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2020-07-22
Prestiti e sussidi arriveranno nel 2021. Ma l’Italia pagherà più di quel che riceve
- L'anno prossimo incasseremo circa 20 miliardi dal nuovo fondo. Dentro un bilancio totale che ci vede sempre contribuenti netti.
- Divisi in nove capitoli di spesa, sono il frutto di una stima ottimista di Palazzo Chigi.
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.
L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.
Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.
I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.
Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.
Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.
Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.
L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.
Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.
Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. Ancora convinti che il saldo sia ampiamente positivo per l'Italia?
I tanto strombazzati fondi residui finiranno per essere un miraggio
Accade con una certa frequenza che, se si entra in un negoziato considerando soddisfacente la base negoziale di partenza, quest'ultima diventa inevitabilmente la soglia per un compromesso al ribasso. Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri.
E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi.
Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi.
La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli.
Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco.
Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa.
In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
L'anno prossimo incasseremo circa 20 miliardi dal nuovo fondo. Dentro un bilancio totale che ci vede sempre contribuenti netti.Divisi in nove capitoli di spesa, sono il frutto di una stima ottimista di Palazzo Chigi.Lo speciale contiene due articoli.Ormai da 48 ore si sprecano gli aggettivi per magnificare ed esaltare i risultati conseguiti dal premier Giuseppe Conte al termine della estenuante quattro giorni di Bruxelles.L'attenzione si è comprensibilmente concentrata sul fondo aggiuntivo Next generation Eu, «mirato e limitato nel tempo», secondo le parole del presidente Charles Michel. Ma non bisogna perdere però di vista l'intera prospettiva dei nostri rapporti finanziari con la Ue, e qui la parte del padrone è recitata dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp) da 1.074 miliardi, ridottosi dai 1.100 iniziali.Il Next generation Eu prevede di assumere il 70% degli impegni finanziari, cosa ben diversa dagli effettivi pagamenti, nel biennio 2021-2022, lasciando il residuo 30% al 2023, da ripartirsi peraltro con criteri diversi che tengano conto della caduta del Pil nel 2020-2021. Il Qfp invece impegnerà i suoi stanziamenti nell'arco del settennio, con effetti finanziari anche oltre il 2027, come ben sanno tutti coloro che lavorano con i progetti comunitari e che vedono arrivare i pagamenti anche due anni dopo la fine del ciclo.I due pilastri della manovra sono profondamente intrecciati: ben 77,5 miliardi di sussidi, frazionati in sei programmi diversi, del Next generation Eu sono aggiuntivi rispetto a specifici capitoli di spesa già preesistenti e autonomamente finanziati nel Qfp.Allora diventa fondamentale capire i meccanismi di funzionamento del Qfp, al quale non a caso il documento conclusivo del Consiglio europeo dedica ben 58 pagine su 67 totali. Non si potrà mai fare un bilancio degli effetti del recente accordo, se non si tiene conto del punto di partenza e, da lì, si fa la differenza rispetto a quello di arrivo.Anche in questo caso, il diavolo si nasconde nei dettagli: secondo la Corte dei conti, che riprende i dati della Commissione, nel 2018 il nostro Paese è stato contribuente netto per circa 7 miliardi, con incassi per 10 miliardi e versamenti per 17 miliardi. Invece secondo la Commissione, il saldo è stato di soli 5 miliardi. I 2 miliardi di differenza sono dazi doganali che la Commissione considera risorse proprie e non contributi nazionali, come se - qualora l'Italia fosse fuori dalla Ue – il nostro Paese potesse rinunciare a quelle entrate. Già questo ci deve far riflettere sulla difficoltà di determinare il saldo netto finanziario dei nostri rapporti con l'Europa. Sappiamo per certo che quel saldo negativo non potrà che peggiorare per effetto dell'uscita del Regno Unito e il conseguente aumento della nostra quota sul reddito nazionale lordo dell'Ue a 27, che salirà dall'11% al 13% circa. Ma non aumenta solo la percentuale di contribuzione alla torta: aumenta anche la torta e, per chi è contribuente netto come noi, giocoforza peggiora il saldo.Ora, è ragionevole ipotizzare che con un Qfp che prevede stanziamenti di spesa annui medi per circa 153 miliardi, in netto incremento rispetto ai 120/130 medi del precedente settennio (quindi 30 miliardi annui in più), l'Italia debba versare una contribuzione aggiuntiva per circa 27 miliardi in sette anni (13% di 210) e riceverne 16 (considerando lo stesso rapporto versamenti/contributi del 2018). Avremmo quindi un peggioramento del saldo negativo per circa 11 miliardi, da aggiungersi ai prevedibili 36 che avremmo comunque pagato se fosse stato confermato lo stesso bilancio del precedente settennio.L'altro aspetto da tenere in evidenza è l'effetto finanziario sul 2021, anno in cui il nostro Paese ha bisogno di fondi per