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2021-01-30
Promossi e bocciati: le pagelle della Serie A
Nicolò Barella e Gianluigi Donnarumma (Ansa)
1) Gianluigi Donnarumma
Un airone imperiale. Se il Milan è lassù significa che funziona alla perfezione l'asse verticale di una squadra vincente, come da ferreo principio breriano: portiere-mediano-mezzala-centravanti. Gigio ha fatto l'ultimo salto di qualità, meno farfallone (tre o quattro sciocchezze per girone le concedeva) e più leader. Numero uno assoluto. Ora dovrà esserlo anche fuori dal campo, nel rinnovo del contratto: se dà retta al cuore e non a Mino Raiola può diventare l'uomo simbolo del Milan per i prossimi 10 anni. Dovesse avere il torcicollo faremmo entrare Juan Musso dell'Udinese, uno con la reattività di Julio Cesar da tenere d'occhio.
2) Gaetano Letizia
Scampia, Aversa Normanna, Carpi, Benevento. Che ci faccio qui? Eppure a 30 anni Gaetano detto Frecciarossa è il giocatore simbolo del Benevento che oggi sarebbe comodamente salvo. È anche emblema di un calcio dei poveri ma belli, che sul pianeta Covid sta ricominciando a spolverare piccoli diamanti di provincia con risultati sorprendenti. Tre gol da terzino (uno alla Juventus), chilometri mangiati come ciliegie, qualità nella testa per giocare anche a centrocampo. L'Hakimi italiano, che bel regalo. Peccato per l'infortunio d'inizio gennaio, ma ciò che ha fatto resta.
3) Mathijs De Ligt
Nel girone controverso della corazzata Juventus il centralone olandese è una delle poche certezze. Un anno in Italia lo ha sgrezzato, ora è un muro invalicabile in difesa, un supporto prezioso in uscita e un fattore di testa in area avversaria. Ha anche imparato a giocare con le mani in tasca. Il club dovrà ridisegnare la difesa per motivi anagrafici (Bonucci e Chiellini sono al tramonto) ma ora sa di poterla costruire attorno al guerriero cresciuto all'Ajax Arena che i compagni chiamano Fatty (il grasso). Ma solo per i lineamenti del viso.
4) Alessandro Bastoni
Il lancio di 40 metri per Nicolò Barella nel derby d'Italia è il colpo più scenografico e assurdo di un giocatore che deve tutto ad Antonio Conte. Forte nei contrasti ma capace di ribaltare l'azione e di aggiungersi con profitto ai centrocampisti, il giovane (21 anni) centrale dell'Inter investe bene il suo tempo in campo ma anche fuori. Con la fidanzata influencer ha inventato un marchio di moda da gestire online, «No passa nada», non succede niente. Una volta si investiva in case (Aldo Serena) e in quadri (Billy Costacurta), ma i tempi cambiano.
5) Theo Hernandez
Imprescindibile, talvolta immarcabile, capace di chiudere le partite con un gol dopo un'ora e mezza quando gli altri non ne hanno più. Determinante per il successo del Milan di Stefano Pioli, fonte primaria di quel gioco a scavalcare il centrocampo e innescare le punte con folate in contropiede (per noi non è una parolaccia) a mille all'ora. Il marsigliese di 23 anni oggi vale 50 milioni e ha un vantaggio sui colleghi stranieri: la Francia non lo convoca. Nel 2017 rifiutò una chiamata Under 21 e andò in vacanza a Marbella; per Didier Deshamps la pena non è finita.
6) Nicolò Barella
In questo momento è il miglior centrocampista italiano. Un piacere per gli interisti (e anche per il ct Roberto Mancini) quando recupera palla e riparte tagliando il campo come fosse un panetto di burro, avversari compresi. A 23 anni il cagliaritano è l'anima profonda della squadra di Conte, che forse si rivede in lui. Mai stanco, anche quando l'Inter si addormenta Barella non smette di correre, di proporsi, di provare a vincere. Altra categoria. Per il tiro da lontano somiglia a Dejan Stankovic, ma lui sul profilo social ha un motto di Diego Simeone: «Non vincono sempre i buoni, vince chi sa lottare».
7) Manuel Locatelli
Se contasse solo gennaio sarebbe un anonimo emiliano. Ma in generale il suo girone d'andata è stato sontuoso, protagonista con il Sassuolo di Roberto De Zerbi d'una partenza folgorante. L'ex milanista nato a Lecco e ceduto troppo frettolosamente ha un futuro da top se riesce a dare continuità alle sue qualità. Nel centrocampo dei migliori, come in una staffetta invisibile, mentre esce lui entra Mattia Zaccagni, decisivo negli exploit del Verona e uomo mercato del momento (piace a Napoli, Roma, Milan). È più offensivo, perfino più dinamico. Va pesato da qui a maggio, la primavera di solito è crudele.
