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2018-10-30
Quando la sinistra segnalava i testi sgraditi
Nei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani.
A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».
Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi.
Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.
Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione.
Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti».
In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli.
Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».
Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi.
Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.
Francesco Borgonovo
Il pensiero unico punta sui manuali scolastici
Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore.
Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.).
Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili.
Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra.
Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa).
Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale.
E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo?
E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia).
Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità.
La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa.
Paolo Simoncelli
Professore di Storia moderna, Università La Sapienza
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Nel 2017, gli attivisti pro migranti di Baobab, Giusi Nicolini del Pd e Carlotta Sami dell'Unhcr chiesero al ministro Fedeli di togliere dalla circolazione un sussidiario che citava i «clandestini». In quel caso, però, nessuno parlò di attacco alla libertà di espressione.Da decenni nel nostro Paese i volumi destinati ai ragazzi sono sottoposti a un rigido controllo ideologico.Lo speciale contiene due articoliNei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani. A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi. Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione. Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti». In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli. Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi. Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-la-sinistra-segnalava-i-testi-sgraditi-2616301778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pensiero-unico-punta-sui-manuali-scolastici" data-post-id="2616301778" data-published-at="1770326189" data-use-pagination="False"> Il pensiero unico punta sui manuali scolastici Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore. Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.). Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili. Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra. Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa). Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale. E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo? E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia). Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità. La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa. Paolo SimoncelliProfessore di Storia moderna, Università La Sapienza
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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