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2020-06-05
Piano della Merkel da 130 miliardi: soldi in tasca ai cittadini e giù le tasse
Angela Merkel (Henning Schacht / Getty Images)
C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.
È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.
In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire.
Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre.
Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico).
L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. La terza ha a che fare con il rapporto con l'Ue: Berlino non ha atteso Bruxelles, non ha chiesto né permessi né autorizzazioni, ma ha una volta di più certificato la sua sovrana autonomia.
Da noi a giugno sarà stangata fiscale
Giugno è il mese delle tasse per gli italiani che sono chiamati a pagare Ires, Irpef e la cedolare secca sugli affitti. Le casse dello Stato incasseranno dunque circa 29 miliardi. Di questi 11,7 miliardi riguardano i tributi da saldare per il 2019 e altri 17,2 sono l'acconto 2020.
A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri.
A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro.
A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria.
Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
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Seconda ondata di aiuti dopo marzo: Iva abbassata del 3% per sei mesi, 300 euro alle famiglie per ogni figlio, 25 miliardi alle imprese e 50 di investimenti. Invece di aspettare il via libera di Bruxelles, Berlino decide per sé.In Italia Irap sospesa, ma scadono l'Iva, l'Ires, l'Irpef e i tributi locali: conto da 29 miliardi. Unimpresa: «Mossa ben studiata. Tanti non potranno pagare e ci saranno sanzioni».Lo speciale contiene due articoli.C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire. Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre. Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico). L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. 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A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri. A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro. A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria. Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
Alla vigilia del ritorno del Ring di Wagner al Teatro alla Scala, Marco Targa, presidente dell’Associazione Wagneriana Milano, ci introduce nel mondo di uno dei compositori che più hanno influenzato la cultura dei nostri giorni, dal cinema alla letteratura
Rodolfo Fiesoli (Ansa)
Era ufficialmente una cooperativa che ospitava famiglie che si rendevano disponibili per l’affidamento di bambini, anche se poi spesso non si trattava di veri nuclei, bensì di quelle che venivano chiamate «famiglie funzionali», ovvero «nuove famiglie» che nella mente malata dei fondatori della comunità avrebbero dovuto sostituire la famiglia naturale. Soprattutto, però, il Forteto era una setta in cui si commettevano abusi con regolarità. Di più: vessazioni e atti di libidine erano la norma. Proprio come Epstein, il fondatore della cooperativa Rodolfo Fiesoli aveva una fittissima rete di contatti nel sistema di potere locale e nazionale. Conosceva e invitava politici (soprattutto progressisti), ospitava giornalisti e magistrati, era perfettamente inserito negli ambienti che contano, e questi ultimi ricambiavano l’attenzione trattandolo come un guru, un esempio da seguire. Proprio come Epstein, Fiesoli nascondeva la propria faccia oscura alla luce del sole: aveva fondato il Forteto nel 1977 e nel 1985 gli era arrivata una prima e pesante condanna per gli abusi sui minorenni. Eppure fino almeno al 2010 ha continuato ad agire indisturbato, ha goduto dei favori di intellettuali e amministratori, e ha continuato a maltrattare e molestare minorenni, esattamente come faceva - dopo una prima condanna - il faccendiere americano. Se ne deduce che a ogni latitudine il potere nascosto agisce sempre allo stesso modo: ha gli stessi vizi, commette gli stessi feroci peccati, gode delle medesime reti di protezione e si sente al riparo dal giudizio di Dio e degli uomini. Su queste similitudini si dovrebbe riflettere a lungo, e un supplemento di riflessione merita di essere fatto sul caso italiano, su cui è stata fatta giustizia soltanto a metà. Come abbiamo raccontato ieri, alcune vittime di Fiesoli hanno ricevuto o devono ricevere cospicui risarcimenti. A differenza di Epstein, il fondatore del Forteto non è morto in carcere in circostanze molto sospette, ma ha concluso la sua esistenza fuori dalla galera, tanto che chi scrive pubblicò - poco prima che morisse - foto che lo ritraevano in un bar intento ad avvicinare dei ragazzini. Se però Fiesoli è stato per lo meno condannato, nessuna punizione è arrivata per la totalità dei potenti che lo hanno favorito, a partire dai magistrati. Vengono i brividi quando si approfondiscono i rapporti che egli intratteneva con giudici e procuratori del Tribunale dei minori di Firenze. Gian Paolo Meucci, uno dei padri fondatori del diritto minorile italiano, monumento del tribunale fiorentino, se ne andava serenamente in giro a dire che la condanna a due anni che Fiesoli si prese nel 1985 era stata una sentenza politica. E i suoi colleghi sottoscrivevano le sue affermazioni. Già questo è curioso: quando serve, si può dire che le sentenze politiche esistono. Fiesoli era appena stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta quando Meucci affidò al Forteto un bambino down a esclusivo scopo dimostrativo: voleva rendere chiaro a tutti che per lui Fiesoli era puro come un giglio. Errore clamoroso se mai ve ne fu uno.
