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2018-10-30
Quando la sinistra segnalava i testi sgraditi
Nei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani.
A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».
Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi.
Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.
Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione.
Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti».
In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli.
Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».
Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi.
Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.
Francesco Borgonovo
Il pensiero unico punta sui manuali scolastici
Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore.
Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.).
Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili.
Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra.
Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa).
Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale.
E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo?
E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia).
Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità.
La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa.
Paolo Simoncelli
Professore di Storia moderna, Università La Sapienza
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Nel 2017, gli attivisti pro migranti di Baobab, Giusi Nicolini del Pd e Carlotta Sami dell'Unhcr chiesero al ministro Fedeli di togliere dalla circolazione un sussidiario che citava i «clandestini». In quel caso, però, nessuno parlò di attacco alla libertà di espressione.Da decenni nel nostro Paese i volumi destinati ai ragazzi sono sottoposti a un rigido controllo ideologico.Lo speciale contiene due articoliNei giorni scorsi abbiamo segnalato - anche grazie al prezioso contributo di tanti lettori - alcuni testi scolastici intrisi di ideologia e pervertiti dalla politica. Abbiamo indicato brani surreali, capitoli pieni di assurdità, mistificazioni e falsità palesi. Qualcuno, però, non ha gradito. Loredana Lipperini - firma di Repubblica e conduttrice di Radio 3 Rai - ha pubblicato sui social network post allarmati. In buona sostanza, ci ha dato dei nazisti, spiegando che vogliamo stilare un indice dei libri proibiti e, magari, pure organizzare qualche rogo. La signora, oltre a esprimere liberamente le sue discutibili opinioni, ha invitato l'Ordine dei giornalisti a intervenire contro di noi e ha richiesto pure la mobilitazione degli editori italiani. A stretto giro, Riccardo Franco Levi ha risposto alla chiamata. Si tratta del presidente dell'Aie, l'Associazione italiana editori, il quale ci ha inviato una letterina in cui esprimeva «stupore e sconcerto» per la nostra iniziativa. «Noi, editori italiani, non possiamo accettare censure alla libertà di espressione», ha tuonato. Poi ha aggiunto: «La libertà di pensiero e il civile confronto sono alla base del dibattito democratico e della libera circolazione delle idee. Tutto ciò è incompatibile con lo stilare liste che mettono all'indice i libri, a maggior ragione se si tratta di testi dedicati al mondo della scuola e ai ragazzi».Chiaro, no? I difensori della libertà di espressione si sono presi la briga di invocare sanzioni nei nostri confronti da parte dell'Ordine dei giornalisti, mentre l'illustre rappresentante degli editori ci ha gentilmente chiesto di smettere di fare il nostro lavoro, cioè ha provato a censurarci. Intendiamoci: mica vogliamo fare le vittime. La nostra campagna va avanti, nonostante attacchi più o meno minacciosi. Tuttavia vorremmo segnalare un episodio interessante, utile a capire come funzionino le cose in questo Paese. La storia che stiamo per raccontarvi risale esattamente a un anno fa. Il 24 ottobre 2017 gli attivisti di Baobab (quelli che hanno accompagnato i migranti fuggitivi della Diciotti a Ventimiglia) segnalarono su Twitter un libro di testo scolastico. «Speravamo che fosse tutto finto, invece è vero. Questo è quello che si racconta su un sussidiario di quinta elementare. Qualcuno deve risponderne», scrissero indignati.Subito si scatenò Giusi Nicolini, ex sindaco pro migranti di Lampedusa nonché esponente del Partito democratico: «Questi libri sono stati adottati per formare i cittadini di domani all'intolleranza. Chi ha scelto questo testo?». La Nicolini si rivolse direttamente a Valeria Fedeli, allora ministro dell'Istruzione. Il libro in questione era un sussidiario di quinta elementare chiamato Diventa protagonista