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2023-10-09
Pollo arrosto con le patate: la coppia più amata dagli italiani
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Avreste mai detto che agli italiani piace il pollo arrosto con patate più di pomodoro e mozzarella, più di pane e mortadella e più di cappuccino e cornetto? Chi scrive non saprebbe rispondere né sì, né no, quindi è una domanda retorica anche perché parliamo di capisaldi delle abitudini della cucina italiana, sebbene alcuni recentissimi, come cappuccino e cornetto (in passato la colazione popolare erano gli avanzi della sera prima oppure latte e caffè, sì, ma con pane, magari quello più secco). Eppure il sondaggio svolto da AstraRicerche per il Pollo Arrosto Day che si è celebrato lo scorso 2 ottobre parla chiaro: di fronte alle coppie gastronomiche proposte agli intervistati, il 52,6% ha considerato abbinamento perfetto il pollo arrosto con le patate, il 48,1% pomodoro e mozzarella, il 40,2 % pane e mortadella, il 37,3% cappuccino e cornetto e il 33,4% prosciutto e melone.
Pollo Arrosto Day è una giornata istituita da Unaitalia, l’Associazione nazionale produttori di carni bianche, per celebrare innanzitutto il pollo arrosto con patate e poi la tradizione che esso rappresenta. Il 95% degli italiani mangia pollo arrosto e patate. Il 70% degli italiani lo mangia ogni 15 giorni, il 40,2% almeno una volta a settimana. L’abbinamento del pollo arrosto con le patate non è un’esclusiva ma sicuramente ne siamo dei cultori decisamente appassionati, forse anche perché amiamo la carne di pollo: ne consumiamo 16,38 kg a testa (dati Unitalia riferiti al 2022) ed è la carne che mangiamo di più. Ma perché pollo e patate arrosto sono un’accoppiata perfetta?
Secondo il chimico Silvano Fuso, autore del libro Sensi chimici, la scienza degli odori e dei sapori, prefazione di Piero Angela, Carocci editore, pollo e patate arrosto sono per noi due golosità che messe insieme fanno una golosità ancora maggiore per via della caramellizzazione: «Grande merito è da attribuire alla reazione di Maillard, un processo chimico che avviene durante la cottura che si verifica solo negli alimenti che contengono sia zuccheri che amminoacidi (costituenti delle proteine). Essa produce sostanze molto gradite al nostro cervello. Per il pollo arrosto con le patate, in particolare, si verifica a 140 gradi: quando amminoacidi e zuccheri delle patate si incontrano a fuoco vivo iniziano a generare una serie di composti odorosi. In fase finale questa reazione si manifesta con un sapore complesso e un colore marroncino/dorato che suggerisce l’idea della croccantezza. E la classica crosticina bruna: è questo che ci fa battere il cuore e rende gustoso il pollo arrosto».
Anche secondo Alessandro Negrini e Fabio Pisani, chef due stelle Michelin dello storico gran ristorante Il Luogo di Aimo e Nadia, il segreto del match sta nel connubio tra pollo e patate: «Pollo arrosto e patate sono un match perfetto, per il sapore, ma soprattutto per la consistenza. Si tratta di due alimenti che interagiscono perfettamente: le carni bianche tendono ad essere più asciutte delle rosse, le patate quindi fungono da elemento di bilanciamento riportando una certa cremosità in bocca. Quello che affascina del piatto è soprattutto la consistenza, che garantisce morbidezza dentro e croccantezza fuori. Poi il sapore: il pollo arrosto va cucinato assieme alle patate, nella stessa pentola. Solo così le patate prendono tutto il sapore del pollo, con il caramellizzato della pentola che va all’interno della ricetta. Una tecnica che sarà alla base del nostro piatto di pollo e patate ideato per il Pollo Arrosto Day 2023, che ci ha entusiasmato al punto da non escludere di inserirlo nei nostri menù». I due grandi chef hanno ideato un pollo arrosto davvero particolare e allo stesso tempo perfettamente fruibile anche dal mangiatore digiuno di elaborazioni di alta cucina. Un piatto fenomenale, pop e iconico di cui vi diamo la ricetta nei box.
