graziato), potrà sempre dimettersi sbattendo la porta per andare dagli amici di La 7, dove già era una presenza fissa. Insomma, il centrodestra che si occupa di Rai ha anche abilmente creato il martire di domani.
Era un anno che non si riuniva la Vigilanza, dove ieri si sono presentati il presidente della Rai, Marinella Soldi, l’amministratore delegato, Roberto Sergio, e il direttore generale, Giampaolo Rossi, con tanti buoni propositi e per battere cassa. Sergio, parlando davanti alle telecamere dell’Ansa al termine dell’audizione, è stato assai ecumenico: «C’è un rapporto da ricostruire, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, bisogna cercare di abbassare un pochino i toni, mantenendoli in linea con gli obblighi di pluralismo e la possibilità per ognuno di esprimersi». Sarà con questa filosofia che i nuovi vertici di Viale Mazzini hanno confermato Il cavallo e la torre, il programma di Damilano su Rai 3, nonostante questo giornale abbia scoperchiato lo scandalo della falsa inchiesta su Matteo Salvini e il petrolio russo, che avrebbe dovuto incastrare per sempre il leader della Lega. Era l’estate del 2019 e i servizi uscirono sul settimanale L’Espresso, all’epoca diretto proprio da Damilano. Che oggi si è rinchiuso in uno sdegnoso silenzio.
Il «caso Damilano», come lo ha chiamato il Corriere della Sera nei giorni scorsi, in realtà si è brevemente affacciato nell’aula della Vigilanza, ieri, ma senza effetto alcuno. Il senatore Giorgio Maria Bergesio non ha fatto tanti giri di parole: «Il caso Metropol è una vergogna, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». Duro anche il forzista Maurizio Gasparri, per il quale «la sinistra ha da sempre una quota di impunità che nessuno potrebbe permettersi. Dopo lo scandalo che La Verità ha scoperto, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta».
In realtà non si tratta di punire nessuno. Il giornalismo d’inchiesta, che Damilano ha solo visto praticare, ma che ha cavalcato assai bene quando lavorava per Carlo De Benedetti, presenta un sacco di trappole e trabocchetti. Faccendieri, massoni e spioni in libera uscita, spacciatori seriali di carte, audio e video, registrazioni abusive, documenti falsi più o meno. Nel caso del Metropol, però, come hanno spiegato su queste pagine Giacomo Amadori e François De Tonquedec, c’è il fondato sospetto che gli apprendisti stregoni siano stati direttamente prodotti e azionati dai giornalisti dell’Espresso, Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Il 9 febbraio del 2021, il pm milanese Sergio Spadaro chiede a Tizian come ha conosciuto Gianluca Meranda, l’avvocato massone che avrebbe dovuto incastrare Salvini a Mosca nell’ottobre del 2018. Il cronista resta nel vago: «Ci siamo conosciuti a una festa nel 2018 a Roma. Non ricordo dove fosse la festa ma comunque è stato un incontro assolutamente casuale. Confermo di avere incontrato Meranda in alcune occasioni, il più delle volte presso il suo studio a Roma, altre volte in posti pubblici». Prima di chiudere il verbale, Tizian ha ancora l’occasione di illuminare la genesi del Bufalagate, quando il pm gli chiede se il manager Glauco Verdoia e Meranda avessero rapporti con la massoneria e/o con i servizi segreti. Risposta di Tizian: «Non lo so».
