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I familiari della signora «suicidata» per depressione mettono a nudo l’ideologia.
Il mese scorso, in Svizzera, una mamma inglese di 56 anni ha chiesto e ottenuto suicidio assistito perché in preda a una forte depressione conseguente alla prematura morte di suo figlio: si tratta di una drammatica vicenda che impone qualche riflessione circa la legalizzazione nel nostro Paese della pratica del suicidio assistito.
Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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Jordan Peterson (Ansa)
Lo psicologo canadese, alle prese con seri problemi fisici, contrasta i buonisti con la Bibbia: «È quella la storia che conta».
Se dovessimo scegliere una sola parola per sintetizzare l’incredibile vita di Jordan Peterson, con tutta probabilità quella parola sarebbe «lotta». È stata la lotta a donargli un fardello pesante come la celebrità globale. Psicologo e autore già affermato, tra i più importanti intellettuali partoriti dal Canada in tempi recenti, è divenuto famosissimo grazie alla sua battaglia contro le imposture gender e le mordacchie woke.
A cui risponde con intelligenza appuntita e lingua raffinatissima. I suoi libri e i suoi video sono stati compulsati da milioni di persone, e lo psicologo si è fatto pienamente carico del compito di guidare masse dei conservatori in cerca di riferimenti. I suoi match televisivi contro i più fanatici sostenitori del delirio buonista sono uno spettacolo imperdibile, da cui Peterson esce sempre imbattuto. O, meglio, usciva.
Negli ultimi anni ha avuto problemi fisici e neurologici, si è trovato fra la vita e la morte, si è ripreso e poi - di recente - è nuovamente precipitato nel baratro. Peterson oggi soffre di acatisia, terribile sindrome psicomotoria che causa irrequietezza costante e bisogno incontrollabile di muoversi. Sua moglie Tammy, un paio di giorni fa, ha dichiarato al New York Post che «il dottor Peterson è a casa con la famiglia e persone che lo assistono... non ha ancora intenzione di tornare al lavoro. Sente come se fosse in un altro mondo fatto di dolore. Le sue mattine sono terribilmente dolorose e scoraggianti. Più tardi, molto più tardi nel corso della giornata, a volte prova un po’ di sollievo. I danni causati dai farmaci psichiatrici assunti più di sei anni fa richiedono pazienza, tempo e amorevole attenzione».
È una nuova lotta, la più dura. Ed è una coincidenza davvero significativa che l’ultimo libro di Jordan Peterson (appena uscito in Italia per l’editore My Life) sia Noi che lottiamo con Dio. È un saggio straordinario, frutto di anni di studi e conferenze a cui Peterson ha dedicato tutte le sue energie quando ancora era in forze. Il dottor Jordan, benché sua moglie e sua figlia siano cristiane, non si professa credente. Eppure guarda alla Bibbia con totale devozione. «Nel bene o nel male, è la storia che conta», scrive. «Nel bene o nel male, la storia su cui si fondano, seppure precariamente, le menti e le culture occidentali è fondamentalmente quella narrata nella biblioteca che costituisce il corpus biblico, la serie di drammi che sta alla base della nostra cultura e attraverso cui guardiamo il mondo. E la storia su cui si regge la civiltà occidentale. E una raccolta di descrizioni non solo di Dio, la cui imitazione, adorazione o, addirittura, incarnazione è ritenuta il più alto di tutti gli obiettivi possibili, ma anche dell’uomo e della donna, la cui essenza è definita dalla relazione con quel Dio, e della società, vista attraverso il prisma dell’individuo e del divino, È anche la rivelazione del sacrificio che permette di raggiungere tale obiettivo, e un’analisi in forma di epopea del traguardo trascendente che si ritiene unisca tutte le cose nel miglior modo possibile. Per quanto riguardo l’Occidente, la storia biblica è, nel suo complesso, il quadro attraverso cui il mondo dei fatti si rivela, la descrizione della gerarchia di valori entro cui la scienza stessa (quella che persegue il bene) è resa possibile. La Bibbia è la biblioteca di storie su cui si basano le società più produttive, libere, stabili e pacifiche che il mondo abbia mai conosciuto: il fondamento dell’Occidente, puro e semplice».
