2020-05-05
Petroliera russa (Ansa)
- Mentre le bombe ucraine hanno ridotto del 40% la capacità di export russo verso l’Europa, il bando totale, previsto per metà aprile, scompare dall’agenda della Commissione. Mistero su dove finisca il petrolio sequestrato alla «flotta fantasma» di Vladimir Putin.
- Gnl, stoccaggi, movimenti finanziari: troppi indizi ci dicono che le bollette saliranno.
Lo speciale contiene due articoli
Il petrolio russo è sotto attacco. Non solo per le sanzioni, ma anche per azioni di sabotaggio che colpiscono direttamente infrastrutture, rotte e capacità di esportazione. Secondo calcoli diffusi da Reuters, almeno il 40% del potenziale export di Mosca - circa due milioni di barili al giorno - risulta oggi fermo a causa di tre fattori: raid ucraini, danni agli oleodotti e sequestri di petroliere. Un colpo senza precedenti per il secondo esportatore mondiale di greggio, arrivato proprio mentre il prezzo del petrolio è tornato a superare i 100 dollari al barile.
Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi contro il sistema energetico russo, colpendo tutti i principali terminali occidentali: dai porti baltici di Primorsk e Ust-Luga fino a Novorossiysk, sul Mar Nero. I raid condotti tramite droni hanno provocato incendi, rallentamenti e, in alcuni casi, la sospensione delle operazioni di carico, con effetti immediati sulle esportazioni di Mosca. Sotto pressione anche l’oleodotto Druzhba, arteria storica che attraversa l’Ucraina e rifornisce diversi Paesi dell’Europa centrale. L’obiettivo di Kiev è chiaro: ridurre le entrate energetiche del Cremlino, che rappresentano circa un quarto del bilancio statale, indebolendo così la capacità russa di sostenere il suo sforzo bellico.
Le conseguenze dell’offensiva voluta da Volodymyr Zelensky, d’altronde, si fanno sentire ben oltre il teatro di guerra ucraino. Con le rotte occidentali colpite o rallentate, Mosca è costretta a spostare una quota crescente del proprio export verso l’Asia, in particolare Cina e India. Ma anche queste direttrici presentano limiti: capacità logistiche ridotte, costi più elevati e tempi più lunghi. In un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente, il risultato è un aumento dell’incertezza sui mercati energetici globali.
In questo contesto tanto delicato, Bruxelles ha deciso di rinviare ancora la proposta di bando totale delle importazioni di petrolio russo. Il provvedimento, atteso inizialmente per metà aprile, è scomparso dall’agenda a breve termine della Commissione e, al momento, non è stato neanche ricalendarizzato. A livello ufficiale, i funzionari di Ursula von der Leyen ribadiscono l’impegno europeo a portare avanti il piano. Nei fatti, però, pesano le divisioni interne dell’Ue e la difficoltà di alcuni Stati membri a rinunciare completamente alle forniture russe. Il nodo, insomma, resta quello dell’unanimità. Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal greggio che arriva attraverso il Druzhba (noto come «oleodotto dell’Amicizia»), hanno già ottenuto deroghe alle sanzioni e continuano a opporsi a una stretta definitiva. Non a caso, Viktor Orbán ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Ucraina qualora Kiev non riattivi i rifornimenti che passano per il Druzhba.
Nel frattempo, una parte crescente del petrolio russo continua a circolare al di fuori dei canali ufficiali. È il caso della cosiddetta «flotta ombra», una rete di petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di comodo e con proprietà difficilmente tracciabili, utilizzate per aggirare le sanzioni. Attraverso questi circuiti opachi passa ormai una quota rilevante del greggio di Mosca, che riesce così a raggiungere comunque i mercati internazionali. Negli ultimi mesi, tuttavia, anche questo sistema è finito nel mirino delle nazioni occidentali. Diversi Paesi europei e gli Stati Uniti hanno iniziato a fermare e sequestrare petroliere sospettate di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni. Secondo operatori del settore citati da Reuters, circa 300.000 barili al giorno provenienti dall’Artico, con partenza dal porto di Murmansk, risulterebbero oggi bloccati proprio a causa di queste operazioni. Ufficialmente si tratta di applicazione delle sanzioni. Ma resta aperta una questione: che fine fa il petrolio sequestrato? Viene davvero sottratto al mercato o rientra attraverso altri canali, magari sotto nuove etichette?
