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«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
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2026-02-08
Lang Láng: «Papà mi disse: o il trionfo o la morte. Grazie alla musica l’ho perdonato»
Lang Láng (Sonja Muller)
La star cinese del pianoforte: «La competizione non è negativa in sé, ma non bisogna perdere la dimensione spirituale. Ai bambini dico: scatenate il vostro talento, in ogni caso quest’arte sarà vostra amica per sempre».
Si dice che il pianista globale di bianco vestito, protagonista insieme alla diva dell’Opera Cecilia Bartoli del momento musicalmente più alto nella notte olimpica di San Siro, abbia almeno 40 milioni di figli. Artisticamente parlando, ça va sans dire. Lang Láng - rispettivamente «luce del sole» e «gentiluomo istruito», perché in Cina basta spostare un accento e scoppia la rivoluzione - a 43 anni continua a incantare legioni di bambini e appassionati di ogni età in tutti i cinque Continenti, come un pifferaio buono che non conduce alla sventura, ma a quegli 88 tasti bianchi e neri ai quali è stato consegnato fin da piccolissimo.
Il giorno dopo l’inaugurazione di Milano-Cortina 2026 - genere nel quale è assoluto specialista (Giochi di Pechino 2008, Expo Dubai 2020, riapertura della cattedrale Notre-Dame de Paris 2024) - ci riceve nel quartier generale di Steinway & Sons, a pochi minuti a piedi dal Teatro alla Scala. Mentre si rilassa circondato da gran coda e cioccolatini di pasticceria, scorrono nella mente le scene chiave della sua biografia feroce: il comandamento inesorabile del padre che non lo abbandonerà dai 2 anni fino al successo («Devi diventare il numero uno al mondo»); l’addio straziante alla madre in lacrime (che non smuoverà il capofamiglia: «Torna a esercitarti, non c’è tempo per piangere»); lo studio disperato al gelo di Pechino con gli spartiti mangiati dai topi; le apparizioni nelle notti da incubo di un Bach che parla cinese e il beffardo cane giallo di pezza, crudele premio d’umiliazione per i piccoli sconfitti ai concorsi all’ombra del Dragone. Fino al precipizio: il giorno in cui papà Lang Guoren disse al figlio sul quale aveva scommesso tutto: «Hai fallito, la tua via d’uscita è la morte. Buttati dal balcone!».
A proposito di queste Olimpiadi, sulla cui spettacolare apertura resterà anche la sua firma: nella prima parte della vita per lei suonare era diventata un’ossessione per le vittorie, i premi e le medaglie. Quando l’uomo trasforma la musica in una gara sfrenata rischia di sciuparla?
«Negli anni in cui ho iniziato, la competizione nel mio Paese rappresentava l’unica strada per diventare un pianista. La musica non dovrebbe essere ridotta a questo, è una forma d’arte che ha il potere di celebrare l’umanità e di connettere le persone, ma il sistema all’epoca era quello. Senza i trionfi ai concorsi non sarebbero mai arrivati i concerti. La mia è stata una gavetta molto dura, ma ripensandoci ha avuto anche qualche lato positivo».
Quale?
«Prepararsi a essere giudicati da una giuria ti obbliga ad allargare il repertorio, a saper affrontare un palco, a lavorare duro, tralasciando tutto ciò che non è necessario e a migliorare. Poi è ovvio che la rivalità estrema, il voler sempre primeggiare può condurti alla follia…» (ride).
Nella sua carriera c’è un momento in cui si è accorto di cambiare mentalità in questo senso?
«L’incontro con Gary Graffman è stato decisivo. Non era solo un insegnante di pianoforte, ma un solista immenso e soprattutto un grande educatore. Guarda caso veniva dalla scuola di Vladimir Horowitz, un gigante che non ha costruito il suo percorso vincendo gare, tutt’altro».
Il sistema discografico e concertistico attuale rischia di trasformare gli artisti in atleti?
«Beh, qualcosa in comune con gli sportivi ce l’abbiamo. Dobbiamo rispettare la nostra routine di studio e di esercizio, dalla quale non si scappa. E poi siamo responsabili della nostra, chiamiamola così, condizione. Le sfide sono continue: puoi ad esempio essere stravolto e torturato dal jet lag, ma quando entri in scena non puoi permetterti che il pubblico se ne accorga. Non è concesso, in qualche modo devi fare...».
E come?