8) Frank Ribery
A 37 anni molto dipende da come ti alzi dal letto. Se appoggia il piede giusto (di solito il destro), il francese maledetto (nel senso di rive gauche) è ancora un fuoriclasse. Ti punta, ti sconvolge e va via in slalom fin dentro il cuore delle difese. Oppure con un tocco da biliardo ti manda in porta come fece con Federico Chiesa contro l'Inter e ha rifatto ancora, e ancora una volta. Una felicità per gli occhi, un astratto d'autore a Firenze. Lato oscuro della luna: quando prende il raffreddore deve star fuori due settimane. L'anagrafe è una disdetta per tutti.
9) Piotr Zielinski
Ha visione di gioco, passo, stangata da lontano. Il polacco è un signor tuttocampista moderno, l'uomo in più del Napoli di Rino Gattuso, una beatitudine per gli occhi dei tifosi che ancora ricordano con malinconia le folate di Marek Hamsik. Quando lui sbaglia una partita (la finale di Supercoppa contro la Juventus) gli azzurri rendono il 30% in meno. E questo è il segno di un'eccellenza costante. Se n'è accorto anche Jürgen Klopp che ha dato mandato di portarlo a Liverpool. Rinchiudetelo a Castel dell'Ovo e resistete.
10) Zlatan Ibrahimovic
Quattro numeri scolpiti nella pietra alla fine del girone d'andata: 12 gol in 9 partite, 39 anni e 1 milione di «chissenefrega». Ibra nella stagione da guru è tutto qui, immortale. Quando è arrivato sembrava un rottame di lusso dal destino segnato, oggi è l'anima del Milan capolista, non più in grado di scardinare le difese in assolo ma ancora capace di inventare gol nelle tonnare dell'area di rigore. E soprattutto strepitoso nel guidare la squadra verso la perfezione dal lunedì alla domenica. Si chiama carisma. E i chissenefrega? Sono le risposte a tutto di chi non ha più niente da dimostrare. Ibra è Ibra, un profeta. Quando esce stremato, nella nostra squadra entra M'Bala Nzola dello Spezia, 24 anni e 9 gol, una forza della natura.
11) Hirving Lozano
Sei mesi buoni per respirare i profumi del golfo ed entrare in sintonia con la pastiera, ed ecco il magico Alverman. Micidiale come ad Eindhoven, con il pallone fra i piedi il messicano mette paura a chiunque. Re del dribbling, manda in superiorità numerica l'attacco del Napoli a ogni finta, fa parte del tridente mignon (con Insigne e Mertens) capace di far venire il mal di testa alle difese. Quelle degli altri e la sua, vista la pigrizia nel rientrare. Non somiglia alla bambola assassina neppure per sbaglio, ma dai una fesseria in pasto ai giornalisti e la vedrai moltiplicata all'infinito. Se chiede il cambio si scaldi Henrikh Mkhitaryan, rifinitore mai espresso al 100% in Premier league che ha trovato alla Roma il terreno giusto per le sue magie.
Allenatore: Stefano Pioli
Fra gli allenatori condottieri (Klopp, Conte), gli allenatori filosofi (Guardiola, Sarri), gli allenatori gestori (Allegri, Mancini) oggi il massimo è avere un allenatore zio. Uno che manda in campo gli uomini nel ruolo giusto, non stressa mai le situazioni, cementa le qualità. Sa esaltare i singoli al servizio del gruppo con la saggezza del lavoro, anche se in questo il campione da panchina rimane Gian Piero Gasperini. Lo dimostrano i giocatori dell'Atalanta; lontano da lui tornano normali. Pioli è più umano. La sua parola d'ordine per ogni problema è: «Ci dormo sopra». Lassù sta facendo un sogno stupendo.
La flop 11

Sergej Milinkovic-Savic e Paulo Dybala (Getty Images)
1) Mattia Perin
Tre anni fa era il portiere italiano più interessante dopo l'enfant prodige Gigio Donnarumma. Esplosivo fra i pali, coraggioso in uscita, capace di interpretare il ruolo in chiave moderna. Il lungo letargo alla Juventus (non giocava mai) lo ha frenato e oggi il ragazzone di Latina (28 anni) fatica a recuperare le posizioni perdute. Poiché la solidità di chi c'è davanti conta, dall'arrivo di Davide Ballardini sulla panchina del Genoa ha smesso di vedere gli incubi ogni domenica. È al primo piolo della scala, può solo risalire la hit parade.
