True
2023-06-08
Viale Mazzini non cancella Damilano malgrado le balle russe sul Carroccio
Marco Damilano (Imagoeconomica)
Ruber Silente, il mago del giornalismo d’inchiesta che ha la responsabilità della patacca Metropol, l’ha fatta franca anche ieri. Dalla riunione della commissione di Vigilanza sulla Rai, Marco Damilano è uscito senza un’ammaccatura e avrà il suo bel programmino in Viale Mazzini, pagato 1.000 euro a puntata con i soldi dei cittadini. In più, in qualunque momento si ritenesse minacciato dal famoso ritorno dei fascisti (che ieri però lo hanno graziato), potrà sempre dimettersi sbattendo la porta per andare dagli amici di La 7, dove già era una presenza fissa. Insomma, il centrodestra che si occupa di Rai ha anche abilmente creato il martire di domani.
Era un anno che non si riuniva la Vigilanza, dove ieri si sono presentati il presidente della Rai, Marinella Soldi, l’amministratore delegato, Roberto Sergio, e il direttore generale, Giampaolo Rossi, con tanti buoni propositi e per battere cassa. Sergio, parlando davanti alle telecamere dell’Ansa al termine dell’audizione, è stato assai ecumenico: «C’è un rapporto da ricostruire, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, bisogna cercare di abbassare un pochino i toni, mantenendoli in linea con gli obblighi di pluralismo e la possibilità per ognuno di esprimersi». Sarà con questa filosofia che i nuovi vertici di Viale Mazzini hanno confermato Il cavallo e la torre, il programma di Damilano su Rai 3, nonostante questo giornale abbia scoperchiato lo scandalo della falsa inchiesta su Matteo Salvini e il petrolio russo, che avrebbe dovuto incastrare per sempre il leader della Lega. Era l’estate del 2019 e i servizi uscirono sul settimanale L’Espresso, all’epoca diretto proprio da Damilano. Che oggi si è rinchiuso in uno sdegnoso silenzio.
Il «caso Damilano», come lo ha chiamato il Corriere della Sera nei giorni scorsi, in realtà si è brevemente affacciato nell’aula della Vigilanza, ieri, ma senza effetto alcuno. Il senatore Giorgio Maria Bergesio non ha fatto tanti giri di parole: «Il caso Metropol è una vergogna, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». Duro anche il forzista Maurizio Gasparri, per il quale «la sinistra ha da sempre una quota di impunità che nessuno potrebbe permettersi. Dopo lo scandalo che La Verità ha scoperto, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta».
In realtà non si tratta di punire nessuno. Il giornalismo d’inchiesta, che Damilano ha solo visto praticare, ma che ha cavalcato assai bene quando lavorava per Carlo De Benedetti, presenta un sacco di trappole e trabocchetti. Faccendieri, massoni e spioni in libera uscita, spacciatori seriali di carte, audio e video, registrazioni abusive, documenti falsi più o meno. Nel caso del Metropol, però, come hanno spiegato su queste pagine Giacomo Amadori e François De Tonquedec, c’è il fondato sospetto che gli apprendisti stregoni siano stati direttamente prodotti e azionati dai giornalisti dell’Espresso, Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Il 9 febbraio del 2021, il pm milanese Sergio Spadaro chiede a Tizian come ha conosciuto Gianluca Meranda, l’avvocato massone che avrebbe dovuto incastrare Salvini a Mosca nell’ottobre del 2018. Il cronista resta nel vago: «Ci siamo conosciuti a una festa nel 2018 a Roma. Non ricordo dove fosse la festa ma comunque è stato un incontro assolutamente casuale. Confermo di avere incontrato Meranda in alcune occasioni, il più delle volte presso il suo studio a Roma, altre volte in posti pubblici». Prima di chiudere il verbale, Tizian ha ancora l’occasione di illuminare la genesi del Bufalagate, quando il pm gli chiede se il manager Glauco Verdoia e Meranda avessero rapporti con la massoneria e/o con i servizi segreti. Risposta di Tizian: «Non lo so».