Negli ultimi giorni, peraltro, il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze navali ad abbordare le petroliere sospette: una misura che segna il passaggio da una logica puramente sanzionatoria a un intervento più attivo sulle rotte marittime, con il rischio di aumentare tensioni e incidenti. Ieri, per esempio, nel Mar Nero una petroliera turca in arrivo dalla Russia è stata colpita - a poche miglia dal Bosforo - da quello che Ankara ritiene un veicolo sottomarino senza equipaggio. Nessun ferito, ma danni alla sala macchine. Un episodio che conferma come le rotte energetiche siano ormai parte integrante del confronto bellico, non solo sul piano economico, ma ora anche su quello più strettamente militare.
Insomma, il petrolio russo continua a scorrere, ma in un circuito sempre più frammentato e instabile. Non è solo una questione di sanzioni o di mercato: è una guerra parallela, meno visibile ma altrettanto decisiva, in cui si gioca una parte rilevante dell’equilibrio economico e strategico del conflitto russo-ucraino.
Occhio, i prezzi del gas ingannano: il peggio deve ancora arrivare
Nuova giornata di rialzo dei prezzi del gas al mercato Ttf ieri, con il mese di aprile che ha chiuso a 55,22 euro/MWh (+4,55%) e il contratto annuale 2027 che ha chiuso a 44,17 euro/MWh (+4%). L’altalena di notizie dal Golfo Persico prosegue e ieri c’è stato anche ampio spazio per le dichiarazioni di Donald Trump e del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sull’andamento della guerra in Iran e sui suoi effetti. Mentre il presidente seminava una certa confusione con una serie di affermazioni contraddittorie, Bessent ha cercato di tranquillizzare notando come alcune navi abbiano iniziato a transitare dallo stretto di Hormuz. Al di là delle dichiarazioni, però, vi sono alcuni elementi che avranno un impatto molto forte sui prezzi del gas anche se la guerra finisse tra pochi giorni.
I dati mostrano che, mentre il sistema fisico inizia ad entrare in tensione, i prezzi non stanno ancora incorporando pienamente questo rischio e dunque potremmo assistere nei prossimi giorni e settimane ad un aumento vigoroso dei prezzi del gas. L’alta probabilità che i prezzi possano muoversi rapidamente verso l’alto è legata a diversi fattori di base. Innanzitutto, l’offerta globale di gnl, dopo il grave fuori servizio del Qatar, si è ristretta rispetto alla domanda e questo sbilancio fa aumentare i prezzi. Il vero stop al gnl si percepirà da aprile, quando le navi che avrebbero dovuto arrivare in Europa dal Qatar non arriveranno. Il secondo elemento è rappresentato dai movimenti degli stoccaggi europei. Gli spread stagionali si stanno comprimendo fino quasi ad annullarsi e in alcuni punti si rovesciano, con l’estate 2026 sopra l’inverno successivo. Questo distrugge l’economia dello stoccaggio.
Se il differenziale tra estate e inverno si riduce troppo, infatti, il meccanismo di arbitraggio di iniezione perde convenienza. Comprare gas oggi, stoccarlo e rivenderlo in inverno non remunera più il rischio e il capitale e il risultato è che uno dei meccanismi fondamentali di stabilizzazione del mercato si indebolisce. Il sistema cioè diventa più vulnerabile agli shock esterni, proprio mentre il bilancio fisico si sta deteriorando. La decisione dell’Ue di ridurre gli obblighi di riempimento all’80% anziché al 90% a fine stagione estiva aiuta in minima parte a contenere la domanda, ma mette a rischio la tenuta del sistema in inverno. Anche la dinamica della curva dei prezzi futuri conferma questa tensione. Il front month accelera più rapidamente delle scadenze a tre e sei mesi e poi la curva si appiattisce, segnale di stress immediato ma senza il premio necessario a incentivare il refill.
