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2018-06-11
«Lo Stato deve prendere il sistema moda sul serio»
ANSA
Fino a qualche tempo fa, se dicevi cavaliere del lavoro pensavi a un imprenditore su con gli anni. Nulla di più falso. Quell'immagine obsoleta ha lasciato il posto a una figura di capitano d'industria carico di voglia di fare. Il cavaliere Claudio Marenzi è il prototipo perfetto con la sua Herno, che compie 70 anni ma sembra un'adolescente. Marenzi è anche il presidente di Pitti immagine, l'evento di moda maschile più importante al mondo, pronto a tagliare il nastro dell'edizione numero 94 (in programma dal 12 al 15 giugno). «Un appuntamento dove i marchi, la distribuzione, i grandi clienti, i buyers si incontrano. C'è una commistione tra chi è famoso e chi è di nicchia. Il mondo maschile vive ancora di tradizione e di prodotti sartoriali, mentre quello femminile è più legato alle emozioni. Al Pitti trovi tutto, dall'abbigliamento agli accessori e alle scarpe, e non solo. In un mercato come il Giappone, che con l'Italia potremmo definire il più sofisticato al mondo, Pitti è un nome conosciuto anche dai clienti, che lo considerano il luogo in cui si creano nuove mode, un marchio autorevole». Non a caso, Marenzi celebrerà proprio qui i 70 anni di Herno con l'esibizione Library alla stazione Leopolda (dal 13 al 14 giugno).
Per tante aziende essere al Pitti è sinonimo di successo.
«Per questo il Pitti ha una lista d'attesa che supera il centinaio di azienda. Una delle caratteristiche fondamentali della manifestazione sono i comitati tecnici. Per ogni edizione ci sono commissioni formate anche da esterni che decidono quali aziende ammettere. La selezione è molto rigida, senza favoritismi. Al Pitti è difficile vedere collezioni non all'altezza. A fianco viene studiata la parte culturale e glamour. Ad esempio la scorsa edizione è stata organizzata al Museo della moda di Palazzo Pitti la mostra The Ephemeral Museum of Fashion, la più vista del 2017, curata da Olivier Saillard e prodotta da Pitti discovery, Gallerie degli Uffizi e Palais Galliera. Non è un caso che il Pitti si tenga a Firenze, che è una sorta di combinazione magica tra persone e luoghi, una città che in tre giorni si trasforma con eventi ovunque. Su un fatturato di circa 40 milioni noi generiamo più di 400 milioni di indotto. Siamo una risorsa importante».
Lei è presidente del Pitti ma non solo.
«Sono presidente da circa due anni dopo aver ricoperto il ruolo di vicepresidente. Da poco è scaduto il mio mandato di presidente di Sistema moda Italia, e ora sono a capo di una nuova federazione che ho fortemente voluto, Confindustria moda. A Milano abbiamo una sede in cui sono riunite tutte le associazioni che fanno parte di Confindustria moda: Smi - Sistema moda Italia, Aimpes (Associazione italiana manifatturieri pellettieri e succedanei), Aip (Associazione italiana pellicceria), Anfao (occhiali), Assocalzaturifici, Federorafi e Unic (Unione nazionale industria conciaria). L'istituzione rappresenta oltre 67.000 aziende del made in Italy che generano 94 miliardi di fatturato, 25 miliardi di bilancia commerciale positiva, 800.000 posti di lavoro. Solo sistema moda Italia pesava per 52 miliardi, significa che uniti abbiamo un'altra forza e un altro peso sia nella Confindustria centrale sia sul governo. Dobbiamo far capire quanto è importante la moda, da sempre vista come un settore importante, ma allo stesso tempo anche come un mondo fatto di viziati, arrogantelli, ricchi che vanno in giro a fare sfilate. Nell'immaginario comune bulloni e tondini sono industria, la nostra attività sembra un gioco. E invece i numeri ci danno ragione. Siamo i numeri uno, in quanto pesiamo per il 35% della moda europea. Siamo la Germania della moda».
Quali differenze ci sono tra essere presidente di Pitti e presidente di Confindustria moda?
«Pitti fa parte del sistema della moda, mentre Confindustria è il sistema della moda italiana. La differenza è che il ruolo di Pitti è più operativo, mentre Confindustria agisce in tre campi: sulla parte sindacale, sulla parte legale (contraffazione e collaborazione con la Guardia di finanza sulla proprietà intellettuale) e con un centro studi. In più c'è la parte di rappresentanza».
La moda uomo parte a Firenze e arriva a Milano, una realtà sempre più ridotta.
