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2021-04-07
Picchetti e cortei degli esercenti. I «paria» del Covid invadono le piazze
Ansa
Chissà se Roberto Speranza, ministro della Salute, ce l'ha questa cartina dell'Italia. Sono tutte zone in rosso, senza più un centesimo: da Milano a Bari, passando per Imperia e Caserta fino ad arrivare a Roma, in piazza Montecitorio, dove ci sono stati tafferugli, cariche della polizia, con un agente ferito e sette manifestanti fermati. Centinaia, arrivati da tutta Italia davanti al Parlamento per chiedere di riaprire subito ristoranti, negozi, palestre. Alla polizia che li pressava hanno gridato: «Siamo imprenditori, non delinquenti, vogliamo lavorare». Chissà se il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato avvertito dal Cts e dalla cabina di regia (si doveva convocare e invece è tornata nel limbo) che circola un altro virus: la variante imprese. Il vaccino c'è; si chiama lavoro.
Ieri in migliaia hanno trasformato il loro disagio in blocco del traffico, in adunata di piazza, a volte senza mascherina, come occhiutamente notano, tra lo sdegnato e la richiesta di repressione, i commentatori. Ma che importanza ha la mascherina, il contagio, per chi ormai ha perso tutto, come piange una ristoratrice di Napoli, che campa con 1 euro al giorno accasciata davanti al Parlamento, dopo aver schivato una manganellata della polizia? L'Italia è stata percorsa da un terremoto sociale: si è aperta la faglia tra garantiti e non garantiti. E ora bisogna darsi da fare a scavare tra le macerie economiche per costruire una ripresa.
Tutto è cominciato ieri mattina a Milano. Migliaia di ambulanti hanno bloccato il traffico in centro con i loro furgoni in zona Monforte, poi a piedi il lunghissimo corteo, sorvegliato dalla polizia, è arrivato davanti alla Prefettura. Ci sono stati attimi di tensione anche in zona Stazione dove un altro gruppo di commercianti si è radunato al grido «lavoro, lavoro». Nelle stesse ore a Torino gli ambulanti sono arrivati sotto la Prefettura e oggi monteranno il mercato nonostante il divieto. A Imperia i commercianti dei mercati hanno inscenato una protesta in centro. A Bari il blocco del traffico è stato totale tra viale di Maratona e piazzale Lorusso. La richiesta sempre la stessa: sussidi e riaperture. Con Paolo Gonella, del coordinamento ambulanti, che dice: «Ci fate rimpiangere il governo Conte».
Durissima l'azione degli ambulanti campani. Hanno bloccato per ore l'Autostrada del Sole attorno a Caserta mettendo i furgoni di traverso sulla carreggiata. La polizia stradale ha istituito uscite obbligatorie a Caserta Sud e ad Acerra. Nell'ingorgo è rimasto bloccato anche Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che doveva raggiungere Santa Maria Capua Vetere e ha protestato stizzito. L'epicentro del terremoto è stata, ieri pomeriggio, piazza Montecitorio. Paolo Bianchini del Mio (Movimento imprese ospitalità aderente a Federturismo) ha riunito Rete, Pin, Apit Italia, il Movimento Io apro, i lavoratori dello sport, le partite Iva. In piazza c'erano anche militanti di Italexit, il movimento di Gianluigi Paragone, e Casapound, ma anche Ermes, ristoratore di Modena, che è venuto vestito da Sciamano come Jake Angeli, uno dei manifestanti di Capitol Hill, «perché questa manifestazione deve essere mondiale». Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso vicinanza all'agente ferito. Per molte ore la piazza ha continuato a scandire «libertà, libertà». Così ha accolto Vittorio Sgarbi che ha parlato (senza mascherina): «Sono qui con voi contro questo governo di pazzi, questi politici sono traditori della democrazia». Ha commentato: «Non ho visto violenza e io sono stato il solo politico invitato». Anche Enrico Montesano ha portato la sua solidarietà ai manifestanti. Due grandi chef, Gianfanco Vissani e Antonello Colonna, temono che la situazione sia vicina al punto di non ritorno. Tanti gli slogan contro il ministro Roberto Speranza, di cui si chiedono le dimissioni, ma anche contro Matteo Salvini, che pure ha annunciato che insisterà con Draghi «per riaperture in sicurezza, dove i dati lo consentono, e nuovi protocolli per gli accessi in teatri e impianti sportivi, senza dimenticare palestre, bar, ristoranti e negozi». Sulla stessa lunghezza d'onda i presidenti di centrodestra delle Regioni, che domani incontreranno il premier. L'idea è tentare di riaprire gradualmente dal 20 aprile e a maggio dare via libera anche alle palestre. Debora Serracchiani, presidente dei deputati Pd, ha detto: «La preoccupazione c'è, la tensione è alta, siamo consapevoli che bisogna dare i ristori». Ma Paolo Bianchini, leader della protesta, insiste: «Condanniamo cgesti estremi [...], però la politica non può fingere di non vedere che in piazza Montecitorio ci sono centinaia di persone disperate». Per oggi Bianchini annuncia l'apertura di tutti i bar e i ristoranti. «Ci multano? Non ci interessa, noi dobbiamo riaprire, altrimenti si muore».