Tornando all’abbinata, il pollo è perfetto con le patate accanto anche dal punto di vista nutrizionale. Il professor Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo dell’Università Campus Biomedico di Roma, spiega: «Le carni bianche, come il pollo, sono ricche di proteine nobili, di vitamine del gruppo B - ottime per la struttura muscolare e la crescita dei tessuti - e povere di grassi, tra cui prevalgono quelli buoni come omega-6 e omega-3. È fondamentale ricordare che il pollo essendo un alimento magro e povero di carboidrati, non costituisce da solo un piatto completo. Perciò, abbinarlo con le patate o il riso, e qualche verdura come lattuga, zucchina, carota, pomodoro, crea un pasto completo. Nel caso del pollo arrosto ricordiamoci che ci regaliamo una coccola: dobbiamo fare attenzione soprattutto alla pelle, che è grassa e sarebbe meglio eliminarla, soprattutto se eccessivamente cotta e scura». Oppure, si può «trattare» col limone. Come spiega anche chef Negrini: «Il limone come il bergamotto sono un classico del pollo arrosto ed hanno lo scopo essenziale di sgrassare la pelle. Senza contare che i grassi caramellati con il limone creano un gusto agrodolce strepitoso». Il limone, poi, grazie al contenuto di vitamina C, permette un maggiore assorbimento del ferro eme contenuto nella carne e diverso dal ferro vegetale. Spiega ancora il professor Piretta: «La presenza della vitamina C aiuta a trasformare il ferro presente nella carne in una forma più biodisponibile. Quindi qualunque abbinamento tra carne e verdure come pomodori o broccoli oppure frutta contenente vitamina C, come limoni, bergamotto, arance, è un modo per migliorare l’assorbimento del ferro. Se poi alla carne aggiungiamo altri tipi di frutta come ananas, papaya e mango che contengono bromelina, una sostanza che aiuta la digestione proteica, otteniamo un vantaggio nella digestione. Altro abbinamento importante è quello con frutti di bosco, ribes, mirtilli che, oltre alla vitamina C, contengono anche antiossidanti che aiutano a neutralizzare eventuali molecole pro-infiammatorie provenienti dalla cottura ad alte temperature, come ad esempio quella al forno del pollo arrosto. Questo riguarda in particolare la pelle. Se la si mangia, occorre pensare che l’abbinamento con antiossidanti fa bene».
«Le carni bianche con l’inflazione sono un bene rifugio»
Lara Sanfrancesco, direttrice di Unaitalia (l’associazione dei produttori di carni bianche italiane), ci racconta quali sono le carni preferite dagli italiani?
«Se parliamo di consumi di carni fresche, quindi quelle fresche che si trovano al banco (esclusi i salumi), al primo posto c’è proprio la carne di pollo, che negli ultimi anni ha anche sorpassato la carne bovina, con circa 16 kg pro capite consumati. Se a questi 16 kg aggiungiamo poi 4 kg di carne di tacchino, arriviamo per le carni cosiddette bianche a un totale di 20,5 kg pro capite di consumi nel 2022, che sostanzialmente rappresentano il 35% degli acquisti domestici di carne degli italiani e quindi restano sostanzialmente le preferite degli italiani».
Quindi gli italiani preferiscono la carne bianca.
