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2025-02-12
I prestiti in Italia sono molto più cari che nel resto d'Europa
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Un’analisi condotta da Facile.it e Prestiti.it, basata su dati Eurostat, ha mostrato come, a novembre 2024, il tasso annuo effettivo globale (Taeg) per i prestiti destinati alle famiglie italiane si attestasse al 10,24%, superando la media europea (8,41%) e i valori rilevati in alcuni dei principali Stati del Vecchio Continente.
Nel dettaglio, mentre in Italia il Taeg medio è pari a 10,24%, in Germania si attesta al 8,49%, in Irlanda all’8,08%, in Spagna al 7,79% e in Francia addirittura al 6,72%. Questi dati indicano chiaramente che, per ottenere un finanziamento, i consumatori italiani devono far fronte a costi significativamente più elevati rispetto ai loro omologhi europei. L’analisi si è estesa a 19 Paesi europei, posizionando l’Italia al settimo posto in termini di Taeg medi applicati sui prestiti per consumi. Solo Lettonia (15,35%), Estonia (14,36%), Grecia (12,14%), Slovacchia (11,43%), Lituania (11,16%) e Portogallo (10,95%) registrano tassi più alti, mentre all’estremo opposto della graduatoria si trovano paesi come Croazia (5,13%), Lussemburgo (4,91%) e Malta (4,15%), dove i costi dei finanziamenti sono drasticamente inferiori rispetto a quelli italiani.
Una nota di ottimismo emerge dal fatto che, nel corso del 2024, i tassi sui prestiti per consumi sono diminuiti in tutta Europa, compresa l’Italia. Nel nostro Paese, i tassi medi (TAEG) sono calati del 5%, passando dal 10,75% di gennaio al 10,24% di novembre. Questo miglioramento è da attribuire in parte al taglio del costo del denaro operato dalla Banca centrale europea (Bce), il quale ha avuto effetti positivi anche sui finanziamenti destinati alle famiglie.
Le simulazioni condotte da Facile.it offrono un quadro concreto dell’impatto economico di questi finanziamenti. Considerando un prestito da 10.000 euro da rimborsare in 5 anni, il costo complessivo, che comprende interessi e spese accessorie, ammonta in media a 2.819 euro in Italia, mentre in Germania la spesa si aggira intorno ai 2.307 euro, in Spagna a circa 2.105 euro e in Francia a 1.801 euro. Guardando agli estremi della classifica, per lo stesso finanziamento i consumatori lettoni dovrebbero affrontare costi pari a 4.384 euro, mentre a Malta il finanziamento costerebbe appena 1.090 euro. Queste cifre evidenziano come il costo del credito possa variare notevolmente a seconda del Paese e delle condizioni di mercato.
«La buona notizia è che nel corso del 2024 i tassi dei prestiti personali sono scesi e ci aspettiamo che nel 2025, se la Bce continuerà a tagliare gli indici, anche l’offerta ne beneficerà», spiega Aligi Scotti, direttore della divisione prestiti di Facile.it.
Questa prospettiva lascia intravedere un futuro in cui il costo del denaro potrebbe continuare a diminuire, rendendo i finanziamenti più accessibili. Tuttavia, Scotti sottolinea anche l’importanza di confrontare le diverse offerte presenti sul mercato. Infatti, per un prestito medio da 10.000 euro in 5 anni, i tassi Taeg online possono variare sensibilmente, oscillando tra il 7,19% e il 13,64%. Questa variabilità evidenzia come sia fondamentale per i consumatori esaminare attentamente le proposte di diverse società di credito per individuare l’offerta più conveniente.
L’analisi dei costi dei finanziamenti in Italia e in Europa mette in luce una realtà complessa: sebbene i consumatori italiani debbano ancora affrontare tassi medi superiori a quelli di molti Paesi europei, le recenti politiche della Bce e la tendenza positiva del 2024 offrono segnali di possibile miglioramento nel prossimo futuro. Per i cittadini, la chiave per trarre vantaggio da queste condizioni più favorevoli risiede nella capacità di informarsi e confrontare le offerte di finanziamento, trasformando il credito in uno strumento di sviluppo personale e familiare. Con un mercato sempre più competitivo e trasparente, il 2025 potrebbe rappresentare l’inizio di una fase di maggiore accessibilità al credito, con benefici tangibili per le famiglie italiane e un rafforzamento complessivo del sistema finanziario nazionale.
