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2025-12-20
Presi a schiaffi Ursula e Merz, la Ue ora è guidata da Italia e Francia
Friedrich Merz e Ursula von Der Leyen (Ansa)
Meloni ha messo il peso del nostro Paese in Consiglio dalla parte del Belgio, mentre il primo ministro Bart De Wever negoziava con l’Ungheria per trovare la scappatoia del prestito da 90 miliardi ed evitare l’utilizzo dei fondi russi. «Il buon senso ha prevalso», ha dichiarato Giorgia Meloni alla fine. Mentre Merz non ha toccato palla, Meloni ha mosso per tempo le sue pedine e ha portato a casa il risultato. Per una volta, chi si è trovata la pietanza cucinata è stata la Germania. Il voto a maggioranza sul sequestro dei fondi russi avrebbe significato inaugurare una prassi di rottura del quadro istituzionale europeo, le cui conseguenze sarebbero state molto gravi sotto diversi profili.
Il presidente del Consiglio ha anche dettato la linea del rinvio dell’accordo commerciale Ue-Mercosur, schierandosi con la Francia per ottenere più tempo, onde valutare gli impatti del trattato ed avere chiarimenti sulle contromisure. Piaccia o non piaccia, Meloni è riuscita nell’impresa di tenere insieme il quadro delle regole europee, allo stesso tempo evitando un passo dal quale l’Ue non avrebbe mai potuto tornare indietro. Probabilmente ora è più chiaro anche in Europa che il quadro politico è cambiato. Non è più il tempo di Angela Merkel e l’Italia sta dimostrando di poter influenzare l’agenda europea attraverso una azione diplomatica non di rottura, ma di persuasione e ragionevolezza. Questa è senz’altro una novità politica rilevante che a molti, anche in Italia, probabilmente non piacerà.
Così come ci saranno molti in Italia per cui, invece, questo non è abbastanza. Ma nel delicato passaggio storico che stiamo vivendo, Meloni ha dimostrato in Europa un’efficacia di azione e una sapienza tattica cui l’Italia era disabituata, arrivando anche a giocare di sponda con un «nemico» storico come la Francia di Emmanuel Macron pur di arrivare all’obiettivo. Dopo decenni di acritici ossequi alle peggiori politiche europee, vedere emergere una linea italiana è un passo avanti notevole. Si può non essere d’accordo nel merito delle scelte, ma almeno ci si può rallegrare per il ritorno della politica e per un nuovo ruolo dell’Italia.
Dall’altra parte, anche tornando indietro nel tempo di parecchio, è difficile ricordare un vertice europeo da cui la Germania sia uscita così suonata. Il secco «no» all’uso dei fondi russi congelati e il rinvio della firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur sono due rilevanti sconfitte politiche per Merz, che aveva messo tutto il suo peso su entrambe le questioni. «Oggi sono stato messo davvero alla prova», ha detto il cancelliere, apparendo stanco e stropicciato a notte fonda davanti ai giornalisti.
In merito all’utilizzo dei fondi russi, quella che veniva spacciata da Berlino come «unica soluzione possibile» per evitare «la fine dell’Europa» era solo una delle diverse opzioni, come ha dimostrato l’esito del vertice. «L’unica decisione possibile è che l’Europa accetti e che il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio si rechino domani in Sud America e firmino questo accordo», aveva invece detto Merz alla vigilia parlando del Mercosur. Non è proprio andata così e Merz ha dovuto incassare un altro colpo. A valle del vertice, Merz ha minimizzato la sua sconfitta personale parlando di grande successo dell’Europa, ma la realtà è che i suoi ultimatum ai partner europei sono stati regolarmente ignorati. Merz ha ambizioni di diventare il nuovo leader dell’Ue in quanto cancelliere tedesco, ma non è riuscito a soddisfare neppure le sue stesse aspettative in questo appuntamento. È in difficoltà in patria, dove deve governare in coalizione con la Spd e dove, ad esempio, il suo candidato alla presidenza della Fondazione Konrad Adenauer è stato battuto ieri da Annegret Kramp-Karrenbauer, esponente di una diversa corrente della Cdu. L’unica consolazione per Merz è che dalla prosecuzione della guerra con altri 90 miliardi di euro messi sul piatto arriverà qualche grossa commessa per Rehinmetall e l’indotto industriale tedesco della difesa.
Le reazioni politiche in Germania, in realtà, sono di sollievo per la soluzione escogitata, stante che l’all-in di Merz non era così sentito nel suo partito. Molto dura, invece, la stampa. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha titolato «Così Merz è stato ingannato», mentre Die Welt ha scritto: «Doppia sconfitta per il cancelliere».
Berlino sta perdendo la sua presa sull’Unione europea che, da quando Merz è diventato cancelliere, non risponde più ai comandi come faceva fino a poco tempo fa.
