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Adesso basta, dateci il decreto per il ponte

Adesso basta, dateci il decreto per il ponte
Ansa

È partito? Non è partito? È arrivato? È in strada? Sta viaggiando? A che velocità? Piano? Forte? Va avanti? Torna indietro? Ormai è diventato quasi un giochino di società: non c'è trasmissione tv, talk mattutino o pomeridiano, che non si apra con la domanda di rito sul decreto di Genova.

E invece ridere non si può. Perché eravamo tutti a Genova, almeno con il cuore, ai funerali delle 43 vittime. Tutti insieme ci siamo detti che bisognava far presto. Tutti insieme abbiamo ascoltato le parole di buon senso, le promesse, gli impegni solenni. Sono passati ormai 43 giorni. Quarantatre. Un giorno per ogni vittima. Adesso basta: il balletto intorno al decreto di Genova è insostenibile. Comunque la si pensi. Da qualsiasi parte si decida di stare. Qualsiasi opinione si possa avere sulla vicenda, sul passato e sul futuro, sul nome del concessionario e sul ruolo dei Benetton, sulla nazionalizzazione delle autostrade e sul tipo di ponte da ricostruire, ebbene: questa lentezza non è accettabile. Per rispetto delle vittime, dei sopravvissuti, della città di Genova, della Liguria intera. E, se permettete, anche di tutti noi.

Comprendiamo le difficoltà del caso: il governo sta cercando di evitare che a ricostruire il ponte siano i Benetton. Mi sembra sacrosanto: i Benetton non devono più avere nulla a che fare con le nostre autostrade. Si sono arricchiti abbastanza, alle nostre spalle, e fregandosene della nostra sicurezza, come ha dimostrato in modo indiscutibile la relazione ministeriale uscita ieri (24,6 milioni investiti su quel ponte dal 1982 a oggi, di cui 24,1 dal 1982 al 1999 e il resto, appena 470.000 euro, il 2%, dal 1999 a oggi, cioè nell'era dei Benetton). Come possono i signorotti di Treviso, reucci della braciolata sui cadaveri, quelli che solcavano la tragedia con lo yacht, dopo aver commissionato ai loro scagnozzi comunicati disumani, come possono, dicevamo, pensare di mettere le loro aziende a ricostruire ciò che dovevano semplicemente custodire meglio? Come pensano di poter trarre una qualsiasi forma di guadagno da questo strazio? Devono pagare, sicuro. Ma poi devono sparire. Non ricostruire.

Ora, però, qui subentra un'altra questione. Un conto infatti è dirlo (Benetton, fora dai ball), un conto è scriverlo per decreto. Come si fa? Dovrebbe arrivare in supporto l'apparato potente dello Stato, la squadra tecnica dei ministeri. I quali tecnici, però, si sa, non stanno guardando con occhio favorevole il governo che vuole cambiare. Chiaro, no? Che ci siano resistenze, opposizioni, piccoli tranelli nelle stanze dei boiardi è pressoché sicuro: siamo stati fra i primi a denunciare l'esistenza di una tecnocrazia che rema contro la maggioranza politica, l'abbiamo fatto senza nemmeno aver bisogno dello scandalo suscitato dalle parole di Casalino, e non ci stupiamo certo adesso nello scoprire, anche sul decreto Genova, tanti piccoli agguati, agguatini, agguatelli da retrobottega alla vaccinara. Nelle ultime ore, per esempio, ha fatto il giro d'Italia la bozza del decreto con i circolini in bianco al posto delle coperture economiche: ma che c'è di strano? Da sempre si fanno circolare documenti così, lo sa qualsiasi avvocato di provincia: prima si verificano i contenuti, poi si discute sui numeri. Il problema, dunque, non è chi ha scritto quella bozza di decreto per nulla scandalosa. Il problema è chi l'ha fatta uscire. E perché.

Ma detto tutto questo, e tutto questo tenuto in considerazione, non possiamo fare a meno di tornare al punto chiave: il decreto, a questo punto, doveva già essere in vigore. Doveva essere fatto prima. E senza questo tiramolla. Senza questo avanti indietro. Senza questa rincorsa infinita, ora dopo ora, arriva o non arriva, arriva oggi, no domani, stamattina o forse venerdì. Doveva essere pronto e deciso, cazzuto, per dare la dimostrazione di uno Stato che sa rispondere alle tragedia in modo compatto. Siamo tutti Genova, Genova nel cuore, abbiamo detto in quelle ore. E ci si aspetta che chi deve decidere agisca di conseguenza. Se ci sono funzionari infedeli, si provveda a individuali e cambiarli. Se ci sono ostacoli da rimuovere, si provveda a circoscriverli e superarli. Si faccia quel che si deve fare, insomma. Ma si eviti di cadere nella tarantella sulla tragedia. Che stona. E fa il gioco degli Avvoltoi.

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Nuovo vilipendio dei cristiani a Gerusalemme: durante una sfilata di nazionalisti, un ultraortodosso oltraggia la statua di Maria. Lo aveva già fatto, in Libano, un soldato; un altro aveva distrutto un crocifisso. Pochi giorni fa, una suora è stata spinta e presa a calci.

Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.

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Garlasco, le perizie di Garofano sono affari di famiglia
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
Dal cold case genovese del Delitto del trapano alle indagini su Sempio: l’ex comandante del Ris s’è affidato spesso al Centro avanzato di diagnostica di Orbassano, uno dei poli più noti della genetica forense in Italia, dove il direttore tecnico-scientifico è il nipote Paolo.

C’è un circuito tecnico-forense in cui i cognomi ritornano, i laboratori si ripresentano e gli esperti migrano da un delitto all’altro come vecchi attori di una compagnia stabile. Garlasco è il processo che racconta questo ambiente meglio di ogni altro caso. Nel processo d’Appello bis contro Alberto Stasi, il consulente della Corte Roberto Testi, insieme al collegio peritale, depositò una valutazione tecnica destinata a incidere sulla ricostruzione dell’omicidio.

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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
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