Una parola sulla bufala russa, in realtà sfacciatamente made in Rome, dovrebbe dirla anche Damilano, romano, 55 anni, figlio di un giornalista della Rai (Andrea) e cresciuto nella Rete di Leoluca Orlando. Insomma, quanto di più vicino possibile a un suo grande sponsor come Walter Veltroni, con il quale condivide l’aria da eterno bravo ragazzo. Dovrebbe uscire dall’afasia non solo per responsabilità da ex direttore, ma perché nella patacca-complotto del Metropol anche lui ha intinto la penna. «Matteo Salvini ha occultato, omesso, oscurato», è l’attacco del suo editoriale sull’Espresso del 21 luglio 2019, intitolato «La superficie della menzogna». «Al Viminale siede uno sprovveduto o un bugiardo, o entrambe le cose, uno sbruffoncello, come disse di lui Carola Rackete», sancì il figlio dell’Azione cattolica, prima di trasformarsi in Ruber Silente, nuovo personaggio da Harry Potter. E non poteva mancare un predicozzo, sempre rivolto a Salvini, sul «tacere imbarazzato del ministro dell’Interno alle nostre domande».
Ma sì, tacere, tacere e ancora tacere, in attesa che cali l’oblio. In certe sacrestie lo insegnano bene e Damilano mostra di aver imparato la lezione. Il fatto che la Guardia di finanza di Milano abbia dimostrato i contatti costanti tra Tizian e Meranda, con il sospetto che il caso Metropol sia stato orchestrato a tavolino, non merita una parola da parte del direttore che tutto pubblicò, filosofeggiando anche in prima persona. Adesso ha un altro anno di contratto in Rai, sponsorizzato dal Pd che lo ha salvato a spese nostre dal cambio di proprietà dell’Espresso. E che lo si tratti bene, altrimenti è subito dittatura.
La nuova Rai si aggrappa al canone
Ieri prima audizione in commissione Vigilanza per i nuovi vertici Rai: l’ad, Roberto Sergio, la presidente, Marinella Soldi, e il direttore generale, Giampaolo Rossi. Il primo ha affrontato la questione del canone che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sempre detto di voler abolire. La presidente grillina della commissione, Barbara Floridia, in apertura di seduta ha annunciato di aver chiesto l’audizione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per avere una risposta univoca del governo. Sui conti la Soldi è stata molto chiara: «Vorrei trasferirvi un senso di urgenza. L’azienda, pur avendo chiuso l’ultimo bilancio in pareggio, affronta una situazione di indebitamento pari a 580 milioni di euro nel 2022. Per un rinnovo necessario delle forme di finanziamento, serve un piano industriale credibile e realistico da approvare non oltre il 2023».
L’ad Sergio ha tenuto a puntualizzare: «Io non sono stato indicato per accettare l’idea che il canone non ci sia più. Rimane la fonte primaria e caratteristica del servizio pubblico, che procura quasi il 70% delle risorse complessive di gruppo e quello italiano è comunque è il più basso in Europa». Ha inoltre respinto l’ipotesi di togliere il canone dalla bolletta, aggiungendo che «qualora si intendesse procedere a una revisione del sistema di riscossione, sarà indispensabile valutare l’efficacia della soluzione alternativa e i correlati rischi», ricordando che prima c’era un’evasione del tributo del 30%. Sergio ha anche annunciato che oggi i vertici Rai chiederanno un appuntamento al Mef per saperne di più: «Stante l’attuale situazione, immaginiamo che anche nel 2024 sia riscosso come è stato riscosso fino a ora».
Mentre sul pluralismo televisivo ha rivendicato la modalità partecipativa nella costruzione dei palinsesti e ha ribadito che «nessuna trasmissione d’inchiesta sarà cancellata». Non è mancata poi una frecciatina alla Annunziata: «Sono stati confermati anche quei programmi che alcuni temevano potessero subire un qualche ostracismo, a dimostrazione che l’approccio che ci muove è tutto fuorché ideologico».
