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2021-04-07
Picchetti e cortei degli esercenti. I «paria» del Covid invadono le piazze
Ansa
Chissà se Roberto Speranza, ministro della Salute, ce l'ha questa cartina dell'Italia. Sono tutte zone in rosso, senza più un centesimo: da Milano a Bari, passando per Imperia e Caserta fino ad arrivare a Roma, in piazza Montecitorio, dove ci sono stati tafferugli, cariche della polizia, con un agente ferito e sette manifestanti fermati. Centinaia, arrivati da tutta Italia davanti al Parlamento per chiedere di riaprire subito ristoranti, negozi, palestre. Alla polizia che li pressava hanno gridato: «Siamo imprenditori, non delinquenti, vogliamo lavorare». Chissà se il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato avvertito dal Cts e dalla cabina di regia (si doveva convocare e invece è tornata nel limbo) che circola un altro virus: la variante imprese. Il vaccino c'è; si chiama lavoro.
Ieri in migliaia hanno trasformato il loro disagio in blocco del traffico, in adunata di piazza, a volte senza mascherina, come occhiutamente notano, tra lo sdegnato e la richiesta di repressione, i commentatori. Ma che importanza ha la mascherina, il contagio, per chi ormai ha perso tutto, come piange una ristoratrice di Napoli, che campa con 1 euro al giorno accasciata davanti al Parlamento, dopo aver schivato una manganellata della polizia? L'Italia è stata percorsa da un terremoto sociale: si è aperta la faglia tra garantiti e non garantiti. E ora bisogna darsi da fare a scavare tra le macerie economiche per costruire una ripresa.
Tutto è cominciato ieri mattina a Milano. Migliaia di ambulanti hanno bloccato il traffico in centro con i loro furgoni in zona Monforte, poi a piedi il lunghissimo corteo, sorvegliato dalla polizia, è arrivato davanti alla Prefettura. Ci sono stati attimi di tensione anche in zona Stazione dove un altro gruppo di commercianti si è radunato al grido «lavoro, lavoro». Nelle stesse ore a Torino gli ambulanti sono arrivati sotto la Prefettura e oggi monteranno il mercato nonostante il divieto. A Imperia i commercianti dei mercati hanno inscenato una protesta in centro. A Bari il blocco del traffico è stato totale tra viale di Maratona e piazzale Lorusso. La richiesta sempre la stessa: sussidi e riaperture. Con Paolo Gonella, del coordinamento ambulanti, che dice: «Ci fate rimpiangere il governo Conte».
Durissima l'azione degli ambulanti campani. Hanno bloccato per ore l'Autostrada del Sole attorno a Caserta mettendo i furgoni di traverso sulla carreggiata. La polizia stradale ha istituito uscite obbligatorie a Caserta Sud e ad Acerra. Nell'ingorgo è rimasto bloccato anche Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che doveva raggiungere Santa Maria Capua Vetere e ha protestato stizzito. L'epicentro del terremoto è stata, ieri pomeriggio, piazza Montecitorio. Paolo Bianchini del Mio (Movimento imprese ospitalità aderente a Federturismo) ha riunito Rete, Pin, Apit Italia, il Movimento Io apro, i lavoratori dello sport, le partite Iva. In piazza c'erano anche militanti di Italexit, il movimento di Gianluigi Paragone, e Casapound, ma anche Ermes, ristoratore di Modena, che è venuto vestito da Sciamano come Jake Angeli, uno dei manifestanti di Capitol Hill, «perché questa manifestazione deve essere mondiale». Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso vicinanza all'agente ferito. Per molte ore la piazza ha continuato a scandire «libertà, libertà». Così ha accolto Vittorio Sgarbi che ha parlato (senza mascherina): «Sono qui con voi contro questo governo di pazzi, questi politici sono traditori della democrazia». Ha commentato: «Non ho visto violenza e io sono stato il solo politico invitato». Anche Enrico Montesano ha portato la sua solidarietà ai manifestanti. Due grandi chef, Gianfanco Vissani e Antonello Colonna, temono che la situazione sia vicina al punto di non ritorno. Tanti gli slogan contro il ministro Roberto Speranza, di cui si chiedono le dimissioni, ma anche contro Matteo Salvini, che pure ha annunciato che insisterà con Draghi «per riaperture in sicurezza, dove i dati lo consentono, e nuovi protocolli per gli accessi in teatri e impianti sportivi, senza dimenticare palestre, bar, ristoranti e negozi». Sulla stessa lunghezza d'onda i presidenti di centrodestra delle Regioni, che domani incontreranno il premier. L'idea è tentare di riaprire gradualmente dal 20 aprile e a maggio dare via libera anche alle palestre. Debora Serracchiani, presidente dei deputati Pd, ha detto: «La preoccupazione c'è, la tensione è alta, siamo consapevoli che bisogna dare i ristori». Ma Paolo Bianchini, leader della protesta, insiste: «Condanniamo cgesti estremi [...], però la politica non può fingere di non vedere che in piazza Montecitorio ci sono centinaia di persone disperate». Per oggi Bianchini annuncia l'apertura di tutti i bar e i ristoranti. «Ci multano? Non ci interessa, noi dobbiamo riaprire, altrimenti si muore».