«Non parlo di sorpasso, stiamo lavorando in grande armonia e sintonia con la Camera della moda e con Carlo Capasa. Non bisogna parlare di Firenze o di Milano, ma della settimana italiana della moda maschile, fatta da tre giorni e mezzo di Pitti e da tre e mezzo di sfilate a Milano. Pitti è senza dubbio l'evento d'eccellenza, davanti a Milano, Parigi e New York. Londra l'abbiamo schiantata e non esiste più. Fondamentale è lavorare insieme. Il problema non è Milano ma le sfilate, dato che ci sono marchi che hanno deciso di organizzare défilé misti durante la settimana della moda donna. Anche per questo sono diminuite».
Come va il settore da un punto di vista economico?
«Sta crescendo a ritmi doppi rispetto al nostro Pil, siamo intorno al 3% con un export più forte. Gli ultimi tre anni sono stati in crescita, abbiamo iniziato a cambiare il segno da negativo a positivo in Italia, poco perché è il mercato più asfittico, ma l'export ha ripreso in maniera forte. L'import è diminuito e la bilancia commerciale è positiva. La moda sta andando abbastanza bene, tenendo conto della situazione geopolitica nel mondo. Se ci saranno degli aggravi sui dazi americani o ulteriori sanzioni contro la Russia è chiaro che tutto diventerà più difficile. Nel nostro mondo non si possono fare proiezioni a uno due o tre anni, si fanno a sei mesi. Stanno cambiando le logiche della distribuzione e dei cambi di stagione».
Di cosa ha bisogno il made in Italy?
«Di una cosa che sarà difficilissimo ottenere, anche se a mio avviso è un dovere morale continuare a crederci e a provarci. Ovvero, l'obbligatorietà del made in Europa. Siamo l'unica area al mondo in cui non è obbligatorio indicare in etichetta il Paese di produzione. Si può fare un capo in Cina ed esportarlo in Europa senza mettere l'etichetta made in China. Se porto qui un prodotto fatto in Cina e ci scrivo sopra «Viva l'Italia», con un messaggio chiaramente fuorviante, tradisco il cliente ma nessuno batte ciglio. E la Germania e i Paesi del Nord non si oppongono a questa situazione».
Dobbiamo contare di più in Europa?
«Sì, dobbiamo riuscire a garantire la conoscibilità degli elementi legati alle caratteristiche del prodotto, come le indicazioni relative alla provenienza. Ci sono delle logiche assurde. I furbi non siamo solo noi ma anche quei Paesi che si sentono virtuosi, a cominciare dalla Germania. Non voglio fare valutazioni politiche, ma questo ci gioverebbe molto. Gli Stati che ci sostengono non sono pochi, ma non abbastanza per fare la differenza. I maggiori Paesi li abbiamo contro. Secondo punto, bisogna sostenere l'internazionalizzazione dei piccoli marchi, il cui nome deve essere certificato e supportato dalle istituzioni pubbliche, così come hanno fatto molto bene il governo precedente e l'ex ministro Carlo Calenda. Speriamo che si continui sulla stessa strada».
In arrivo 30.000 visitatori
«Fashion begins here!». Ovvero, «La moda inizia qui». È questo lo slogan scelto per la nuova edizione di Pitti uomo, la più importante manifestazione mondiale dedicata all'abbigliamento maschile, che dal 12 al 15 giugno occuperà tutta Firenze a partire dalla Fortezza da Basso, dove è previsto l'arrivo di oltre 30.000 visitatori. Saranno 1.240 i brand presenti, di cui 561 stranieri (il 45%), che presenteranno le loro collezioni nelle 13 tappe in cui si articola il salone.
Novità assoluta la Pop arena, un bar con area relax declinato in optical technicolor, che renderà l'esperienza del Pitti ancora più piacevole. Tutto questo e molto altro promette il set design del lifestyler Sergio Colantuoni.
Tra le novità il debutto di I go out, il nuovo progetto dedicato allo stile outdoor, e il primo appuntamento con Scandinavian manifesto, in collaborazione con Revolver Copenhagen, che porterà alla Fortezza da Basso una selezione di designer provenienti dai Paesi del Nord.
Tra gli eventi speciali, la mostra Fanatic Feelings - Fashion plays Football, curata da Markus Ebener e Francesco Bonami; la presentazione della collezione spring summer 2019 del menswear guest designer Craig Green; l'anteprima ufficiale della collezione firmata da Paul Surridge per Roberto Cavalli, special guest; e il lancio dell'etichetta di Fumito Ganryu. La nazione ospite sarà la Georgia.
Non si possono poi dimenticare i compleanni eccellenti: Carlo Pignatelli festeggerà il cinquantesimo anniversario presentando le nuove collezioni uomo Sartorial 2019 e Cerimonia 2019 con un cocktail esclusivo, mentre Coveri celebrerà i 45 anni con la mostra Maurizio Galimberti around Enrico Coveri.
In calendario, fra gli altri, ci saranno anche Gucci (con l'ampliamento del Gucci garden), Mcm, Bed Jw Ford, Cos e Federico Curradi, solo per citare alcuni nomi.