Vi sono poi in gioco le posizioni finanziarie. Esiste una relazione positiva tra variazioni delle posizioni nette dei fondi di investimento e l’andamento dei prezzi. Dopo avere venduto molti volumi nelle settimane passate, ora i fondi stanno ricostituendo posizioni in acquisto (cosiddette lunghe). Dal rapporto sugli impegni dei trader sul mercato Ttf, diffuso settimanalmente dal mercato Ice, si ricava che le posizioni nette lunghe dei fondi finanziari ammontano a circa 293 terawattora, pari a circa 28 miliardi di metri cubi, e tendono a crescere ancora.
Questo significa che il capitale speculativo non sta coprendo un rischio che aveva precedentemente assunto, ma sta prendendo posizione su uno scenario di rialzo. Il numero di fondi attivi è inferiore ai massimi, quindi il mercato è sostenuto da meno operatori ma con esposizioni medie più elevate. Ne deriva una maggiore sensibilità ai movimenti di prezzo, cioè una maggiore volatilità. Inoltre le posizioni si stanno estendendo anche sulle scadenze lunghe, fino al 2028, segnale che chi ha molti capitali e la vista lunga vede la salita dei prezzi come strutturale e non transitoria.
Dunque, il bilancio fisico mondiale si sta deteriorando, la struttura dei prezzi futuri disincentiva gli stoccaggi e il capitale finanziario si posiziona aggressivamente al rialzo. Il risultato è un mercato che nei prezzi correnti non riflette ancora il potenziale rialzista della situazione, che ha perso una buona parte dei suoi meccanismi di stabilizzazione. In queste condizioni, se la domanda non cala, anche un piccolo shock sul lato dell’offerta può tramutarsi in una impennata dei prezzi.
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Donald Trump insieme a Pete Hegseth (Getty Images)
Oltre al profluvio di dichiarazioni contraddittorie del presidente, continua lo show del Pentagono, che schiera la religione però ancora non sa come chiudere la missione. La prossima «vittima» potrebbe essere la Nato.
Chi lo capisce è bravo - e chissà se si capisce almeno da solo. Da quando ha iniziato a bombardare l’Iran, Donald Trump ha pubblicato centinaia di post su Truth e ha inondato il mondo con una raffica micidiale di dichiarazioni, dicendo tutto e il suo contrario: «Abbiamo vinto», ma «Dobbiamo ancora finire il lavoro»; «Non vogliamo il cambio di regime», ma «Abbiamo avuto il cambio di regime»; «Non sappiamo con chi parlare», ma «Stiamo parlando con la gente giusta»; «Troveremo un accordo», ma «Non sappiamo se vogliamo un accordo».
Sullo sfondo, ci sono le bizzarrie in salsa ieratica, al contempo folkloristiche e inquietanti: gli evangelici che impongono le mani sul presidente; Pete Hegseth, il ministro della Guerra, che cita il Salmo 144 e prega perché «ogni proiettile raggiunga il suo bersaglio». Dal destino manifesto dell’America siamo arrivati, come ha scritto Marcello Veneziani, al Dio bomba. Lo spettacolo è raggelante.
