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2019-07-21
Prima vittoria a Bibbiano: 4 piccoli ritornano a casa
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Hanno ingannato anche i giudici. Nella loro battaglia ideologica, gli assistenti sociali della Val d'Enza hanno prodotto relazioni false, non per nulla tra i reati contestati ci sono anche frode processuale e depistaggio. Il presidente del tribunale per i minori di Bologna, Giuseppe Spadaro, lo ha detto chiaramente: «In questa storia siamo parte lesa». Probabilmente è anche per questo che, ora, il tribunale ha dato il via a un'opera di revisione imponente dei casi che i protagonisti del «sistema Bibbiano» hanno avuto tra le mani.
Nei giorni scorsi è emersa la notizia che Spadaro è stato proposto dal Csm per guidare la Procura minorile di Roma: un incarico molto prestigioso che dovrà essere confermato dal plenum del Consiglio superiore della magistratura, ma per cui il giudice di origini calabresi sembra in pole position. Prima che il trasferimento avvenga, tuttavia, passerà un bel po', forse addirittura un anno. E, in questo lasso di tempo, Spadaro e i suoi hanno deciso di fare ciò che molti si auguravano: passare al setaccio e, possibilmente, smantellare il meccanismo corrotto che emerge dalle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» condotta dalla Procura reggiana.
Mentre dalle carte dell'indagine emergevano ogni giorno nuovi, raccapriccianti particolari, ci siamo chiesti più volte se il tribunale bolognese non potesse vigilare di più e meglio su quanto avveniva a Bibbiano e dintorni. Il fatto, però, è che scoprire gli abusi era estremamente difficile, se non impossibile. E il motivo sta proprio nel funzionamento del sistema di gestione dei minori. Quando i servizi sociali effettuano una segnalazione riguardante un bambino che si presume maltrattato, la pratica passa alla Procura minorile, che dovrebbe fare da primo filtro. Solo se la Procura minorile decide di fare ricorso al tribunale spetta poi il compito di fare ulteriori indagini e approfondire la condizione del minore, ma ovviamente il parere dei servizi e quello del pm già contribuiscono a fornire un orientamento. E sono sempre i servizi, in seguito, a confrontarsi con il giudice minorile e a riferire sulla situazione del bambino. E se gli assistenti sociali falsificano le relazioni, arrivando persino a modificare i disegni dei piccoli per suggerire la presenza di abusi, come può fare il tribunale a evitare eventuali errori?
Non solo: c'è un ulteriore particolare che aiuta a comprendere come funzioni tutta la macchina. A stabilire dove debba essere collocato il minore che si decide di dare in affidamento non è il tribunale, ma sono sempre i servizi sociali. I giudici hanno divieto assoluto di indicare comunità ove ospitare i minori e solo nei casi di decadenza dei genitori (e quindi di possibilità di dare in adozione i bimbi) i giudici devono partecipare all'individuazione della famiglia.
Ed ecco come è stato possibile che, ad esempio, una bimba finisse a una coppia di donne, una delle quali aveva avuto una relazione con Federica Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza. Il tribunale non ne sapeva nulla, come poteva esercitare il controllo? Agli occhi di un profano, appare evidente che ci sia qualcosa che non funziona, se non altro nella selezione degli operatori che hanno a che fare con i minorenni. Se un assistente sociale è «infedele» e commette illeciti penali come può un giudice rendersene conto? In ogni caso, a Bologna stanno già lavorando per cercare di riparare ai danni compiuti dal giro bibbianese. Giuseppe Spadaro ha deciso di inviare i suoi giudici a Reggio Emilia, con un compito preciso: riaprire tutti i casi gestiti dai «professionisti» della Val d'Enza. I togati stanno riprendendo in mano tutta la documentazione, fascicolo per fascicolo. Tutte le relazioni stese dagli assistenti sociali di Bibbiano vengono ora riesaminate. È un lavoro complicato, ma estremamente importante. Perché permetterà di capire se ci siano stati ulteriori abusi oltre a quelli emersi da «Angeli e demoni», e quanti siano.