e pubblicato dall'editore Il Capitello. I militanti di Baobab e la Nicolini ne pubblicarono online la copertina, e mostrarono le pagine con i passaggi incriminati. Che cosa diceva di così terribile il libro? Semplice: parlava di migranti. «È aumentata la presenza di stranieri», si leggeva in una pagina, «provenienti soprattutto dai Paesi asiatici e dal Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati», proseguiva il testo, «vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti». In sostanza, benché con qualche semplificazione, nel sussidiario c'era scritta la verità. Anzi, gli autori sono stati fin troppo buoni, parlando di «intolleranza» dei residenti e integrazione difficile. Eppure, la Nicolini e gli attivisti di Baobab si sono indignati, hanno chiesto che il libro di testo venisse levato dalla circolazione e hanno preteso che intervenisse subito il ministro Fedeli. Si fece viva anche Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, definendo il sussidiario «superficiale, ignorante, discriminatorio. Una vergogna». Valeria Fedeli, di fronte a tanto sdegno, non si tirò indietro: «L'educazione si fa con dati verificati, con contenuti oggettivi, con un linguaggio rispettoso», dichiarò. «Bisogna fornire alle studentesse e agli studenti strumenti oggettivi, analitici e approfonditi, diversamente si fa cattiva educazione. Il Miur ha un confronto aperto con l'Associazione degli editori (Aie) a cui trasferiremo le segnalazioni ricevute, affinché si attivi per le opportune verifiche».Interessante, non trovate? Giusto un anno fa, furono i cari amici progressisti e pro migranti a segnalare un testo, per altro con toni piuttosto enfatici. Chiedevano l'eliminazione di un libro che diceva cose semplici, vere e perfino banali. Ma nessuno li accusò di essere nazisti intenzionati a organizzare roghi. Noi, invece, ci permettiamo di segnalare lampanti falsità (ad esempio il fatto che l'espansione islamica avvenne nella massima tranquilla e garantendo «massima tolleranza» nei confronti degli infedeli), però siamo brutti, cattivi e liberticidi. Del resto, qui funziona così: che si tratti di giornali, programmi tv o libri, poco cambia. Al progressista tutto è concesso, agli spetta il silenzio. In nome dei diritti e della democrazia, ovviamente.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-la-sinistra-segnalava-i-testi-sgraditi-2616301778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pensiero-unico-punta-sui-manuali-scolastici" data-post-id="2616301778" data-published-at="1778082398" data-use-pagination="False"> Il pensiero unico punta sui manuali scolastici Jean-François Revel, intellettuale francese, socialista prima, liberale poi, motteggiava sul «pluralismo all'italiana» come «più persone che dicono la stessa cosa che dico io». Il controllo politico della traditio, ovvero della trasmissione di un sistema dogmatico di cultura, ha rappresentato il carattere distintivo dello Stato assoluto in età moderna e di quello totalitario in età contemporanea. È un'insostituibile necessità primaria del dominante, al punto che nelle società precolombiane allo scrivano di corte della tribù perdente veniva mozzato il pollice perché non potesse scrivere né quindi trasmettere una versione diversa della storia del vincitore. Da allora i manuali scolastici sono stati l'esempio macroscopico della continua necessità di ridefinire il passato adeguandolo alle necessità politiche del presente; una necessità di conservazione ideologica, quasi di sopravvivenza. Si pensi al rapporto tra manualistica scolastica e mutazioni politiche d'Europa degli ultimi settant'anni: manuali riscritti nella Germania del dopoguerra (dove nel 1933, al momento del governo di Hitler, erano stati riscritti quelli precedenti), e negli Stati finiti sotto l'impero sovietico. Poi, crollato il muro di Berlino, nuova riscrittura di manuali (polacchi, ungheresi, romeni, cecoslovacchi, estoni, lettoni, lituani ecc.). Non diversamente in Russia, dove i vecchi manuali banalmente marxisti, all'ondata anticomunista hanno fatto seguire una tendenza più nazionalista che recupera i vecchi temi della «guerra patriottica» (non certo internazionalista) stalinista. Insomma, più che un'arma impropria della politica, un controllo dogmatico. Il fenomeno in Italia, in un dopoguerra rovente e lungo da metabolizzare, è stato ricorrente. Inizialmente è l'apparato democristiano a sorvegliare e occultare dalle biblioteche pubbliche libri ritenuti illeggibili. Il manuale scolastico vittima della pruderie controriformista è il manuale di storia di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (autori