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2020-10-06
Qvc, la televisione dello shopping compie 10 anni
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Qvc
Diciassette ore di diretta al giorno, sette giorni su sette, per 364 giorni all'anno (Natale escluso). Intrattenimento, live show, eventi speciali. 68.367 prodotti di oltre 1.200 brand per un totale di quasi 13,6 milioni di ordini ricevuti. Venti presenter italiani e 330 guest (esperti del prodotto) che si avvicendano durante tutto l'anno. Tutto questo e molto di più è Qvc, la piattaforma multimediale di shopping che mette insieme tivù, digital, mobile e social media, un modo di acquistare diverso dall'entrare in un negozio ma scegliendo direttamente alla televisione, coinvolti da chi magistralmente spiega e racconta i prodotti, oppure attraverso l'e-commerce. Qvc, fondata negli Stati Uniti nel 1986 da Joseph Segel, festeggia i suoi primi dieci anni di presenza sul mercato italiano. «Sono stati 10 anni scanditi da momenti, soprattutto belli, anche se alcuni lo sono stati meno, come l'ultimo periodo che stiamo vivendo», spiega Paolo Penati, amministratore delegato di Qvc Italia. Quartier generale di 15.000 mq. a Brugherio (Mb), polo logistico di 20.000 mq. a Castel San Giovanni (Pc), conta oltre 500 dipendenti di cui il 63% donne, con un'età media di 38 anni. Casa, cucina, moda e accessori, bellezza, gioielli ed elettronica rappresentano il cuore dell'offerta di Qvc. I marchi sono selezionati fra realtà italiane e internazionali e l'offerta è andata ampliandosi nel tempo tenendo conto innanzitutto dei gusti e delle esigenze del cliente. Durante il primo anno sono stati presentati poco più di 4.300 prodotti, mentre negli ultimi 12 mesi le referenze introdotte sulle piattaforme sono state oltre 7.400. In questi dieci anni, le categorie beauty e home restano quelle trainanti, seguite da moda, accessori e gioielli.
La community è al centro di tutto e protagonista assoluta del palinsesto e delle iniziative di Qvc Italia. In questo percorso, la piattaforma e-commerce ha svolto un ruolo fondamentale. Dal dicembre 2011 ha infatti affiancato la programmazione in Tv, consentendo alla piattaforma di affermarsi come un vero e proprio retailer multicanale. La web penetration, che a gennaio 2012 si attestava intorno al 7%, si è fortemente consolidata nel tempo riducendo lo scarto rispetto alla media di Qurate Retail Group, il gruppo al quale Qvc Italia appartiene, per cui l'e-commerce vale il 60% del fatturato annuale (2019). Hanno contribuito alla crescita in rete anche i canali social, Facebook e Instagram, in primis.
Paolo Penati (Qvc)
«Gennaio e febbraio 2020 erano partiti come negli anni precedenti, poi a marzo-aprile, causa lockdown, la moda ha avuto un calo delle vendite sulla nostra piattaforma nell'ordine del 40% circa, ma è il comparto accessori ad aver vissuto un crollo drammatico, mentre la casa e alcune nicchie dell'universo della bellezza hanno continuato a mostrare delle belle crescite», ha continuato Penati. «A maggio abbiamo visto qualche debole segnale di ripresa, prima nell'abbigliamento poi negli accessori, finché a giugno qualcosa ha cominciato a cambiare. Abbiamo dunque deciso di spingere sull'abbigliamento, con riscontri eccezionali: a giugno le nostre vendite moda sono salite rispetto a giugno 2019, e nel periodo luglio-settembre il trend di crescita è aumentato enormemente, tanto da oltrepassare i risultati dell'anno precedente di circa il 20% in quel quadrimestre». Da lì sono anche cambiate le strategie di lavoro. «Di solito presentavamo le collezioni a maggio per la Pe e a settembre per l'Ai, ma quest'anno abbiamo deciso di farne quattro. Dopo la sfilata di moda per l'estivo presentata nei nostri studi a giugno, resa visibile anche sui social media, abbiamo svelato l'autunnale a settembre. A novembre proporremo un'altra sfilata per l'invernale».
Nel 2019, il fatturato globale del gruppo è stato di 13,5 miliardi di dollari (la joint venture con la Cina non è inclusa nei risultati consolidati), con 8 miliardi di dollari di vendite generati dall'e-commerce. Circa 25.000 i dipendenti del gruppo, in Usa, Uk, Germania, Giappone, Italia e Polonia. Oltre 22 milioni i suoi clienti nel mondo, 220 milioni i pacchi spediti nel globo nel 2019 da 21 centri logistici, raggiungendo 380 milioni di abitazioni worldwide. Più di 140 ore di contenuti live al giorno, più di qualsiasi altro broadcaster.
L'87% dei clienti di Qvc nel mondo sono donne, il 70% delle quali ha un'età media compresa tra i 35 e i 64 anni. Il 90% delle vendite provengono da clienti abituali che ripetono l'acquisto, 21 prodotti all'anno sono acquistati in media da clienti abituali e la community globale ha 2,5 milioni di fan.
Tra le tante iniziative, anche quest'anno, ad ottobre, mese della prevenzione del tumore al seno, la piattaforma sostiene il progetto «Pink is good» di Fondazione Umberto Veronesi con cui collabora dal 2015, attraverso «Shopping4Good», programma di shopping sviluppato per sostenere la raccolta fondi a sostegno della ricerca e cura del tumore al seno, utero e ovaio. L'anno scorso sono stati raccolti più di 200.000 euro, che hanno finanziato cinque borse di studio.
