2020-05-05
Ilaria Salis (Imagoeconomica)
Incredibile emendamento degli eurodeputati di estrema sinistra, tra cui l’italiana: «Basta criminalizzare chi si insedia abusivamente in strutture pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali».
Oggi il Parlamento europeo vota a Strasburgo, in seduta plenaria, il rapporto finale sulla edilizia abitativa: si vuole contrastare il fenomeno della crescita dei prezzi delle case, tendenza che rende più difficile trovare un alloggio a buon prezzo. I giovani europei sono tra i più colpiti e spesso restano più a lungo a vivere con i genitori.
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
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La liberalizzazione dei lidi doveva fermare i rincari e invece ha aperto ai colossi del lusso e a chi acquista e subaffitta licenze.
«Lo chiamano libero mercato, ma è una confisca in nome dell’Europa». Fabrizio Licordari presidente di Assobalneari, la maggiore delle associazioni tra chi gestisce i lidi aderente a Confindustria, torna a suonare la carica. Sull’annosissimo tema delle concessioni non si è fatto un passo avanti «anzi se ne sono fatti molti indietro e la manifestazione organizzata a Sanremo davanti all’Ariston durante il Festival dimostra che la categoria è stanca di continui soprusi e incertezze».
La direttiva Bolkestein dietro cui si ripara la Commissione europea doveva servire a mitigare il cosiddetto «caro ombrellone» e a liberalizzare le licenze. Il risultato è esattamente l’opposto. Avremo quest’anno un’ impennata dei prezzi perché le poche gare che si sono sin qui concluse - un migliaio su circa 25.000 concessioni in scadenza - per la riassegnazione delle «licenze» sono state vinte nella stragrande maggioranza da gruppi finanziari. Le multinazionali sono già sbarcate in Costa Smeralda e oggi i titolari delle circa 1.500 concessioni dell’isola temono «un effetto Grecia».
Grandi gruppi come Lvmh, Forte, Dior, Dolce & Gabbana, Missoni, Loro Piana e Armani e in ultimo Del Vecchio junior stanno acquisendo concessioni che piano piano vanno all’asta: dalla Sardegna, alla Versilia passando per Sicilia e Romagna. Molti di questi lidi vengono trasformati in mete di lusso con un aumento vertiginoso dei prezzi (e ovviamente una qualità altissima dei servizi) ma ci sono anche gruppi immobiliari che fanno incetta di licenze e poi le subaffittano ai vecchi gestori.
«Partecipano alle aste», evidenzia Licordari, «poi vanno dal vecchio concessionario e gli dicono: se mi dai 50.000 euro ti lascio la gestione. In pratica visto che uno degli argomenti forti di chi contesta il nostro turismo balneare è che si pagano concessioni irrisorie al demanio con le aste si raggiunte questo eccezionale risultato: il canone anche raddoppiato per lo Stato resta basso, i grandi gruppi lucrano sul subaffitto della gestione e il cliente alla fine paga di più». Che via sia questo tentativo di scalare le vecchie imprese familiari – in Italia sono 30.000 con, malcontati, 300.000 addetti – è confermato dalla nascita del cosiddetto «club deal» Onda che riunisce Marzotto, Enrico Giacomelli di Namirial, Rivetti, storica dinastia del tessile che ha lanciato Stone Island, Zucchetti, leader del software, Davide Tavaniello e la famiglia Lunelli delle Cantine Ferrari. Questo trust sta partecipando a tutte le aste del Nord-Est. La ragione? Sta nei numeri. Il business balneare in sé fattura attorno ai 25 miliardi, se sviluppa l’indotto – dalla ristorazione alle Spa passando per la moda- Nomisma stima che si arrivi a sfiorare i cento miliardi. «Ho provato a spiegarlo», dice ancora Licordari, «cento volte a Salvatore D’Acunto che è uno dei direttori della Concorrenza a Bruxelles, ma lui non ci riceve neppure e ha un giudizio non troppo lusinghiero dei nostri governi».