«Sì, seguita dal bovino e dal suino. Chiaramente parliamo di carni fresche, perché in Italia abbiamo anche una grande tradizione di salumeria. Le carni bianche rappresentano un pezzo veramente importante del sistema agri-food italiano, perché la nostra filiera, quella delle carni avicole, è l’unica filiera italiana completamente autosufficiente. Il che vuol dire che noi produciamo più del fabbisogno interno. Riusciamo sostanzialmente a dare un prodotto 100% made in Italy, caratterizzato anche dal cosiddetto superfresco, perché gli italiani amano le carni bianche fresche e difficilmente si rivolgono al prodotto surgelato. Ciò costituisce anche una sorta di barriera di ingresso rispetto a prodotti esteri. Questa caratteristica deriva dal fatto che la nostra è una filiera completamente integrata, gestita sostanzialmente da una grande azienda che trasforma il prodotto ma che controlla anche le fasi della filiera a partire dalla produzione del mangime, tutti gli allevamenti, e mette anche tutto il suo know-how tecnico di capacità di investimento lungo tutta la filiera, favorendo il percorso di miglioramento continuo. Questo ci fa dire effettivamente che siamo un’eccellenza della zootecnia italiana».
Di che numeri parliamo?
«Il settore avicolo, quindi incluse le uova, ha un fatturato che supera i 7 miliardi di euro nel 2022, se parliamo solo delle carni il fatturato è di 5 miliardi e 350 milioni, con un numero di addetti lungo la filiera che è di 64.000».
Il discorso sui surgelati a cui accennava è molto rilevante, perché parecchi sono realizzati con materie prime straniere.
«Sì, è vero. L’esperienza del Covid e altre situazioni come la guerra hanno mostrato quanto sia importante la sovranità alimentare, l’autosufficienza, e noi abbiamo questa possibilità grazie al fatto che esiste questo sistema molto virtuoso ed efficiente - che è il sistema di filiera integrata - con aziende che sono ancora tutte in mano a famiglie italiane. Rappresentiamo un’eccellenza della zootecnia italiana. Quindi siamo proprio un’espressione dell’italianità a tavola, che credo sia un valore aggiunto da preservare e tutelare. Il fatto di avere la filiera integrata, questo sistema che tende sempre al miglioramento continuo, fa sì che abbiamo anche una rete logistica molto all’avanguardia. Le nostre aziende riescono a consegnare sui banchi dei supermercati o presso le macellerie il prodotto. Nel momento in cui questo esce dall’azienda, viene consegnato normalmente il giorno stesso, al massimo il giorno dopo, quindi rientra nel concetto di super fresco. Ciò permette anche la riduzione degli sprechi alimentari, perché le carni fresche ovviamente hanno un ciclo di vita piuttosto breve, e poter garantire di avere prodotto fresco in tempi così rapidi grazie a questa rete logistica che riesce ad arrivare capillarmente in tutta Italia, fino all’ultimo punto del negozio piccolino di montagna, fa sì che gli italiani possano mangiare carne italiana di pollo fresca anche ogni giorno».
Abbiamo parlato dei dati economici. Ma quali sono le caratteristiche di questa carne che la rendono così gradita agli italiani?
«È una carne molto leggera che non ha nessun tipo di controindicazione dal punto di vista della salute, chiaramente seguendo le indicazioni di consumo della dieta mediterranea (mediamente tre volte a settimana). Consideri anche che è anche un prodotto che ha un’elevata masticabilità, quindi è molto adatto per esempio ai bambini ma anche agli anziani. È un prodotto che non ha vincoli religiosi e quindi, in una popolazione che diventa sempre più multietnica, anche questo è un aspetto importante, ed è anche infatti la carne che si diffonderà di più a livello globale, secondo le stime della Fao. Sono tutte caratteristiche che la rendono molto richiesta. Aggiungiamo anche che è anticiclica, nel senso che la proteina bianca nobile, insieme alle uova, ha il costo più competitivo, e, in un momento in cui il carrello della spesa degli italiani si fa sempre più pesante con l’inflazione che galoppa, è chiaro che diventa una sorta di bene rifugio, perché posso mangiare una proteina che è essenziale nella mia dieta pagandola a un prezzo che mi posso permettere, anche per le fasce più deboli della popolazione».
