
A Padova la Procura ribalta la richiesta (del procuratore precedente) di cancellare dall’anagrafe l’iscrizione di bimbi con due «genitrici»: il nuovo corso stoppa tutto e vuole portare la questione alla Corte costituzionale.
Cambia il procuratore. E così la Procura di Padova modifica la linea su coppie omogenitoriali e bambini nati da fecondazione assistita all’estero.
È iniziato ieri nella città veneta il processo civile per la vicenda che aveva visto la Procura padovana impugnare, a giugno, 33 atti di nascita di figli, 37 bambini, di coppie omogenitoriali, nello specifico di due mamme, prevedendo che uno dei genitori ricorresse all’adozione per avere normali diritti sui bambini. Si tratta di bambini concepiti all’estero con fecondazione eterologa e poi riconosciuti in Italia come figli di entrambe le madri.
Gli atti di nascita sono tutti quelli registrati dal sindaco Sergio Giordani dal 2017 in poi. La Procura non si era limitata, come a Milano, ad impugnare le ultime registrazioni, ma è andata indietro nel tempo, fino al 2017, decidendo di annullare i certificati anche di bimbi che oggi hanno 6-7 anni. Le donne interessate avevano già deciso di scendere in piazza ogni martedì fino alla vigilia di Natale per far conoscere a tutti la loro vicenda. Manifestazioni inutili visto che ieri c’è stata la svolta della Procura che, modificando in parte il proprio punto di vista, ho sollecitato il tribunale di Padova a sollevare la questione di legittimità di fronte alla Corte costituzionale perché valuti se l’esclusione delle coppie di madri lesbiche e dei loro figli dalla norme che regolano l’accesso alla fecondazione assistita eterologa violi i loro diritti fondamentali.
Il cambiamento con conseguente allineamento alle richieste delle madri arcobaleno c’è stato perché la Procura di Padova è ora guidata dal procuratore aggiunto Maria D’Arpa, che ha sostituito il pm del ricorso originario, Valeria Sanzari, trasferita ad altra sede. Nel mirino la legge 40 che limita l’accesso alla fecondazione eterologa alle coppie eterosessuali e stabilisce che se un uomo dà il proprio consenso alla fecondazione assistita della moglie o compagna con il seme di un donatore, questo consenso lo rende irreversibilmente il padre del bambino che nascerà, anche se non ha legami genetici con lui.
I legali delle madri lesbiche avevano chiesto di applicare anche alle coppie di donne la parte della legge 40 sul consenso all’eterologa. E hanno chiesto in subordine di demandare la decisione sull’applicazione della legge 40 alla Corte costituzionale. A gennaio 2021, la Corte aveva già sancito che l’assenza di una legge che permetta il riconoscimento tempestivo dei figli delle coppie lesbiche violava i diritti fondamentali dei bambini. E aveva richiamato il legislatore chiedendogli di «colmare al più presto» questo «vuoto di tutela».
Ora starà al Tribunale di Padova decidere se sollevare la questione di legittimità presso la Corte. Altra «interpretazione giuridica» è stata quella sul caso di una bambina con due mamme a Milano, dove il sindaco Beppe Sala ha ammesso il riconoscimento anche da parte della mamma intenzionale. Ma a distanza di tempo, il pm ha chiesto al Tribunale di Milano di cancellare la mamma intenzionale dalla vita giuridica della bimba perché il riconoscimento sarebbe in contrasto con la legge. Il Tribunale però, ha respinto la richiesta.