2) Hans Hateboer
Non è una provocazione, la freccia olandese è il calciatore meno migliorato nell'ultimo anno dentro lo strepitoso mucchio selvaggio dell'Atalanta. Anzi, dalla sua parte arrivano spesso pericoli per una difesa meno granitica che in passato. È il destino degli innovatori: tre anni fa Hans era imprendibile a supporto di Josip Ilicic, oggi nel ruolo molte altre squadre possono proporre giocatori migliori di lui (da Hakimi a Letizia, da Calabria a Cuadrado, da Hysaj a D'Ambrosio). Ha percorso più chilometri di un maratoneta per la causa orobica, normale che si fermi a rifiatare.
3) Leonardo Bonucci
Il sole della difesa della Juventus ha cominciato la sua parabola discendente. Il tramonto sarà lungo, forse ancora pieno di spettacolo, ma inevitabile come quello di tutti. Il centrale regista diventato famoso per il lancio alla Franz Beckenbauer è parte del cuore dell'Allianz Stadium ma nell'uno contro uno è diventato un giocatore normale. Usa l'anticipo, usa il mestiere, ma se la Signora oggi rischia qualche scuffia di troppo là dietro è anche perché il questurino numero uno ha le manette arrugginite. Avrebbe anche bisogno di una copertura più solida e costante da parte dei centrocampisti, ma Andrea Pirlo preferisce rischiare qualcosa in più per lo spettacolo. In primavera, con il ritorno della Champions e dell'adrenalina, tornerà a ruggire. Forse.
4) Diego Godin
L'altra faccia di un declino. All'Atletico Madrid era il guerriero uruguagio testimonial della «garra charrua» tanto cara a Lele Adani, che la mette su ogni pietanza sportiva come la rucola negli anni Ottanta. Nell'anno all'Inter ha perso le certezze della difesa a quattro, si è dovuto reinventare e l'età ha cominciato a bussare. Ha deciso di andare a Cagliari per amore (nel capoluogo sardo è nata e cresciuta la moglie Sofia), ma a 35 anni i cambiamenti si pagano. Ora balla come un comprimario qualsiasi fra i marosi della lotta per non retrocedere.
5) Manuel Lazzari
Paga la stagione altalenante della Lazio che ha nella difesa il punto debole. Paga anche le gastriti psicologiche di Sergej Milinkovic Savic che dovrebbe innescarlo molto meglio di così, nel ricordo di ciò che sapeva fare solo un anno fa. Sta di fatto che il ventisettenne di Valdagno ha il motore ingolfato anche se i numeri non lo bocciano: 1 gol e 4 assist sono molto meglio di niente. Ma in un calcio che si sviluppa sempre più sulle fasce, non riuscire a fare la differenza diventa un problema. Ha giocato un grande derby, ma il dettaglio non fa altro che aumentare i rimpianti.
6) José Maria Callejon
Vedi Napoli e poi muori (ovviamente a livello pallonaro). Il torero è scomparso dai radar, via dal San Paolo riesce faticosamente a trovare la strada per entrare in campo con gli altri dieci. Firenze è una piazza difficile e lui ci è arrivato male, acciaccato nel fisico e da reuccio con il nasino all'insù. Altro problema: i meccanismi imparati da Maurizio Sarri erano perfetti per esaltare le sue incursioni in area, mentre con Giuseppe Iachini e Cesare Prandelli non ha ancora trovato il giusto feeling per esplodere. Il tempo passa e i terminali del gioco - da Gaetano Castrovilli a Dusan Vlahovic a Christian Kouamè - sono altri.
7) Sergej Milinkovic-Savic
Mister 100 milioni (perché da qui si deve partire) si è incartato. Dopo due anni di splendori, ecco la battuta d'arresto facilmente spiegabile in due mosse. Prima: la Lazio è meno veloce della scorsa stagione e di conseguenza lui deve partire da fermo limitando molto la sua esplosività. Seconda: gli avversari hanno imparato a tamponare le irruzioni in area, lo raddoppiano e gli lasciano solo qualche (ancora devastante) colpo di testa. Una partita ottima, due ronfate. Peccato perché ha il fisico da corazziere, la tecnica da sudamericano e il passo da Premier league. Farebbe la differenza in un centrocampo top, è assurdo che non riesca a far volare la Lazio con maggiore continuità. L'ultimo salto di qualità finora non c'è stato e di questi tempi 100 milioni, Claudio Lotito, per lui se li scorda.