Ogni giudice togato che aveva già trattato un procedimento chiede una nuova indagine e relazione ai servizi sociali (in particolare ad altri servizi che non siano quelli della Val d'Enza). Dopodiché, insieme a eventuali periti, riascolterà i genitori, i minori, gli assistenti sociali, i psicologi, gli educatori delle comunità e delle scuole, per poi decidere - con l'intero collegio del tribunale e con il parere del pm e degli avvocati - se modificare, revocare o confermare le decisioni precedentemente assunte.
Insomma, Spadaro fa sul serio e chi lo conosce descrive bene la sua determinazione e la tensione emotiva con cui affronta il suo ruolo di giudice. In Calabria ha dovuto affrontare gravi situazioni, gli hanno minacciato i figli quando presiedeva il tribunale penale di Lamezia Terme. E pare proprio che sia davvero indignato dalla vicenda bibbianese. Se lo hanno ingannato, dice chi gli è vicino, diventerà un caterpillar. In Calabria lo definivano un «pazzo di legalità», e se considerate che in questa storia ci sono di mezzo i minori, risulta chiaro che non ci saranno sconti.
Il punto fondamentale è proprio questo: il presidente poteva limitarsi a riconsiderare soltanto le vicende segnalate dagli investigatori della Procura di Reggio Emilia, e invece ha deciso per tutte quelle passate al vaglio di Anghinolfi e soci. Non solo: i giudici minorili di Bologna, oltre a leggere le carte, hanno deciso di visitare le scuole frequentate dai ragazzini per parlare con gli insegnanti, e si sono presentati anche nelle comunità e nelle case famiglia. Questo nuovo metodo potrebbe rappresentare la via da percorrere per evitare, in futuro, altri casi Bibbiano: niente più intermediari, ma diretta osservazione da parte dei giudici bolognesi.
Ci si potrebbe chiedere: perché non è stato fatto prima? La risposta è semplice e anche un po' sconfortante: sei giudici minorili dovrebbero controllare direttamente migliaia di minori nell'intera regione. Impossibile. Ecco perché la legge impone che la longa manus del tribunale siano i servizi sociali. Ma se questi entrano nel patologico e commettono reati, beh, la situazione diventa drammatica. Ed è qui che la politica dovrebbe intervenire.
Il lavoro dei giudici, comunque sia, ha già dato frutti. I casi di quattro minorenni segnalati da Reggio sono già stati riesaminati, e pare che il ricongiungimento con la famiglia fosse già stato deciso dal tribunale di Bologna, che evidentemente non era stato convinto dai servizi. Non è finita. Sono state scoperte «omissioni e anomalie» nell'operato dei servizi della Val d'Enza, i quali avrebbero messo in atto «condotte che avrebbero indotto in errore i magistrati minorili».
Sono state proprio condotte di questo tipo, nei mesi scorsi, a insospettire il presidente del tribunale e i suoi collaboratori. Sembra proprio che tra i primi impulsi all'indagine ci siano proprio quelli forniti da Spadaro e colleghi. È evidente che andare a fondo a tutte le singole storie non sarà facile. Ma è quello che chiedono tutte le comunità e le famiglie toccate da questa vicenda. E finalmente si vede un po' di luce.
Parlano di Bibbiano solo per consentire a Foti di atteggiarsi a vittima
Da un paio di giorni, i quotidiani hanno cominciato a parlare dell'inchiesta «Angeli e demoni» e dei fatti di Bibbiano. Una buona notizia, direte voi. Il fatto, però, è che i media italiani sembrano aver deciso di affrontare la pratica soltanto per dare voce a Claudio Foti, il guru del centro Hansel e Gretel a cui, qualche giorno fa, sono stati tolti gli arresti domiciliari. Foti ha concesso lunghe interviste prima all' edizione torinese del Corriere della Sera e poi, ieri, a Repubblica, che sull'edizione nazionale ha dedicato un'intera pagina al terapeuta. Il quale, come ovvio, ne ha approfittato per gridare alla persecuzione nei suoi confronti e atteggiarsi a martire.
