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2019-06-02
Gli ordini professionali garantiscono stipendi più alti. Ma trovarvi lavoro è più difficile
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Ma "liberali" non lo sono, o lo sono poco, dato che le regole di accesso possono essere molto severe: lauree ad hoc, periodi di praticantato, costosi esami abilitanti... In teoria lo scopo è quello di garantire sempre prestazioni professionali eccellenti, lasciando a casa i cialtroni. Nel corso del tempo, però, la distinzione fra professioni ordinistiche (con annessi privilegi) e professioni "non regolate" ha creato dei lavoratori di serie A e di serie B.
Lo dimostrano i dati della Banca d'Italia relativi al 2017 che riguardano quattro categorie lavorative: i disoccupati, le professioni "non regolate", le professioni "regolate" (cioè regolamentate da associazioni di categoria, tariffe minime, esami di accesso) e quelle "ordinistiche" in senso stretto (vincolate all'iscrizione ad un albo professionale). Come si vede nell'infografica, il 19,47% di chi svolge una professione non regolata cambia lavoro ogni anno. La percentuale scende al 13,47% nel caso delle professioni regolate, mentre sono meno 1 su 10 gli iscritti a un albo professionale che cambiano lavoro nell'arco di un anno. Insomma, fare i giornalisti, gli avvocati, i medici porta a entrare in "caste" professionali dalle quali non si esce più.
Gli ordini rendono, quindi, il mercato del lavoro molto rigido; basta guardare il tipo di lavoro che va a svolgere chi cambia occupazione. Se si proviene da un ordine professionale, il 38,6% non riesce a trovare un nuovo impiego; il il 37,38% viene chiamato a svolgere un'occupazione non regolata, il 10,2% una regolata, mentre il 14,36% rimane all'interno del proprio albo. Per di più solo il 3,94% di chi svolgeva un'occupazione regolata, invece, riesce a entrare in un ordine professionale. Percentuale che scende al 2,59% nel caso di chi in precedenza svolgeva mansioni "libere" da vincoli.
C'è poi un altro tema: il reddito. Le oltre 150 professioni che in Italia sono sottoposte a regole (compresi i 28 Ordini) garantiscono, infatti, stipendi superiori in media del 9% rispetto a quelli degli altri lavoratori. Un privilegio che, nel caso delle professioni ordinistiche, sale addirittura al 18%. Ma questi incrementi salariali non riguardano tutti: se ne avvantaggiano soprattutto le donne (quelle che hanno un impiego regolato guadagnano il 10,2% in più) e i laureati (+9,2%). Più penalizzati i giovani, il cui incremento salariale nel caso di lavoro regolato è solo del 5,3%. Perché? Perché le riforme degli ultimi anni, quella di Bersani e Monti in primis, hanno liberalizzato diversi settori professionali provocando un aumento degli ingressi nelle professioni ordinistiche o regolate (aumentati dal 2011) e una riduzione dei redditi. Ma la domanda è: era meglio prima? Quando i privilegiati erano pochi ma pagati bene?
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Era il 1910 quando il Parlamento italiano istituì l'Ordine dei medici, dei farmacisti e dei veterinari. Poi fu il turno dell'Ordine nazionale dei giornalisti, introdotto dal governo Mussolini e controllato, fino al 1943, dal Sindacato fascista della stampa. È in età repubblicana, invece, che nacquero l'Ordine nazionale dei biologici, quello degli assistenti sociali e quello degli psicologi. Di ordine in ordine siamo arrivati a ben 28 tra Ordini o albi professionali ai quali bisogna essere iscritti per poter svolgere lavori che una volta si chiamavano "liberali".Ma "liberali" non lo sono, o lo sono poco, dato che le regole di accesso possono essere molto severe: lauree ad hoc, periodi di praticantato, costosi esami abilitanti... In teoria lo scopo è quello di garantire sempre prestazioni professionali eccellenti, lasciando a casa i cialtroni. Nel corso del tempo, però, la distinzione fra professioni ordinistiche (con annessi privilegi) e professioni "non regolate" ha creato dei lavoratori di serie A e di serie B. Lo dimostrano i dati della Banca d'Italia relativi al 2017 che riguardano quattro categorie lavorative: i disoccupati, le professioni "non regolate", le professioni "regolate" (cioè regolamentate da associazioni di categoria, tariffe minime, esami di accesso) e quelle "ordinistiche" in senso stretto (vincolate all'iscrizione ad un albo professionale). Come si vede nell'infografica, il 19,47% di chi svolge una professione non regolata cambia lavoro ogni anno. La percentuale scende al 13,47% nel caso delle professioni regolate, mentre sono meno 1 su 10 gli iscritti a un albo professionale che cambiano lavoro nell'arco di un anno. Insomma, fare i giornalisti, gli avvocati, i medici porta a entrare in "caste" professionali dalle quali non si esce più.Gli ordini rendono, quindi, il mercato del lavoro molto rigido; basta guardare il tipo di lavoro che va a svolgere chi cambia occupazione. Se si proviene da un ordine professionale, il 38,6% non riesce a trovare un nuovo impiego; il il 37,38% viene chiamato a svolgere un'occupazione non regolata, il 10,2% una regolata, mentre il 14,36% rimane all'interno del proprio albo. Per di più solo il 3,94% di chi svolgeva un'occupazione regolata, invece, riesce a entrare in un ordine professionale. Percentuale che scende al 2,59% nel caso di chi in precedenza svolgeva mansioni "libere" da vincoli. C'è poi un altro tema: il reddito. Le oltre 150 professioni che in Italia sono sottoposte a regole (compresi i 28 Ordini) garantiscono, infatti, stipendi superiori in media del 9% rispetto a quelli degli altri lavoratori. Un privilegio che, nel caso delle professioni ordinistiche, sale addirittura al 18%. Ma questi incrementi salariali non riguardano tutti: se ne avvantaggiano soprattutto le donne (quelle che hanno un impiego regolato guadagnano il 10,2% in più) e i laureati (+9,2%). Più penalizzati i giovani, il cui incremento salariale nel caso di lavoro regolato è solo del 5,3%. Perché? Perché le riforme degli ultimi anni, quella di Bersani e Monti in primis, hanno liberalizzato diversi settori professionali provocando un aumento degli ingressi nelle professioni ordinistiche o regolate (aumentati dal 2011) e una riduzione dei redditi. Ma la domanda è: era meglio prima? Quando i privilegiati erano pochi ma pagati bene?
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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