8) Arturo Vidal
Il gol alla Juventus non maschera proprio niente, finora il motore cileno dell'Inter è una delusione. Gioca molto, è furente e generoso come al suo arrivo in Italia con la maglia bianconera, ma oggi il suo è un pestare l'acqua nel mortaio. Con l'aggravante del danno procurato. Tutti ricordano un paio di interventi assassini nella propria area a provocare rigori evitabili, mazzate in testa ai compagni soprattutto nel fallimentare autunno di Champions. Antonio Conte lo ha fortemente voluto e si aspetta ancora molto. Dicono che stia lavorando duro per farsi trovare a bolla in primavera. Ma forse l'allenatore che per primo lo valorizzò a Torino ha in mente un calciatore che, a 33 anni, quell'intensità l'ha perduta per sempre.
9) Christian Eriksen
Corro o non corro, passo o non passo, resto o me ne vado: l'Amleto danese era la quintessenza dei flop e non solo per colpa sua. Principe malinconico dei trequartisti a disposizione di un allenatore che detesta i trequartisti (Conte al Chelsea riuscì a mandare in crisi perfino Eden Hazard), finora andava ricordato per una terrificante traversa nella rimonta del primo derby giocato contro il Milan (fine gennaio 2020). Tutto all'imperfetto perché poi è arrivato il derby di Coppa Italia con quel calcio di punizione perfetto, più alla Michel Platini che alla Mario Corso, con palla a volare sulla barriera e a morire quasi nel sette, a un chilometro dal portiere. Gol partita, fiammata d'amore. Nella schizofrenia del calcio tutto è possibile e gli spiccioli di gara dentro il cosiddetto garbage time, il tempo spazzatura, vengono dimenticati il fretta. Calma e gesso, per ora è solo un gran gol che non cambia il giudizio di «midterm». Arrivato all'Inter per esserne il leader, è scivolato in fondo alla panchina e non ha fatto niente per aggrapparsi al suo immenso talento. Troppo gentile, dicono ad Appiano.
10) Paulo Dybala
Il senso della squadra flop (a questo punto l'avrete capito da soli) è mettere in evidenza non chi è mediocre di suo ma chi si è tuffato partendo dal trampolino più alto. Ecco, Paulo Dybala ci ha messo anche il carpiato con avvitamento. Ha giocato la prima parte della stagione molto al di sotto dei suoi standard, ha pagato le idee non chiarissime di Pirlo e l'arrivo di Federico Chiesa, più abituato di lui a correre, rientrare, lottare. L'argentino resta un giocatore strepitoso, solista di livello assoluto se libero da obblighi tattici, in una squadra che non può permetterselo sempre e comunque, visto che Cr7 ha nome e titoli per esserlo più di tutti. È chiaro che un Dybala al top è indispensabile per andare avanti in Europa, e il folletto al top tornerà. Finora però non s'è visto e deve accontentarsi di fare il titolare qui.
11) Manolo Gabbiadini
Coronavirus, ernia al disco, malanni muscolari. Chi l'ha visto? Il caso del centravanti triste della Sampdoria è emblematico di quanto la fortuna possa incidere su una carriera. Potenzialmente fortissimo - ha scatto, dribbling, senso del gol - l'attaccante bergamasco non è mai riuscito a esprimersi per più di tre mesi consecutivi per colpa degli infortuni a raffica. In questa prima parte della stagione il clichè non è cambiato. E lui passa più tempo in palestra che in campo. Ormai è sulla soglia dei 30 anni. Più che un allenatore estimatore (Claudio Ranieri peraltro lo è e avrebbe voluto impiegarlo come Jamie Vardy al Leicester) avrebbe bisogno di un viaggio a Lourdes.
Allenatore: Marco Giampaolo
Spiace ma al Torino è finita come al Milan. Esonerato per la disperazione. Grande maestro di teoria, così geniale e documentato da poter insegnare all'università del pallone, in questa fase della sua carriera il tecnico nato a Bellinzona ha problemi insormontabili nel trasferire i dogmi fra le piastrelle umide degli spogliatoi e nel fango dei campi di calcio. Dove le sue squadre si ingegnano a seguirlo, al primo gol preso si smarriscono e nella smania di recuperare infine tracollano. Prima di entrare al Filadelfia la media punti di Giampaolo era 1,18 a partita, quando è uscito per l'ultima volta una settimana fa aveva collezionato 13 punti in 18 incontri. Media perfetta per andare in Serie B.