Una parola sulla bufala russa, in realtà sfacciatamente made in Rome, dovrebbe dirla anche Damilano, romano, 55 anni, figlio di un giornalista della Rai (Andrea) e cresciuto nella Rete di Leoluca Orlando. Insomma, quanto di più vicino possibile a un suo grande sponsor come Walter Veltroni, con il quale condivide l’aria da eterno bravo ragazzo. Dovrebbe uscire dall’afasia non solo per responsabilità da ex direttore, ma perché nella patacca-complotto del Metropol anche lui ha intinto la penna. «Matteo Salvini ha occultato, omesso, oscurato», è l’attacco del suo editoriale sull’Espresso del 21 luglio 2019, intitolato «La superficie della menzogna». «Al Viminale siede uno sprovveduto o un bugiardo, o entrambe le cose, uno sbruffoncello, come disse di lui Carola Rackete», sancì il figlio dell’Azione cattolica, prima di trasformarsi in Ruber Silente, nuovo personaggio da Harry Potter. E non poteva mancare un predicozzo, sempre rivolto a Salvini, sul «tacere imbarazzato del ministro dell’Interno alle nostre domande».
Ma sì, tacere, tacere e ancora tacere, in attesa che cali l’oblio. In certe sacrestie lo insegnano bene e Damilano mostra di aver imparato la lezione. Il fatto che la Guardia di finanza di Milano abbia dimostrato i contatti costanti tra Tizian e Meranda, con il sospetto che il caso Metropol sia stato orchestrato a tavolino, non merita una parola da parte del direttore che tutto pubblicò, filosofeggiando anche in prima persona. Adesso ha un altro anno di contratto in Rai, sponsorizzato dal Pd che lo ha salvato a spese nostre dal cambio di proprietà dell’Espresso. E che lo si tratti bene, altrimenti è subito dittatura.
La nuova Rai si aggrappa al canone
Ieri prima audizione in commissione Vigilanza per i nuovi vertici Rai: l’ad, Roberto Sergio, la presidente, Marinella Soldi, e il direttore generale, Giampaolo Rossi. Il primo ha affrontato la questione del canone che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sempre detto di voler abolire. La presidente grillina della commissione, Barbara Floridia, in apertura di seduta ha annunciato di aver chiesto l’audizione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per avere una risposta univoca del governo. Sui conti la Soldi è stata molto chiara: «Vorrei trasferirvi un senso di urgenza. L’azienda, pur avendo chiuso l’ultimo bilancio in pareggio, affronta una situazione di indebitamento pari a 580 milioni di euro nel 2022. Per un rinnovo necessario delle forme di finanziamento, serve un piano industriale credibile e realistico da approvare non oltre il 2023».
L’ad Sergio ha tenuto a puntualizzare: «Io non sono stato indicato per accettare l’idea che il canone non ci sia più. Rimane la fonte primaria e caratteristica del servizio pubblico, che procura quasi il 70% delle risorse complessive di gruppo e quello italiano è comunque è il più basso in Europa». Ha inoltre respinto l’ipotesi di togliere il canone dalla bolletta, aggiungendo che «qualora si intendesse procedere a una revisione del sistema di riscossione, sarà indispensabile valutare l’efficacia della soluzione alternativa e i correlati rischi», ricordando che prima c’era un’evasione del tributo del 30%. Sergio ha anche annunciato che oggi i vertici Rai chiederanno un appuntamento al Mef per saperne di più: «Stante l’attuale situazione, immaginiamo che anche nel 2024 sia riscosso come è stato riscosso fino a ora».
Mentre sul pluralismo televisivo ha rivendicato la modalità partecipativa nella costruzione dei palinsesti e ha ribadito che «nessuna trasmissione d’inchiesta sarà cancellata». Non è mancata poi una frecciatina alla Annunziata: «Sono stati confermati anche quei programmi che alcuni temevano potessero subire un qualche ostracismo, a dimostrazione che l’approccio che ci muove è tutto fuorché ideologico».