Tafferugli a Roma, poliziotti feriti
Se prevarrà la mistificazione, ad averla vinta saranno stati i violenti e a rimetterci i lavoratori ridotti dal Covid alla canna del gas. Per cui è doveroso chiarire da subito che gli scontri di ieri pomeriggio di fronte a Montecitorio, che hanno duramente impegnato le forze dell'ordine, hanno danneggiato per primi coloro che quella manifestazione l'avevano indetta. E chi farà rimbalzare solo le immagini del «Jake Angeli de noantri», vestito da sciamano e affiancato da un paio di complottisti e da qualche vecchia conoscenza della questura capitolina senza entrare nel merito delle istanze dei manifestanti, avrà assestato un altro colpo mortale a quei lavoratori che non scorgono più la famosa luce in fondo al tunnel.
Ma andiamo ai fatti: ieri, in tutto il Paese, è stata la giornata della protesta (sacrosanta) di alcune categorie messe ko dalle chiusure decretate dal governo e in molti casi rafforzate dalle Regioni. Le più rappresentative sono state quelle indette dagli ambulanti a Milano e dai ristoratori a Roma, davanti alla Camera dei deputati. Nel secondo caso, ai ristoratori si sono affiancati altre categorie di esercenti, gli ambulanti della Capitale e, come spesso accade e come ben sa chi è avvezzo a seguire questo tipo di manifestazioni (che in quella location hanno cadenza pressoché quotidiana) al grosso dei manifestanti si è aggregata quella piccola corte dei miracoli composta da sbandati, cacciatori di inquadrature sulle tv, sciacalli del caos che gravita attorno a questo tipo di occasioni. Compresi, purtroppo, un manipolo di estremisti (alcuni con precedenti) che da mesi stanno tentando di far virare verso gli scontri con la polizia ogni legittima protesta di lavoratori e imprenditori. La miccia si è accesa quando, dopo un breve intervento di Vittorio Sgarbi in solidarietà alla protesta dei lavoratori, alcuni di questi hanno tentato lo sfondamento delle transenne per avvicinarsi all'ingresso di Palazzo Montecitorio. Il tentativo, secondo la ricostruzione dei presenti e delle stesse forze dell'ordine, è stato accompagnato dal lancio di bottiglie e di corpi contundenti e dall'accensione di fumogeni. A quel punto la polizia ha operato, a più riprese, delle cariche di alleggerimento che hanno consentito, seppure a fatica e dopo ripetuti contatti, di ristabilire il controllo della situazione. Feriti un paio di poliziotti e alcuni manifestanti, e tra questi ultimi gli identificati sarebbero stati almeno sette. Dopo gli scontri, i ristoratori e le altre categorie presenti hanno continuato pacificamente a manifestare e una delegazione è stata poi ricevuta sia da esponenti della maggioranza di governo che dell'opposizione.
Paolo Bianchini, presente in piazza e presidente di Mio Italia-Movimento imprese ospitalità, con una nota ha immediatamente condannato l'accaduto, aggiungendo altresì che «la politica non può girare il capo fingendo di non vedere, che in piazza ci sono centinaia di persone disperate, di tutta Italia: imprenditori che hanno perso tutto a causa delle chiusure e ora non hanno più nulla da perdere».
