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2018-10-30
Quando la sinistra segnalava i testi sgraditi
Nei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani.
A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».
Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi.
Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.
Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione.
Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti».
In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli.
Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».
Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi.
Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.
Francesco Borgonovo
Il pensiero unico punta sui manuali scolastici
Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore.
Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.).
Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili.
Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra.
Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa).
Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale.
E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo?
E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia).
Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità.
La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa.
Paolo Simoncelli
Professore di Storia moderna, Università La Sapienza
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Nel 2017, gli attivisti pro migranti di Baobab, Giusi Nicolini del Pd e Carlotta Sami dell'Unhcr chiesero al ministro Fedeli di togliere dalla circolazione un sussidiario che citava i «clandestini». In quel caso, però, nessuno parlò di attacco alla libertà di espressione.Da decenni nel nostro Paese i volumi destinati ai ragazzi sono sottoposti a un rigido controllo ideologico.Lo speciale contiene due articoliNei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani. A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi. Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione. Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti». In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli. Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi. Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-la-sinistra-segnalava-i-testi-sgraditi-2616301778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pensiero-unico-punta-sui-manuali-scolastici" data-post-id="2616301778" data-published-at="1772917523" data-use-pagination="False"> Il pensiero unico punta sui manuali scolastici Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore. Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.). Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili. Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra. Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa). Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale. E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo? E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia). Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità. La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa. Paolo SimoncelliProfessore di Storia moderna, Università La Sapienza
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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