«Caffè! Espresso italiano!» (ride). «C’è un altro ostacolo. Un pianista professionista deve garantire stabilità e costanza. Non può suonare divinamente una sera e male quella dopo. Certo, non è facile, soprattutto se si fanno troppi concerti. Non dobbiamo scordarci che siamo esseri umani e non macchine. Se si fanno male questi conti si rischia il burnout. Soprattutto da giovani, quando non si è abbastanza maturi per gestire il successo e tutto ciò che ne deriva, da un punto di vista fisico e mentale».
Lei ha appena inciso per Deutsche Grammophon l’album Piano Book 2, che insieme al lavoro precedente forma una grande antologia. Sembra quasi che abbia voluto creare un’oasi di bellezza pescando dai compositori della sua vita (Bach, Chopin, Liszt, Rachmaninoff, ma anche Morricone e molti altri), nella quale giovani e meno giovani possano trovare una ragione per innamorarsi della musica. Davanti a tutto non ha messo la tecnica o la voglia di dimostrare quanto si è bravi alla tastiera.
«È un lavoro che voglio dedicare a tutti coloro che amano o ameranno il pianoforte. Non importa che abbiano fatto della musica il loro lavoro o che siano all’inizio di un percorso. Vanno bene anche i curiosi».
Con questo progetto, ma anche con la Lang Lang International Music Foundation, lei parla a milioni di bambini (Piano Book 1 ha superato il miliardo di stream). Molti di loro sognano di diventare come lei e la statistica ci dice che la stragrande maggioranza di loro non ce la farà. Che messaggio vuole dare a un ragazzo che viene bocciato a un concorso pianistico o che si accorge di non avere abbastanza talento?
«Primo: chi non ci prova non saprà mai di averne uno. Secondo: al di là del livello che riuscirai a raggiungere, la musica sarà tua amica per sempre. Ti aiuterà nella creazione, nell’immaginazione, nella concentrazione, ti donerà una mente e un cuore aperto».
Che tipo di insegnante augura di incontrare ai ragazzi che si avvicinano allo strumento: qualcuno simile all’amorosa signora Zhu Ya-Fen, che lei descrive con affetto nella sua autobiografia (La mia storia, Feltrinelli), la terribile professoressa «Rabbia» o l’illuminato Graffman, che le aprì le porte della dimensione spirituale dell’arte.
«A ogni bambino del mondo auguro di incontrare qualcuno come la professoressa Zhu. Era gentile e paziente, sapeva comprendere i bambini. Oggi purtroppo non c’è più. E non riesco ancora a credere che anche Gary (Graffman, ndr) ci abbia lasciato così presto. La sua anima però è rimasta con tutti quelli che l’hanno conosciuto».
Il rapporto con suo padre è stato segnato da una continua lotta. Per certi versi l’ha torturata, fissandole fin da piccolo degli obiettivi che da fuori possono sembrare disumani. Per altri l’ha costretta a tirare fuori il meglio di sé. Con il senno di poi chi aveva ragione dei due?
«Da un lato papà era nel giusto, perché desiderava il mio successo e il mio bene e ha dedicato tutta la sua vita a questo. Dall’altro ha sicuramente esagerato nello spingere così tanto».
Lei racconta che a un certo punto si era quasi convinto di essere simile al padre di Wolfgang Amadeus Mozart: il genitore-manager di un genio, a cui gestire la vita, senza limiti. Forse però somigliava più al papà-tiranno del campione di tennis Andre Agassi, torturato con un mostruoso robot sparapalline, di cui parla la biografia-capolavoro Open.
«Nella mia storia in effetti c’è qualcosa di simile a quella di Agassi, ma forse anche della carriera sportiva del golfista Tiger Woods. Il mio mito però è Michael Jordan».
Ma ha mai perdonato suo padre per averle chiesto di togliersi la vita in un momento di disperazione?
«Sì, l’ho fatto. La distanza ci ha dato una mano. Da quando non è più attaccato a me in ogni singolo istante della giornata siamo addirittura diventati amici».
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Ansa
- Indignazione per gli sfondoni Rai dopo il «Bulbarelli gate». Poi Mattarella apre la 15esima edizione (è la numero 25): tutti muti.
- Alla cerimonia controlli in palla. Il vice Trump ieri è stato in visita al Cenacolo vinciano.