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Gli ambulanti bloccano l'A1, fermata anche l'auto di Vincenzo De Luca. Manifestazioni in tutt'Italia: «Multateci, ma dobbiamo riaprire»Scontri a Montecitorio dopo il discorso di Vittorio Sgarbi. Spunta la foto di un uomo in abiti da Sciamano e la stampa prova a screditare i dimostranti come un gruppo di estremistiLo speciale contiene due articoliChissà se Roberto Speranza, ministro della Salute, ce l'ha questa cartina dell'Italia. Sono tutte zone in rosso, senza più un centesimo: da Milano a Bari, passando per Imperia e Caserta fino ad arrivare a Roma, in piazza Montecitorio, dove ci sono stati tafferugli, cariche della polizia, con un agente ferito e sette manifestanti fermati. Centinaia, arrivati da tutta Italia davanti al Parlamento per chiedere di riaprire subito ristoranti, negozi, palestre. Alla polizia che li pressava hanno gridato: «Siamo imprenditori, non delinquenti, vogliamo lavorare». Chissà se il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato avvertito dal Cts e dalla cabina di regia (si doveva convocare e invece è tornata nel limbo) che circola un altro virus: la variante imprese. Il vaccino c'è; si chiama lavoro. Ieri in migliaia hanno trasformato il loro disagio in blocco del traffico, in adunata di piazza, a volte senza mascherina, come occhiutamente notano, tra lo sdegnato e la richiesta di repressione, i commentatori. Ma che importanza ha la mascherina, il contagio, per chi ormai ha perso tutto, come piange una ristoratrice di Napoli, che campa con 1 euro al giorno accasciata davanti al Parlamento, dopo aver schivato una manganellata della polizia? L'Italia è stata percorsa da un terremoto sociale: si è aperta la faglia tra garantiti e non garantiti. E ora bisogna darsi da fare a scavare tra le macerie economiche per costruire una ripresa. Tutto è cominciato ieri mattina a Milano. Migliaia di ambulanti hanno bloccato il traffico in centro con i loro furgoni in zona Monforte, poi a piedi il lunghissimo corteo, sorvegliato dalla polizia, è arrivato davanti alla Prefettura. Ci sono stati attimi di tensione anche in zona Stazione dove un altro gruppo di commercianti si è radunato al grido «lavoro, lavoro». Nelle stesse ore a Torino gli ambulanti sono arrivati sotto la Prefettura e oggi monteranno il mercato nonostante il divieto. A Imperia i commercianti dei mercati hanno inscenato una protesta in centro. A Bari il blocco del traffico è stato totale tra viale di Maratona e piazzale Lorusso. La richiesta sempre la stessa: sussidi e riaperture. Con Paolo Gonella, del coordinamento ambulanti, che dice: «Ci fate rimpiangere il governo Conte». Durissima l'azione degli ambulanti campani. Hanno bloccato per ore l'Autostrada del Sole attorno a Caserta mettendo i furgoni di traverso sulla carreggiata. La polizia stradale ha istituito uscite obbligatorie a Caserta Sud e ad Acerra. Nell'ingorgo è rimasto bloccato anche Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che doveva raggiungere Santa Maria Capua Vetere e ha protestato stizzito. L'epicentro del terremoto è stata, ieri pomeriggio, piazza Montecitorio. Paolo Bianchini del Mio (Movimento imprese ospitalità aderente a Federturismo) ha riunito Rete, Pin, Apit Italia, il Movimento Io apro, i lavoratori dello sport, le partite Iva. In piazza c'erano anche militanti di Italexit, il movimento di Gianluigi Paragone, e Casapound, ma anche Ermes, ristoratore di Modena, che è venuto vestito da Sciamano come Jake Angeli, uno dei manifestanti di Capitol Hill, «perché questa manifestazione deve essere mondiale». Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso vicinanza all'agente ferito. Per molte ore la piazza ha continuato a scandire «libertà, libertà». Così ha accolto Vittorio Sgarbi che ha parlato (senza mascherina): «Sono qui con voi contro questo governo di pazzi, questi politici sono traditori della democrazia». Ha commentato: «Non ho visto violenza e io sono stato il solo politico invitato». Anche Enrico Montesano ha portato la sua solidarietà ai manifestanti. Due grandi chef, Gianfanco Vissani e Antonello Colonna, temono che la situazione sia vicina al punto di non ritorno. Tanti gli slogan contro il ministro Roberto Speranza, di cui si chiedono le dimissioni, ma anche contro Matteo Salvini, che pure ha annunciato che insisterà con Draghi «per riaperture in sicurezza, dove