Dopo aver rivelato il progetto Genius lo scorso febbraio a Milano moda uomo, Moncler è pronto a presentare i primi frutti al Pitti con la capsule collection firmata da Hiroshi Fujiwara.
Birkenstock sarà protagonista con una sfilata, la seconda nella sua storia dopo quella di Parigi, nei giardini Torrigiani. E ancora, sono molto attesi il lancio del progetto Ermenegildo Zegna beachwear; la capsule collection firmata da Nick Wooster per Paul&Shark; il debutto della nuova linea di Iceberg, Ice play, legata al mondo della street couture; e il debutto di Gallo R_evolution, collezione street style con tinte fluo e un tocco vintage del marchio famoso per le sue calze iconiche. Per chi preferisce uno stile classico, Calzificio Bresciani propone modelli in lino coltivato presso il monastero di Astino (Bergamo), con tinte mélange, a micro disegni o a spina di pesce.
Le 20 migliori collezioni realizzate dai diplomandi in fashion design di Polimoda sfileranno alla Manifattura Tabacchi. Défilé anche per l'Istituto Marangoni, con due appuntamenti dedicati alla moda maschile. Lunedì 11 giugno, i migliori studenti e Armando Costa, vincitore della prima edizione di I'M alumni collections (r)evolution, sfileranno con le loro collezioni menswear; giovedì 14 giugno, la scuola ospiterà una talk sui temi più attuali legati al mondo della moda.
Verrà anche celebrato con un party il ritorno in edicola di Uomo Vogue, che festeggia 50 anni. E ancora, un fitto calendario di eventi coinvolgerà Firenze e i suoi luoghi più esclusivi: attesissime l'inaugurazione della boutique di Giorgio Armani in via de' Tornabuoni e la presentazione, nella boutique in via de' Tornabuoni, della nuova collezione Tre-mila (nei toni verde fluo, blu, giallo, arancio) del marchio di orologeria Locman, nata dalla partnership con la casa motociclistica Ducati.
Da segnalare per finire il debutto di Maurizio Miri, stilista bresciano famoso per le sue giacche «psicologiche»: dall'apparire all'essere.
Lubiam, Schneiders, Tagliatore e Lardini. Tutte le novità in passerella.
Lubiam punta sui toni naturali
La patria di Lubiam è Mantova, anche se la griffe è diventata internazionale. «Siamo la quarta generazione», racconta Giovanni Bianchi, responsabile ufficio stile dell'azienda. «Ha iniziato il mio bisnonno Luigi nel 1911». Oggi Lubiam significa ben quattro linee (Luigi Bianchi Mantova, L.B.M.1911, Su misura e 1911 Lubiam cerimonia), tutte nate dalla scomposizione dell'acronimo Lubiam. Dove la «m» sta per Mantova, tanto per dire l'attaccamento al territorio. «Abbiamo passato tutta la vita tra cartamodelli, bottoni e tessuti, sin da piccoli siamo stati coinvolti nel mondo dell'azienda. Ho studiato altro, design industriale, ma poi mi è piaciuto tantissimo lavorare qui e sono rimasto a continuare la storia della nostra famiglia» Al Pitti arrivano tutti, a cominciare da Edgardo, fratello di Giovanni, che segue la parte amministrativa e finanziaria. «Per la prossima primavera estate abbiamo puntato su colori molto chiari, schiarire la collezione è stato un imperativo e la scelta è caduta su tutti i toni del naturale, sabbia, cammello, nocciola (foto) e quelli degli azzurri chiari, blu escluso». Colori molto estivi, quindi. L'aspetto sartoriale è però inalterato e resta inappuntabile. «Pezzi forti? La giacca ma anche l'abito. L'unico modo per un uomo di distinguersi attraverso l'abbigliamento». Uno stile elegante e al contempo leggero grazie a tessuti come il misto lino, il misto seta, le lane e i cotoni impalpabili, senza tralasciare il comfort dato dal jersey. La collezione è frutto di trattamenti e lavaggi alleggeriti, delicati, quasi impercettibili, che danno vita a effetti mélange e sfumature inedite. Tra le novità, il gilet, ormai un pezzo irrinunciabile per la stagione estiva, proposto sia in variante monopetto sia doppiopetto, pensato in abbinamento alle giacche ma anche come alternativa nelle giornate più calde.