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Gianluigi Donnarumma, Theo Hernandez e Zlatan Ibrahimovic colonna vertebrale del miracoloso Milan di Stefano Pioli. Antonio Conte ha plasmato Nicolò Barella, che ora è il cuore pulsante dell'Inter, mentre il Napoli si aggrappa a Hirving Lozano e Piotr Zielinski. Gaetano Letizia e Manuel Locatelli belle novità.Paulo Dybala è disperso: senza di lui la Juve è inguaiata per l'Europa. Arturo Vidal non convince, Christian Eriksen resta una delusione da ogni punto di vista. Viale del tramonto amaro per Diego Godin, Leonardo Bonucci e José Maria Callejon. Qualcuno porti Manolo Gabbiadini a Lourdes.Lo speciale contiene due articoli.1) Gianluigi Donnarumma Un airone imperiale. Se il Milan è lassù significa che funziona alla perfezione l'asse verticale di una squadra vincente, come da ferreo principio breriano: portiere-mediano-mezzala-centravanti. Gigio ha fatto l'ultimo salto di qualità, meno farfallone (tre o quattro sciocchezze per girone le concedeva) e più leader. Numero uno assoluto. Ora dovrà esserlo anche fuori dal campo, nel rinnovo del contratto: se dà retta al cuore e non a Mino Raiola può diventare l'uomo simbolo del Milan per i prossimi 10 anni. Dovesse avere il torcicollo faremmo entrare Juan Musso dell'Udinese, uno con la reattività di Julio Cesar da tenere d'occhio.2) Gaetano LetiziaScampia, Aversa Normanna, Carpi, Benevento. Che ci faccio qui? Eppure a 30 anni Gaetano detto Frecciarossa è il giocatore simbolo del Benevento che oggi sarebbe comodamente salvo. È anche emblema di un calcio dei poveri ma belli, che sul pianeta Covid sta ricominciando a spolverare piccoli diamanti di provincia con risultati sorprendenti. Tre gol da terzino (uno alla Juventus), chilometri mangiati come ciliegie, qualità nella testa per giocare anche a centrocampo. L'Hakimi italiano, che bel regalo. Peccato per l'infortunio d'inizio gennaio, ma ciò che ha fatto resta.3) Mathijs De LigtNel girone controverso della corazzata Juventus il centralone olandese è una delle poche certezze. Un anno in Italia lo ha sgrezzato, ora è un muro invalicabile in difesa, un supporto prezioso in uscita e un fattore di testa in area avversaria. Ha anche imparato a giocare con le mani in tasca. Il club dovrà ridisegnare la difesa per motivi anagrafici (Bonucci e Chiellini sono al tramonto) ma ora sa di poterla costruire attorno al guerriero cresciuto all'Ajax Arena che i compagni chiamano Fatty (il grasso). Ma solo per i lineamenti del viso. 4) Alessandro BastoniIl lancio di 40 metri per Nicolò Barella nel derby d'Italia è il colpo più scenografico e assurdo di un giocatore che deve tutto ad Antonio Conte. Forte nei contrasti ma capace di ribaltare l'azione e di aggiungersi con profitto ai centrocampisti, il giovane (21 anni) centrale dell'Inter investe bene il suo tempo in campo ma anche fuori. Con la fidanzata influencer ha inventato un marchio di moda da gestire online, «No passa nada», non succede niente. Una volta si investiva in case (Aldo Serena) e in quadri (Billy Costacurta), ma i tempi cambiano. 5) Theo HernandezImprescindibile, talvolta immarcabile, capace di chiudere le partite con un gol dopo un'ora e mezza quando gli altri non ne hanno più. Determinante per il successo del Milan di Stefano Pioli, fonte primaria di quel gioco a scavalcare il centrocampo e innescare le punte con folate in contropiede (per noi non è una parolaccia) a mille all'ora. Il marsigliese di 23 anni oggi vale 50 milioni e ha un vantaggio sui colleghi stranieri: la Francia non lo convoca. Nel 2017 rifiutò una chiamata Under 21 e andò in vacanza a Marbella; per Didier Deshamps la pena non è finita. 6) Nicolò BarellaIn questo momento è il miglior centrocampista italiano. Un piacere per gli interisti (e anche per il ct Roberto Mancini) quando recupera palla e riparte tagliando il campo come fosse un panetto di burro, avversari compresi. A 23 anni il cagliaritano è l'anima profonda della squadra di Conte, che forse si rivede in lui. Mai stanco, anche quando l'Inter si addormenta Barella non smette di correre, di proporsi, di provare a vincere. Altra categoria. Per il tiro da lontano somiglia a Dejan Stankovic, ma lui sul profilo social ha un motto di Diego Simeone: «Non vincono sempre i buoni, vince chi sa lottare». 