sostenere la ripresa. Il Next generation Eu prevede un prefinanziamento per il 10% dell'importo del Recovery resilience fund (Rrf). Per l'Italia si tratta quindi di ricevere circa 7 miliardi, oltre a una quota non stimabile di eventuali prestiti, in ogni caso per un totale complessivo non superiore ai 20 miliardi. Non è infatti stimabile quanta parte dei 69 miliardi del Rrf si tradurrà in erogazioni da parte dell'Ue. Sarà inoltre possibile ricevere anche dei prefinanziamenti su tutti i programmi del Qfp, ma in misura poco significativa.Penultimo addendo di questa complessa operazione è costituito dalla Bei (Banca Europea per gli Investimenti), che è pronta a battere cassa. Infatti, nella proposta del presidente Michel del 10 luglio era previsto un aumento di capitale per 175 miliardi, di cui 17,5 versati. Nelle conclusioni del Consiglio tali cifre sono scomparse e sostituite da un generico impegno per il 2020. In ogni caso, l'Italia contribuisce per il 19% e quindi sono altri miliardi che volano via. Infine, le tasse. Il bilancio Ue prevede di aumentare le risorse proprie fino al 1,4% del Gni, che, per rimborsare i prestiti di 750 miliardi, diventa eccezionalmente 2%. Ai commissari basterà decidere cosa tassare (e la plastica non riciclabile è già in pista dal gennaio 2021 con 0,80 euro al chilo) e bisognerà solo pagare.Per riassumere, incasseremo in tutto 7 miliardi in meno di quanti ne verseremo nel 2021. 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Già all'indomani del 27 maggio, quando sia il presidente Giuseppe Conte sia il ministro Roberto Gualtieri espressero valutazioni positive sulla proposta della Commissione mentre il blocco nordico faceva circolare dichiarazioni di fuoco, apparve chiara la china discendente su cui era avviata la trattativa tra i 27 Stati membri. E così è stato. Il Next generation Eu da 750 miliardi ha visto nettamente tagliata la componente sussidi a favore della componente prestiti per ben 110 miliardi. Ma, tutto sommato, all'Italia non è poi andata così male. Infatti i sussidi, pari a iniziali 500 miliardi, erano a loro volta divisi in 310 miliardi previsti dal Recovery resilience fund (Rrf) e 190 miliardi frazionati in nove altri diversi fondi, aggiuntivi rispetto a specifiche misure di spesa già previste dal bilancio pluriennale. E sono stati soprattutto questi fondi a subire un taglio deciso, da 190 a 77,5 miliardi, mentre il Rrf ha beneficiato di un leggero ritocco al rialzo, attestandosi a 312,5 miliardi. La quota inizialmente spettante all'Italia nel Rrf era il 20,4% (pari quindi a 68,4 miliardi di 334 miliardi a prezzi correnti) e si stima quindi abbia subito un lieve incremento. I residui 77,5 miliardi di sussidi sono invece destinati a essere ripartiti secondo i criteri propri di ciascuna misura del bilancio a cui sono stati aggiunti. Poiché questo bilancio ci vede contribuenti netti, qui i conti sono più complessi. Infatti l'Italia contribuisce in proporzione al proprio reddito nazionale lordo (13% circa dopo l'uscita del Regno Unito, in precedenza era l'11,2%) e beneficia di aiuti in misura inferiore. È quindi ragionevole stimare che, nel migliore dei casi, altri 13 miliardi si aggiungano ai 68 del Rrf, ma non è detto che l'Italia riesca a ottenerli. Per quanto riguarda i prestiti, stimati pari a 127,4 miliardi (da iniziali 84) la grancassa della propaganda non ha esitato a darli come cifre già nelle nostre tasche. Con ciò sottovalutando due aspetti. Il primo: la crescita deriva dall'aumento del limite massimo disponibile per ciascuno Stato pari al 6,8% del Gni (reddito nazionale lordo), dall'iniziale 4,7% della proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Avendo l'Italia un Gni di 1.780 miliardi, ecco spiegato l'aumento dei prestiti potenzialmente disponibili. Ma ciò che in molti trascurano di aggiungere è che se tutti gli Stati membri chiedessero prestiti nell'ambito del Rrf fino al limite massimo disponibile, sarebbero necessari ben 920 miliardi di prestiti (il 6,8% del Gni della Ue a 27), altro che i 360 miliardi previsti dall'accordo del 21 luglio. Quindi la disponibilità dei 121 miliardi per l'Italia si basa sul presupposto, francamente ottimistico, che molti Paesi non attingano al prestito e l'Italia riesca a prendersi quasi il 34% del plafond disponibile. Sognare è legittimo, ma poi ci si sveglia in modo brusco. Ma vi è di più. Il considerando 29 della proposta di regolamento del Rrf, formulata dalla Commissione lo scorso 29 maggio, stabilisce chiaramente che la richiesta di un prestito si giustifica solo alla luce di ulteriori investimenti e riforme che contribuiscono a rendere il fabbisogno finanziario del piano di ripresa più elevato dei sussidi disponibili. Quindi, il prestito arriverà solo nel caso in cui ci siano fabbisogni aggiuntivi, non sarà autonomamente attingibile. Pare superfluo aggiungere che anche tali prestiti saranno erogati per stati di avanzamento, in relazione al conseguimento dei risultati previsti dal piano di ripresa. In definitiva, come era logico attendersi, considerata l'evoluzione storica dei nostri rapporti con la Ue, appena si solleva il fumo della propaganda, l'arrosto si rivela molto meno consistente.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
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«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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