Schneiders innova con il loden parka in lana
È iniziato tutto nel 1946 quando Julius Schneider fondò la Schneider's mantelfabrik a Salisburgo. Pochi sanno infatti che il debutto di Schneiders Salzburg coincise con l'acquisto di una partita di tessuto cerato militare, convertito nella prima collezione di impermeabili della griffe. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, a cominciare dai tanti personaggi famosi che hanno vestito i mitici loden. Il grande successo mediatico è legato a Fritz Dirtl, il Valentino Rossi austriaco degli anni Cinquanta. Il loden, tessuto originario del Tirolo austriaco un tempo prodotto unicamente con lana ovina in rosso, nero e bianco, era nato per contrastare i climi rigidi e la pioggia. I primi a scoprirlo furono i pastori e i contadini. All'inizio del secolo scorso il loden iniziò a essere apprezzato anche da chi viveva in città. Risalgono a questo periodo i primi cappotti realizzati nel classico verde, tuttora associato per definizione a questo tessuto. Oggi il loden viene prodotto con diversi tipi di lana, come merino, alpaca, cammello, mohair e cashmere. Al Pitti Schneiders Salzburg arriva con il loden parka (foto), un invito alle passeggiate nella natura senza il timore che un improvviso rovescio possa rovinare la giornata. Il parka, realizzato nel finissimo sommerloden, loden estivo misto lana e cashmere, garantisce la totale impermeabilità grazie a un leggero rivestimento in teflon. La vocazione per la natura è rappresentata dallo scenario alpino riprodotto sulla mezza fodera interna che lascia massima libertà di movimento. Anche le quattro grandi tasche sono progettate per lasciare libere le mani.
Tagliatore reinterpreta bomber e chiodi in pelle
Quella dietro a Tagliatore è una passione che si tramanda da tre generazioni. Il direttore creativo Pino Lerario prende spunto dal laboratorio artigiano del nonno che produceva scarpe e dal quale deriva il nome Tagliatore, chiaro riferimento all'attività di intagliare le tomaie. «Chi iniziò con la moda fu mio padre nel 1972 con un primo laboratorio per lavorazioni conto terzi. Nel 1990 la svolta con una mini collezione firmata Lerario. Nel 1998 il soprannome di mio padre, Tagliatore, prende il posto del nome». Anche per questo l'universo pelle è il nuovo inserimento nel progetto che l'azienda sta sviluppando già da alcune stagioni. Le tre borse e gli otto capispalla - aviator jaket, harrington jacket (foto sopra), chiodi e bomber - sono realizzati in Italia da maestri toscani. I materiali pregiati hanno dettagli sartoriali, tasche applicate e zip logate. Tagliatore è specializzato in abiti sartoriali di ispirazione inglese. Tutto parte dalla creatività di Pino, in grado di catturare dalle più piccole tonalità l'ispirazione per una nuova collezione: la trama di un tessuto, la sfumatura di colore, i dettagli di un accessorio, un motivo a quadri: «È nel nostro Dna». Il design della giacca è la tavolozza da cui partire per sviluppare le idee creative: forme sottili e morbide, la perfetta vestibilità, la ricerca e la valorizzazione dei particolari, i revers, le spalle, le maniche. Giacche destrutturate e blazer sfoderati (foto sotto) sono alcune delle proposte. Mentre la maggior parte delle aziende italiane ha delocalizzato, Lerario ha preferito puntare sulla professionalità dei suoi collaboratori, producendo circa 340 capispalla al giorno.
Giacche destrutturate, colore e righe per Lardini
A Pitti Lardini festeggia i suoi primi 40 anni con un evento in Fortezza: un colazione tra i fiori colorati simbolo del brand. Il primo focus della collezione è sulla giacca destrutturata, realizzata con un tessuto stampato a righe verticali
(foto). «Credo nelle giacche con armature operate e, in particolare, nelle giacche in maglia per un'eleganza naturale», spiega Luigi Lardini, direttore creativo del marchio, «e poi nel pantalone non più stretto, leggermente ampio. Ma eleganza non vuol dire solo giacca. Tutto l'insieme fa la differenza, a cominciare dagli accessori. L'abbigliamento deve riuscire a trasmettere un'emozione in chi lo osserva». Alla base c'è un grande studio di tessuti pregiati come la tela in lana, la seta e il lino, con colori come il giallo, l'arancio, il rosso e varie tonalità di blu tagliato dal bianco in stile navy. Con il tocco civettuolo di una polo, di un foulard e della doppia T-shirt. Non manca un peacoat three layers in tessuto tecnico, resistente al vento e all'acqua. Non è da meno l'altra linea di Lardini, Gabriele Pasini, che trae linfa dalla cultura sartoriale napoletana. Lo stilista Gabriele Pasini arriva dall'istituto d'arte e utilizza le stesse tecniche della scultura. Una giacca viene abbinata a dei pantaloni rubati ai pescatori thailandesi; la camicia da smoking ha una fantasia a quadri rossi. L'immaginario è quello dei re gitani e dei magiari. L'abito non deve necessariamente andare insieme a una cravatta, ma è perfetto con una camicia sbottonata, il colletto sopra i rever, i pantaloni con fantasia maxi check. Oppure, un classico gessato s'illumina in una nuova tonalità di blu. Allo stesso tempo, la maglieria prende una nuova posizione, diventa dettaglio, non solo accessorio. Un maglione messo in vita, come quasi una fascia, o arrotolato intorno al collo.
