Lang Láng: «Papà mi disse: o il trionfo o la morte. Grazie alla musica l’ho perdonato»
Si dice che il pianista globale di bianco vestito, protagonista insieme alla diva dell’Opera Cecilia Bartoli del momento musicalmente più alto nella notte olimpica di San Siro, abbia almeno 40 milioni di figli. Artisticamente parlando, ça va sans dire. Lang Láng - rispettivamente «luce del sole» e «gentiluomo istruito», perché in Cina basta spostare un accento e scoppia la rivoluzione - a 43 anni continua a incantare legioni di bambini e appassionati di ogni età in tutti i cinque Continenti, come un pifferaio buono che non conduce alla sventura, ma a quegli 88 tasti bianchi e neri ai quali è stato consegnato fin da piccolissimo.
Il giorno dopo l’inaugurazione di Milano-Cortina 2026 - genere nel quale è assoluto specialista (Giochi di Pechino 2008, Expo Dubai 2020, riapertura della cattedrale Notre-Dame de Paris 2024) - ci riceve nel quartier generale di Steinway & Sons, a pochi minuti a piedi dal Teatro alla Scala. Mentre si rilassa circondato da gran coda e cioccolatini di pasticceria, scorrono nella mente le scene chiave della sua biografia feroce: il comandamento inesorabile del padre che non lo abbandonerà dai 2 anni fino al successo («Devi diventare il numero uno al mondo»); l’addio straziante alla madre in lacrime (che non smuoverà il capofamiglia: «Torna a esercitarti, non c’è tempo per piangere»); lo studio disperato al gelo di Pechino con gli spartiti mangiati dai topi; le apparizioni nelle notti da incubo di un Bach che parla cinese e il beffardo cane giallo di pezza, crudele premio d’umiliazione per i piccoli sconfitti ai concorsi all’ombra del Dragone. Fino al precipizio: il giorno in cui papà Lang Guoren disse al figlio sul quale aveva scommesso tutto: «Hai fallito, la tua via d’uscita è la morte. Buttati dal balcone!».
A proposito di queste Olimpiadi, sulla cui spettacolare apertura resterà anche la sua firma: nella prima parte della vita per lei suonare era diventata un’ossessione per le vittorie, i premi e le medaglie. Quando l’uomo trasforma la musica in una gara sfrenata rischia di sciuparla?
«Negli anni in cui ho iniziato, la competizione nel mio Paese rappresentava l’unica strada per diventare un pianista. La musica non dovrebbe essere ridotta a questo, è una forma d’arte che ha il potere di celebrare l’umanità e di connettere le persone, ma il sistema all’epoca era quello. Senza i trionfi ai concorsi non sarebbero mai arrivati i concerti. La mia è stata una gavetta molto dura, ma ripensandoci ha avuto anche qualche lato positivo».
Quale?
«Prepararsi a essere giudicati da una giuria ti obbliga ad allargare il repertorio, a saper affrontare un palco, a lavorare duro, tralasciando tutto ciò che non è necessario e a migliorare. Poi è ovvio che la rivalità estrema, il voler sempre primeggiare può condurti alla follia…» (ride).
Nella sua carriera c’è un momento in cui si è accorto di cambiare mentalità in questo senso?
«L’incontro con Gary Graffman è stato decisivo. Non era solo un insegnante di pianoforte, ma un solista immenso e soprattutto un grande educatore. Guarda caso veniva dalla scuola di Vladimir Horowitz, un gigante che non ha costruito il suo percorso vincendo gare, tutt’altro».
Il sistema discografico e concertistico attuale rischia di trasformare gli artisti in atleti?
«Beh, qualcosa in comune con gli sportivi ce l’abbiamo. Dobbiamo rispettare la nostra routine di studio e di esercizio, dalla quale non si scappa. E poi siamo responsabili della nostra, chiamiamola così, condizione. Le sfide sono continue: puoi ad esempio essere stravolto e torturato dal jet lag, ma quando entri in scena non puoi permetterti che il pubblico se ne accorga. Non è concesso, in qualche modo devi fare...».