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Un sondaggio dice che la preferiamo a pomodoro e mozzarella, pane e mortadella o cappuccino e cornetto Tutto merito della caramellizzazione, che rende più gustosi i due alimenti quando vengono cucinati insieme.La direttrice dell’associazione produttori Lara Sanfrancesco: «Sono le proteine dal costo più competitivo. E la filiera è al 100% made in Italy».Lo speciale contiene due articoli Avreste mai detto che agli italiani piace il pollo arrosto con patate più di pomodoro e mozzarella, più di pane e mortadella e più di cappuccino e cornetto? Chi scrive non saprebbe rispondere né sì, né no, quindi è una domanda retorica anche perché parliamo di capisaldi delle abitudini della cucina italiana, sebbene alcuni recentissimi, come cappuccino e cornetto (in passato la colazione popolare erano gli avanzi della sera prima oppure latte e caffè, sì, ma con pane, magari quello più secco). Eppure il sondaggio svolto da AstraRicerche per il Pollo Arrosto Day che si è celebrato lo scorso 2 ottobre parla chiaro: di fronte alle coppie gastronomiche proposte agli intervistati, il 52,6% ha considerato abbinamento perfetto il pollo arrosto con le patate, il 48,1% pomodoro e mozzarella, il 40,2 % pane e mortadella, il 37,3% cappuccino e cornetto e il 33,4% prosciutto e melone. Pollo Arrosto Day è una giornata istituita da Unaitalia, l’Associazione nazionale produttori di carni bianche, per celebrare innanzitutto il pollo arrosto con patate e poi la tradizione che esso rappresenta. Il 95% degli italiani mangia pollo arrosto e patate. Il 70% degli italiani lo mangia ogni 15 giorni, il 40,2% almeno una volta a settimana. L’abbinamento del pollo arrosto con le patate non è un’esclusiva ma sicuramente ne siamo dei cultori decisamente appassionati, forse anche perché amiamo la carne di pollo: ne consumiamo 16,38 kg a testa (dati Unitalia riferiti al 2022) ed è la carne che mangiamo di più. Ma perché pollo e patate arrosto sono un’accoppiata perfetta? Secondo il chimico Silvano Fuso, autore del libro Sensi chimici, la scienza degli odori e dei sapori, prefazione di Piero Angela, Carocci editore, pollo e patate arrosto sono per noi due golosità che messe insieme fanno una golosità ancora maggiore per via della caramellizzazione: «Grande merito è da attribuire alla reazione di Maillard, un processo chimico che avviene durante la cottura che si verifica solo negli alimenti che contengono sia zuccheri che amminoacidi (costituenti delle proteine). Essa produce sostanze molto gradite al nostro cervello. Per il pollo arrosto con le patate, in particolare, si verifica a 140 gradi: quando amminoacidi e zuccheri delle patate si incontrano a fuoco vivo iniziano a generare una serie di composti odorosi. In fase finale questa reazione si manifesta con un sapore complesso e un colore marroncino/dorato che suggerisce l’idea della croccantezza. E la classica crosticina bruna: è questo che ci fa battere il cuore e rende gustoso il pollo arrosto». Anche secondo Alessandro Negrini e Fabio Pisani, chef due stelle Michelin dello storico gran ristorante Il Luogo di Aimo e Nadia, il segreto del match sta nel connubio tra pollo e patate: «Pollo arrosto e patate sono un match perfetto, per il sapore, ma soprattutto per la consistenza. Si tratta di due alimenti che interagiscono perfettamente: le carni bianche tendono ad essere più asciutte delle rosse, le patate quindi fungono da elemento di bilanciamento riportando una certa cremosità in bocca. Quello che affascina del piatto è soprattutto la consistenza, che garantisce morbidezza dentro e croccantezza fuori. Poi il sapore: il pollo arrosto va cucinato assieme alle patate, nella stessa pentola. Solo così le patate prendono tutto il sapore del pollo, con il caramellizzato della pentola che va all’interno della ricetta. Una tecnica che sarà alla base del nostro piatto di pollo e patate ideato per il Pollo Arrosto Day 2023, che ci ha entusiasmato al punto da non escludere di inserirlo nei nostri