La Soldi però ha attaccato di fatto il governo per la violazione della parità di genere: «Le recenti nomine tutte al maschile nei tg della Rai costituiscono un strappo grave alla policy aziendale sulla parità di genere. Finora abbiamo ottenuto una significativa riduzione del gender gap, in termini di carriere e di retribuzioni tra il 2021 e il 2022, ma un simile sforzo purtroppo non è stato fatto nelle ultime nomine». La «smentita» è arrivata dallo stesso Sergio: «Quello del gender gap è un tema particolarmente sensibile per la Rai. Chiaramente, ciò che conta è la tendenza e il passo per ridurre il gap, su entrambi i fronti sono stati fatti significativi progressi e posso già assicurare che ulteriori avanzamenti verranno fatti nelle nomine che a breve completeranno la squadra di vertice».
Più appuntita la risposta della vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli (Fdi): «La questione di genere sta a cuore anche a noi, che per fortuna oggi in Italia abbiamo il primo premier donna. Ma quando si parla di gender policy della Rai più che di nomine e quote sarebbe utile occuparsi della differenza salariale tra uomo e donna a cominciare, ad esempio, dai compensi degli eccellenti fuoriusciti Fabio Fazio e Lucia Annunziata, visto che sui loro stipendi vige tutt’ora un inspiegabile mistero».
Infine il nuovo dg, Giampaolo Rossi, ha parlato della necessità di trasformare la Rai in una digital media company, passaggio indispensabile per la sopravvivenza dell’azienda. Ha condiviso l’importanza del canone per assicurare il servizio pubblico e ha lanciato gli Stati generali per «coinvolgere la società civile su una discussione sul ruolo del servizio pubblico». Per poi concludere: «Lavoriamo per garantire un pluralismo che spesso sulla Rai non c’è stato».
Continua a leggereRiduci
L’ex direttore dell’«Espresso», che pubblicò il falso scoop sul Metropol, esce indenne dalla commissione Vigilanza. «Salvini, sprovveduto o bugiardo, tace», scriveva nel 2019. Ma oggi è lui ad aver perso la parola.La presidente Soldi annuncia ben 580 milioni di debiti e critica le ultime nomine tutte al maschile. L’ad Sergio: «Se cambia la riscossione il vero rischio è l’evasione».Lo speciale contiene due articoli.Ruber Silente, il mago del giornalismo d’inchiesta che ha la responsabilità della patacca Metropol, l’ha fatta franca anche ieri. Dalla riunione della commissione di Vigilanza sulla Rai, Marco Damilano è uscito senza un’ammaccatura e avrà il suo bel programmino in Viale Mazzini, pagato 1.000 euro a puntata con i soldi dei cittadini. In più, in qualunque momento si ritenesse minacciato dal famoso ritorno dei fascisti (che ieri però lo hanno graziato), potrà sempre dimettersi sbattendo la porta per andare dagli amici di La 7, dove già era una presenza fissa. Insomma, il centrodestra che si occupa di Rai ha anche abilmente creato il martire di domani. Era un anno che non si riuniva la Vigilanza, dove ieri si sono presentati il presidente della Rai, Marinella Soldi, l’amministratore delegato, Roberto Sergio, e il direttore generale, Giampaolo Rossi, con tanti buoni propositi e per battere cassa. Sergio, parlando davanti alle telecamere dell’Ansa al termine dell’audizione, è stato assai ecumenico: «C’è un rapporto da ricostruire, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, bisogna cercare di abbassare un pochino i toni, mantenendoli in linea con gli obblighi di pluralismo e la possibilità per ognuno di esprimersi». Sarà con questa filosofia che i nuovi vertici di Viale Mazzini hanno confermato Il cavallo e la torre, il programma di Damilano su Rai 3, nonostante questo giornale abbia scoperchiato lo scandalo della falsa inchiesta su Matteo Salvini e il petrolio russo, che avrebbe dovuto incastrare per sempre il leader della Lega. Era l’estate del 2019 e i servizi uscirono sul settimanale L’Espresso, all’epoca diretto proprio da Damilano. Che oggi si è rinchiuso in uno