Meucci passò a miglior vita nel 1985, ma negli anni successivi altri suoi colleghi mantennero comportamenti che hanno dell’incredibile. Prendiamo Andrea Sodi, ex figura di spicco del Tribunale per i minorenni di Firenze. Egli frequentava regolarmente Fiesoli, lo fece fino alla fine, pure quando Fiesoli si trovava (finalmente) ai domiciliari con una condanna a 15 anni per gli abusi. Sodi trascorse giorni di vacanza con Fiesoli, faceva la spesa al Forteto, vi andava a cena. A un certo punto emerse addirittura che il figlio di Sodi, tecnico informatico, aveva lavorato per Fiesoli nella cooperativa assieme al figlio di un altro magistrato, Fabio Massimo Drago. Ma i giudici che passavano per la struttura toscana erano parecchi, e mentre loro compravano il formaggio e cenavano in allegria, chiudevano gli occhi sui bambini abusati. È davvero possibile che nessuno di loro abbia mai pagato?
Sappiamo che il Consiglio superiore della magistratura si è più volte occupato di questi giudici, l’ultima volta nel 2019. L’organo di disciplina dei magistrati ha in effetti usato toni piuttosto duri nei riguardi di quanti hanno avuto legami con Fiesoli, e ha certificato l’esistenza di un sistema terrificante. «Certamente le decisioni di affido che si susseguirono e che sembra furono fortemente influenzate dalla fiducia che i dirigenti dell’ufficio riponevano nella struttura e nei suoi responsabili danno adito a molte perplessità», si legge nella delibera del Csm del 2019. Il consiglio dice chiaramente che i giudici avrebbero dovuto farsi venire dei sospetti sul Forteto, e condividerli fra loro, anche perché c’erano state condanne contro Fiesoli nel 1985 e poi nel 2000 da parte della Corte Ue. «Le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria in sede penale, prima, e in sede sovranazionale in ambito di tutela dei diritti umani avrebbero ragionevolmente dovuto indurre i dirigenti dell’Ufficio a condividere con gli altri giudici le informazioni in loro possesso, ad assumere con grande prudenza le decisioni di utilizzare ancora la struttura come luogo sicuro ove collocare dei minori e, comunque, a monitorarle attentamente pur attraverso i servizi sociali affidatari anche perché era noto che in alcuni casi gli affidamenti disposti per il tramite dei servizi si traducevano in collocamenti presso le cosiddette famiglie funzionali, ossia famiglie create appositamente, senza che tra i due coniugi vi fosse un reale legame affettivo», si legge ancora nella delibera. «Del resto anche l’attività di vigilanza che sulla struttura del Forteto doveva essere esercitata da parte della Procura minorile di Firenze fu del tutto carente o esercitata in modo del tutto improprio (si pensi a quanto emerge dalla sentenza di primo grado in ordine al rapporto sistematico che il dott. Andrea Sodi, sostituto procuratore minorile, intratteneva con la struttura in virtù di un legame di amicizia con i responsabili della stessa, ove faceva la spesa e spesso si tratteneva a cena). Tanto meno vennero attivate, anche dalle altre Istituzioni competenti che si susseguirono nel tempo, iniziative ispettive o disciplinari».
Il Csm fa notare poi che i giudici fiorentini come Francesco Scarcella, Piero Tony. Gianfranco Casciano e Andrea Sodi erano «dirigenti piuttosto autorevoli e comunque accentratori, che, sia pure in diversi momenti o con diversi modi, avevano tutti maturato una convinzione positiva (o un pregiudizio positivo) sull’operato del Forteto e del Fiesoli; convenzione che di fatto aveva finito per condizionare gli altri giudici». Insomma, il quadro tracciato dall’organo di disciplina dei magistrati è devastante. Ebbene, sapete come si sono concluse le pratiche aperte presso il Csm? Facile: con l’archiviazione. E così è finita la storia del rapporto fra il Forteto e i magistrati: questi ultimi hanno commesso gravi errori, hanno contribuito a dare mano libera all’abusatore di bambini, ma non hanno avuto alcuna sanzione. Così funziona la giustizia da queste parti.
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