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2018-10-30
Quando la sinistra segnalava i testi sgraditi
Nei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani.
A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».
Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi.
Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.
Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione.
Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti».
In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli.
Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».
Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi.
Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.
Francesco Borgonovo
Il pensiero unico punta sui manuali scolastici
Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore.
Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.).
Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili.
Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra.
Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa).
Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale.
E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo?
E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia).
Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità.
La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa.
Paolo Simoncelli
Professore di Storia moderna, Università La Sapienza
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Nel 2017, gli attivisti pro migranti di Baobab, Giusi Nicolini del Pd e Carlotta Sami dell'Unhcr chiesero al ministro Fedeli di togliere dalla circolazione un sussidiario che citava i «clandestini». In quel caso, però, nessuno parlò di attacco alla libertà di espressione.Da decenni nel nostro Paese i volumi destinati ai ragazzi sono sottoposti a un rigido controllo ideologico.Lo speciale contiene due articoliNei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani. A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi. Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione. Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti». In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli. Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi. Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-la-sinistra-segnalava-i-testi-sgraditi-2616301778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pensiero-unico-punta-sui-manuali-scolastici" data-post-id="2616301778" data-published-at="1774821936" data-use-pagination="False"> Il pensiero unico punta sui manuali scolastici Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore. Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.). Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili. Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra. Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa). Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale. E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo? E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia). Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità. La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa. Paolo SimoncelliProfessore di Storia moderna, Università La Sapienza
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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