Tanto peggio, perché in questo caos è difficile scorgere una strategia. In primo luogo, sul piano bellico. Se, come ha affermato Trump ieri, l’Iran deve essere un Venezuela in grande, i missili non bastano: ci vogliono operazioni terrestri, ancorché mirate. Mettere i boots on the ground, però, sconterebbe i Maga isolazionisti e il pezzo di amministrazione che fa capo al vicepresidente, JD Vance. Il quale, infatti, si è sbracciato per segnalare che il conflitto non si tradurrà in un pantano e per propiziarne una chiusura rapida: «L’esercito iraniano è stato distrutto», ha assicurato ieri. Tradotto: finiamola in fretta. Anche il suo principale freme: la finestra per raggiungere gli obiettivi era di «4-6 settimane», ha spiegato, perciò «siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia». Secondo il Wall Street Journal, ai suoi collaboratori, The Donald avrebbe confermato che vuole la cessazione delle ostilità entro metà maggio, quando incontrerà in Cina Xi Jinping e tornerà a concentrarsi su una vera priorità: i rapporti con il grande avversario dell’America.
Che nella preparazione di Epic fury ci fossero lacune, lo dimostrano gli eventi. In particolare, l’apparente sorpresa della Casa Bianca di fronte alla chiusura di Hormuz e l’indecisione dei vertici politici e militari rispetto a un’incursione a Kharg. Stando ad Axios, il Pentagono starebbe lavorando a ben quattro piani diversi per assestare il «colpo finale» al nemico: «invadere o bloccare» quell’isola; attaccare l’isola di Larak, «avamposto strategico che ospita bunker iraniani, imbarcazioni d’attacco e radar»; prendere il controllo dell’isola di Abu Musa e di altre due minori, situate «all’ingresso occidentale dello Stretto»; e, infine, «bloccare o sequestrare navi che stanno esportando petrolio iraniano sul lato orientale» del braccio di mare conteso. Tutte opzioni molto diverse l’una dall’altra. Ci si poteva aspettare venissero esaminate in anticipo, anziché a guerra in corso.
Non sono poi tanto chiari nemmeno gli obiettivi di questa campagna, né in che modo le idee degli statunitensi si concilino con quelle degli israeliani. Benjamin Netanyahu intende fare piazza pulita del regime e dallo Stato ebraico monta la pressione per invadere. Trump sostiene di potersi accontentare di meno, eppure ha fatto partire i negoziati da richieste massimaliste, nel chiaro interesse di Tel Aviv. Il tycoon era davvero allarmato dal programma nucleare della Repubblica islamica? Se sì, aveva mentito quando, a giugno 2025, sosteneva che l’operazione Midnight hammer avesse già risolto il problema. Sperava di ridisegnare l’equilibrio del Medio Oriente nel senso auspicato dai Patti di Abramo? I nodi del contrasto tra monarchie sunnite del Golfo e Iran sono venuti al pettine. Ma a parte il saudita Mohammad bin Salman, che lo inciterebbe ad annientare gli sciiti, i Paesi arabi non sono scesi in campo.
Tale nebulosità, magari, è funzionale: in qualsiasi momento - ci sta già provando - Trump potrebbe dichiarare di aver vinto e trarsi d’impaccio. Intanto, il disastro economico globale è compiuto.
Esaminate dall’Italia, sono buone ragioni per dissociarsi più nettamente da Washington. In fondo, i regalini giunti da Oltreoceano, cominciando dai dazi fino alla mazzata su carburanti e bollette, hanno contribuito a mettere il governo nella posizione scomoda che occupa ora. Confidare in mediazioni e sussidi non basta. Sono inutili le trovate propagandiste alla Pedro Sánchez: cosa possa avvenire e cosa no nelle basi Usa l’abbiamo capito e non lo si cambia a colpi di annunci. Non è nemmeno il caso di ritrovarsi coperti di elogi da Teheran, come sta capitando al premier spagnolo. Ormai, comunque, certi percorsi sono irreversibili: che Trump batta sulla Nato «tigre di carta», che «non fa assolutamente niente» mentre gli Usa ci sono «sempre stati», prelude forse al loro definitivo forfait. Ecco perché - cogliendo al balzo la suggestione del presidente del Consiglio Ue, António Costa - si dovrà «tornare a parlare» con la Russia. La nostra sicurezza non passerà solo dal riarmo, ma anche dalla capacità di districarci su uno scacchiere di accordi precari e sanguinosi attriti tra grandi e medie potenze. È questione da affidare a Luigino Di Maio?