Lo speciale contiene due articoli
Venerdì sera i più stretti collaboratori di Sergio Mattarella avranno certamente incrociato le dita augurandosi che la telecronaca Rai della cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici fosse all’altezza delle aspettative. Soprattutto dopo che le telefonate di protesta del Quirinale al Comitato olimpico internazionale e a Viale Mazzini avevano avuto come conseguenza la cacciata del telecronista incaricato di coprire l’evento, l’esperto Auro Bulbarelli. L’entourage del Capo dello Stato non poteva che augurarsi che il sostituto fosse adatto al delicato compito. E, invece, hanno avuto Paolo Petrecca. E che la serata sarebbe diventata, in un certo senso, leggendaria lo si è capito immediatamente, quando, con voce impostata, il giornalista ha salutato il pubblico televisivo in questo modo: «Benvenuti dallo stadio Olimpico…». Smarrimento generale. E retromarcia immediata: «…San Siro». Forse Petrecca è troppo abituato al suo comodo ufficio romano di direttore di Rai sport, dove è approdato, dicono in tanti dentro all’azienda pubblica, per meriti professionali, ma anche politici. È la lottizzazione bellezza, un malcostume che in Rai non ha eliminato nessuno, nemmeno la destra di governo. Un mondo, quello di Viale Mazzini, dove la professionalità è importante, ma l’appartenenza ideologica conta altrettanto.
Ed eccoci così al disastro, innescato dalle telefonate del Colle che chiedevano conto di una gaffe innocente di Bulbarelli, il quale, il 30 gennaio scorso, si era lasciato scappare che Mattarella avrebbe regalato «una grande sorpresa» alla cerimonia di apertura. Che era poi una fugace esibizione attoriale: in un video della durata di circa due minuti il capo dello Stato si è chinato a raccogliere un peluche su un tram e lo ha restituito a due bambine. La quirinalista del Corriere della sera ha raccontato la performance con la stessa enfasi con cui l’Academy motivò l’oscar a Robert De Niro per Toro scatenato. Nessuno dei numerosi critici ha osato collegare la débâcle di Petrecca alle telefonata del Quirinale. Né Aldo Grasso, solitamente puntuto, né il sindacato dell’Usigrai, che pure ha diramato un severo comunicato sulla telecronaca «imbarazzata» (eufemismo di Grasso) del direttore di Rai Sport. Hanno visto tutti il dito e nessuno la luna.
Va detto che pure Re Sergio (osannato dal pubblico di San Siro, che gli ha tributato cori calcistici, come hanno rilevato, entusiasti, tutti i cronisti) si è distinto per un clamoroso lapsus. Mattarella, infatti, dichiarando aperti i Giochi, ne ha cancellati in un colpo solo una decina, ovvero 40 anni di competizioni a cinque cerchi. Per lui quelli iniziati in Lombardia e Veneto erano i XV Giochi invernali dell’era moderna. Ma quelli risalgono al 1988 e si svolsero in Canada, a Calgary, quando l’intero pianeta scoprì lo sciatore azzurro più forte di tutti i tempi, l’allora ventunenne Alberto Tomba. Ma se l’errore di Mattarella è stato trasmesso in mondovisione, Petrecca, per fortuna, ha deliziato solo i telespettatori nostrani.
Una disfatta che gli italiani hanno commentato in diretta sui social. In modo impietoso. C’è chi ha scritto: «Un anno di prove, luci e il mago della regia Balich a coordinare un evento pazzesco. E Petrecca al primo secondo sbaglia stadio. È tutto vostro onore. Buonanotte». Un altro ha aggiunto: «“Benvenuti dallo Stadio Olimpico”. “Ecco Mariah Carey”, ma era Matilde De Angelis. Avvio non proprio brillante del direttore di Rai Sport». Un altro utente: «Ora si capisce perché Petrecca è stato più volte sfiduciato da Rainews. Totalmente incapace, linguaggio povero, zero tempismo, spoilera tutto. Meglio stare in silenzio». Questi tra i primi commenti. Già alle 20 tutti gli uomini del presidente, con ogni probabilità, avevano iniziato a sudare freddo. Ma devono aver fatto ricorso ai sali quando Petrecca, riferendosi al presidente e alla signora bionda che gli sedeva accanto, ha detto: «Mattarella in prima fila con la figlia ad applaudire». Peccato che la vicina inquadrata fosse Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, non esattamente una sconosciuta almeno per chi di lavoro si occupa di sport. La figlia del presidente, Laura, invece, non era visibile in quel momento sullo schermo. Davanti allo spettacolo di luci, il telecronista ha sospirato estasiato: «Immagini uniche e quasi incommentabili». «Ecco non commentare», lo ha sotterrato uno davanti al video.