7) Manuel LocatelliSe contasse solo gennaio sarebbe un anonimo emiliano. Ma in generale il suo girone d'andata è stato sontuoso, protagonista con il Sassuolo di Roberto De Zerbi d'una partenza folgorante. L'ex milanista nato a Lecco e ceduto troppo frettolosamente ha un futuro da top se riesce a dare continuità alle sue qualità. Nel centrocampo dei migliori, come in una staffetta invisibile, mentre esce lui entra Mattia Zaccagni, decisivo negli exploit del Verona e uomo mercato del momento (piace a Napoli, Roma, Milan). È più offensivo, perfino più dinamico. Va pesato da qui a maggio, la primavera di solito è crudele.8) Frank RiberyA 37 anni molto dipende da come ti alzi dal letto. Se appoggia il piede giusto (di solito il destro), il francese maledetto (nel senso di rive gauche) è ancora un fuoriclasse. Ti punta, ti sconvolge e va via in slalom fin dentro il cuore delle difese. Oppure con un tocco da biliardo ti manda in porta come fece con Federico Chiesa contro l'Inter e ha rifatto ancora, e ancora una volta. Una felicità per gli occhi, un astratto d'autore a Firenze. Lato oscuro della luna: quando prende il raffreddore deve star fuori due settimane. L'anagrafe è una disdetta per tutti. 9) Piotr ZielinskiHa visione di gioco, passo, stangata da lontano. Il polacco è un signor tuttocampista moderno, l'uomo in più del Napoli di Rino Gattuso, una beatitudine per gli occhi dei tifosi che ancora ricordano con malinconia le folate di Marek Hamsik. Quando lui sbaglia una partita (la finale di Supercoppa contro la Juventus) gli azzurri rendono il 30% in meno. E questo è il segno di un'eccellenza costante. Se n'è accorto anche Jürgen Klopp che ha dato mandato di portarlo a Liverpool. Rinchiudetelo a Castel dell'Ovo e resistete. 10) Zlatan IbrahimovicQuattro numeri scolpiti nella pietra alla fine del girone d'andata: 12 gol in 9 partite, 39 anni e 1 milione di «chissenefrega». Ibra nella stagione da guru è tutto qui, immortale. Quando è arrivato sembrava un rottame di lusso dal destino segnato, oggi è l'anima del Milan capolista, non più in grado di scardinare le difese in assolo ma ancora capace di inventare gol nelle tonnare dell'area di rigore. E soprattutto strepitoso nel guidare la squadra verso la perfezione dal lunedì alla domenica. Si chiama carisma. E i chissenefrega? Sono le risposte a tutto di chi non ha più niente da dimostrare. Ibra è Ibra, un profeta. Quando esce stremato, nella nostra squadra entra M'Bala Nzola dello Spezia, 24 anni e 9 gol, una forza della natura.11) Hirving LozanoSei mesi buoni per respirare i profumi del golfo ed entrare in sintonia con la pastiera, ed ecco il magico Alverman. Micidiale come ad Eindhoven, con il pallone fra i piedi il messicano mette paura a chiunque. Re del dribbling, manda in superiorità numerica l'attacco del Napoli a ogni finta, fa parte del tridente mignon (con Insigne e Mertens) capace di far venire il mal di testa alle difese. Quelle degli altri e la sua, vista la pigrizia nel rientrare. Non somiglia alla bambola assassina neppure per sbaglio, ma dai una fesseria in pasto ai giornalisti e la vedrai moltiplicata all'infinito. Se chiede il cambio si scaldi Henrikh Mkhitaryan, rifinitore mai espresso al 100% in Premier league che ha trovato alla Roma il terreno giusto per le sue magie.Allenatore: Stefano PioliFra gli allenatori condottieri (Klopp, Conte), gli allenatori filosofi (Guardiola, Sarri), gli allenatori gestori (Allegri, Mancini) oggi il massimo è avere un allenatore zio. Uno che manda in campo gli uomini nel ruolo giusto, non stressa mai le situazioni, cementa le qualità. Sa esaltare i singoli al servizio del gruppo con la saggezza del lavoro, anche se in questo il campione da panchina rimane Gian Piero Gasperini. Lo dimostrano i giocatori dell'Atalanta; lontano da lui tornano normali. Pioli è più umano. La sua parola d'ordine per ogni problema è: «Ci dormo sopra». Lassù sta facendo un sogno stupendo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/promossi-bocciati-pagelle-serie-a-2650179272.