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Lo stretto di Hormuz (Ansa)
- La Casa Bianca attacca: «Stanno supplicando un accordo, sono strani». Teheran: «Solo la vittoria». Ma il dialogo prosegue. E nasce il fronte per riaprire il passaggio.
- Tel Aviv mira a non interrompere il conflitto. I media dello Stato ebraico riferiscono che Donald Trump sta valutando l’operazione di terra contro i pasdaran. Bombe su Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli
Nonostante la retorica bellicosa e le minacce di escalation, dietro le quinte prende forma un negoziato che potrebbe portare alla conclusione della guerra tra Stati Uniti e Iran. Le dichiarazioni pubbliche continuano a evocare colpi decisivi e nuove operazioni militari, ma i segnali diplomatici indicano che le parti stanno cercando una via d’uscita.
Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe confidato ai suoi collaboratori l’intenzione di evitare un conflitto prolungato, esprimendo la speranza di chiudere le operazioni nel giro di poche settimane. Il presidente avrebbe invitato i consiglieri a mantenere la tempistica già indicata pubblicamente, compresa tra quattro e sei settimane, e perfino la pianificazione di un viaggio in Cina a metà maggio sarebbe stata costruita sull’ipotesi che la guerra termini prima di quell’appuntamento. Sul piano militare, tuttavia, l’intensità delle operazioni resta elevata. Il Comando centrale statunitense ha comunicato che dall’inizio del conflitto, avviato il 28 febbraio, sono stati colpiti oltre 10.000 obiettivi, sottolineando che le forze americane continuano a neutralizzare le minacce attribuite al regime iraniano. Allo stesso tempo, il Pentagono sta valutando diverse opzioni per un possibile «colpo finale», tra cui operazioni terrestri e una massiccia campagna di bombardamenti. Questa pressione militare, secondo fonti interne all’amministrazione, servirebbe anche a rafforzare la leva negoziale. Non a caso, mentre le operazioni proseguono, emergono conferme sempre più esplicite di contatti diplomatici. I Capi di Stato maggiore di 35 Paesi si sono riuniti in videoconferenza per valutare la creazione di una coalizione destinata a favorire la ripresa della navigazione nello stretto di Hormuz dopo la fine dei combattimenti. Lo ha reso noto il ministero francese delle forze armate, spiegando che l’incontro, promosso dalla Francia, ha consentito di raccogliere le posizioni dei Paesi interessati a un’iniziativa coordinata per garantire la sicurezza marittima in un’area strategica. Parigi ha sottolineato che il progetto è separato dalle operazioni militari in corso e ha carattere esclusivamente difensivo. Diversi Stati, infatti, si dichiarano disponibili a contribuire alla sicurezza dello stretto, ma senza essere coinvolti nelle offensive condotte da Usa e Israele.
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha rivelato che negoziati indiretti tra Washington e Teheran sono già in corso attraverso messaggi trasmessi dal Pakistan. Le dichiarazioni pubbliche di Trump restano aggressive e accompagnate da nuovi attacchi agli alleati. Il presidente ha criticato apertamente l’Alleanza atlantica sostenendo che «la Nato non ha aiutato» durante la crisi iraniana e aggiungendo: «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di nulla dalla Nato, ma non dimenticate mai questo punto fondamentale in questo momento». In un altro passaggio ha attaccato soprattutto i partner europei: «Noi siamo lì a proteggere l’Europa dalla Russia, in teoria la cosa non ci riguarderebbe. Abbiamo un grosso, grasso e meraviglioso oceano a separarci». E ha proseguito: «Ci siamo sempre stati quando avevano bisogno del nostro aiuto, o almeno prima era così. Ma ora non lo so più, ad essere onesti».Trump ha, inoltre, definito «molto inappropriate» le parole del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, secondo cui la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran «non ha nulla a che vedere con la Nato».