Tafferugli a Roma, poliziotti feriti
Se prevarrà la mistificazione, ad averla vinta saranno stati i violenti e a rimetterci i lavoratori ridotti dal Covid alla canna del gas. Per cui è doveroso chiarire da subito che gli scontri di ieri pomeriggio di fronte a Montecitorio, che hanno duramente impegnato le forze dell'ordine, hanno danneggiato per primi coloro che quella manifestazione l'avevano indetta. E chi farà rimbalzare solo le immagini del «Jake Angeli de noantri», vestito da sciamano e affiancato da un paio di complottisti e da qualche vecchia conoscenza della questura capitolina senza entrare nel merito delle istanze dei manifestanti, avrà assestato un altro colpo mortale a quei lavoratori che non scorgono più la famosa luce in fondo al tunnel.
Ma andiamo ai fatti: ieri, in tutto il Paese, è stata la giornata della protesta (sacrosanta) di alcune categorie messe ko dalle chiusure decretate dal governo e in molti casi rafforzate dalle Regioni. Le più rappresentative sono state quelle indette dagli ambulanti a Milano e dai ristoratori a Roma, davanti alla Camera dei deputati. Nel secondo caso, ai ristoratori si sono affiancati altre categorie di esercenti, gli ambulanti della Capitale e, come spesso accade e come ben sa chi è avvezzo a seguire questo tipo di manifestazioni (che in quella location hanno cadenza pressoché quotidiana) al grosso dei manifestanti si è aggregata quella piccola corte dei miracoli composta da sbandati, cacciatori di inquadrature sulle tv, sciacalli del caos che gravita attorno a questo tipo di occasioni. Compresi, purtroppo, un manipolo di estremisti (alcuni con precedenti) che da mesi stanno tentando di far virare verso gli scontri con la polizia ogni legittima protesta di lavoratori e imprenditori. La miccia si è accesa quando, dopo un breve intervento di Vittorio Sgarbi in solidarietà alla protesta dei lavoratori, alcuni di questi hanno tentato lo sfondamento delle transenne per avvicinarsi all'ingresso di Palazzo Montecitorio. Il tentativo, secondo la ricostruzione dei presenti e delle stesse forze dell'ordine, è stato accompagnato dal lancio di bottiglie e di corpi contundenti e dall'accensione di fumogeni. A quel punto la polizia ha operato, a più riprese, delle cariche di alleggerimento che hanno consentito, seppure a fatica e dopo ripetuti contatti, di ristabilire il controllo della situazione. Feriti un paio di poliziotti e alcuni manifestanti, e tra questi ultimi gli identificati sarebbero stati almeno sette. Dopo gli scontri, i ristoratori e le altre categorie presenti hanno continuato pacificamente a manifestare e una delegazione è stata poi ricevuta sia da esponenti della maggioranza di governo che dell'opposizione.
Paolo Bianchini, presente in piazza e presidente di Mio Italia-Movimento imprese ospitalità, con una nota ha immediatamente condannato l'accaduto, aggiungendo altresì che «la politica non può girare il capo fingendo di non vedere, che in piazza ci sono centinaia di persone disperate, di tutta Italia: imprenditori che hanno perso tutto a causa delle chiusure e ora non hanno più nulla da perdere».