«Su di me solo fango», dichiara lo psicologo. «Quei bimbi io li ho salvati». E ancora: «Su di noi è stata gettata un'ondata di fango e di fake news. La semplificazione che è stata fatta è una distorsione grave di un lavoro lungo trent'anni rigorosamente a favore dei bambini e delle donne vittime di violenza: non tutti gli abusi sono inventati». Non tutti, forse, ma molti, troppi, sì. Fake news? Fango? Chissà, forse per Foti è un'invenzione il caso «Veleno», in cui furono coinvolti anche gli specialisti di Hansel e Gretel. O i casi di Biella. O Rignano Flaminio. Foti annuncia che lui e i suoi si stanno «già riorganizzando, sto già scrivendo un romanzo, ci riprenderemo da questa botta». Intanto, però, ha l'obbligo di dimora a Pinerolo, su di lui pende ancora l'accusa di abuso di ufficio e la sua compagna e collega, Nadia Bolognini, rimane indagata. Che ne dite, forse è un po' presto per festeggiare, no?
Eppure Foti è sicurissimo, persino spavaldo. A un certo punto, pronuncia una frase che ha dell'incredibile: «Certamente bisogna fare attenzione al rischio di false accuse, specie nelle separazioni, ma il nostro compito è quello di far emergere i “falsi negativi", ovvero quei casi in cui i bambini non riescono a dare voce ad abusi davvero subiti e non li esternano. Se poi i magistrati abdicano al loro ruolo e si fanno suggestionare dagli psicologi, non è un problema mio». Ma certo, se lo psicologo spinge un bambino a confessare abusi che non ha mai subito, mica è un problema del terapeuta, come no, tanto la colpa se la piglia il giudice. E poi, scusate, ma per quale diamine di motivo uno psicologo dovrebbe «suggestionare» un magistrato invece di limitarsi a fare il suo lavoro? Per quale motivo dovrebbe indurre in errore un giudice invece di raccontare la verità?
Una frase di questo tipo dice davvero tanto. Suona un po' come: io continuo a seguire il mio metodo e la mia ideologia, e se non vi va bene arrangiatevi, fatti vostri. Peccato che i magistrati decidano anche e soprattutto sulla base di ciò che gli psicologi scrivono, dunque ogni «suggestione» è di fatto un tradimento della fiducia che i giudici - e lo Stato - ripongono nei professionisti della psiche.
Comunque sia, che Foti tiri acqua al proprio mulino, per quanto discutibile, è comprensibile.
Un po' meno comprensibile è l'atteggiamento dei media. I quali fino all'altro giorno hanno fatto finta di nulla, e ora invece spalancano le porte alla povera vittima. Repubblica, da questo punto di vista, ha dato il meglio. Un paio di giorni fa ha pubblicato un articolo in cui si spiegava che, nel caso Bibbiano, «Pd, media e movimento Lgbt» sarebbero «nel mirino dei complottisti da social». In tutta questa vicenda sarebbe all'opera una «macchina dell'odio» che «specula» e ha allestito una «operazione coordinata» per colpire il Pd.
Tutto un complottone, dunque? Ma allora perché, tra la fine di giugno e i primi di agosto, proprio Repubblica ha diffuso testimonianze pesantissime contro Claudio Foti? Mentre l'edizione nazionale del giornale taceva, infatti, sull'edizione locale di Torino (che ovviamente sfugge alla maggioranza degli italiani) sono usciti alcuni articoli urticanti. Il 5 luglio, per esempio, è stato pubblicato un pezzo intitolato «I miei tre anni all'inferno, adesso pretendo giustizia». A parlare è Bruno, 62 anni, finito in carcere per tre anni a Biella assieme a pedofili e violentatori. Accusato di aver abusato della figlia, si è sempre proclamato innocente, non ha mai patteggiato, si è fatto la galera e ora pretende un risarcimento: «Non cerco vendette ma giustizia. Per me, per mia figlia».
«Contro di me», dice Bruno a Repubblica, «non c'erano prove, solo l'accusa della mia ex moglie, che è una persona molto influente, e labili testimonianze: tutto si basava sulla perizia di una psicologa e sull'audizione protetta di mia figlia, in cui venivano travisati molti comportamenti assolutamente innocenti».
Ora, tutto questo è uscito su Repubblica Torino. Assieme ad altri articoli in cui si spiega che «in Piemonte chi ha avuto a che fare con il centro studi sotto inchiesta inizia a interrogarsi su episodi e battaglie giudiziarie del passato».