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Diciassette ore di diretta al giorno, sette giorni su sette, per 364 giorni all'anno (Natale escluso). Intrattenimento, live show, eventi speciali. La piattaforma multimediale permette di fare acquisti direttamente da tv, mobile e social media.Diciassette ore di diretta al giorno, sette giorni su sette, per 364 giorni all'anno (Natale escluso). Intrattenimento, live show, eventi speciali. 68.367 prodotti di oltre 1.200 brand per un totale di quasi 13,6 milioni di ordini ricevuti. Venti presenter italiani e 330 guest (esperti del prodotto) che si avvicendano durante tutto l'anno. Tutto questo e molto di più è Qvc, la piattaforma multimediale di shopping che mette insieme tivù, digital, mobile e social media, un modo di acquistare diverso dall'entrare in un negozio ma scegliendo direttamente alla televisione, coinvolti da chi magistralmente spiega e racconta i prodotti, oppure attraverso l'e-commerce. Qvc, fondata negli Stati Uniti nel 1986 da Joseph Segel, festeggia i suoi primi dieci anni di presenza sul mercato italiano. «Sono stati 10 anni scanditi da momenti, soprattutto belli, anche se alcuni lo sono stati meno, come l'ultimo periodo che stiamo vivendo», spiega Paolo Penati, amministratore delegato di Qvc Italia. Quartier generale di 15.000 mq. a Brugherio (Mb), polo logistico di 20.000 mq. a Castel San Giovanni (Pc), conta oltre 500 dipendenti di cui il 63% donne, con un'età media di 38 anni. Casa, cucina, moda e accessori, bellezza, gioielli ed elettronica rappresentano il cuore dell'offerta di Qvc. I marchi sono selezionati fra realtà italiane e internazionali e l'offerta è andata ampliandosi nel tempo tenendo conto innanzitutto dei gusti e delle esigenze del cliente. Durante il primo anno sono stati presentati poco più di 4.300 prodotti, mentre negli ultimi 12 mesi le referenze introdotte sulle piattaforme sono state oltre 7.400. In questi dieci anni, le categorie beauty e home restano quelle trainanti, seguite da moda, accessori e gioielli.La community è al centro di tutto e protagonista assoluta del palinsesto e delle iniziative di Qvc Italia. In questo percorso, la piattaforma e-commerce ha svolto un ruolo fondamentale. Dal dicembre 2011 ha infatti affiancato la programmazione in Tv, consentendo alla piattaforma di affermarsi come un vero e proprio retailer multicanale. La web penetration, che a gennaio 2012 si attestava intorno al 7%, si è fortemente consolidata nel tempo riducendo lo scarto rispetto alla media di Qurate Retail Group, il gruppo al quale Qvc Italia appartiene, per cui l'e-commerce vale il 60% del fatturato annuale (2019). Hanno contribuito alla crescita in rete anche i canali social, Facebook e Instagram, in primis. Paolo Penati (Qvc)«Gennaio e febbraio 2020 erano partiti come negli anni precedenti, poi a marzo-aprile, causa lockdown, la moda ha avuto un calo delle vendite sulla nostra piattaforma nell'ordine del 40% circa, ma è il comparto accessori ad aver vissuto un crollo drammatico, mentre la casa e alcune nicchie dell'universo della bellezza hanno continuato a mostrare delle belle crescite», ha continuato Penati. «A maggio abbiamo visto qualche debole segnale di ripresa, prima nell'abbigliamento poi negli accessori, finché a giugno qualcosa ha cominciato a cambiare. Abbiamo dunque deciso di spingere sull'abbigliamento, con riscontri eccezionali: a giugno le nostre vendite moda sono salite rispetto a giugno 2019, e nel periodo luglio-settembre il trend di crescita è aumentato enormemente, tanto da oltrepassare i risultati dell'anno precedente di circa il 20% in quel quadrimestre». Da lì sono anche cambiate le strategie di lavoro. «Di solito presentavamo le collezioni a maggio per la Pe e a settembre per l'Ai, ma quest'anno abbiamo deciso di farne quattro. Dopo la sfilata di moda per l'estivo presentata nei nostri studi a giugno, resa visibile anche sui social media, abbiamo svelato l'autunnale a settembre. A novembre proporremo un'altra sfilata per l'invernale». Nel 2019, il fatturato globale del gruppo è stato di 13,5 miliardi di dollari (la joint venture con la Cina non è inclusa nei risultati consolidati), con 8 miliardi di dollari di vendite generati dall'e-commerce. Circa 25.000 i dipendenti del gruppo, in Usa, Uk, Germania, Giappone, Italia e Polonia. Oltre 22 milioni i suoi clienti nel mondo, 220 milioni i pacchi spediti nel globo nel 2019 da 21 centri logistici, raggiungendo 380 milioni di abitazioni worldwide. Più di 140 ore di contenuti live al giorno, più di qualsiasi altro broadcaster.L'87% dei clienti di Qvc nel mondo sono donne, il 70% delle quali ha un'età media compresa tra i 35 e i 64 anni. Il 90% delle vendite provengono da clienti abituali che ripetono l'acquisto, 21 prodotti all'anno sono acquistati in media da clienti abituali e la community globale ha 2,5 milioni di fan.Tra le tante iniziative, anche quest'anno, ad ottobre, mese della prevenzione del tumore al seno, la piattaforma sostiene il progetto «Pink is good» di Fondazione Umberto Veronesi con cui collabora dal 2015, attraverso «Shopping4Good», programma di shopping sviluppato per sostenere la raccolta fondi a sostegno della ricerca e cura del tumore al seno, utero e ovaio. L'anno scorso sono stati raccolti più di 200.000 euro, che hanno finanziato cinque borse di studio.
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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