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Negli ultimi anni, il tema dei costi dei finanziamenti per i consumi ha assunto un’importanza crescente, soprattutto alla luce dei recenti dati che evidenziano una notevole disparità tra l’Italia e altri Paesi europei.Un’analisi condotta da Facile.it e Prestiti.it, basata su dati Eurostat, ha mostrato come, a novembre 2024, il tasso annuo effettivo globale (Taeg) per i prestiti destinati alle famiglie italiane si attestasse al 10,24%, superando la media europea (8,41%) e i valori rilevati in alcuni dei principali Stati del Vecchio Continente.Nel dettaglio, mentre in Italia il Taeg medio è pari a 10,24%, in Germania si attesta al 8,49%, in Irlanda all’8,08%, in Spagna al 7,79% e in Francia addirittura al 6,72%. Questi dati indicano chiaramente che, per ottenere un finanziamento, i consumatori italiani devono far fronte a costi significativamente più elevati rispetto ai loro omologhi europei. L’analisi si è estesa a 19 Paesi europei, posizionando l’Italia al settimo posto in termini di Taeg medi applicati sui prestiti per consumi. Solo Lettonia (15,35%), Estonia (14,36%), Grecia (12,14%), Slovacchia (11,43%), Lituania (11,16%) e Portogallo (10,95%) registrano tassi più alti, mentre all’estremo opposto della graduatoria si trovano paesi come Croazia (5,13%), Lussemburgo (4,91%) e Malta (4,15%), dove i costi dei finanziamenti sono drasticamente inferiori rispetto a quelli italiani.Una nota di ottimismo emerge dal fatto che, nel corso del 2024, i tassi sui prestiti per consumi sono diminuiti in tutta Europa, compresa l’Italia. Nel nostro Paese, i tassi medi (TAEG) sono calati del 5%, passando dal 10,75% di gennaio al 10,24% di novembre. Questo miglioramento è da attribuire in parte al taglio del costo del denaro operato dalla Banca centrale europea (Bce), il quale ha avuto effetti positivi anche sui finanziamenti destinati alle famiglie.Le simulazioni condotte da Facile.it offrono un quadro concreto dell’impatto economico di questi finanziamenti. Considerando un prestito da 10.000 euro da rimborsare in 5 anni, il costo complessivo, che comprende interessi e spese accessorie, ammonta in media a 2.819 euro in Italia, mentre in Germania la spesa si aggira intorno ai 2.307 euro, in Spagna a circa 2.105 euro e in Francia a 1.801 euro. Guardando agli estremi della classifica, per lo stesso finanziamento i consumatori lettoni dovrebbero affrontare costi pari a 4.384 euro, mentre a Malta il finanziamento costerebbe appena 1.090 euro. Queste cifre evidenziano come il costo del credito possa variare notevolmente a seconda del Paese e delle condizioni di mercato.«La buona notizia è che nel corso del 2024 i tassi dei prestiti personali sono scesi e ci aspettiamo che nel 2025, se la Bce continuerà a tagliare gli indici, anche l’offerta ne beneficerà», spiega Aligi Scotti, direttore della divisione prestiti di Facile.it.Questa prospettiva lascia intravedere un futuro in cui il costo del denaro potrebbe continuare a diminuire, rendendo i finanziamenti più accessibili. Tuttavia, Scotti sottolinea anche l’importanza di confrontare le diverse offerte presenti sul mercato. Infatti, per un prestito medio da 10.000 euro in 5 anni, i tassi Taeg online possono variare sensibilmente, oscillando tra il 7,19% e il 13,64%. Questa variabilità evidenzia come sia fondamentale per i consumatori esaminare attentamente le proposte di diverse società di credito per individuare l’offerta più conveniente.L’analisi dei costi dei finanziamenti in Italia e in Europa mette in luce una realtà complessa: sebbene i consumatori italiani debbano ancora affrontare tassi medi superiori a quelli di molti Paesi europei, le recenti politiche della Bce e la tendenza positiva del 2024 offrono segnali di possibile miglioramento nel prossimo futuro. Per i cittadini, la chiave per trarre vantaggio da queste condizioni più favorevoli risiede nella capacità di informarsi e confrontare le offerte di finanziamento, trasformando il credito in uno strumento di sviluppo personale e familiare. Con un mercato sempre più competitivo e trasparente, il 2025 potrebbe rappresentare l’inizio di una fase di maggiore accessibilità al credito, con benefici tangibili per le famiglie italiane e un rafforzamento complessivo del sistema finanziario nazionale.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.