La Soldi però ha attaccato di fatto il governo per la violazione della parità di genere: «Le recenti nomine tutte al maschile nei tg della Rai costituiscono un strappo grave alla policy aziendale sulla parità di genere. Finora abbiamo ottenuto una significativa riduzione del gender gap, in termini di carriere e di retribuzioni tra il 2021 e il 2022, ma un simile sforzo purtroppo non è stato fatto nelle ultime nomine». La «smentita» è arrivata dallo stesso Sergio: «Quello del gender gap è un tema particolarmente sensibile per la Rai. Chiaramente, ciò che conta è la tendenza e il passo per ridurre il gap, su entrambi i fronti sono stati fatti significativi progressi e posso già assicurare che ulteriori avanzamenti verranno fatti nelle nomine che a breve completeranno la squadra di vertice».
Più appuntita la risposta della vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli (Fdi): «La questione di genere sta a cuore anche a noi, che per fortuna oggi in Italia abbiamo il primo premier donna. Ma quando si parla di gender policy della Rai più che di nomine e quote sarebbe utile occuparsi della differenza salariale tra uomo e donna a cominciare, ad esempio, dai compensi degli eccellenti fuoriusciti Fabio Fazio e Lucia Annunziata, visto che sui loro stipendi vige tutt’ora un inspiegabile mistero».
Infine il nuovo dg, Giampaolo Rossi, ha parlato della necessità di trasformare la Rai in una digital media company, passaggio indispensabile per la sopravvivenza dell’azienda. Ha condiviso l’importanza del canone per assicurare il servizio pubblico e ha lanciato gli Stati generali per «coinvolgere la società civile su una discussione sul ruolo del servizio pubblico». Per poi concludere: «Lavoriamo per garantire un pluralismo che spesso sulla Rai non c’è stato».
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L’ex direttore dell’«Espresso», che pubblicò il falso scoop sul Metropol, esce indenne dalla commissione Vigilanza. «Salvini, sprovveduto o bugiardo, tace», scriveva nel 2019. Ma oggi è lui ad aver perso la parola.La presidente Soldi annuncia ben 580 milioni di debiti e critica le ultime nomine tutte al maschile. L’ad Sergio: «Se cambia la riscossione il vero rischio è l’evasione».Lo speciale contiene due articoli.Ruber Silente, il mago del giornalismo d’inchiesta che ha la responsabilità della patacca Metropol, l’ha fatta franca anche ieri. Dalla riunione della commissione di Vigilanza sulla Rai, Marco Damilano è uscito senza un’ammaccatura e avrà il suo bel programmino in Viale Mazzini, pagato 1.000 euro a puntata con i soldi dei cittadini. In più, in qualunque momento si ritenesse minacciato dal famoso ritorno dei fascisti (che ieri però lo hanno graziato), potrà sempre dimettersi sbattendo la porta per andare dagli amici di La 7, dove già era una presenza fissa. Insomma, il centrodestra che si occupa di Rai ha anche abilmente creato il martire di domani. Era un anno che non si riuniva la Vigilanza, dove ieri si sono presentati il presidente della Rai, Marinella Soldi, l’amministratore delegato, Roberto Sergio, e il direttore generale, Giampaolo Rossi, con tanti buoni propositi e per battere cassa. Sergio, parlando davanti alle telecamere dell’Ansa al termine dell’audizione, è stato assai ecumenico: «C’è un rapporto da ricostruire, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, bisogna cercare di abbassare un pochino i toni, mantenendoli in linea con gli obblighi di pluralismo e la possibilità per ognuno di esprimersi». Sarà con questa filosofia che i nuovi vertici di Viale Mazzini hanno confermato Il cavallo e la torre, il programma di Damilano su Rai 3, nonostante questo giornale abbia scoperchiato lo scandalo della falsa inchiesta su Matteo Salvini e il petrolio russo, che avrebbe dovuto incastrare per sempre il leader della Lega. Era l’estate del 2019 e i servizi uscirono sul settimanale L’Espresso, all’epoca diretto proprio da Damilano. Che oggi si è rinchiuso in uno sdegnoso