menù». I due grandi chef hanno ideato un pollo arrosto davvero particolare e allo stesso tempo perfettamente fruibile anche dal mangiatore digiuno di elaborazioni di alta cucina. Un piatto fenomenale, pop e iconico di cui vi diamo la ricetta nei box. Tornando all’abbinata, il pollo è perfetto con le patate accanto anche dal punto di vista nutrizionale. Il professor Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo dell’Università Campus Biomedico di Roma, spiega: «Le carni bianche, come il pollo, sono ricche di proteine nobili, di vitamine del gruppo B - ottime per la struttura muscolare e la crescita dei tessuti - e povere di grassi, tra cui prevalgono quelli buoni come omega-6 e omega-3. È fondamentale ricordare che il pollo essendo un alimento magro e povero di carboidrati, non costituisce da solo un piatto completo. Perciò, abbinarlo con le patate o il riso, e qualche verdura come lattuga, zucchina, carota, pomodoro, crea un pasto completo. Nel caso del pollo arrosto ricordiamoci che ci regaliamo una coccola: dobbiamo fare attenzione soprattutto alla pelle, che è grassa e sarebbe meglio eliminarla, soprattutto se eccessivamente cotta e scura». Oppure, si può «trattare» col limone. Come spiega anche chef Negrini: «Il limone come il bergamotto sono un classico del pollo arrosto ed hanno lo scopo essenziale di sgrassare la pelle. Senza contare che i grassi caramellati con il limone creano un gusto agrodolce strepitoso». Il limone, poi, grazie al contenuto di vitamina C, permette un maggiore assorbimento del ferro eme contenuto nella carne e diverso dal ferro vegetale. Spiega ancora il professor Piretta: «La presenza della vitamina C aiuta a trasformare il ferro presente nella carne in una forma più biodisponibile. Quindi qualunque abbinamento tra carne e verdure come pomodori o broccoli oppure frutta contenente vitamina C, come limoni, bergamotto, arance, è un modo per migliorare l’assorbimento del ferro. Se poi alla carne aggiungiamo altri tipi di frutta come ananas, papaya e mango che contengono bromelina, una sostanza che aiuta la digestione proteica, otteniamo un vantaggio nella digestione. Altro abbinamento importante è quello con frutti di bosco, ribes, mirtilli che, oltre alla vitamina C, contengono anche antiossidanti che aiutano a neutralizzare eventuali molecole pro-infiammatorie provenienti dalla cottura ad alte temperature, come ad esempio quella al forno del pollo arrosto. Questo riguarda in particolare la pelle. Se la si mangia, occorre pensare che l’abbinamento con antiossidanti fa bene». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pollo-arrosto-con-le-patate-la-coppia-piu-amata-dagli-italiani-2665826285.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-carni-bianche-con-linflazione-sono-un-bene-rifugio" data-post-id="2665826285" data-published-at="1696749436" data-use-pagination="False"> «Le carni bianche con l’inflazione sono un bene rifugio» Lara Sanfrancesco, direttrice di Unaitalia (l’associazione dei produttori di carni bianche italiane), ci racconta quali sono le carni preferite dagli italiani? «Se parliamo di consumi di carni fresche, quindi quelle fresche che si trovano al banco (esclusi i salumi), al primo posto c’è proprio la carne di pollo, che negli ultimi anni ha anche sorpassato la carne bovina, con circa 16 kg pro capite consumati. Se a questi 16 kg aggiungiamo poi 4 kg di carne di tacchino, arriviamo per le carni cosiddette bianche a un totale di 20,5 kg pro capite di consumi nel 2022, che sostanzialmente rappresentano il 35% degli acquisti domestici di carne degli italiani e quindi restano sostanzialmente le preferite degli italiani». Quindi gli italiani preferiscono la carne bianca. «Sì, seguita dal bovino e dal suino. Chiaramente parliamo di carni fresche, perché in Italia abbiamo anche una grande tradizione di salumeria. Le carni bianche rappresentano un pezzo veramente importante del sistema agri-food italiano, perché la nostra filiera, quella delle carni avicole, è l’unica filiera italiana