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Verso Pitti immagine uomo, Claudio Marenzi, presidente di Herno e della manifestazione fiorentina: «Non siamo imprenditori di serie B. Dobbiamo imporre all'Ue nuove regole sulle etichette».Dal 12 al 15 giugno la Fortezza da Basso ospiterà 1.240 marchi, il 45% dei quali esteri. Da non perdere il focus sugli stilisti scandinavi. La Georgia sarà il Paese ospite.Lubiam, Schneiders, Tagliatore e Lardini. Tutte le novità in passerella.Lo speciale contiene tre articoliFino a qualche tempo fa, se dicevi cavaliere del lavoro pensavi a un imprenditore su con gli anni. Nulla di più falso. Quell'immagine obsoleta ha lasciato il posto a una figura di capitano d'industria carico di voglia di fare. Il cavaliere Claudio Marenzi è il prototipo perfetto con la sua Herno, che compie 70 anni ma sembra un'adolescente. Marenzi è anche il presidente di Pitti immagine, l'evento di moda maschile più importante al mondo, pronto a tagliare il nastro dell'edizione numero 94 (in programma dal 12 al 15 giugno). «Un appuntamento dove i marchi, la distribuzione, i grandi clienti, i buyers si incontrano. C'è una commistione tra chi è famoso e chi è di nicchia. Il mondo maschile vive ancora di tradizione e di prodotti sartoriali, mentre quello femminile è più legato alle emozioni. Al Pitti trovi tutto, dall'abbigliamento agli accessori e alle scarpe, e non solo. In un mercato come il Giappone, che con l'Italia potremmo definire il più sofisticato al mondo, Pitti è un nome conosciuto anche dai clienti, che lo considerano il luogo in cui si creano nuove mode, un marchio autorevole». Non a caso, Marenzi celebrerà proprio qui i 70 anni di Herno con l'esibizione Library alla stazione Leopolda (dal 13 al 14 giugno).Per tante aziende essere al Pitti è sinonimo di successo.«Per questo il Pitti ha una lista d'attesa che supera il centinaio di azienda. Una delle caratteristiche fondamentali della manifestazione sono i comitati tecnici. Per ogni edizione ci sono commissioni formate anche da esterni che decidono quali aziende ammettere. La selezione è molto rigida, senza favoritismi. Al Pitti è difficile vedere collezioni non all'altezza. A fianco viene studiata la parte culturale e glamour. Ad esempio la scorsa edizione è stata organizzata al Museo della moda di Palazzo Pitti la mostra The Ephemeral Museum of Fashion, la più vista del 2017, curata da Olivier Saillard e prodotta da Pitti discovery, Gallerie degli Uffizi e Palais Galliera. Non è un caso che il Pitti si tenga a Firenze, che è una sorta di combinazione magica tra persone e luoghi, una città che in tre giorni si trasforma con eventi ovunque. Su un fatturato di circa 40 milioni noi generiamo più di 400 milioni di indotto. Siamo una risorsa importante». Lei è presidente del Pitti ma non solo.«Sono presidente da circa due anni dopo aver ricoperto il ruolo di vicepresidente. Da poco è scaduto il mio mandato di presidente di Sistema moda Italia, e ora sono a capo di una nuova federazione che ho fortemente voluto, Confindustria moda. A Milano abbiamo una sede in cui sono riunite tutte le associazioni che fanno parte di Confindustria moda: Smi - Sistema moda Italia, Aimpes (Associazione italiana manifatturieri pellettieri e succedanei), Aip (Associazione italiana pellicceria), Anfao (occhiali), Assocalzaturifici, Federorafi e Unic (Unione nazionale industria conciaria). L'istituzione rappresenta oltre 67.000 aziende del made in Italy che generano 94 miliardi di fatturato, 25 miliardi di bilancia commerciale positiva, 800.000 posti di lavoro. Solo sistema moda Italia pesava per 52 miliardi, significa che uniti abbiamo un'altra forza e un altro peso sia nella Confindustria centrale sia sul governo. Dobbiamo far capire quanto è importante la moda, da sempre vista come un settore importante, ma allo stesso tempo anche come un mondo fatto di viziati, arrogantelli, ricchi che vanno in giro a fare sfilate. Nell'immaginario comune bulloni e tondini sono industria, la nostra attività sembra un gioco. E invece i numeri ci danno ragione. Siamo i numeri uno, in quanto pesiamo per il 35% della moda europea. Siamo la Germania della moda». Quali differenze ci sono tra essere presidente di Pitti e presidente di Confindustria moda? «Pitti fa parte del sistema della moda, mentre Confindustria è il sistema della moda italiana. La differenza è che il ruolo di Pitti è più operativo, mentre Confindustria agisce in tre campi: sulla parte sindacale, sulla parte legale (contraffazione e collaborazione con la Guardia di finanza sulla proprietà intellettuale) e con un centro studi. In più c'è la parte di rappresentanza». La moda uomo parte a Firenze e arriva a Milano, una realtà sempre più ridotta.