Tra i tanti temi fondamentali che il libro tocca seguendo la Bibbia uno è particolarmente avvincente e in linea con le idee di Peterson. L’idea di lotta, di sfida, di avventura e combattimento in nome della Verità, perfettamente condensato nella vicenda di Abramo. Un uomo che viene chiamato alla sfida. E viene chiamato da una voce che è «lo stesso spirito che incita il poppante ad accettare il compito di diventare bambino, il bambino a diventare adolescente e l’adolescente a diventare un adulto autonomo. È lo stesso spirito che si manifesta nell'anima del figlio o della figlia a cui vengono concesse sempre più responsabilità e opportunità a ogni passo volontario verso la maturità.. In secondo luogo, questi brevi versetti contengono una promessa straordinariamente ottimistica: a coloro che danno ascolto alla vera avventura al servizio di ciò che è più elevato, Dio dice che la loro ricerca non solo soddisferà il desiderio più profondo dell’anima intenta a progredire, ma costituirà anche la strategia più efficace possibile per il successo».
Nei fatti, spiega Peterson, «la fonte dello slancio allo sviluppo personale dev’essere considerata identica al Dio monoteista ebraico e la manifestazione dello spirito divino è ciò che ci spinge ad ammirare e a imitare il successo vero e autentico. [...] È l’ispirazione divina che si concretizza nella chiamata a lottare con se stessi, il mondo, la natura e Dio. [...] Questo è lo spirito che è insieme Dio, la voce incoraggiante che chiama Abram, e ciò che Abram potrebbe essere e poi è: il padre delle nazioni. Significa che l’essenza stessa della paternità, sia essa concepita come qualcosa di divino o di umano, è proprio quella voce incoraggiante che premia l’impulso o forse l’istinto che spinge un bambino, un adolescente e persino un adulto ad accettare le sfide, a svilupparsi ulteriormente, a maturare, a elevarsi e a crescere verso la luce, ad affrontare serpenti e draghi anziché cercare sicurezza, gratificazione edonistica o potere. Pertanto, il Verbo di Dio nella storia di Abram è inteso identico alla propensione innata (anche se non con la necessità deterministica) del bambino a muovere i primi passi; a tendere la mano dell’amicizia e a giocare con gli sconosciuti con coraggio e cordialità in un parco giochi, a rifiutare la falsa amicizia di coloro che raccolgono la palla nel cortile e se ne vanno a casa se non riescono ad avere ciò che vogliono; a opporsi ai bulli nei corridoi della scuola e nei vicoli a favore di chi è più piccolo o più debole e vulnerabile; a desiderare e a correre il rischio di instaurare una relazione con un membro del sesso opposto, e a diventare mariti e mogli affidabili e amorevoli, padri e madri adulti».
La voce divina chiama a una lotta per la verità: «È la vera avventura, non la falsità della menzogna, a costituire il significato autentico e necessariamente sostenibile della vita. Instaurando un’alleanza con l’unico vero Dio, Abram giura di vivere secondo la verità. All’inizio non ne è perfettamente in grado: è, nel migliore dei casi, un uomo comune; un’ottima notizia per tutti noi che ci sforziamo di raggiungere un obiettivo superiore e di mettere ordine nella nostra vita.. Nonostante la sua ordinarietà, Abram decide di correre il rischio». Ecco, correre il rischio a fin di bene: tutta la vita di Peterson e tutto il suo insegnamento si riassume in questo concetto. Una lotta, una buona battaglia.
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Nuovi casi sospetti. Gli esperti: «Presto un farmaco a mRna». Moderna vola in Borsa. Ma l’Oms insiste: «Rischio bassissimo».
Visto il precedente del 2020, ha senso diffidare dell’Oms. Ma quello tra la saggia cautela e la nostalgia canaglia è un confine sottile. Così, sebbene l’agenzia sanitaria continui a ridimensionare l’allarme su Hantavirus - il rischio per la popolazione mondiale, ha ribadito ieri, è «assolutamente basso» - i media e le virostar hanno rispolverato il repertorio dell’epopea Covid: asintomatici, mascherine e vaccini. Tanto che il titolo di Moderna, già schizzato del 10% in Borsa giovedì, ieri è arrivato a guadagnare più del 17%.