Il presidente ha poi sostenuto che i negoziatori iraniani starebbero «supplicando» un accordo, pur negandolo ufficialmente per timore di ritorsioni interne. «I negoziatori iraniani sono molto diversi e strani. Ci stanno supplicando di concludere un accordo, cosa che dovrebbero fare dato che sono stati annientati militarmente, senza alcuna possibilità di rimonta, eppure dichiarano pubblicamente che stanno solo valutando la nostra proposta. Sbagliato. Farebbero meglio a fare sul serio al più presto, prima che sia troppo tardi». Ha quindi insistito sul fatto che i colloqui siano già in corso: «Stanno negoziando e vogliono concludere un accordo a tutti i costi. Ma hanno paura di dirlo, perché immaginano che verrebbero uccisi dalla loro stessa gente». In un altro passaggio ha ribadito la tempistica del conflitto affermando che «la guerra durerà quattro-sei settimane e siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia», aggiungendo che «se faranno l’accordo giusto, lo Stretto riaprirà». Ha inoltre lasciato intendere possibili nuovi attacchi: «Ci sono altri bersagli che vogliamo colpire prima di andarcene». Sulla questione è intervenuto anche il segretario di Stato, Marco Rubio: «Hormuz? Potrebbe essere riaperto domani se l’Iran smettesse di minacciare la navigazione globale, il che è un oltraggio e una violazione del diritto internazionale». E poi, ancora: «Noi abbiamo contribuito più di qualsiasi altro Paese nel mondo in una guerra che sta accadendo in un altro continente, in Ucraina. Ma quando gli Stati Uniti avevano bisogno, non hanno ricevuto risposte positive».
Sul terreno, la tensione resta alta con una serie di attacchi a Teheran. In questo clima, anche la leadership iraniana ha adottato toni duri. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato su X: «Nessuno può imporre ultimatum all’Iran e al suo popolo: i vostri figli non lasceranno sfuggire questa occasione e proseguiranno fino alla piena vittoria». Secondo fonti d’intelligence, Teheran avrebbe inoltre rafforzato le difese sull’isola di Kharg, posizionando mine e sistemi antiaerei in vista di una possibile operazione statunitense.
Nel frattempo, anche l’Iran ha formalizzato la propria posizione, confermando indirettamente l’esistenza di un negoziato. La risposta alla proposta statunitense in quindici punti per porre fine al conflitto è stata trasmessa agli Stati Uniti attraverso mediatori, con Teheran in attesa di una replica. Tra minacce, operazioni militari e dichiarazioni di vittoria, il filo conduttore resta quello di un confronto che si sta spostando progressivamente sul terreno diplomatico.
Israele non molla e «tifa» l’invasione
Benjamin Netanyahu continua a guardare con circospezione all’iniziativa diplomatica statunitense nei confronti dell’Iran. Stando al New York Times e al Wall Street Journal, il premier israeliano temerebbe che Donald Trump possa concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Netanyahu avrebbe, in particolare, paura di non riuscire a debellare interamente l’industria bellica iraniana. Ciononostante, il premier israeliano non è l’unico a guardare con apprensione alle manovre diplomatiche di Washington. Sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché la Casa Bianca prosegua il conflitto con Teheran. Tutto questo, mentre, ieri il Washington Post riportava che Riad e Abu Dhabi spererebbero in una conclusione non eccessivamente celere della guerra. Il che potrebbe spingere a ipotizzare una sponda sotterranea tra le due capitali del Golfo e Gerusalemme.