protestanti), considerato redatto «con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici»; così il giudizio nel 1953 del Provveditorato agli studi di Milano. Gaetano Salvemini, titolando sul Mondo: «Un ministero di teologi», ne fece una battaglia per la libertà d'espressione. Ma non è più in vita per rilanciare la stessa battaglia quando un altro manuale di storia, Il cammino umano, di Armano Saitta, subisce un proditorio intervento censorio proveniente dallo schieramento laico, democratico e antifascista (in questo caso, nessuna battaglia per la libertà). Nel 1975, in un clima angosciante di ubriacatura ideologica e di violenza, La Nuova Italia, casa editrice del manuale, a insaputa dell'autore ne cambiò i giudizi liberamente espressi: la «convergenza» (a giudizio di Saitta) delle responsabilità del terrorismo tra estremismo di destra ed extraparlamentarismo di sinistra, vedeva la violenza di queste ultime formazioni diventare abusivamente «conseguenza», facendo con ciò passare la matrice terroristica di sinistra come atto successivo, di difesa dalla destra. Non sto a dire degli altri liberi giudizi dell'autore: ce n'era per tutti, sindacati compresi. Se era impossibile «rieducare» l'autore, allora andava sottoposto al controllo politico-ideologico: la sua opera poteva circolare solo se expurgata (a sua insaputa). Non diversamente occorse a Renzo De Felice (la cui intera ricerca sul fascismo e la guerra e la guerra civile non è ancora entrata nella manualistica scolastica): la voce «Fascismo» chiestagli da un'importante enciclopedia tedesca, al momento dell'edizione nel 1968 (figurarsi), venne tagliata almeno col buon gusto di avvertirne l'autore che rifiutò allora di firmare la voce assegnatagli; il taglio riguardava all'incirca la metà del suo scritto originale. E non è tutto. Le memorie di Alfredo Pizzoni, Alla guida del Clnai, pubblicate in prima edizione dalla Einaudi nel 1993, a cura di De Felice, erano le memorie del vero capo del Clnai, Pizzoni appunto, di tradizione liberale, defenestrato il 27 aprile 1945 allorché i delegati del Cln decisero che «a insurrezione effettuata» a presiedere il Comitato «dovesse essere un militante di partito e non un indipendente». Rispettare la libertà intellettuale, di ricostruzione storica, di circolazione di idee diverse da quelle diffuse, controllate e consentite? Scherziamo? E le traduzioni? Prendiamo i Minima moralia di Adorno. Nell'edizione Einaudi del 1954 furono tagliati 38 dei 154 aforismi, quelli sulle critiche al socialismo reale (editi nel 1976 dall'Erbavoglio come Minima immoralia). Per non farci illusioni, né deresponsabilizzarci: dal fascismo alle ipocrite cautele censorie democristiane, ai ben più risoluti interventi dell'inquisizione comunista e azionista, la storia della censura non ha avuto soluzione di continuità. La libertà di pensiero fuori dagli argini normativamente consentiti, in questo Paese, non è stata permessa. Paolo SimoncelliProfessore di Storia moderna, Università La Sapienza
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa)
Tutto un balletto di zeri. +0 virgola, -0 virgola. Forza Italia di Antonio Tajani perde lo 0,2% planando al 7,5. Avs, l’Alleanza Verdi e Sinistra del Gatto & il Gatto, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, conquista uno 0,2 salendo al 6,9. E i partiti più grandi? Fratelli d’Italia è sempre primo con il 28,8%, in discesa di uno 0,3 rispetto al 27 aprile. La Lega di Matteo Salvini cala meno, di uno 0,1, al 6,1%. Noi moderati di Maurizio Lupi è invece l’unico partito di governo che negli ultimi sette giorni è salito: di uno 0,1, arrivando all’1,2%. Il Pd di Elly Schlein resta sempre la principale forza d’opposizione, con il 21,8 % (+0,2). Mentre il M5S di Giuseppe Conte perde lo 0,1%, scendendo al 12,4. I rimanenti «cespugli» sono sempre sotto il 4%. Azione di Carlo Calenda e +Europa crescono entrambi dello 0,1%, rispettivamente al 3,5% e all’1,6%. Italia viva di Matteo Renzi guadagna nientepopodimeno che lo 0,2 toccando il 2,5%. Mentre è stabile il Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 3,6%. So what, chioserebbero a questo punto gli analisti anglosassoni. Embè?, commenterebbero a Trastevere.
Che senso ha questa tarantella di mini-frane e di mini-avanzate? Quale fotografia delle intenzioni di voto degli italiani (almeno di quelli «sondati») ci restituisce un appuntamento che registra capillarmente ogni settimana le loro variazioni, con micro-spostamenti in cui l’unico dato che raggiunge la soglia dell’1% è quello relativo a chi «non si esprime», passato dal 29 al 28%?