i dati lo consentono, e nuovi protocolli per gli accessi in teatri e impianti sportivi, senza dimenticare palestre, bar, ristoranti e negozi». Sulla stessa lunghezza d'onda i presidenti di centrodestra delle Regioni, che domani incontreranno il premier. L'idea è tentare di riaprire gradualmente dal 20 aprile e a maggio dare via libera anche alle palestre. Debora Serracchiani, presidente dei deputati Pd, ha detto: «La preoccupazione c'è, la tensione è alta, siamo consapevoli che bisogna dare i ristori». Ma Paolo Bianchini, leader della protesta, insiste: «Condanniamo cgesti estremi [...], però la politica non può fingere di non vedere che in piazza Montecitorio ci sono centinaia di persone disperate». Per oggi Bianchini annuncia l'apertura di tutti i bar e i ristoranti. «Ci multano? Non ci interessa, noi dobbiamo riaprire, altrimenti si muore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/picchetti-e-cortei-degli-esercenti-i-paria-del-covid-invadono-le-piazze-2651376906.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafferugli-a-roma-poliziotti-feriti" data-post-id="2651376906" data-published-at="1617735349" data-use-pagination="False"> Tafferugli a Roma, poliziotti feriti Se prevarrà la mistificazione, ad averla vinta saranno stati i violenti e a rimetterci i lavoratori ridotti dal Covid alla canna del gas. Per cui è doveroso chiarire da subito che gli scontri di ieri pomeriggio di fronte a Montecitorio, che hanno duramente impegnato le forze dell'ordine, hanno danneggiato per primi coloro che quella manifestazione l'avevano indetta. E chi farà rimbalzare solo le immagini del «Jake Angeli de noantri», vestito da sciamano e affiancato da un paio di complottisti e da qualche vecchia conoscenza della questura capitolina senza entrare nel merito delle istanze dei manifestanti, avrà assestato un altro colpo mortale a quei lavoratori che non scorgono più la famosa luce in fondo al tunnel. Ma andiamo ai fatti: ieri, in tutto il Paese, è stata la giornata della protesta (sacrosanta) di alcune categorie messe ko dalle chiusure decretate dal governo e in molti casi rafforzate dalle Regioni. Le più rappresentative sono state quelle indette dagli ambulanti a Milano e dai ristoratori a Roma, davanti alla Camera dei deputati. Nel secondo caso, ai ristoratori si sono affiancati altre categorie di esercenti, gli ambulanti della Capitale e, come spesso accade e come ben sa chi è avvezzo a seguire questo tipo di manifestazioni (che in quella location hanno cadenza pressoché quotidiana) al grosso dei manifestanti si è aggregata quella piccola corte dei miracoli composta da sbandati, cacciatori di inquadrature sulle tv, sciacalli del caos che gravita attorno a questo tipo di occasioni. Compresi, purtroppo, un manipolo di estremisti (alcuni con precedenti) che da mesi stanno tentando di far virare verso gli scontri con la polizia ogni legittima protesta di lavoratori e imprenditori. La miccia si è accesa quando, dopo un breve intervento di Vittorio Sgarbi in solidarietà alla protesta dei lavoratori, alcuni di questi hanno tentato lo sfondamento delle transenne per avvicinarsi all'ingresso di Palazzo Montecitorio. Il tentativo, secondo la ricostruzione dei presenti e delle stesse forze dell'ordine, è stato accompagnato dal lancio di bottiglie e di corpi contundenti e dall'accensione di fumogeni. A quel punto la polizia ha operato, a più riprese, delle cariche di alleggerimento che hanno consentito, seppure a fatica e dopo ripetuti contatti, di ristabilire il controllo della situazione. Feriti un paio di poliziotti e alcuni manifestanti, e tra questi ultimi gli identificati sarebbero stati almeno sette. Dopo gli scontri, i ristoratori e le altre categorie presenti hanno continuato pacificamente a manifestare e una delegazione è stata poi ricevuta sia da esponenti della maggioranza di governo che dell'opposizione. Paolo Bianchini, presente in piazza e presidente di Mio Italia-Movimento imprese ospitalità, con una nota ha immediatamente condannato l'accaduto, aggiungendo altresì che «la politica non può girare il capo fingendo di non vedere, che in piazza ci sono centinaia di persone disperate, di tutta Italia: imprenditori che hanno perso tutto a causa delle chiusure e ora non hanno più nulla da perdere».
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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