Senza dubbio Netanyahu condivide gran parte dei punti presenti nel piano di pace presentato da Trump, a partire dalle condizioni che imporrebbero a Teheran di rinunciare all’arricchimento dell’uranio, limitare il suo programma balistico e cessare il sostegno ai proxy regionali: giusto ieri, durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, il portavoce internazionale dell’Idf, Nadav Shoshani ha sottolineato che l’obiettivo militare principale dello Stato ebraico è quello di impedire a Teheran sia di conseguire l’arma atomica sia di continuare a sviluppare il suo comparto missilistico. Dall’altra parte, però, i funzionari israeliani temono che, in eventuali trattative, gli iraniani possano non negoziare in buona fede.
Non solo. Axios ha riferito che Trump si sarebbe opposto all’idea di Netanyahu di incitare una rivolta popolare in Iran. E qui emerge il vero punto di dissidio tra i due leader. Se entrambi sono d’accordo nel voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica e nel voler limitare il suo programma balistico, divergono tuttavia rispetto al futuro politico-istituzionale dell’Iran. Più propenso a un regime change in piena regola, il premier israeliano guarda con sospetto alla soluzione venezuelana caldeggiata dalla Casa Bianca. Trump punta a interloquire con qualche pezzo del vecchio regime, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, il presidente americano mira a non restare invischiato in costosi processi di nation building e, in secondo luogo, spera anche di cooperare in futuro con Teheran nel settore petrolifero. Israele, dal canto suo, vorrebbe invece sbarazzarsi totalmente del khomeinismo, considerando la questione di vitale importanza per la propria sicurezza. In tutto questo, dei media israeliani hanno riportato che, secondo alcuni funzionari di Paesi mediatori, Trump sarebbe intenzionato ordinare un’operazione di terra contro l’Iran. Anche Axios, citando funzionari americani, ha riferito che la Casa Bianca sta valutando opzioni in tal senso.
Proseguono frattanto le operazioni militari dello Stato ebraico. Ieri, l’Idf ha reso noto di aver eliminato i vertici della Marina dei pasdaran, incluso il comandante, Alireza Tangsiri. Secondo le forze israeliane, la sua uccisione «costituisce un ulteriore duro colpo alle strutture di comando e controllo delle Guardie della rivoluzione e alla loro capacità di orchestrare attività terroristiche in ambito marittimo contro i paesi della regione». «Ieri sera abbiamo eliminato il comandante della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Quest’uomo ha le mani sporche di sangue ed è stato lui a guidare la chiusura dello Stretto di Hormuz», ha affermato Netanyahu. Anche Centcom ha apprezzato l’eliminazione di Tangsiri, sostenendo che «rende la regione più sicura». Al contempo, ieri pomeriggio l’esercito israeliano ha reso noto che, nel corso delle 24 ore precedenti, la sua aeronautica aveva condotto vari bombardamenti in Iran, mettendo nel mirino svariati impianti di produzione d’armi. Tra l’altro, durante il suo briefing organizzato dall’ambasciata israeliana a Roma, Shoshani ha evidenziato che i missili iraniani potrebbero rappresentare una minaccia anche per i Paesi europei (e per la stessa Italia).
Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver avviato nuovi attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nel Libano meridionale: un’area, questa, in cui Gerusalemme ieri ha reso noto di stare ampliando la propria zona di sicurezza. In questo quadro, sempre ieri, le forze israeliane hanno comunicato che due loro soldati sono rimasti uccisi in due scontri con l’organizzazione terroristica sciita. Dall’altra parte, il generale di divisione Rafi Milo, ha dichiarato che sono stati eliminati circa 750 miliziani di Hezbollah dall’inizio del conflitto. «Finora abbiamo eliminato più di 750 terroristi, distrutto infrastrutture in tutto il Libano. Stiamo esercitando pressione su Hezbollah, spingendolo verso Nord e distruggendone le capacità», ha affermato. Non solo. L’esercito dello Stato ebraico ha anche comunicato che, nella serata dell’altro ieri, è stato eliminato un alto comandante del gruppo terroristico libanese: Hassan Mohammad Bashir.
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