La pratica stabilimenti balneari è ferma a un anno fa. Le concessioni sono prorogate fino al settembre del 2027, possono esserci in casi particolari slittamenti di altri sei-otto mesi ma entro la fine di quest’anno le gare vano espletate. Il problema è che non si sa come. Ogni comune va in ordine sparso: c’è chi fa concessioni e cinque anni, chi a venti, chi a tre. In Liguria è un caos con continui ricorsi al Tar e con sindaci come Mattia Fiorini di Spotorno che vuole almeno il 40% di spiagge libere. C’è poi un tema cruciale: quello degli indennizzi. Anche qui c’è una confusione normativa assoluta. Secondo l’articolo 49 del codice della navigazione chi perde la concessione non ha diritto a nulla e tutto ciò che ha costruito sul demanio viene inglobato dallo Stato. Per il Consiglio di Stato è così mentre la Cassazione si ritiene che il subentro nella concessione messa all’asta segni una continuità di attività e dunque ci sia diritto all’indennizzo. Anche su questo punto il governo sta preparando un decreto che dovrebbe consentire al vecchio gestore di recuperare gli investimenti fatti negli ultimi cinque anni e non ancora ammortizzati. «È l’ennesima presa in giro», sottolinea Licordari, «perché negli ultimi cinque anni nessuno ha più investito e se non mi paghi l’avviamento, non mi fai recuperare l’investimento che ho fatto sulle strutture, sui moli, sulla depurazione, sulla sicurezza in mare e la tutela dell’ambiente mi stai confiscando un bene, non è neppure un esproprio perché almeno quello prevede un indennizzo».
Se la Bolkestein doveva servire a liberalizzare il mercato e ad abbassare le tariffe ha fallito. E poi c’è sempre l’interpretazione della direttiva. «Per essere applicata» -spiega il presidente di Assobalneari, «prevede che vi sia scarsità della risorsa, noi e i tecnici che hanno lavorato al tavolo interministeriale voluto da Giorgia Meloni abbiamo dimostrato, e lo abbiamo inutilmente ripetuto anche a Salvatore D’Acunto, che solo il 34% delle spiagge italiane è coperto da concessioni; non c’è alcuna scarsità». Semmai rischia che finiscano per scarseggiare i turisti.
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Giorgio Mulè (Imagoeconomica)
Il forzista vicepresidente della Camera: «Certi giudici hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, e l’Alta corte era nel programma del Pd. Vassalli voleva le carriere separate, fu fermato dal partito più potente: l’Anm».
Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati, l’Italia è, insieme alla Grecia, la Cenerentola della separazione delle carriere. Persino il Vaticano l’ha introdotta da più di un lustro».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito del referendum si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».
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Un vano nascosto dietro una parete, invisibile a un primo sguardo, protetto da una botola a scomparsa e realizzato in cemento armato per garantire solidità e riservatezza assoluta. È quanto scoperto nei giorni scorsi dai Carabinieri della Compagnia di Bianco nel corso di un servizio straordinario di controllo del territorio di San Luca (Reggio Calabria).
L’operazione, condotta con il supporto dei militari dello Squadrone Eliportato «Cacciatori» di Vibo Valentia, ha portato all’individuazione all’interno di un’abitazione privata ancora in costruzione, di un bunker completamente nascosto. L’accesso era abilmente mimetizzato in una parete dell’immobile: una botola a scomparsa conduceva a un locale interrato di circa tre metri per tre, con un’altezza di circa tre metri, realizzato in cemento armato e strutturato in modo da renderne estremamente difficoltosa l’individuazione. La conformazione del vano, isolato e non visibile dall’esterno, lascia ipotizzare una possibile destinazione all’occultamento di armi, sostanze stupefacenti o al rifugio di persone intenzionate a sottrarsi alle ricerche. Un ambiente progettato per non essere trovato, emerso invece grazie all’attenta e capillare attività di controllo dei militari dell’Arma. Il rinvenimento si inserisce in una più ampia strategia di presidio e prevenzione messa in campo dai Carabinieri nelle aree interne della Locride, con l’obiettivo di contrastare ogni forma di illegalità e rafforzare la presenza dello Stato sul territorio.
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