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-flop-11" data-post-id="2650179272" data-published-at="1611957631" data-use-pagination="False"> La flop 11 Sergej Milinkovic-Savic e Paulo Dybala (Getty Images) 1) Mattia Perin Tre anni fa era il portiere italiano più interessante dopo l'enfant prodige Gigio Donnarumma. Esplosivo fra i pali, coraggioso in uscita, capace di interpretare il ruolo in chiave moderna. Il lungo letargo alla Juventus (non giocava mai) lo ha frenato e oggi il ragazzone di Latina (28 anni) fatica a recuperare le posizioni perdute. Poiché la solidità di chi c'è davanti conta, dall'arrivo di Davide Ballardini sulla panchina del Genoa ha smesso di vedere gli incubi ogni domenica. È al primo piolo della scala, può solo risalire la hit parade. 2) Hans Hateboer Non è una provocazione, la freccia olandese è il calciatore meno migliorato nell'ultimo anno dentro lo strepitoso mucchio selvaggio dell'Atalanta. Anzi, dalla sua parte arrivano spesso pericoli per una difesa meno granitica che in passato. È il destino degli innovatori: tre anni fa Hans era imprendibile a supporto di Josip Ilicic, oggi nel ruolo molte altre squadre possono proporre giocatori migliori di lui (da Hakimi a Letizia, da Calabria a Cuadrado, da Hysaj a D'Ambrosio). Ha percorso più chilometri di un maratoneta per la causa orobica, normale che si fermi a rifiatare. 3) Leonardo Bonucci Il sole della difesa della Juventus ha cominciato la sua parabola discendente. Il tramonto sarà lungo, forse ancora pieno di spettacolo, ma inevitabile come quello di tutti. Il centrale regista diventato famoso per il lancio alla Franz Beckenbauer è parte del cuore dell'Allianz Stadium ma nell'uno contro uno è diventato un giocatore normale. Usa l'anticipo, usa il mestiere, ma se la Signora oggi rischia qualche scuffia di troppo là dietro è anche perché il questurino numero uno ha le manette arrugginite. Avrebbe anche bisogno di una copertura più solida e costante da parte dei centrocampisti, ma Andrea Pirlo preferisce rischiare qualcosa in più per lo spettacolo. In primavera, con il ritorno della Champions e dell'adrenalina, tornerà a ruggire. Forse. 4) Diego Godin L'altra faccia di un declino. All'Atletico Madrid era il guerriero uruguagio testimonial della «garra charrua» tanto cara a Lele Adani, che la mette su ogni pietanza sportiva come la rucola negli anni Ottanta. Nell'anno all'Inter ha perso le certezze della difesa a quattro, si è dovuto reinventare e l'età ha cominciato a bussare. Ha deciso di andare a Cagliari per amore (nel capoluogo sardo è nata e cresciuta la moglie Sofia), ma a 35 anni i cambiamenti si pagano. Ora balla come un comprimario qualsiasi fra i marosi della lotta per non retrocedere. 5) Manuel Lazzari Paga la stagione altalenante della Lazio che ha nella difesa il punto debole. Paga anche le gastriti psicologiche di Sergej Milinkovic Savic che dovrebbe innescarlo molto meglio di così, nel ricordo di ciò che sapeva fare solo un anno fa. Sta di fatto che il ventisettenne di Valdagno ha il motore ingolfato anche se i numeri non lo bocciano: 1 gol e 4 assist sono molto meglio di niente. Ma in un calcio che si sviluppa sempre più sulle fasce, non riuscire a fare la differenza diventa un problema. Ha giocato un grande derby, ma il dettaglio non fa altro che aumentare i rimpianti. 6) José Maria Callejon Vedi Napoli e poi muori (ovviamente a livello pallonaro). Il torero è scomparso dai radar, via dal San Paolo riesce faticosamente a trovare la strada per entrare in campo con gli altri dieci. Firenze è una piazza difficile e lui ci è arrivato male, acciaccato nel fisico e da reuccio con il nasino all'insù. Altro problema: i meccanismi imparati da Maurizio Sarri erano perfetti per esaltare le sue incursioni in area, mentre con Giuseppe Iachini e Cesare Prandelli non ha ancora trovato il giusto feeling per esplodere. Il tempo passa e i terminali del gioco - da Gaetano Castrovilli a Dusan Vlahovic a Christian Kouamè - sono altri. 7) Sergej Milinkovic-Savic Mister 100 milioni (perché da qui si deve partire) si è incartato. Dopo due anni di splendori, ecco la battuta d'arresto facilmente spiegabile in due mosse. Prima: la Lazio è meno veloce della scorsa stagione e di conseguenza lui deve partire da fermo limitando molto la sua esplosività. Seconda: gli avversari hanno imparato a tamponare le irruzioni in area, lo raddoppiano e gli lasciano solo qualche (ancora devastante) colpo di testa. Una partita ottima, due ronfate. Peccato perché ha il fisico da corazziere, la tecnica da sudamericano e il passo da Premier league. Farebbe la differenza in un centrocampo top, è assurdo che non riesca a far volare la Lazio con maggiore continuità. L'ultimo salto di qualità finora non c'è stato e di questi tempi 100 milioni, Claudio Lotito, per lui se li scorda. 