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Gli ambulanti bloccano l'A1, fermata anche l'auto di Vincenzo De Luca. Manifestazioni in tutt'Italia: «Multateci, ma dobbiamo riaprire»Scontri a Montecitorio dopo il discorso di Vittorio Sgarbi. Spunta la foto di un uomo in abiti da Sciamano e la stampa prova a screditare i dimostranti come un gruppo di estremistiLo speciale contiene due articoliChissà se Roberto Speranza, ministro della Salute, ce l'ha questa cartina dell'Italia. Sono tutte zone in rosso, senza più un centesimo: da Milano a Bari, passando per Imperia e Caserta fino ad arrivare a Roma, in piazza Montecitorio, dove ci sono stati tafferugli, cariche della polizia, con un agente ferito e sette manifestanti fermati. Centinaia, arrivati da tutta Italia davanti al Parlamento per chiedere di riaprire subito ristoranti, negozi, palestre. Alla polizia che li pressava hanno gridato: «Siamo imprenditori, non delinquenti, vogliamo lavorare». Chissà se il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato avvertito dal Cts e dalla cabina di regia (si doveva convocare e invece è tornata nel limbo) che circola un altro virus: la variante imprese. Il vaccino c'è; si chiama lavoro. Ieri in migliaia hanno trasformato il loro disagio in blocco del traffico, in adunata di piazza, a volte senza mascherina, come occhiutamente notano, tra lo sdegnato e la richiesta di repressione, i commentatori. Ma che importanza ha la mascherina, il contagio, per chi ormai ha perso tutto, come piange una ristoratrice di Napoli, che campa con 1 euro al giorno accasciata davanti al Parlamento, dopo aver schivato una manganellata della polizia? L'Italia è stata percorsa da un terremoto sociale: si è aperta la faglia tra garantiti e non garantiti. E ora bisogna darsi da fare a scavare tra le macerie economiche per costruire una ripresa. Tutto è cominciato ieri mattina a Milano. Migliaia di ambulanti hanno bloccato il traffico in centro con i loro furgoni in zona Monforte, poi a piedi il lunghissimo corteo, sorvegliato dalla polizia, è arrivato davanti alla Prefettura. Ci sono stati attimi di tensione anche in zona Stazione dove un altro gruppo di commercianti si è radunato al grido «lavoro, lavoro». Nelle stesse ore a Torino gli ambulanti sono arrivati sotto la Prefettura e oggi monteranno il mercato nonostante il divieto. A Imperia i commercianti dei mercati hanno inscenato una protesta in centro. A Bari il blocco del traffico è stato totale tra viale di Maratona e piazzale Lorusso. La richiesta sempre la stessa: sussidi e riaperture. Con Paolo Gonella, del coordinamento ambulanti, che dice: «Ci fate rimpiangere il governo Conte». Durissima l'azione degli ambulanti campani. Hanno bloccato per ore l'Autostrada del Sole attorno a Caserta mettendo i furgoni di traverso sulla carreggiata. La polizia stradale ha istituito uscite obbligatorie a Caserta Sud e ad Acerra. Nell'ingorgo è rimasto bloccato anche Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che doveva raggiungere Santa Maria Capua Vetere e ha protestato stizzito. L'epicentro del terremoto è stata, ieri pomeriggio, piazza Montecitorio. Paolo Bianchini del Mio (Movimento imprese ospitalità aderente a Federturismo) ha riunito Rete, Pin, Apit Italia, il Movimento Io apro, i lavoratori dello sport, le partite Iva. In piazza c'erano anche militanti di Italexit, il movimento di Gianluigi Paragone, e Casapound, ma anche Ermes, ristoratore di Modena, che è venuto vestito da Sciamano come Jake Angeli, uno dei manifestanti di Capitol Hill, «perché questa manifestazione deve essere mondiale». Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso vicinanza all'agente ferito. Per molte ore la piazza ha continuato a scandire «libertà, libertà». Così ha accolto Vittorio Sgarbi che ha parlato (senza mascherina): «Sono qui con voi contro questo governo di pazzi, questi politici sono traditori della democrazia». Ha commentato: «Non ho visto violenza e io sono stato il solo politico invitato». Anche Enrico Montesano ha portato la sua solidarietà ai manifestanti. Due grandi chef, Gianfanco Vissani e Antonello Colonna, temono che la situazione sia vicina al punto di non ritorno. Tanti gli slogan contro il ministro Roberto Speranza, di cui si chiedono le dimissioni, ma anche contro Matteo Salvini, che pure ha annunciato che insisterà con Draghi «per riaperture in sicurezza, dove