Anche questa è una «macchina dell'odio»? Eppure, sebbene sul locale, è stato proprio il grande giornale progressista a scodellare la storia discutibile in cui furono coinvolti i responsabili di Hansel e Gretel. Sempre Repubblica ha intervistato, nel primo giorno in cui le agenzie hanno battuto la notizia dell'inchiesta reggiana, il bravo Pablo Trincia, autore di Veleno. A quanto risulta, però, al giornale di Carlo Verdelli hanno cambiato linea in fretta: appena hanno capito che c'era di mezzo il Pd emiliano, hanno scelto il silenzio pressoché totale, almeno sull'edizione nazionale, quella che più conta. E sparano pure sui colleghi che osano approfondire la vicenda. Chissà, magari arriveranno a dire che sono frutto dell'odio pure gli articoli di Rosaria Capacchione, giornalista ed ex esponente del Pd che in questi giorni sta recuperando alcuni vecchi casi in cui furono coinvolti i soliti operatori di orientamento fotiano.
Ormai, tuttavia, accusare di «speculazione» chi parla di Bibbiano è lo sport preferito dai progressisti italiani. Laura Boldrini, su Twitter, anche lei dopo lunghissimi giorni di silenzio, se n'è uscita con una dichiarazione coraggiosa: «Basta usare i bambini di Bibbiano per fare propaganda». Stesso atteggiamento da parte di Emanuele Fiano (dem pure lui), il quale ha risposto tramite social a Matteo Salvini. Il leader leghista ha fatto sapere che andrà presto a Bibbiano e ha dichiarato: «Che schifo una certa sinistra che fa business sugli immigrati e perfino sui bambini». Fiano è immediatamente insorto: «A me invece fa schifo la destra di Salvini che specula su bambini già purtroppo oggetto di vicende terribili. La magistratura condanni quanto prima i responsabili, poi se qualcuno ci diffama condannerà anche loro. Se Salvini ha da addossare qualche colpa al Partito democratico su Bibbiano, lo faccia con più coraggio, direttamente, così ci vediamo in tribunale». Al solito, si minacciano azioni legali per far calare il silenzio su tutta la faccenda.
Ma tacere non si può più, perché sono i fatti a parlare. E sono sempre i fatti a mostrare chi davvero sta speculando su questa vicenda.
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Il presidente del tribunale di Bologna, Giuseppe Spadaro, e il suo team di giudici stanno verificando direttamente e con perizia le pratiche gestite dal giro bibbianese. Grazie al loro lavoro le famiglie si ricongiungeranno. Ora la politica intervenga sul sistema.Il terapeuta di Hansel e Gretel fa il martire: «Fango su di me». E i media che hanno ignorato il caso parlano di complotto. Smentendo le inchieste.Lo speciale contiene due articoli Hanno ingannato anche i giudici. Nella loro battaglia ideologica, gli assistenti sociali della Val d'Enza hanno prodotto relazioni false, non per nulla tra i reati contestati ci sono anche frode processuale e depistaggio. Il presidente del tribunale per i minori di Bologna, Giuseppe Spadaro, lo ha detto chiaramente: «In questa storia siamo parte lesa». Probabilmente è anche per questo che, ora, il tribunale ha dato il via a un'opera di revisione imponente dei casi che i protagonisti del «sistema Bibbiano» hanno avuto tra le mani.Nei giorni scorsi è emersa la notizia che Spadaro è stato proposto dal Csm per guidare la Procura minorile di Roma: un incarico molto prestigioso che dovrà essere confermato dal plenum del Consiglio superiore della magistratura, ma per cui il giudice di origini calabresi sembra in pole position. Prima che il trasferimento avvenga, tuttavia, passerà un bel po', forse addirittura un anno. E, in questo lasso di tempo, Spadaro e i suoi hanno deciso di fare ciò che molti si auguravano: passare al setaccio e, possibilmente, smantellare il meccanismo corrotto che emerge dalle carte dell'inchiesta «Angeli e demoni» condotta dalla Procura reggiana.Mentre dalle carte dell'indagine emergevano ogni giorno nuovi, raccapriccianti particolari, ci siamo chiesti più volte se il tribunale bolognese non potesse vigilare di più e meglio su quanto avveniva a Bibbiano e dintorni. Il fatto, però, è