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2020-06-05
Piano della Merkel da 130 miliardi: soldi in tasca ai cittadini e giù le tasse
Angela Merkel (Henning Schacht / Getty Images)
C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.
È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.
In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire.
Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre.
Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico).
L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. La terza ha a che fare con il rapporto con l'Ue: Berlino non ha atteso Bruxelles, non ha chiesto né permessi né autorizzazioni, ma ha una volta di più certificato la sua sovrana autonomia.
Da noi a giugno sarà stangata fiscale
Giugno è il mese delle tasse per gli italiani che sono chiamati a pagare Ires, Irpef e la cedolare secca sugli affitti. Le casse dello Stato incasseranno dunque circa 29 miliardi. Di questi 11,7 miliardi riguardano i tributi da saldare per il 2019 e altri 17,2 sono l'acconto 2020.
A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri.
A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro.
A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria.
Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
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Seconda ondata di aiuti dopo marzo: Iva abbassata del 3% per sei mesi, 300 euro alle famiglie per ogni figlio, 25 miliardi alle imprese e 50 di investimenti. Invece di aspettare il via libera di Bruxelles, Berlino decide per sé.In Italia Irap sospesa, ma scadono l'Iva, l'Ires, l'Irpef e i tributi locali: conto da 29 miliardi. Unimpresa: «Mossa ben studiata. Tanti non potranno pagare e ci saranno sanzioni».Lo speciale contiene due articoli.C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire. Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre. Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico). L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. 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A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri. A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro. A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria. Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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