8) Arturo Vidal Il gol alla Juventus non maschera proprio niente, finora il motore cileno dell'Inter è una delusione. Gioca molto, è furente e generoso come al suo arrivo in Italia con la maglia bianconera, ma oggi il suo è un pestare l'acqua nel mortaio. Con l'aggravante del danno procurato. Tutti ricordano un paio di interventi assassini nella propria area a provocare rigori evitabili, mazzate in testa ai compagni soprattutto nel fallimentare autunno di Champions. Antonio Conte lo ha fortemente voluto e si aspetta ancora molto. Dicono che stia lavorando duro per farsi trovare a bolla in primavera. Ma forse l'allenatore che per primo lo valorizzò a Torino ha in mente un calciatore che, a 33 anni, quell'intensità l'ha perduta per sempre. 9) Christian Eriksen Corro o non corro, passo o non passo, resto o me ne vado: l'Amleto danese era la quintessenza dei flop e non solo per colpa sua. Principe malinconico dei trequartisti a disposizione di un allenatore che detesta i trequartisti (Conte al Chelsea riuscì a mandare in crisi perfino Eden Hazard), finora andava ricordato per una terrificante traversa nella rimonta del primo derby giocato contro il Milan (fine gennaio 2020). Tutto all'imperfetto perché poi è arrivato il derby di Coppa Italia con quel calcio di punizione perfetto, più alla Michel Platini che alla Mario Corso, con palla a volare sulla barriera e a morire quasi nel sette, a un chilometro dal portiere. Gol partita, fiammata d'amore. Nella schizofrenia del calcio tutto è possibile e gli spiccioli di gara dentro il cosiddetto garbage time, il tempo spazzatura, vengono dimenticati il fretta. Calma e gesso, per ora è solo un gran gol che non cambia il giudizio di «midterm». Arrivato all'Inter per esserne il leader, è scivolato in fondo alla panchina e non ha fatto niente per aggrapparsi al suo immenso talento. Troppo gentile, dicono ad Appiano. 10) Paulo Dybala Il senso della squadra flop (a questo punto l'avrete capito da soli) è mettere in evidenza non chi è mediocre di suo ma chi si è tuffato partendo dal trampolino più alto. Ecco, Paulo Dybala ci ha messo anche il carpiato con avvitamento. Ha giocato la prima parte della stagione molto al di sotto dei suoi standard, ha pagato le idee non chiarissime di Pirlo e l'arrivo di Federico Chiesa, più abituato di lui a correre, rientrare, lottare. L'argentino resta un giocatore strepitoso, solista di livello assoluto se libero da obblighi tattici, in una squadra che non può permetterselo sempre e comunque, visto che Cr7 ha nome e titoli per esserlo più di tutti. È chiaro che un Dybala al top è indispensabile per andare avanti in Europa, e il folletto al top tornerà. Finora però non s'è visto e deve accontentarsi di fare il titolare qui. 11) Manolo Gabbiadini Coronavirus, ernia al disco, malanni muscolari. Chi l'ha visto? Il caso del centravanti triste della Sampdoria è emblematico di quanto la fortuna possa incidere su una carriera. Potenzialmente fortissimo - ha scatto, dribbling, senso del gol - l'attaccante bergamasco non è mai riuscito a esprimersi per più di tre mesi consecutivi per colpa degli infortuni a raffica. In questa prima parte della stagione il clichè non è cambiato. E lui passa più tempo in palestra che in campo. Ormai è sulla soglia dei 30 anni. Più che un allenatore estimatore (Claudio Ranieri peraltro lo è e avrebbe voluto impiegarlo come Jamie Vardy al Leicester) avrebbe bisogno di un viaggio a Lourdes. Allenatore: Marco Giampaolo Spiace ma al Torino è finita come al Milan. Esonerato per la disperazione. Grande maestro di teoria, così geniale e documentato da poter insegnare all'università del pallone, in questa fase della sua carriera il tecnico nato a Bellinzona ha problemi insormontabili nel trasferire i dogmi fra le piastrelle umide degli spogliatoi e nel fango dei campi di calcio. Dove le sue squadre si ingegnano a seguirlo, al primo gol preso si smarriscono e nella smania di recuperare infine tracollano. Prima di entrare al Filadelfia la media punti di Giampaolo era 1,18 a partita, quando è uscito per l'ultima volta una settimana fa aveva collezionato 13 punti in 18 incontri. Media perfetta per andare in Serie B.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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