«Non parlo di sorpasso, stiamo lavorando in grande armonia e sintonia con la Camera della moda e con Carlo Capasa. Non bisogna parlare di Firenze o di Milano, ma della settimana italiana della moda maschile, fatta da tre giorni e mezzo di Pitti e da tre e mezzo di sfilate a Milano. Pitti è senza dubbio l'evento d'eccellenza, davanti a Milano, Parigi e New York. Londra l'abbiamo schiantata e non esiste più. Fondamentale è lavorare insieme. Il problema non è Milano ma le sfilate, dato che ci sono marchi che hanno deciso di organizzare défilé misti durante la settimana della moda donna. Anche per questo sono diminuite».Come va il settore da un punto di vista economico?«Sta crescendo a ritmi doppi rispetto al nostro Pil, siamo intorno al 3% con un export più forte. Gli ultimi tre anni sono stati in crescita, abbiamo iniziato a cambiare il segno da negativo a positivo in Italia, poco perché è il mercato più asfittico, ma l'export ha ripreso in maniera forte. L'import è diminuito e la bilancia commerciale è positiva. La moda sta andando abbastanza bene, tenendo conto della situazione geopolitica nel mondo. Se ci saranno degli aggravi sui dazi americani o ulteriori sanzioni contro la Russia è chiaro che tutto diventerà più difficile. Nel nostro mondo non si possono fare proiezioni a uno due o tre anni, si fanno a sei mesi. Stanno cambiando le logiche della distribuzione e dei cambi di stagione». Di cosa ha bisogno il made in Italy?«Di una cosa che sarà difficilissimo ottenere, anche se a mio avviso è un dovere morale continuare a crederci e a provarci. Ovvero, l'obbligatorietà del made in Europa. Siamo l'unica area al mondo in cui non è obbligatorio indicare in etichetta il Paese di produzione. Si può fare un capo in Cina ed esportarlo in Europa senza mettere l'etichetta made in China. Se porto qui un prodotto fatto in Cina e ci scrivo sopra «Viva l'Italia», con un messaggio chiaramente fuorviante, tradisco il cliente ma nessuno batte ciglio. E la Germania e i Paesi del Nord non si oppongono a questa situazione». Dobbiamo contare di più in Europa?«Sì, dobbiamo riuscire a garantire la conoscibilità degli elementi legati alle caratteristiche del prodotto, come le indicazioni relative alla provenienza. Ci sono delle logiche assurde. I furbi non siamo solo noi ma anche quei Paesi che si sentono virtuosi, a cominciare dalla Germania. Non voglio fare valutazioni politiche, ma questo ci gioverebbe molto. Gli Stati che ci sostengono non sono pochi, ma non abbastanza per fare la differenza. I maggiori Paesi li abbiamo contro. 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Saranno 1.240 i brand presenti, di cui 561 stranieri (il 45%), che presenteranno le loro collezioni nelle 13 tappe in cui si articola il salone. Novità assoluta la Pop arena, un bar con area relax declinato in optical technicolor, che renderà l'esperienza del Pitti ancora più piacevole. Tutto questo e molto altro promette il set design del lifestyler Sergio Colantuoni. Tra le novità il debutto di I go out, il nuovo progetto dedicato allo stile outdoor, e il primo appuntamento con Scandinavian manifesto, in collaborazione con Revolver Copenhagen, che porterà alla Fortezza da Basso una selezione di designer provenienti dai Paesi del Nord. Tra gli eventi speciali, la mostra Fanatic Feelings - Fashion plays Football, curata da Markus Ebener e Francesco Bonami; la presentazione della collezione spring summer 2019 del menswear guest designer Craig Green; l'anteprima ufficiale della collezione firmata da Paul Surridge per Roberto Cavalli, special guest; e il lancio dell'etichetta di Fumito Ganryu. La nazione ospite sarà la Georgia. Non si possono poi dimenticare i compleanni eccellenti: Carlo Pignatelli festeggerà il cinquantesimo anniversario presentando le nuove collezioni uomo Sartorial 2019 e Cerimonia 2019 con un cocktail esclusivo, mentre Coveri celebrerà i 45 anni con la mostra Maurizio Galimberti around Enrico Coveri. In calendario, fra gli altri, ci saranno anche Gucci (con l'ampliamento del Gucci garden), Mcm, Bed Jw Ford, Cos e Federico Curradi, solo per citare alcuni nomi. Dopo aver rivelato il progetto Genius lo scorso febbraio a Milano moda uomo, Moncler è pronto a presentare i primi frutti al Pitti con la capsule collection firmata da Hiroshi Fujiwara. Birkenstock sarà protagonista con una sfilata, la seconda nella sua storia dopo quella di Parigi, nei giardini Torrigiani. E ancora, sono molto attesi il lancio del progetto Ermenegildo Zegna beachwear; la capsule