Il racconto è andato avanti senza che emergesse un lavoro di scavo su protagonisti e fatti dell’evento (eppure in Rai da giorni avevano la scaletta dettagliata della cerimonia, proprio per consentire questo tipo di approfondimento). Solo un lungo elenco di nomi, senza dati o informazioni non scontate. Molte ovvietà («Guardate come sono contenti di partecipare») e luoghi comuni come «gli spagnoli sono sempre calienti» o «un popolo che ha il ballo nel sangue» riferito ai brasiliani («L’ha detto davvero», ha scritto uno). La sfilata delle delegazioni è stata una delle parti in cui la povertà del commento è apparsa particolarmente evidente. A proposito dei ragazzi del Kazakistan Petrecca si è contraddistinto per le capacità di calcolo: «Ha solo 4 atleti, 7 nello sci di fondo». Mentre le tuniche e i mantelli degli atleti sauditi non sono parsi convincerlo: «L’Arabia come abiti ci ha abituato a questo tipo di vestiti». Ma la vera chicca è arrivata quando ha dimenticato di nominare il cantante Ghali, che sul prato di San Siro si è esibito, insieme con un nutrito gruppo di ballerini, in una performance durata quasi 4 minuti, legata al tema della pace (l’artista italo-tunisino ha letto la poesia Promemoria di Gianni Rodari). Non è chiaro se Petrecca abbia intenzionalmente «oscurato» Ghali (polemico con l’organizzazione per la mancata traduzione del testo in arabo) o se abbia avuto un’amnesia. Di certo a Petrecca è sfuggito pure qualche altro nome. Verso la fine dello spettacolo gli ex calciatori Franco Baresi e Giuseppe Bergomi e hanno consegnato la fiaccola olimpica a tre azzurre campionesse mondiali di pallavolo, (Carlotta Cambi, Anna Danesi e Paola Egonu) e le ragazze l’hanno passata a tre colleghi maschi, pure loro freschi vincitori del titolo iridato, ovvero Simone Giannelli (capitano della nazionale), Simone Anzani e Luca Porro. Ebbene Petrecca ha riconosciuto solo la Egonu. E così Giannelli su Instagram ha ironizzato: «Grazie ai telecronisti, solo Paola Egonu è famosa». Dopo questo scempio da sinistra sono partite bordate e richieste di dimissioni; l’esecutivo del sindacato dell’Usigrai e i comitati di redazione di Rai Sport di Roma e Milano (l’assemblea dei giornalisti circa due mesi ha già approvato tre giorni di sciopero) sono scesi in campo con un duro comunicato congiunto, che, però, non ha sfiorato la questione centrale della vicenda, il motivo per cui Bulbarelli ha dovuto passare il testimone al suo direttore, evidentemente non all’altezza del compito.
Nel testo si legge: «Se i Giochi hanno come motto “L’importante è partecipare”, non così dovrebbe essere per chi, invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del servizio pubblico e di chi ci lavora». Il sindacato accusa i vertici aziendali di «continuare a difendere» Petrecca, «nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni» e, in sostanza, chiede al direttore di Rai sport di fare un passo indietro. Allora noi abbiamo scritto al segretario Usigrai, Daniele Macheda, quanto segue: «Sull’intervento del Quirinale sui vertici Rai, ammesso da uno dei più stretti collaboratori di Mattarella non avete nulla da dire? O avete già scritto?». L’imbarazzata risposta è giunta dopo quasi due ore: «Buongiorno Giacomo, ho letto il vostro articolo. Le nostre posizioni le abbiamo espresse nel comunicato che hai già». Sindacalisti va bene, ma contro i bersagli giusti.