che scoprire gli abusi era estremamente difficile, se non impossibile. E il motivo sta proprio nel funzionamento del sistema di gestione dei minori. Quando i servizi sociali effettuano una segnalazione riguardante un bambino che si presume maltrattato, la pratica passa alla Procura minorile, che dovrebbe fare da primo filtro. Solo se la Procura minorile decide di fare ricorso al tribunale spetta poi il compito di fare ulteriori indagini e approfondire la condizione del minore, ma ovviamente il parere dei servizi e quello del pm già contribuiscono a fornire un orientamento. E sono sempre i servizi, in seguito, a confrontarsi con il giudice minorile e a riferire sulla situazione del bambino. E se gli assistenti sociali falsificano le relazioni, arrivando persino a modificare i disegni dei piccoli per suggerire la presenza di abusi, come può fare il tribunale a evitare eventuali errori? Non solo: c'è un ulteriore particolare che aiuta a comprendere come funzioni tutta la macchina. A stabilire dove debba essere collocato il minore che si decide di dare in affidamento non è il tribunale, ma sono sempre i servizi sociali. I giudici hanno divieto assoluto di indicare comunità ove ospitare i minori e solo nei casi di decadenza dei genitori (e quindi di possibilità di dare in adozione i bimbi) i giudici devono partecipare all'individuazione della famiglia. Ed ecco come è stato possibile che, ad esempio, una bimba finisse a una coppia di donne, una delle quali aveva avuto una relazione con Federica Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza. Il tribunale non ne sapeva nulla, come poteva esercitare il controllo? Agli occhi di un profano, appare evidente che ci sia qualcosa che non funziona, se non altro nella selezione degli operatori che hanno a che fare con i minorenni. Se un assistente sociale è «infedele» e commette illeciti penali come può un giudice rendersene conto? In ogni caso, a Bologna stanno già lavorando per cercare di riparare ai danni compiuti dal giro bibbianese. Giuseppe Spadaro ha deciso di inviare i suoi giudici a Reggio Emilia, con un compito preciso: riaprire tutti i casi gestiti dai «professionisti» della Val d'Enza. I togati stanno riprendendo in mano tutta la documentazione, fascicolo per fascicolo. Tutte le relazioni stese dagli assistenti sociali di Bibbiano vengono ora riesaminate. È un lavoro complicato, ma estremamente importante. Perché permetterà di capire se ci siano stati ulteriori abusi oltre a quelli emersi da «Angeli e demoni», e quanti siano. Ogni giudice togato che aveva già trattato un procedimento chiede una nuova indagine e relazione ai servizi sociali (in particolare ad altri servizi che non siano quelli della Val d'Enza). Dopodiché, insieme a eventuali periti, riascolterà i genitori, i minori, gli assistenti sociali, i psicologi, gli educatori delle comunità e delle scuole, per poi decidere - con l'intero collegio del tribunale e con il parere del pm e degli avvocati - se modificare, revocare o confermare le decisioni precedentemente assunte. Insomma, Spadaro fa sul serio e chi lo conosce descrive bene la sua determinazione e la tensione emotiva con cui affronta il suo ruolo di giudice. In Calabria ha dovuto affrontare gravi situazioni, gli hanno minacciato i figli quando presiedeva il tribunale penale di Lamezia Terme. E pare proprio che sia davvero indignato dalla vicenda bibbianese. Se lo hanno ingannato, dice chi gli è vicino, diventerà un caterpillar. In Calabria lo definivano un «pazzo di legalità», e se considerate che in questa storia ci sono di mezzo i minori, risulta chiaro che non ci saranno sconti. Il punto fondamentale è proprio questo: il presidente poteva limitarsi a riconsiderare soltanto le vicende segnalate dagli investigatori della Procura di Reggio Emilia, e invece ha deciso per tutte quelle passate al vaglio di Anghinolfi e soci. Non solo: i giudici minorili di Bologna, oltre a leggere le carte, hanno deciso di visitare le scuole frequentate dai ragazzini per parlare con gli insegnanti, e si sono presentati anche nelle