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2019-05-15
Quando si tratta delle sue proprietà la Chiesa sa anche usare le ruspe
Ansa
Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato.
Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media.
Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi».
Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta.
Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco.
A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati.
Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar.
Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. Sarà forse perché, in questi casi, è stata proprio la Chiesa a non dimostrare alcun senso di carità cristiana, procedendo a sfrattare i propri inquilini senza che nessuno muovesse un dito.
«Riaprì l’acqua a una casa occupata da eritrei»
«Una volta riattivò l'acqua in uno stabile occupato da eritrei e ogni mese svariati milioni vengono utilizzati per sostenere famiglie in difficoltà». La dichiarazione, rilasciata al quotidiano Il Tempo, ha un peso specifico non indifferente, perché riporta le parole di Francesca Immacolata Chaouqui, membro della commissione di studio e indirizzo sull'organizzazione e le strutture economico amministrative del Vaticano, diventata famosa per essere rimasta coinvolta nel Vatileaks due, dal quale poi è venuta fuori senza ammaccature. È lei a ricordare anche un altro episodio con protagonista Konrad Krajewski, l'elemosiniere pontificio che ha riattivato la luce in un palazzo ex Inpdap, occupato dal 2013 a Roma, nel quartiere Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. E ricorda ancora un altro aneddoto, risalente a quattro o cinque anni fa: «Riempì un furgoncino bianco di pasta e insieme andammo a distribuirlo». Quindi la Chaouqui si pone come testimone oculare che ha partecipato all'azione. Il cardinale, insomma, sarebbe - per così dire - recidivo.
Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico».
E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». La Chaouqui su questo aspetto, pur non glissando, prova a mettere una pezza: «Non bisogna creare precedenti ovviamente, soprattutto quando non c'è legalità, ma va detto che il sostegno ai poveri e ai più bisognosi va dato».
«L’elemosiniere si infuriò con me per l’aiuto a un clochard morente»
Facciamo luce sull'elemosiniere del Papa. «L'ho conosciuto in una circostanza assai triste, e non ne conservo un buon ricordo». A parlare è Francesco Marano, un volontario cattolico di 65 anni di Roma. Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno».
Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
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Riduci
Le parrocchie non si fanno troppi problemi a sgomberare i loro locali: un sacrestano indigente si impiccò per la disperazione. Cacciati pure famiglie con bimbi, stranieri, associazioni benefiche e una scuola media. «Riaprì l'acqua a una casa occupata da eritrei». Francesca Immacolata Chaouqui su Konrad Krajewski: «Distribuimmo pasta, ma creare precedenti è sbagliato». «L'elemosiniere si infuriò con me per l'aiuto a un clochard morente». Un volontario: «Spesi il suo nome in ospedale per quel ragazzo, ma per lui era un'onta». Lo speciale comprende tre articoli. Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato. Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media. Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi». Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta. Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco. A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati. Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar. Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. 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La dichiarazione, rilasciata al quotidiano Il Tempo, ha un peso specifico non indifferente, perché riporta le parole di Francesca Immacolata Chaouqui, membro della commissione di studio e indirizzo sull'organizzazione e le strutture economico amministrative del Vaticano, diventata famosa per essere rimasta coinvolta nel Vatileaks due, dal quale poi è venuta fuori senza ammaccature. È lei a ricordare anche un altro episodio con protagonista Konrad Krajewski, l'elemosiniere pontificio che ha riattivato la luce in un palazzo ex Inpdap, occupato dal 2013 a Roma, nel quartiere Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. E ricorda ancora un altro aneddoto, risalente a quattro o cinque anni fa: «Riempì un furgoncino bianco di pasta e insieme andammo a distribuirlo». Quindi la Chaouqui si pone come testimone oculare che ha partecipato all'azione. Il cardinale, insomma, sarebbe - per così dire - recidivo. Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico». E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». La Chaouqui su questo aspetto, pur non glissando, prova a mettere una pezza: «Non bisogna creare precedenti ovviamente, soprattutto quando non c'è legalità, ma va detto che il sostegno ai poveri e ai più bisognosi va dato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-si-tratta-delle-sue-proprieta-la-chiesa-sa-anche-usare-le-ruspe-2637122689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lelemosiniere-si-infurio-con-me-per-laiuto-a-un-clochard-morente" data-post-id="2637122689" data-published-at="1774057244" data-use-pagination="False"> «L’elemosiniere si infuriò con me per l’aiuto a un clochard morente» Facciamo luce sull'elemosiniere del Papa. «L'ho conosciuto in una circostanza assai triste, e non ne conservo un buon ricordo». A parlare è Francesco Marano, un volontario cattolico di 65 anni di Roma. Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno». Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
Chuck Norris (Ansa)
Parliamo della cosiddetta «America profonda», generosa e al tempo stesso prepotente, devota alle libertà individuali e pervasa da un senso spiccio della giustizia, cultrice della proprietà privata e sostenitrice del diritto di ogni cittadino a girare armato. Con la trentina di film da lui interpretati e i quasi 200 episodi - tra il 1993 e il 2001 - della celebre serie televisiva Walker Texas Ranger, Chuck (Carlos Ray all’anagrafe) Norris ha realizzato numerose imprese, la principale delle quali, appunto, è quella di avere rafforzato l’egemonia statunitense nell’immaginario globale portando nel contemporaneo la figura sempiterna del cowboy; o meglio ancora dello sceriffo, di colui che si riconosce totalmente nel proprio Paese e nei suoi valori fondanti, nei quali ha una fiducia tale da non essere mai colto da dubbi sulla bontà e sulla portata universale di quei principi e da non conoscere incertezze riguardo a ciò che sia giusto fare e a come si debba agire.
Nato in Oklahoma il 10 marzo del 1940, tre mogli e sette figli (più una figlia, Dina, nata nel 1963 da una relazione extraconiugale), Norris non è stato soltanto un attore ma anche un campione di arti marziali (era cintura nera di svariate discipline tra cui karate, taekwondo e jiu-jitsu brasiliano) e non può quindi essere considerato casuale che la scena più famosa da lui girata al cinema sia quella in cui combatte contro Bruce Lee all’interno del Colosseo (nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto dallo stesso Bruce Lee). A suo modo è stato pure un attivista politico, manifestando sempre il proprio supporto al Partito repubblicano e appoggiando da ultimo anche Donald Trump (finendo così per essere scambiato - per motivi di somiglianza fisica - con uno dei partecipanti all’assalto al Campidoglio del 2021).
Dicevamo delle sue tante imprese: essendo uno di quegli attori che, per la loro fisicità e la loro presenza, definiscono i lavori di cui sono protagonisti, facendosi cucire i film addosso da regista e sceneggiatori, si può senz’altro affermare che Norris abbia in qualche modo codificato l’action movie, dato vita al «picchiaduro» prima che divenisse un fortunato genere dei videogiochi, preparato il terreno per suoi famosi epigoni come Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, ma anche - con pellicole quali Commando Black Tigers (1978), Terrore in città (1982), Una Magnum per McQuade (1983, colonna sonora del compositore romano Francesco De Masi) e Rombo di tuono (1984) - anticipato il Rambo di Sylvester Stallone e il Commando di Arnold Schwarzenegger. Insomma, il tragitto percorso dal walker, dal camminatore, è stato assai movimentato e decisamente lungo, e le orme da lui lasciate sugli schermi sono destinate a rimanere. Piaccia o no.
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Riduci
«Lucky Luke» (Disney+)
Dal cowboy creato dal fumettista belga Morris (Maurice De Bevere) nel 1946 al debutto su Disney+: la serie live-action prova a ricostruire atmosfere e ironia del fumetto. Tra ambizione visiva e nuove dinamiche narrative, resta la sfida di adattarne lo spirito originale.
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.
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