sdegnoso silenzio.Il «caso Damilano», come lo ha chiamato il Corriere della Sera nei giorni scorsi, in realtà si è brevemente affacciato nell’aula della Vigilanza, ieri, ma senza effetto alcuno. Il senatore Giorgio Maria Bergesio non ha fatto tanti giri di parole: «Il caso Metropol è una vergogna, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». Duro anche il forzista Maurizio Gasparri, per il quale «la sinistra ha da sempre una quota di impunità che nessuno potrebbe permettersi. Dopo lo scandalo che La Verità ha scoperto, Damilano dovrebbe essere accompagnato alla porta». In realtà non si tratta di punire nessuno. Il giornalismo d’inchiesta, che Damilano ha solo visto praticare, ma che ha cavalcato assai bene quando lavorava per Carlo De Benedetti, presenta un sacco di trappole e trabocchetti. Faccendieri, massoni e spioni in libera uscita, spacciatori seriali di carte, audio e video, registrazioni abusive, documenti falsi più o meno. Nel caso del Metropol, però, come hanno spiegato su queste pagine Giacomo Amadori e François De Tonquedec, c’è il fondato sospetto che gli apprendisti stregoni siano stati direttamente prodotti e azionati dai giornalisti dell’Espresso, Giovanni Tizian e Stefano Vergine. Il 9 febbraio del 2021, il pm milanese Sergio Spadaro chiede a Tizian come ha conosciuto Gianluca Meranda, l’avvocato massone che avrebbe dovuto incastrare Salvini a Mosca nell’ottobre del 2018. Il cronista resta nel vago: «Ci siamo conosciuti a una festa nel 2018 a Roma. Non ricordo dove fosse la festa ma comunque è stato un incontro assolutamente casuale. Confermo di avere incontrato Meranda in alcune occasioni, il più delle volte presso il suo studio a Roma, altre volte in posti pubblici». Prima di chiudere il verbale, Tizian ha ancora l’occasione di illuminare la genesi del Bufalagate, quando il pm gli chiede se il manager Glauco Verdoia e Meranda avessero rapporti con la massoneria e/o con i servizi segreti. Risposta di Tizian: «Non lo so». Una parola sulla bufala russa, in realtà sfacciatamente made in Rome, dovrebbe dirla anche Damilano, romano, 55 anni, figlio di un giornalista della Rai (Andrea) e cresciuto nella Rete di Leoluca Orlando. Insomma, quanto di più vicino possibile a un suo grande sponsor come Walter Veltroni, con il quale condivide l’aria da eterno bravo ragazzo. Dovrebbe uscire dall’afasia non solo per responsabilità da ex direttore, ma perché nella patacca-complotto del Metropol anche lui ha intinto la penna. «Matteo Salvini ha occultato, omesso, oscurato», è l’attacco del suo editoriale sull’Espresso del 21 luglio 2019, intitolato «La superficie della menzogna». «Al Viminale siede uno sprovveduto o un bugiardo, o entrambe le cose, uno sbruffoncello, come disse di lui Carola Rackete», sancì il figlio dell’Azione cattolica, prima di trasformarsi in Ruber Silente, nuovo personaggio da Harry Potter. E non poteva mancare un predicozzo, sempre rivolto a Salvini, sul «tacere imbarazzato del ministro dell’Interno alle nostre domande». Ma sì, tacere, tacere e ancora tacere, in attesa che cali l’oblio. In certe sacrestie lo insegnano bene e Damilano mostra di aver imparato la lezione. Il fatto che la Guardia di finanza di Milano abbia dimostrato i contatti costanti tra Tizian e Meranda, con il sospetto che il caso Metropol sia stato orchestrato a tavolino, non merita una parola da parte del direttore che tutto pubblicò, filosofeggiando anche in prima persona. Adesso ha un altro anno di contratto in Rai, sponsorizzato dal Pd che lo ha salvato a spese nostre dal cambio di proprietà dell’Espresso. E che lo si tratti bene, altrimenti è subito dittatura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rai-damilano-2661140456.