comunità e nelle case famiglia. Questo nuovo metodo potrebbe rappresentare la via da percorrere per evitare, in futuro, altri casi Bibbiano: niente più intermediari, ma diretta osservazione da parte dei giudici bolognesi. Ci si potrebbe chiedere: perché non è stato fatto prima? La risposta è semplice e anche un po' sconfortante: sei giudici minorili dovrebbero controllare direttamente migliaia di minori nell'intera regione. Impossibile. Ecco perché la legge impone che la longa manus del tribunale siano i servizi sociali. Ma se questi entrano nel patologico e commettono reati, beh, la situazione diventa drammatica. Ed è qui che la politica dovrebbe intervenire. Il lavoro dei giudici, comunque sia, ha già dato frutti. I casi di quattro minorenni segnalati da Reggio sono già stati riesaminati, e pare che il ricongiungimento con la famiglia fosse già stato deciso dal tribunale di Bologna, che evidentemente non era stato convinto dai servizi. Non è finita. Sono state scoperte «omissioni e anomalie» nell'operato dei servizi della Val d'Enza, i quali avrebbero messo in atto «condotte che avrebbero indotto in errore i magistrati minorili». Sono state proprio condotte di questo tipo, nei mesi scorsi, a insospettire il presidente del tribunale e i suoi collaboratori. Sembra proprio che tra i primi impulsi all'indagine ci siano proprio quelli forniti da Spadaro e colleghi. È evidente che andare a fondo a tutte le singole storie non sarà facile. 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Foti ha concesso lunghe interviste prima all' edizione torinese del Corriere della Sera e poi, ieri, a Repubblica, che sull'edizione nazionale ha dedicato un'intera pagina al terapeuta. Il quale, come ovvio, ne ha approfittato per gridare alla persecuzione nei suoi confronti e atteggiarsi a martire. «Su di me solo fango», dichiara lo psicologo. «Quei bimbi io li ho salvati». E ancora: «Su di noi è stata gettata un'ondata di fango e di fake news. La semplificazione che è stata fatta è una distorsione grave di un lavoro lungo trent'anni rigorosamente a favore dei bambini e delle donne vittime di violenza: non tutti gli abusi sono inventati». Non tutti, forse, ma molti, troppi, sì. Fake news? Fango? Chissà, forse per Foti è un'invenzione il caso «Veleno», in cui furono coinvolti anche gli specialisti di Hansel e Gretel. O i casi di Biella. O Rignano Flaminio. Foti annuncia che lui e i suoi si stanno «già riorganizzando, sto già scrivendo un romanzo, ci riprenderemo da questa botta». Intanto, però, ha l'obbligo di dimora a Pinerolo, su di lui pende ancora l'accusa di abuso di ufficio e la sua compagna e collega, Nadia Bolognini, rimane indagata. Che ne dite, forse è un po' presto per festeggiare, no? Eppure Foti è sicurissimo, persino spavaldo. A un certo punto, pronuncia una frase che ha dell'incredibile: «Certamente bisogna fare attenzione al rischio di false accuse, specie nelle separazioni, ma il nostro compito è quello di far emergere i “falsi negativi", ovvero quei casi in cui i bambini non riescono a dare voce ad abusi davvero subiti e non li esternano. Se poi i magistrati abdicano al loro ruolo e si fanno suggestionare dagli psicologi, non è un problema mio». Ma certo, se lo psicologo spinge un bambino a confessare abusi che non ha mai subito, mica è un problema del terapeuta, come no, tanto la colpa se la piglia il giudice. E poi, scusate, ma per quale diamine di motivo uno psicologo dovrebbe «suggestionare» un magistrato invece di limitarsi a fare il suo lavoro? Per quale motivo dovrebbe indurre in errore un giudice invece di raccontare la verità? Una frase di questo tipo dice davvero tanto. Suona un po' come: io continuo a seguire il mio metodo e la mia ideologia, e se non vi va bene arrangiatevi, fatti vostri. Peccato che i magistrati decidano anche e soprattutto sulla base di ciò che gli psicologi scrivono, dunque ogni «suggestione» è di fatto un tradimento della fiducia che i giudici - e lo Stato - ripongono nei professionisti della psiche. Comunque sia, che Foti tiri acqua al proprio mulino, per