A San Siro la sicurezza fa flop: siamo arrivati a 15 metri da Vance
Nei giorni dell’inaugurazione di Milano Cortina 2026 abbiamo registrato, nostro malgrado, qualche buco nell’apparato di sicurezza che veglia sui Giochi. Piccole defaillance che, però, è opportuno segnalare per consentire di prendere eventuali contromisure. Per esempio quando ci siamo recati al Media center di Milano, all’altezza del Gate 2 abbiamo sbagliato ingresso, ma l’uomo della security posto a protezione del cancello non ci ha fermato. Siamo così giunti a una porta e qui, dopo un sommario controllo a un accredito non ancora validato, siamo riusciti a entrare nel palazzo senza dover transitare dai metal detector. Ma è nella notte della cerimonia di San Siro che abbiamo verificato personalmente una falla nel dispositivo di protezione dei Grandi della Terra. Verso le 22 di venerdì abbiamo lasciato la sala stampa ubicata nelle viscere del vetusto stadio per far ritorno in tribuna tra i cronisti (in gran parte sistemati su scomodi seggiolini e costretti a scrivere con i pc sulle ginocchia). Siamo saliti su un ascensore insieme a un cameriere che aveva in mano un vassoio con sopra una decina di birre. Siamo sbucati al secondo piano, ma dei cronisti non c’era traccia. Davanti a noi la Terra promessa, la Tribuna Autorità. Nessuno ci ha fermato o controllato l’accredito (ovviamente non utilizzabile in quell’area) nonostante il nostro abbigliamento un po’ stazzonato (un vecchio piumino, jeans, Dr Martens ai piedi) e poco in linea con quello degli altri ospiti. Nonostante il look da gradinata, abbiamo potuto occupare una comoda poltrona (altro che i logori seggiolini!), a circa 15 metri dal palchetto che ospitava il presidente Sergio Mattarella e da quello del vicepresidente statunitense JD Vance. Intorno a noi molti posti liberi e qualcuno occupato da addetti alla sicurezza in giacca e cravatta che si sono agitati solo al termine della serata, al momento dell’allontanamento dei vip dallo stadio. Prima di salire in quella zona esclusiva eravamo passati da una sala ristorante, dove avremmo potuto recuperare un coltello. Per fortuna non è successo niente e il vicepresidente Usa ha potuto passare una serata di completo relax. Lui e la moglie Usha hanno abbandonato il loro posto all’inizio del giuramento olimpico. Ieri il vice Trump ha trascorso una giornata completamente milanese. In mattinata con la consorte ha visitato Santa Maria delle Grazie, dove alla contemplazione del Cenacolo vinciano ha unito un momento di raccoglimento dedicato alla Madonna. Subito dopo Vance è andato a Sesto San Giovanni, dove ha pranzato nel ristorante di Villa Campari, storica sede del marchio. Nel tardo pomeriggio, tappa alla Hockey Arena per la sfida tra gli Usa e la Finlandia. Anche qui, come venerdì sera, qualche «buu» al suo indirizzo. Delle contestazioni ha parlato anche Donald Trump, che ha commentato serafico: «Strano, lui alla gente piace».
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Ci siamo: si frigge per Carnevale. Un dolce che piacerà tantissimo ai bambini, ma che fa gola anche ai grandi sono le castagnole espresse da riempire di una vellutata crema all’arancia. Si fanno rapidamente e hanno tutta la dolcezza che potete aspettarvi da un pomeriggio di festa.
Ingredienti – Per l’impasto – 250 gr di yogurt greco, 160 gr di farina 00, 1 uovo, 2 cucchiaini di lievito per dolci, un pizzico di sale fino, 60 più altri 80 gr di zucchero semolato (meglio che prendiate il finissimo), un’arancia, due cucchiai di liquore all’arancio o di Marsala stravecchio, 1 litro di olio di semi per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico)
Per la crema (secondo la ricetta di nonna Lavinia) Un uovo, due cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero, 250 ml di latte, una buccia d’arancia.
Procedimento – In una bastardella impastate farina, yogurt, uovo, zucchero 60 grammi, i due cucchiai di liquore e il pizzico di sale, lavorate con energia e quando l’impasto è liscio lasciate riposare. Nel frattempo dedicatevi alla crema. Intiepidite il latte con la buccia d’arancia in un pentolino senza far alzare troppo la temperatura altrimenti aggiungendo l’uovo avrete l’effetto frittata, poi aggiungete la farina, lo zucchero e ovviamente l’uovo e con una frutta lavorando di continuo a fiamma bassa fate addensare. Appena vedete che la crema prende bollore spegnete e lasciate raffreddare. Ora mettete a scaldare l’olio per friggere in una capace padella e aggiungete all’impasto il lievito e la buccia d’arancia grattugiata. Mescolate bene. Quando l’olio è in temperatura aiutandovi con due cucchiai fate delle quenelles e friggetele un po’ alla volta. In un piatto sistemate l’altro zucchero passatevi le castagnole ben dorate e ben scolate dal grasso di frittura poi con l’aiuto di una siringa da dolci o col beccuccio più piccolo del sac a poche riempite le castagnole con uno spruzzo di crema e servite.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a riempire di crema le castagnole (state attenti altrimenti non vi resterà abbastanza crema!)
Abbinamento – Noi nell’impasto abbiamo usato un Marsala stravecchio e dunque abbiniamo lo stesso vino alle castagnole voi potete rivolgervi a tutti i passiti d’Italia oppure, abbinamento perfetto, all’Asti Spumante da uva Moscato.
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