Il monitoraggio permanente non è una abitudine (legittima) solo del TgLa7. Solo negli ultimi cinque giorni sono arrivate anche le rilevazioni del Tg3, alle 19 di giovedì 30 aprile. E quella Ipsos/Doxa del Corriere della Sera, con le riflessioni di Nando Pagnoncelli, venerdì primo maggio. Senza dimenticare la Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, che non è una semplice media aritmetica dei sondaggi che vengono pubblicati, ma «una media “ragionata”, cioè con diversi tipi di ponderazione, che serve a restituire un quadro quanto più realistico possibile delle intenzioni di voto».
Un quadro politico piuttosto stagnante rispetto al quale sembra però emergere una certa qual soddisfazione di poter annunciare che «il centrosinistra ha superato il centrodestra». E finalmente, verrebbe da aggiungere: dopo quattro anni di storytelling apocalittico, con «disastri» uno via l’altro, con l’Italia fatta precipitare nel «baratro» economico, con l’esplosione di «scandali» a ripetizione, la «corruzione galoppante», le «camicie nere dilaganti», e altre calamità da far invidia alle piaghe d’Egitto, solo oggi le forze di opposizione sono arrivate al sorpasso. Di quanto? Di un punticino, per Youtrend.
Ma il dato striminzito consente per esempio a Repubblica di titolare «Il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra», con «lo scarto più ampio in questa legislatura». Non diversamente dal Corriere: «Il centrodestra (Vannacci incluso) in discesa, per la prima volta è dietro al campo largo». Solo che poi uno legge l’articolo e scopre che la situazione è meno definita (e definitiva) di quanto sembri. Intanto, scrive Pagnoncelli, «i risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini». Il centrodestra nel suo insieme - Fdi, Fi, Lega, Nm e Fn vannacciano - arriva al 46,1%. Il centrosinistra - Pd, M5s, Avs, +Europa, Iv - al 46,6%. Quindi il punto in più di Youtrend qui si dimezza.
Ma curiosamente il partito di Giorgia Meloni è in ogni rilevazione sempre quello più «scelto». E se anche cala, come segnala il Corriere, al 26,2%, che è più basso della percentuale (su voti veri) del 28,8% alle Europee, è ancora sopra al 26% preso alle Politiche. Non solo: il gradimento nei confronti dell’esecutivo è risalito dal 40 di fine marzo, cioè a ridosso della scoppola rimediata al referendum sulla giustizia, al 41 di oggi.
Stessa musica per Meloni: il gradimento nei suoi confronti è salito addirittura di 2 punti da fine marzo, dal 40 al 42%. Eppure, il messaggio che si sta facendo passare è quello di un deciso cambio di umori dell’opinione pubblica.
Lo stesso Tg3, nel pubblicizzare i risultati del sondaggio Emg (che si apre con una domanda: «Nell’ipotesi si torni a votare, lei pensa di recarsi alle urne?», ha risposto sì il 62%), ha dato conto di quella successiva, «Se sì, per quale partito voterebbe?», assemblando maliziosamente i dati. Così, anche graficamente, il centrosinistra appare soverchiante con il 45,6%, ma anche qui la «forbice» è minima, stante il 45% della maggioranza di governo, cioè dei quattro partiti che la compongono. Ma attenzione: senza Vannacci, che in questa rilevazione è quotato al 3,2%. Dettaglio tutt’altro che marginale. C’è di che rimanere disorientati. Proprio come davanti alle interpretazioni sui numeri del referendum. «L’Italia volta pagina, l’Italia archivia la parentesi del governo della peggior destra di sempre» etc, i commenti a botta calda.
Con l’autorevole distinguo di Nicola Gratteri, uno dei vincitori della consultazione, che il 9 aprile, ospite su La7, ha spiegato: «Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra». E qui il mio spaesamento ha avuto un’impennata. Perché se è corretto osservare che i 14.462.758 milioni di voti per il No non sono tutti da accreditare al centrosinistra, meno comprensibile risulta il calcolo sui cosiddetti «flussi» che avrebbero spostato 3 milioni di voti dal Sì al No. Perché i 12.447.077 presi dal Sì sono addirittura superiori ai 12.305.014 voti incassati dai quattro partiti di governo alle elezioni del 2022. Se dunque tre milioni di elettori di centrodestra si sono espressi a favore del No, ciò significa che quel «buco» è stato coperto da altrettanti consensi provenienti da sinistra per il fronte del Sì. O no? Si dirà: ma è un ragionamento «spannometrico». Può darsi. Ma non è tanto dissimile da quello di chi, da sinistra, sta suonando la grancassa della palingenesi prossima ventura, ciurlando nel manico e sperando in una profezia che si autoavveri.
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