quanto discutibile, è comprensibile. Un po' meno comprensibile è l'atteggiamento dei media. I quali fino all'altro giorno hanno fatto finta di nulla, e ora invece spalancano le porte alla povera vittima. Repubblica, da questo punto di vista, ha dato il meglio. Un paio di giorni fa ha pubblicato un articolo in cui si spiegava che, nel caso Bibbiano, «Pd, media e movimento Lgbt» sarebbero «nel mirino dei complottisti da social». In tutta questa vicenda sarebbe all'opera una «macchina dell'odio» che «specula» e ha allestito una «operazione coordinata» per colpire il Pd. Tutto un complottone, dunque? Ma allora perché, tra la fine di giugno e i primi di agosto, proprio Repubblica ha diffuso testimonianze pesantissime contro Claudio Foti? Mentre l'edizione nazionale del giornale taceva, infatti, sull'edizione locale di Torino (che ovviamente sfugge alla maggioranza degli italiani) sono usciti alcuni articoli urticanti. Il 5 luglio, per esempio, è stato pubblicato un pezzo intitolato «I miei tre anni all'inferno, adesso pretendo giustizia». A parlare è Bruno, 62 anni, finito in carcere per tre anni a Biella assieme a pedofili e violentatori. Accusato di aver abusato della figlia, si è sempre proclamato innocente, non ha mai patteggiato, si è fatto la galera e ora pretende un risarcimento: «Non cerco vendette ma giustizia. Per me, per mia figlia». «Contro di me», dice Bruno a Repubblica, «non c'erano prove, solo l'accusa della mia ex moglie, che è una persona molto influente, e labili testimonianze: tutto si basava sulla perizia di una psicologa e sull'audizione protetta di mia figlia, in cui venivano travisati molti comportamenti assolutamente innocenti». Ora, tutto questo è uscito su Repubblica Torino. Assieme ad altri articoli in cui si spiega che «in Piemonte chi ha avuto a che fare con il centro studi sotto inchiesta inizia a interrogarsi su episodi e battaglie giudiziarie del passato». Anche questa è una «macchina dell'odio»? Eppure, sebbene sul locale, è stato proprio il grande giornale progressista a scodellare la storia discutibile in cui furono coinvolti i responsabili di Hansel e Gretel. Sempre Repubblica ha intervistato, nel primo giorno in cui le agenzie hanno battuto la notizia dell'inchiesta reggiana, il bravo Pablo Trincia, autore di Veleno. A quanto risulta, però, al giornale di Carlo Verdelli hanno cambiato linea in fretta: appena hanno capito che c'era di mezzo il Pd emiliano, hanno scelto il silenzio pressoché totale, almeno sull'edizione nazionale, quella che più conta. E sparano pure sui colleghi che osano approfondire la vicenda. Chissà, magari arriveranno a dire che sono frutto dell'odio pure gli articoli di Rosaria Capacchione, giornalista ed ex esponente del Pd che in questi giorni sta recuperando alcuni vecchi casi in cui furono coinvolti i soliti operatori di orientamento fotiano. Ormai, tuttavia, accusare di «speculazione» chi parla di Bibbiano è lo sport preferito dai progressisti italiani. Laura Boldrini, su Twitter, anche lei dopo lunghissimi giorni di silenzio, se n'è uscita con una dichiarazione coraggiosa: «Basta usare i bambini di Bibbiano per fare propaganda». Stesso atteggiamento da parte di Emanuele Fiano (dem pure lui), il quale ha risposto tramite social a Matteo Salvini. Il leader leghista ha fatto sapere che andrà presto a Bibbiano e ha dichiarato: «Che schifo una certa sinistra che fa business sugli immigrati e perfino sui bambini». Fiano è immediatamente insorto: «A me invece fa schifo la destra di Salvini che specula su bambini già purtroppo oggetto di vicende terribili. La magistratura condanni quanto prima i responsabili, poi se qualcuno ci diffama condannerà anche loro. Se Salvini ha da addossare qualche colpa al Partito democratico su Bibbiano, lo faccia con più coraggio, direttamente, così ci vediamo in tribunale». Al solito, si minacciano azioni legali per far calare il silenzio su tutta la faccenda. Ma tacere non si può più, perché sono i fatti a parlare. E sono sempre i fatti a mostrare chi davvero sta speculando su questa vicenda.