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Il cancelliere tedesco sognava di dettare legge come la Merkel Ma è uscito ko dal Consiglio europeo. Dove si è imposta Meloni.Doppia sconfitta politica per il cancelliere tedesco Friedrich Merz al Consiglio europeo di giovedì, dove si è deciso di non procedere con l’utilizzo dei fondi russi depositati in Belgio e dove si è preso atto del rinvio della firma del patto commerciale con il Mercosur.Su entrambi i dossier, Merz aveva speso tutta la sua influenza e cospicue energie, nella convinzione che fossero due mosse irrinunciabili per l’Ue. I risultati del Consiglio, invece, premiano la diplomazia discreta di Giorgia Meloni che, senza dare troppo nell’occhio, ha assunto un ruolo di regia delle soluzioni adottate e ha ottenuto ciò che voleva. Un Consiglio europeo, quello del 18 dicembre, che a suo modo segna una svolta importante e da cui emerge una nuova forza dell’Italia rispetto alla frastornata Bruxelles e alle deboli cancellerie europee.Meloni ha messo il peso del nostro Paese in Consiglio dalla parte del Belgio, mentre il primo ministro Bart De Wever negoziava con l’Ungheria per trovare la scappatoia del prestito da 90 miliardi ed evitare l’utilizzo dei fondi russi. «Il buon senso ha prevalso», ha dichiarato Giorgia Meloni alla fine. Mentre Merz non ha toccato palla, Meloni ha mosso per tempo le sue pedine e ha portato a casa il risultato. Per una volta, chi si è trovata la pietanza cucinata è stata la Germania. Il voto a maggioranza sul sequestro dei fondi russi avrebbe significato inaugurare una prassi di rottura del quadro istituzionale europeo, le cui conseguenze sarebbero state molto gravi sotto diversi profili.Il presidente del Consiglio ha anche dettato la linea del rinvio dell’accordo commerciale Ue-Mercosur, schierandosi con la Francia per ottenere più tempo, onde valutare gli impatti del trattato ed avere chiarimenti sulle contromisure. Piaccia o non piaccia, Meloni è riuscita nell’impresa di tenere insieme il quadro delle regole europee, allo stesso tempo evitando un passo dal quale l’Ue non avrebbe mai potuto tornare indietro. Probabilmente ora è più chiaro anche in Europa che il quadro politico è cambiato. Non è più il tempo di Angela Merkel e l’Italia sta dimostrando di poter influenzare l’agenda europea attraverso una azione diplomatica non di rottura, ma di persuasione e ragionevolezza. Questa è senz’altro una novità politica rilevante che a molti, anche in Italia, probabilmente non piacerà.Così come ci saranno molti in Italia per cui, invece, questo non è abbastanza. Ma nel delicato passaggio storico che stiamo vivendo, Meloni ha dimostrato in Europa un’efficacia di azione e una sapienza tattica cui l’Italia era disabituata, arrivando anche a giocare di sponda con un «nemico» storico come la Francia di Emmanuel Macron pur di arrivare all’obiettivo. Dopo decenni di acritici ossequi alle peggiori politiche europee, vedere emergere una linea italiana è un passo avanti notevole. Si può non essere d’accordo nel merito delle scelte, ma almeno ci si può rallegrare per il ritorno della politica e per un nuovo ruolo dell’Italia.Dall’altra parte, anche tornando indietro nel tempo di parecchio, è difficile ricordare un vertice europeo da cui la Germania sia uscita così suonata. Il secco «no» all’uso dei fondi russi congelati e il rinvio della firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur sono due rilevanti sconfitte politiche per Merz, che aveva messo tutto il suo peso su entrambe le questioni. «Oggi sono stato messo davvero alla prova», ha detto il cancelliere, apparendo stanco e stropicciato a notte fonda davanti ai giornalisti.In merito all’utilizzo dei fondi russi, quella che veniva spacciata da Berlino come «unica soluzione possibile» per evitare «la fine dell’Europa» era solo una delle diverse opzioni, come ha dimostrato l’esito del vertice. «L’unica decisione possibile è che l’Europa accetti e che il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio si rechino domani in Sud America e firmino questo accordo», aveva invece detto Merz alla vigilia parlando del Mercosur. Non è proprio andata così e Merz ha dovuto incassare un altro colpo. A valle del vertice, Merz ha minimizzato la sua sconfitta personale parlando di grande successo dell’Europa, ma la realtà è che i suoi ultimatum ai partner europei sono stati regolarmente ignorati. Merz ha ambizioni di diventare il nuovo leader dell’Ue in quanto cancelliere tedesco, ma non è riuscito a soddisfare neppure le sue stesse aspettative in questo appuntamento. È in difficoltà in patria, dove deve governare in coalizione con la Spd e dove, ad esempio, il suo candidato alla presidenza della Fondazione Konrad Adenauer è stato battuto ieri da Annegret Kramp-Karrenbauer, esponente di una diversa corrente della Cdu. L’unica consolazione per Merz è che dalla prosecuzione della guerra con altri 90 miliardi di euro messi sul piatto arriverà qualche grossa commessa per Rehinmetall e l’indotto industriale tedesco della difesa.Le reazioni politiche in Germania, in realtà, sono di sollievo per la soluzione escogitata, stante che l’all-in di Merz non era così sentito nel suo partito. Molto dura, invece, la stampa. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha titolato «Così Merz è stato ingannato», mentre Die Welt ha scritto: «Doppia sconfitta per il cancelliere».Berlino sta perdendo la sua presa sull’Unione europea che, da quando Merz è diventato cancelliere, non risponde più ai comandi come faceva fino a poco tempo fa.
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.