completamente autosufficiente. Il che vuol dire che noi produciamo più del fabbisogno interno. Riusciamo sostanzialmente a dare un prodotto 100% made in Italy, caratterizzato anche dal cosiddetto superfresco, perché gli italiani amano le carni bianche fresche e difficilmente si rivolgono al prodotto surgelato. Ciò costituisce anche una sorta di barriera di ingresso rispetto a prodotti esteri. Questa caratteristica deriva dal fatto che la nostra è una filiera completamente integrata, gestita sostanzialmente da una grande azienda che trasforma il prodotto ma che controlla anche le fasi della filiera a partire dalla produzione del mangime, tutti gli allevamenti, e mette anche tutto il suo know-how tecnico di capacità di investimento lungo tutta la filiera, favorendo il percorso di miglioramento continuo. Questo ci fa dire effettivamente che siamo un’eccellenza della zootecnia italiana». Di che numeri parliamo? «Il settore avicolo, quindi incluse le uova, ha un fatturato che supera i 7 miliardi di euro nel 2022, se parliamo solo delle carni il fatturato è di 5 miliardi e 350 milioni, con un numero di addetti lungo la filiera che è di 64.000». Il discorso sui surgelati a cui accennava è molto rilevante, perché parecchi sono realizzati con materie prime straniere. «Sì, è vero. L’esperienza del Covid e altre situazioni come la guerra hanno mostrato quanto sia importante la sovranità alimentare, l’autosufficienza, e noi abbiamo questa possibilità grazie al fatto che esiste questo sistema molto virtuoso ed efficiente - che è il sistema di filiera integrata - con aziende che sono ancora tutte in mano a famiglie italiane. Rappresentiamo un’eccellenza della zootecnia italiana. Quindi siamo proprio un’espressione dell’italianità a tavola, che credo sia un valore aggiunto da preservare e tutelare. Il fatto di avere la filiera integrata, questo sistema che tende sempre al miglioramento continuo, fa sì che abbiamo anche una rete logistica molto all’avanguardia. Le nostre aziende riescono a consegnare sui banchi dei supermercati o presso le macellerie il prodotto. Nel momento in cui questo esce dall’azienda, viene consegnato normalmente il giorno stesso, al massimo il giorno dopo, quindi rientra nel concetto di super fresco. Ciò permette anche la riduzione degli sprechi alimentari, perché le carni fresche ovviamente hanno un ciclo di vita piuttosto breve, e poter garantire di avere prodotto fresco in tempi così rapidi grazie a questa rete logistica che riesce ad arrivare capillarmente in tutta Italia, fino all’ultimo punto del negozio piccolino di montagna, fa sì che gli italiani possano mangiare carne italiana di pollo fresca anche ogni giorno». Abbiamo parlato dei dati economici. Ma quali sono le caratteristiche di questa carne che la rendono così gradita agli italiani? «È una carne molto leggera che non ha nessun tipo di controindicazione dal punto di vista della salute, chiaramente seguendo le indicazioni di consumo della dieta mediterranea (mediamente tre volte a settimana). Consideri anche che è anche un prodotto che ha un’elevata masticabilità, quindi è molto adatto per esempio ai bambini ma anche agli anziani. È un prodotto che non ha vincoli religiosi e quindi, in una popolazione che diventa sempre più multietnica, anche questo è un aspetto importante, ed è anche infatti la carne che si diffonderà di più a livello globale, secondo le stime della Fao. Sono tutte caratteristiche che la rendono molto richiesta. Aggiungiamo anche che è anticiclica, nel senso che la proteina bianca nobile, insieme alle uova, ha il costo più competitivo, e, in un momento in cui il carrello della spesa degli italiani si fa sempre più pesante con l’inflazione che galoppa, è chiaro che diventa una sorta di bene rifugio, perché posso mangiare una proteina che è essenziale nella mia dieta pagandola a un prezzo che mi posso permettere, anche per le fasce più deboli della popolazione».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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