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Secondo il report dell’Ufficio Studi di idealista, nel primo trimestre 2026 i prezzi delle abitazioni in Lombardia crescono dello 0,7% e raggiungono 2.380 euro al metro quadrato. Lodi guida i rialzi tra le province, Milano e Como ai massimi storici. Tutti i capoluoghi chiudono il trimestre in aumento.
Il mercato immobiliare lombardo continua a crescere anche nel primo trimestre del 2026, confermando un trend positivo che si protrae ormai da tempo. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi di idealista, i prezzi delle abitazioni nella regione segnano un aumento dello 0,7%, portando il valore medio a 2.380 euro al metro quadro. Un livello che resta superiore alla media nazionale, pari a 1.891 euro al metro quadrato.
Su base annua la crescita è del 9,8%, mentre rispetto al trimestre precedente l’incremento è dell’1,4%, a conferma di un mercato che continua a mostrare una certa solidità, trainato da una dinamica dei prezzi diffusa su gran parte del territorio.
A livello provinciale il quadro è quasi interamente positivo. L’aumento più marcato si registra a Lodi, con un +4,3%, seguita da Sondrio (+4%), Como (+2,5%), Monza-Brianza (+2,3%), Cremona (+2,2%) e Brescia (+2%). Crescite più contenute si osservano a Lecco (+1,8%), Varese (+1,2%), Milano (+1,1%), Pavia (+0,9%) e Bergamo (+0,8%). L’unica eccezione è Mantova, che chiude il trimestre in calo del 2,2%.
Sul fronte dei valori assoluti, Milano si conferma la provincia più cara della Lombardia con 3.751 euro al metro quadro, seguita da Como (2.348 euro/m²), Brescia (2.233 euro/m²) e Monza-Brianza (2.156 euro/m²). Più bassi i valori a Bergamo (1.568 euro/m²), Lodi (1.504 euro/m²) e Varese (1.621 euro/m²), mentre Pavia (1.117 euro/m²) e Mantova (1.121 euro/m²) restano le province più accessibili. Milano e Como raggiungono inoltre i massimi storici dall’inizio delle rilevazioni.
Anche nei capoluoghi lombardi prevale un andamento positivo, con tutti i mercati in crescita nel trimestre. L’incremento più forte si registra a Cremona (+6,9%), seguita da Lecco (+6,4%) e Monza (+5%). Più contenuti i rialzi a Lodi (+3,5%), Bergamo (+1,9%) e Brescia (+1,7%). Crescite più moderate riguardano Varese (+1,1%), Pavia (+1%), Como (+0,4%), Milano (+0,2%) e Mantova (+0,1%).
Milano si conferma nettamente il capoluogo più caro della regione con 5.192 euro al metro quadro, davanti a Como (2.956 euro/m²), Monza (2.819 euro/m²) e Bergamo (2.796 euro/m²). Seguono Lecco (2.457 euro/m²) e Pavia (2.429 euro/m²), poi Brescia (2.127 euro/m²). Più contenuti i prezzi a Lodi (1.977 euro/m²), Varese (1.777 euro/m²), Mantova (1.550 euro/m²) e Cremona (1.440 euro/m²). Anche in questo caso emergono nuovi massimi storici per Como, Bergamo e Brescia.
Il quadro nazionale conferma una dinamica analoga, con un aumento dell’1,5% dei prezzi delle abitazioni usate nel primo trimestre e un valore medio di 1.891 euro al metro quadro. La crescita interessa la maggioranza del territorio, con l’80% dei capoluoghi e il 76% delle province in aumento. Secondo l’Ufficio Studi di idealista, il mercato residenziale italiano continua dunque a mostrare segnali di espansione, anche se nei prossimi mesi potrebbe risentire di fattori macroeconomici legati all’andamento dei tassi d’interesse.
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6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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