silenzio.Il «caso Damilano», come lo ha chiamato il Corriere della Sera nei giorni scorsi, in realtà si è brevemente affacciato nell’aula della Vigilanza, ieri, ma senza effetto alcuno. Il senatore Giorgio Maria Bergesio non ha fatto tanti giri di parole: «Il caso Metropol è una vergogna, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». Duro anche il forzista Maurizio Gasparri, per il quale «la sinistra ha da sempre una quota di impunità che nessuno potrebbe permettersi. Dopo lo scandalo che La Verità ha scoperto, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». In realtà non si tratta di punire nessuno. Il giornalismo d’inchiesta, che Damilano ha solo visto praticare, ma che ha cavalcato assai bene quando lavorava per Carlo De Benedetti, presenta un sacco di trappole e trabocchetti. Faccendieri, massoni e spioni in libera uscita, spacciatori seriali di carte, audio e video, registrazioni abusive, documenti falsi più o meno. Nel caso del Metropol, però, come hanno spiegato su queste pagine Giacomo Amadori e François De Tonquedec, c’è il fondato sospetto che gli apprendisti stregoni siano stati direttamente prodotti e azionati dai giornalisti dell’Espresso, Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Il 9 febbraio del 2021, il pm milanese Sergio Spadaro chiede a Tizian come ha conosciuto Gianluca Meranda, l’avvocato massone che avrebbe dovuto incastrare Salvini a Mosca nell’ottobre del 2018. Il cronista resta nel vago: «Ci siamo conosciuti a una festa nel 2018 a Roma. Non ricordo dove fosse la festa ma comunque è stato un incontro assolutamente casuale. Confermo di avere incontrato Meranda in alcune occasioni, il più delle volte presso il suo studio a Roma, altre volte in posti pubblici». Prima di chiudere il verbale, Tizian ha ancora l’occasione di illuminare la genesi del Bufalagate, quando il pm gli chiede se il manager Glauco Verdoia e Meranda avessero rapporti con la massoneria e/o con i servizi segreti. Risposta di Tizian: «Non lo so». Una parola sulla bufala russa, in realtà sfacciatamente made in Rome, dovrebbe dirla anche Damilano, romano, 55 anni, figlio di un giornalista della Rai (Andrea) e cresciuto nella Rete di Leoluca Orlando. Insomma, quanto di più vicino possibile a un suo grande sponsor come Walter Veltroni, con il quale condivide l’aria da eterno bravo ragazzo. Dovrebbe uscire dall’afasia non solo per responsabilità da ex direttore, ma perché nella patacca-complotto del Metropol anche lui ha intinto la penna. «Matteo Salvini ha occultato, omesso, oscurato», è l’attacco del suo editoriale sull’Espresso del 21 luglio 2019, intitolato «La superficie della menzogna». «Al Viminale siede uno sprovveduto o un bugiardo, o entrambe le cose, uno sbruffoncello, come disse di lui Carola Rackete», sancì il figlio dell’Azione cattolica, prima di trasformarsi in Ruber Silente, nuovo personaggio da Harry Potter. E non poteva mancare un predicozzo, sempre rivolto a Salvini, sul «tacere imbarazzato del ministro dell’Interno alle nostre domande». Ma sì, tacere, tacere e ancora tacere, in attesa che cali l’oblio. In certe sacrestie lo insegnano bene e Damilano mostra di aver imparato la lezione. Il fatto che la Guardia di finanza di Milano abbia dimostrato i contatti costanti tra Tizian e Meranda, con il sospetto che il caso Metropol sia stato orchestrato a tavolino, non merita una parola da parte del direttore che tutto pubblicò, filosofeggiando anche in prima persona. Adesso ha un altro anno di contratto in Rai, sponsorizzato dal Pd che lo ha salvato a spese nostre dal cambio di proprietà dell’Espresso. E che lo si tratti bene, altrimenti è subito dittatura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rai-damilano-2661140456.