i dati lo consentono, e nuovi protocolli per gli accessi in teatri e impianti sportivi, senza dimenticare palestre, bar, ristoranti e negozi». Sulla stessa lunghezza d'onda i presidenti di centrodestra delle Regioni, che domani incontreranno il premier. L'idea è tentare di riaprire gradualmente dal 20 aprile e a maggio dare via libera anche alle palestre. Debora Serracchiani, presidente dei deputati Pd, ha detto: «La preoccupazione c'è, la tensione è alta, siamo consapevoli che bisogna dare i ristori». Ma Paolo Bianchini, leader della protesta, insiste: «Condanniamo cgesti estremi [...], però la politica non può fingere di non vedere che in piazza Montecitorio ci sono centinaia di persone disperate». Per oggi Bianchini annuncia l'apertura di tutti i bar e i ristoranti. «Ci multano? Non ci interessa, noi dobbiamo riaprire, altrimenti si muore». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/picchetti-e-cortei-degli-esercenti-i-paria-del-covid-invadono-le-piazze-2651376906.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafferugli-a-roma-poliziotti-feriti" data-post-id="2651376906" data-published-at="1617735349" data-use-pagination="False"> Tafferugli a Roma, poliziotti feriti Se prevarrà la mistificazione, ad averla vinta saranno stati i violenti e a rimetterci i lavoratori ridotti dal Covid alla canna del gas. Per cui è doveroso chiarire da subito che gli scontri di ieri pomeriggio di fronte a Montecitorio, che hanno duramente impegnato le forze dell'ordine, hanno danneggiato per primi coloro che quella manifestazione l'avevano indetta. E chi farà rimbalzare solo le immagini del «Jake Angeli de noantri», vestito da sciamano e affiancato da un paio di complottisti e da qualche vecchia conoscenza della questura capitolina senza entrare nel merito delle istanze dei manifestanti, avrà assestato un altro colpo mortale a quei lavoratori che non scorgono più la famosa luce in fondo al tunnel. Ma andiamo ai fatti: ieri, in tutto il Paese, è stata la giornata della protesta (sacrosanta) di alcune categorie messe ko dalle chiusure decretate dal governo e in molti casi rafforzate dalle Regioni. Le più rappresentative sono state quelle indette dagli ambulanti a Milano e dai ristoratori a Roma, davanti alla Camera dei deputati. Nel secondo caso, ai ristoratori si sono affiancati altre categorie di esercenti, gli ambulanti della Capitale e, come spesso accade e come ben sa chi è avvezzo a seguire questo tipo di manifestazioni (che in quella location hanno cadenza pressoché quotidiana) al grosso dei manifestanti si è aggregata quella piccola corte dei miracoli composta da sbandati, cacciatori di inquadrature sulle tv, sciacalli del caos che gravita attorno a questo tipo di occasioni. Compresi, purtroppo, un manipolo di estremisti (alcuni con precedenti) che da mesi stanno tentando di far virare verso gli scontri con la polizia ogni legittima protesta di lavoratori e imprenditori. La miccia si è accesa quando, dopo un breve intervento di Vittorio Sgarbi in solidarietà alla protesta dei lavoratori, alcuni di questi hanno tentato lo sfondamento delle transenne per avvicinarsi all'ingresso di Palazzo Montecitorio. Il tentativo, secondo la ricostruzione dei presenti e delle stesse forze dell'ordine, è stato accompagnato dal lancio di bottiglie e di corpi contundenti e dall'accensione di fumogeni. A quel punto la polizia ha operato, a più riprese, delle cariche di alleggerimento che hanno consentito, seppure a fatica e dopo ripetuti contatti, di ristabilire il controllo della situazione. Feriti un paio di poliziotti e alcuni manifestanti, e tra questi ultimi gli identificati sarebbero stati almeno sette. Dopo gli scontri, i ristoratori e le altre categorie presenti hanno continuato pacificamente a manifestare e una delegazione è stata poi ricevuta sia da esponenti della maggioranza di governo che dell'opposizione. Paolo Bianchini, presente in piazza e presidente di Mio Italia-Movimento imprese ospitalità, con una nota ha immediatamente condannato l'accaduto, aggiungendo altresì che «la politica non può girare il capo fingendo di non vedere, che in piazza ci sono centinaia di persone disperate, di tutta Italia: imprenditori che hanno perso tutto a causa delle chiusure e ora non hanno più nulla da perdere».
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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