Faceva sobbalzare dalla sedia, poi, l’intervista alla Stampa di Drew Weissman, premio Nobel, insieme a Katalin Karikó, per la scoperta dei vaccini contro il Sars-Cov-2. L’immunologo ha annunciato che quelli per il virus dei ratti saranno «accessibili» entro «nove o dieci mesi». Gli scienziati sono all’opera tipo folletti di Babbo Natale: «Stiamo lavorando su tutti i virus potenzialmente responsabili di pandemie», ha raccontato Weissman. Che ha aggiunto: «Anche con il Covid li avevamo pronti già da prima». «Già da prima»? Probabilmente, l’esperto si riferiva alla flessibilità della tecnologia a mRna: si prepara una «libreria» di genomi virali e dopo la sia adatta al ceppo da combattere. Nature, d’altronde, ha scritto che le indagini su un rimedio per l’Hantavirus sono iniziate trent’anni fa. È questione di soldi. Bisogna «mettere a disposizione fondi», ha tuonato Weissman. Il Matilda De Angelis della virologia ce l’ha con il ministro della Salute americano, Robert Kennedy jr, diventato no vax perché «ha un passato da avvocato e ha fatto i soldi attaccando le compagnie farmaceutiche». Esisterà chi fa i soldi lavorando per loro?
La panacea non è ancora sul mercato, eppure la giostra delle siringhe ha ripreso a girare: anche il Corriere della Sera, ieri, sottolineava che «sarebbe possibile mettere a punto un vaccino», rigorosamente «a mRna». E sul giornale di via Solferino sono ricomparsi i malati sani: gli asintomatici. I quali, però, dovrebbero avere «una bassa carica virale e quindi una scarsa o nulla capacità di trasmissione».
Ancora più audace è stato Quotidiano Sanità. Appoggiandosi a un articolo argentino uscito sul New England Journal of Medicine, che ha documentato «un focolaio con superdiffusori e aerosol come possibile via di infezione», la testata ha riesumato un altro feticcio dei gloriosi anni di Roberto Speranza: «Il principio di precauzione imporrebbe l’uso di mascherine». Basta non siano cinesi...
L’odissea della crociera infetta ha svegliato dal letargo pure Massimo Galli. Il medico con l’eskimo, come il collega statunitense, ha contestato l’amministrazione Usa, rea di aver sospeso i finanziamenti alla rete che analizzava i patogeni con potenziale pandemico: «Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli Hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni». A Donald Trump avranno fischiato le orecchie: «La situazione è, speriamo, sotto controllo», ha detto ieri. Il tycoon aveva voluto il divorzio dall’Organizzazione mondiale della sanità. E, su questa strada, lo aveva seguito Javier Milei, presidente di quell’Argentina dove si sarebbero contagiati, mentre osservavano uccelli all’interno di una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, i coniugi olandesi poi saliti sulla MV Hondius e deceduti per la malattia. Buenos Aires ha dichiarato che «prosegue la cooperazione internazionale senza rinunciare alla sovranità».
A proposito di Oms, tra i dottori teledipendenti c’è chi ne ha approfittato per rilanciare l’accordo pandemico, da cui l’Italia si è ritirata la scorsa estate: Matteo Bassetti ha chiesto al governo di tornare a sostenerlo. Per fortuna, la Conferenza Stato-Regioni ne ha appena approvato uno nazionale, che prevede di graduare le eventuali misure restrittive e che, per la somministrazione di medicinali, introduce il principio della «appropriatezza prescrittiva». Per quale motivo la vaccinazione dovrebbe essere la strategia migliore? Hantavirus colpisce migliaia di persone l’anno, sì; ma su miliardi di individui. E, secondo il nostro Istituto superiore di sanità, la sua incidenza è «diminuita negli ultimi decenni». Non avrebbe più senso concentrare le risorse sullo sviluppo di una terapia per i pochi che si ammalano?
Intanto, l’epidemia che non è un’epidemia e che - ha garantito Tedros Adhanom Ghebreyesus - non sarà una pandemia evolve come da previsioni. Il periodo d’incubazione è lungo e perciò, man mano, emergeranno nuovi positivi legati al focolaio originario. Ieri sono stati registrati due casi sospetti: un cittadino britannico che si trova sulla remota isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale; e una donna ricoverata ad Alicante, che era sull’aereo partito da Johannesburg, sul quale aveva provato a imbarcarsi la moglie del paziente zero, morta il giorno dopo. Lascerebbe ben sperare che sia risultata negativa la hostess di Klm, entrata in contatto con la signora in aeroporto.
Il Cile ha messo in isolamento preventivo due passeggeri provenienti dalla crociera. E la Spagna ha comunicato che chi sbarcherà dalla nave, attesa alle Canarie, sarà riportato nel proprio Paese di origine anche se presenta sintomi, purché non gravi. Madrid garantirà «la sicurezza del dispositivo di evacuazione e di rimpatrio». Le autorità dell’isola, tuttavia, hanno avvertito che, a causa delle avverse condizioni meteo, le operazioni dovranno svolgersi entro luendì.