collection firmata da Nick Wooster per Paul&Shark; il debutto della nuova linea di Iceberg, Ice play, legata al mondo della street couture; e il debutto di Gallo R_evolution, collezione street style con tinte fluo e un tocco vintage del marchio famoso per le sue calze iconiche. Per chi preferisce uno stile classico, Calzificio Bresciani propone modelli in lino coltivato presso il monastero di Astino (Bergamo), con tinte mélange, a micro disegni o a spina di pesce. Le 20 migliori collezioni realizzate dai diplomandi in fashion design di Polimoda sfileranno alla Manifattura Tabacchi. Défilé anche per l'Istituto Marangoni, con due appuntamenti dedicati alla moda maschile. Lunedì 11 giugno, i migliori studenti e Armando Costa, vincitore della prima edizione di I'M alumni collections (r)evolution, sfileranno con le loro collezioni menswear; giovedì 14 giugno, la scuola ospiterà una talk sui temi più attuali legati al mondo della moda. Verrà anche celebrato con un party il ritorno in edicola di Uomo Vogue, che festeggia 50 anni. E ancora, un fitto calendario di eventi coinvolgerà Firenze e i suoi luoghi più esclusivi: attesissime l'inaugurazione della boutique di Giorgio Armani in via de' Tornabuoni e la presentazione, nella boutique in via de' Tornabuoni, della nuova collezione Tre-mila (nei toni verde fluo, blu, giallo, arancio) del marchio di orologeria Locman, nata dalla partnership con la casa motociclistica Ducati. Da segnalare per finire il debutto di Maurizio Miri, stilista bresciano famoso per le sue giacche «psicologiche»: dall'apparire all'essere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pitti-uomo-2576597004.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lubiam-schneiders-tagliatore-e-lardini-tutte-le-novita-in-passerella" data-post-id="2576597004" data-published-at="1781546912" data-use-pagination="False"> Lubiam, Schneiders, Tagliatore e Lardini. Tutte le novità in passerella. Lubiam punta sui toni naturali La patria di Lubiam è Mantova, anche se la griffe è diventata internazionale. «Siamo la quarta generazione», racconta Giovanni Bianchi, responsabile ufficio stile dell'azienda. «Ha iniziato il mio bisnonno Luigi nel 1911». Oggi Lubiam significa ben quattro linee (Luigi Bianchi Mantova, L.B.M.1911, Su misura e 1911 Lubiam cerimonia), tutte nate dalla scomposizione dell'acronimo Lubiam. Dove la «m» sta per Mantova, tanto per dire l'attaccamento al territorio. «Abbiamo passato tutta la vita tra cartamodelli, bottoni e tessuti, sin da piccoli siamo stati coinvolti nel mondo dell'azienda. Ho studiato altro, design industriale, ma poi mi è piaciuto tantissimo lavorare qui e sono rimasto a continuare la storia della nostra famiglia» Al Pitti arrivano tutti, a cominciare da Edgardo, fratello di Giovanni, che segue la parte amministrativa e finanziaria. «Per la prossima primavera estate abbiamo puntato su colori molto chiari, schiarire la collezione è stato un imperativo e la scelta è caduta su tutti i toni del naturale, sabbia, cammello, nocciola (foto) e quelli degli azzurri chiari, blu escluso». Colori molto estivi, quindi. L'aspetto sartoriale è però inalterato e resta inappuntabile. «Pezzi forti? La giacca ma anche l'abito. L'unico modo per un uomo di distinguersi attraverso l'abbigliamento». Uno stile elegante e al contempo leggero grazie a tessuti come il misto lino, il misto seta, le lane e i cotoni impalpabili, senza tralasciare il comfort dato dal jersey. La collezione è frutto di trattamenti e lavaggi alleggeriti, delicati, quasi impercettibili, che danno vita a effetti mélange e sfumature inedite. Tra le novità, il gilet, ormai un pezzo irrinunciabile per la stagione estiva, proposto sia in variante monopetto sia doppiopetto, pensato in abbinamento alle giacche ma anche come alternativa nelle giornate più calde. Schneiders innova con il loden parka in lana È iniziato tutto nel 1946 quando Julius Schneider fondò la Schneider's mantelfabrik a Salisburgo. Pochi sanno infatti che il debutto di Schneiders Salzburg coincise con l'acquisto di una partita di tessuto cerato militare, convertito nella prima collezione di impermeabili della griffe. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, a cominciare dai tanti personaggi famosi che hanno vestito i mitici loden. Il grande successo mediatico è legato a Fritz Dirtl, il Valentino Rossi austriaco degli anni Cinquanta. Il loden, tessuto originario del Tirolo austriaco un tempo prodotto unicamente con lana ovina in rosso, nero e bianco, era nato per contrastare i climi rigidi e la pioggia. I primi a scoprirlo furono i pastori e i contadini. All'inizio del secolo scorso il loden iniziò a essere apprezzato anche da chi viveva in città. Risalgono a questo periodo i primi cappotti realizzati nel classico verde, tuttora associato per definizione a questo tessuto. Oggi il loden viene prodotto con diversi tipi di lana, come merino, alpaca, cammello, mohair e cashmere. Al Pitti Schneiders Salzburg arriva con il loden parka (foto), un invito alle passeggiate nella natura senza il timore che un improvviso rovescio possa rovinare la giornata. Il parka, realizzato nel finissimo sommerloden, loden estivo misto lana e cashmere, garantisce la totale impermeabilità grazie a un leggero rivestimento in teflon. La vocazione per la natura è rappresentata dallo scenario alpino riprodotto sulla mezza fodera interna che lascia massima libertà di movimento. Anche le quattro grandi tasche sono progettate per lasciare libere le mani. Tagliatore reinterpreta bomber e chiodi in pelle Quella dietro a Tagliatore è una passione che si tramanda da tre generazioni. Il direttore creativo Pino Lerario prende spunto dal laboratorio artigiano del nonno che produceva scarpe e dal quale deriva il nome Tagliatore, chiaro riferimento all'attività di intagliare le tomaie. «Chi iniziò con la moda fu mio padre nel 1972 con un primo laboratorio per lavorazioni conto terzi. Nel 1990 la svolta con una mini collezione firmata Lerario. Nel 1998 il soprannome di mio padre, Tagliatore, prende il posto del nome». Anche per questo l'universo pelle è il nuovo inserimento nel progetto che l'azienda sta sviluppando già da alcune stagioni. Le tre borse e gli otto capispalla - aviator jaket, harrington jacket (foto sopra), chiodi e bomber - sono realizzati in Italia da maestri toscani. I materiali pregiati hanno dettagli sartoriali, tasche applicate e zip logate. Tagliatore è specializzato in abiti sartoriali di ispirazione inglese. Tutto parte dalla creatività di Pino, in grado di catturare dalle più piccole tonalità l'ispirazione per una nuova collezione: la trama di un tessuto, la sfumatura di colore, i dettagli di un accessorio, un motivo a quadri: «È nel nostro Dna». Il design della giacca è la tavolozza da cui partire per sviluppare le idee creative: forme sottili e morbide, la perfetta vestibilità, la ricerca e la valorizzazione dei particolari, i revers, le spalle, le maniche. Giacche destrutturate e blazer sfoderati (foto sotto) sono alcune delle proposte. Mentre la maggior parte delle aziende italiane ha delocalizzato, Lerario ha preferito puntare sulla professionalità dei suoi collaboratori, producendo circa 340 capispalla al giorno. Giacche destrutturate, colore e righe per Lardini A Pitti Lardini festeggia i suoi primi 40 anni con un evento in Fortezza: un colazione tra i fiori colorati simbolo del brand. Il primo focus della collezione è sulla giacca destrutturata, realizzata con un tessuto stampato a righe verticali (foto). «Credo nelle giacche con armature operate e, in particolare, nelle giacche in maglia per un'eleganza naturale», spiega Luigi Lardini, direttore creativo del marchio, «e poi nel pantalone non più stretto, leggermente ampio. Ma eleganza non vuol dire solo giacca. Tutto l'insieme fa la differenza, a cominciare dagli accessori. L'abbigliamento deve riuscire a trasmettere un'emozione in chi lo osserva». Alla base c'è un grande studio di tessuti pregiati come la tela in lana, la seta e il lino, con colori come il giallo, l'arancio, il rosso e varie tonalità di blu tagliato dal bianco in stile navy. Con il tocco civettuolo di una polo, di un foulard e della doppia T-shirt. Non manca un peacoat three layers in tessuto tecnico, resistente al vento e all'acqua. Non è da meno l'altra linea di Lardini, Gabriele Pasini, che trae linfa dalla cultura sartoriale napoletana. Lo stilista Gabriele Pasini arriva dall'istituto d'arte e utilizza le stesse tecniche della scultura. Una giacca viene abbinata a dei pantaloni rubati ai pescatori thailandesi; la camicia da smoking ha una fantasia a quadri rossi. L'immaginario è quello dei re gitani e dei magiari. L'abito non deve necessariamente andare insieme a una cravatta, ma è perfetto con una camicia sbottonata, il colletto sopra i rever, i pantaloni con fantasia maxi check. Oppure, un classico gessato s'illumina in una nuova tonalità di blu. Allo stesso tempo, la maglieria prende una nuova posizione, diventa dettaglio, non solo accessorio. Un maglione messo in vita, come quasi una fascia, o arrotolato intorno al collo.
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Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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