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-rai-si-aggrappa-al-canone" data-post-id="2661140456" data-published-at="1686261363" data-use-pagination="False"> La nuova Rai si aggrappa al canone Ieri prima audizione in commissione Vigilanza per i nuovi vertici Rai: l’ad, Roberto Sergio, la presidente, Marinella Soldi, e il direttore generale, Giampaolo Rossi. Il primo ha affrontato la questione del canone che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sempre detto di voler abolire. La presidente grillina della commissione, Barbara Floridia, in apertura di seduta ha annunciato di aver chiesto l’audizione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per avere una risposta univoca del governo. Sui conti la Soldi è stata molto chiara: «Vorrei trasferirvi un senso di urgenza. L’azienda, pur avendo chiuso l’ultimo bilancio in pareggio, affronta una situazione di indebitamento pari a 580 milioni di euro nel 2022. Per un rinnovo necessario delle forme di finanziamento, serve un piano industriale credibile e realistico da approvare non oltre il 2023». L’ad Sergio ha tenuto a puntualizzare: «Io non sono stato indicato per accettare l’idea che il canone non ci sia più. Rimane la fonte primaria e caratteristica del servizio pubblico, che procura quasi il 70% delle risorse complessive di gruppo e quello italiano è comunque è il più basso in Europa». Ha inoltre respinto l’ipotesi di togliere il canone dalla bolletta, aggiungendo che «qualora si intendesse procedere a una revisione del sistema di riscossione, sarà indispensabile valutare l’efficacia della soluzione alternativa e i correlati rischi», ricordando che prima c’era un’evasione del tributo del 30%. Sergio ha anche annunciato che oggi i vertici Rai chiederanno un appuntamento al Mef per saperne di più: «Stante l’attuale situazione, immaginiamo che anche nel 2024 sia riscosso come è stato riscosso fino a ora». Mentre sul pluralismo televisivo ha rivendicato la modalità partecipativa nella costruzione dei palinsesti e ha ribadito che «nessuna trasmissione d’inchiesta sarà cancellata». Non è mancata poi una frecciatina alla Annunziata: «Sono stati confermati anche quei programmi che alcuni temevano potessero subire un qualche ostracismo, a dimostrazione che l’approccio che ci muove è tutto fuorché ideologico». La Soldi però ha attaccato di fatto il governo per la violazione della parità di genere: «Le recenti nomine tutte al maschile nei tg della Rai costituiscono un strappo grave alla policy aziendale sulla parità di genere. Finora abbiamo ottenuto una significativa riduzione del gender gap, in termini di carriere e di retribuzioni tra il 2021 e il 2022, ma un simile sforzo purtroppo non è stato fatto nelle ultime nomine». La «smentita» è arrivata dallo stesso Sergio: «Quello del gender gap è un tema particolarmente sensibile per la Rai. Chiaramente, ciò che conta è la tendenza e il passo per ridurre il gap, su entrambi i fronti sono stati fatti significativi progressi e posso già assicurare che ulteriori avanzamenti verranno fatti nelle nomine che a breve completeranno la squadra di vertice». Più appuntita la risposta della vicepresidente della Vigilanza, Augusta Montaruli (Fdi): «La questione di genere sta a cuore anche a noi, che per fortuna oggi in Italia abbiamo il primo premier donna. Ma quando si parla di gender policy della Rai più che di nomine e quote sarebbe utile occuparsi della differenza salariale tra uomo e donna a cominciare, ad esempio, dai compensi degli eccellenti fuoriusciti Fabio Fazio e Lucia Annunziata, visto che sui loro stipendi vige tutt’ora un inspiegabile mistero». Infine il nuovo dg, Giampaolo Rossi, ha parlato della necessità di trasformare la Rai in una digital media company, passaggio indispensabile per la sopravvivenza dell’azienda. Ha condiviso l’importanza del canone per assicurare il servizio pubblico e ha lanciato gli Stati generali per «coinvolgere la società civile su una discussione sul ruolo del servizio pubblico». Per poi concludere: «Lavoriamo per garantire un pluralismo che spesso sulla Rai non c’è stato».
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.