E come?
«Caffè! Espresso italiano!» (ride). «C’è un altro ostacolo. Un pianista professionista deve garantire stabilità e costanza. Non può suonare divinamente una sera e male quella dopo. Certo, non è facile, soprattutto se si fanno troppi concerti. Non dobbiamo scordarci che siamo esseri umani e non macchine. Se si fanno male questi conti si rischia il burnout. Soprattutto da giovani, quando non si è abbastanza maturi per gestire il successo e tutto ciò che ne deriva, da un punto di vista fisico e mentale».
Lei ha appena inciso per Deutsche Grammophon l’album Piano Book 2, che insieme al lavoro precedente forma una grande antologia. Sembra quasi che abbia voluto creare un’oasi di bellezza pescando dai compositori della sua vita (Bach, Chopin, Liszt, Rachmaninoff, ma anche Morricone e molti altri), nella quale giovani e meno giovani possano trovare una ragione per innamorarsi della musica. Davanti a tutto non ha messo la tecnica o la voglia di dimostrare quanto si è bravi alla tastiera.
«È un lavoro che voglio dedicare a tutti coloro che amano o ameranno il pianoforte. Non importa che abbiano fatto della musica il loro lavoro o che siano all’inizio di un percorso. Vanno bene anche i curiosi».
Con questo progetto, ma anche con la Lang Lang International Music Foundation, lei parla a milioni di bambini (Piano Book 1 ha superato il miliardo di stream). Molti di loro sognano di diventare come lei e la statistica ci dice che la stragrande maggioranza di loro non ce la farà. Che messaggio vuole dare a un ragazzo che viene bocciato a un concorso pianistico o che si accorge di non avere abbastanza talento?
«Primo: chi non ci prova non saprà mai di averne uno. Secondo: al di là del livello che riuscirai a raggiungere, la musica sarà tua amica per sempre. Ti aiuterà nella creazione, nell’immaginazione, nella concentrazione, ti donerà una mente e un cuore aperto».
Che tipo di insegnante augura di incontrare ai ragazzi che si avvicinano allo strumento: qualcuno simile all’amorosa signora Zhu Ya-Fen, che lei descrive con affetto nella sua autobiografia (La mia storia, Feltrinelli), la terribile professoressa «Rabbia» o l’illuminato Graffman, che le aprì le porte della dimensione spirituale dell’arte.
«A ogni bambino del mondo auguro di incontrare qualcuno come la professoressa Zhu. Era gentile e paziente, sapeva comprendere i bambini. Oggi purtroppo non c’è più. E non riesco ancora a credere che anche Gary (Graffman, ndr) ci abbia lasciato così presto. La sua anima però è rimasta con tutti quelli che l’hanno conosciuto».
Il rapporto con suo padre è stato segnato da una continua lotta. Per certi versi l’ha torturata, fissandole fin da piccolo degli obiettivi che da fuori possono sembrare disumani. Per altri l’ha costretta a tirare fuori il meglio di sé. Con il senno di poi chi aveva ragione dei due?
«Da un lato papà era nel giusto, perché desiderava il mio successo e il mio bene e ha dedicato tutta la sua vita a questo. Dall’altro ha sicuramente esagerato nello spingere così tanto».
Lei racconta che a un certo punto si era quasi convinto di essere simile al padre di Wolfgang Amadeus Mozart: il genitore-manager di un genio, a cui gestire la vita, senza limiti. Forse però somigliava più al papà-tiranno del campione di tennis Andre Agassi, torturato con un mostruoso robot sparapalline, di cui parla la biografia-capolavoro Open.
«Nella mia storia in effetti c’è qualcosa di simile a quella di Agassi, ma forse anche della carriera sportiva del golfista Tiger Woods. Il mio mito però è Michael Jordan».
Ma ha mai perdonato suo padre per averle chiesto di togliersi la vita in un momento di disperazione?
«Sì, l’ho fatto. La distanza ci ha dato una mano. Da quando non è più attaccato a me in ogni singolo istante della giornata siamo addirittura diventati amici».