L’Istituto superiore di sanità ha precisato che, nel nostro Paese, «non ci sono segnalazioni di casi umani di infezione» e ha ricordato che «il virus non si trasmette facilmente», con buona pace degli studi sugli aerosol. Il ministero lo ha confermato: non c’è «una situazione di allarme». I nostalgici non si rassegneranno.
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Giuseppe Conte (Ansa)
L’ex premier svela: «Durante il Covid mio figlio si è ammalato: due anni a letto».
«Ricordo il primo lockdown, quattro ore di Consiglio straordinario dei ministri. Ci chiedevamo che cosa fare: cinturiamo questi paesi? Mai è stato fatto, è una follia, siamo in una democrazia, c’è una Costituzione. Cinturiamo, che non escono? Come facciamo a privare della libertà di movimento? Era una cosa che anche per me, da giurista, risultava impensabile».
Giuseppe Conte a ruota libera per quasi tre ore nel podcast One More Time di Luca Casadei, tra racconti del paesello nativo Volturara Appula, «luogo dell’anima», e citazioni della mamma che raccomandava: «Cerca di fare bene quello che ti spetta di fare», offre emozioni dell’epoca pandemica. Spiega che quando si scoprirono «i primi focolai nella Bassa Lodigiana e a Vo’ Euganeo», mentre l’allora premier e il suo esecutivo non sapevano quali misure adottare, era al lavoro «uno staff composto da fior di esperti giuridici e scientifici di cui mi fidavo assolutamente, e che informalmente iniziano a sentire anche il Quirinale che è il garante della Costituzione».
Conte cerca di scaricare sul Colle. Il presidente Sergio Mattarella era informato anche se, dice, non poteva «entrare nella discussione politica». Alla fine, «sul tavolo rimane che dovevamo cinturare questi paesi. Ma i sistemi sono questi, altrimenti lasci correre il virus», sintetizza l’oggi leader del M5s. In Italia, dice, nessuno immaginava che arrivasse il virus in un modo così travolgente. «Era preoccupante, ma la Cina è lontana». Sostiene di aver detto subito: «Bisogna creare un patto con i cittadini, in base al quale ciò che so lo metto a disposizione, non taccio nulla». Per questo, racconta, «ho istituito un Comitato tecnico scientifico di esperti e l’esecutivo, su quella base, adottava le decisioni sotto sua responsabilità politica».
Misure che, sottolinea, mai avrebbe pensato di adottare a livello nazionale, «ma quando ti trovi davanti a una grande responsabilità devi decidere. La salvaguardia delle persone è fondamentale, non puoi dire facciamo correre il virus». A sostegno di quanto afferma, racconta che «a marzo non c’era ancora il lockdown ma gli operai non entravano in fabbrica perché avevano paura di contaminarsi, di morire». Già, bisognava chiuderli in casa o imporre loro la carta verde.
Ma l’ex premier insiste sul patto di trasparenza che avrebbe stretto con i cittadini, perché «siamo in democrazia». Sui vaccini dice: «Vorrei ricordare che la campagna vaccinale l’ho avviata sulla base della piena libertà […]. Poi, quando sono andato via, è venuta la stagione dei green pass con Draghi e addirittura dell’obbligo vaccinale per gli over 50». Si accorge di averla detta grossa, prova a rimediare. «Il green pass l’ho sostenuto, mi è sembrato una logica corretta: io ti rispetto ma se vuoi andare in un ristorante o in un cinema e non ti vuoi vaccinare allora stai a casa, ti vedi Netflix».
Quel periodo, dice, è stato caratterizzato da «tanta preoccupazione, tanta emotività che ho cercato di controllare per non mostrarla all’opinione pubblica, dal momento che ero un punto di riferimento». Anche perché il figlio Niccolò «nel periodo del Covid purtroppo si è ammalato e per due anni è stato in grandissime difficoltà», ha confidato Conte. «È rimasto addirittura a letto per quasi due anni. Poi si è sentito un po’ meglio, io l’accompagnavo a scuola con la carrozzina». Avere un figlio «che non si muoveva, che era sofferente, è stata un’angoscia terribile». Quando è passato il brutto momento, «questo mi ha reso il papà più felice del mondo».
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