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-rai-si-aggrappa-al-canone" data-post-id="2661140456" data-published-at="1686261363" data-use-pagination="False"> La nuova Rai si aggrappa al canone Ieri prima audizione in commissione Vigilanza per i nuovi vertici Rai: l’ad, Roberto Sergio, la presidente, Marinella Soldi, e il direttore generale, Giampaolo Rossi. Il primo ha affrontato la questione del canone che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sempre detto di voler abolire. La presidente grillina della commissione, Barbara Floridia, in apertura di seduta ha annunciato di aver chiesto l’audizione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per avere una risposta univoca del governo. Sui conti la Soldi è stata molto chiara: «Vorrei trasferirvi un senso di urgenza. L’azienda, pur avendo chiuso l’ultimo bilancio in pareggio, affronta una situazione di indebitamento pari a 580 milioni di euro nel 2022. Per un rinnovo necessario delle forme di finanziamento, serve un piano industriale credibile e realistico da approvare non oltre il 2023». L’ad Sergio ha tenuto a puntualizzare: «Io non sono stato indicato per accettare l’idea che il canone non ci sia più. Rimane la fonte primaria e caratteristica del servizio pubblico, che procura quasi il 70% delle risorse complessive di gruppo e quello italiano è comunque è il più basso in Europa». Ha inoltre respinto l’ipotesi di togliere il canone dalla bolletta, aggiungendo che «qualora si intendesse procedere a una revisione del sistema di riscossione, sarà indispensabile valutare l’efficacia della soluzione alternativa e i correlati rischi», ricordando che prima c’era un’evasione del tributo del 30%. Sergio ha anche annunciato che oggi i vertici Rai chiederanno un appuntamento al Mef per saperne di più: «Stante l’attuale situazione, immaginiamo che anche nel 2024 sia riscosso come è stato riscosso fino a ora». Mentre sul pluralismo televisivo ha rivendicato la modalità partecipativa nella costruzione dei palinsesti e ha ribadito che «nessuna trasmissione d’inchiesta sarà cancellata». Non è mancata poi una frecciatina alla Annunziata: «Sono stati confermati anche quei programmi che alcuni temevano potessero subire un qualche ostracismo, a dimostrazione che l’approccio che ci muove è tutto fuorché ideologico». La Soldi però ha attaccato di fatto il governo per la violazione della parità di genere: «Le recenti nomine tutte al maschile nei tg della Rai costituiscono un strappo grave alla policy aziendale sulla parità di genere. Finora abbiamo ottenuto una significativa riduzione del gender gap, in termini di carriere e di retribuzioni tra il 2021 e il 2022, ma un simile sforzo purtroppo non è stato fatto nelle ultime nomine». La «smentita» è arrivata dallo stesso Sergio: «Quello del gender gap è un tema particolarmente sensibile per la Rai. Chiaramente, ciò che conta è la tendenza e il passo per ridurre il gap, su entrambi i fronti sono stati fatti significativi progressi e posso già assicurare che ulteriori avanzamenti verranno fatti nelle nomine che a breve completeranno la squadra di vertice». Più appuntita la risposta della vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli (Fdi): «La questione di genere sta a cuore anche a noi, che per fortuna oggi in Italia abbiamo il primo premier donna. Ma quando si parla di gender policy della Rai più che di nomine e quote sarebbe utile occuparsi della differenza salariale tra uomo e donna a cominciare, ad esempio, dai compensi degli eccellenti fuoriusciti Fabio Fazio e Lucia Annunziata, visto che sui loro stipendi vige tutt’ora un inspiegabile mistero». Infine il nuovo dg, Giampaolo Rossi, ha parlato della necessità di trasformare la Rai in una digital media company, passaggio indispensabile per la sopravvivenza dell’azienda. Ha condiviso l’importanza del canone per assicurare il servizio pubblico e ha lanciato gli Stati generali per «coinvolgere la società civile su una discussione sul ruolo del servizio pubblico». Per poi concludere: «Lavoriamo per garantire un pluralismo che spesso sulla Rai non c’è stato».
Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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