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2020-06-05
Piano della Merkel da 130 miliardi: soldi in tasca ai cittadini e giù le tasse
Angela Merkel (Henning Schacht / Getty Images)
C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.
È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.
In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire.
Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre.
Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico).
L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. La terza ha a che fare con il rapporto con l'Ue: Berlino non ha atteso Bruxelles, non ha chiesto né permessi né autorizzazioni, ma ha una volta di più certificato la sua sovrana autonomia.
Da noi a giugno sarà stangata fiscale
Giugno è il mese delle tasse per gli italiani che sono chiamati a pagare Ires, Irpef e la cedolare secca sugli affitti. Le casse dello Stato incasseranno dunque circa 29 miliardi. Di questi 11,7 miliardi riguardano i tributi da saldare per il 2019 e altri 17,2 sono l'acconto 2020.
A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri.
A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro.
A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria.
Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
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Seconda ondata di aiuti dopo marzo: Iva abbassata del 3% per sei mesi, 300 euro alle famiglie per ogni figlio, 25 miliardi alle imprese e 50 di investimenti. Invece di aspettare il via libera di Bruxelles, Berlino decide per sé.In Italia Irap sospesa, ma scadono l'Iva, l'Ires, l'Irpef e i tributi locali: conto da 29 miliardi. Unimpresa: «Mossa ben studiata. Tanti non potranno pagare e ci saranno sanzioni».Lo speciale contiene due articoli.C'è chi fa da sé, come la Germania, che ha appena raggiunto un accordo, in seno alla sua grande coalizione, per un secondo mega pacchetto di stimolo all'economia che «cuba» complessivamente 130 ulteriori miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.È bene fare un passo indietro per ricordare come mai abbiamo scritto «secondo mega pacchetto» e «130 ulteriori miliardi». Già a marzo, infatti, Berlino si era mossa in modo letteralmente impressionante, con due leggi che avevano determinato un intervento addirittura da 1.100 miliardi. La sola manovra aggiuntiva resa necessaria dall'emergenza aveva infatti autorizzato il governo federale a ricorrere all'indebitamento netto per 156 miliardi di euro (cioè il 4,5% del Pil): il che, sommato alla legge di bilancio già approvata, aveva fatto aumentare le uscite del governo federale fino a circa 485 miliardi di euro.In quel primo blocco di interventi, solo sul versante medico erano previsti 58,5 miliardi in più per il sistema sanitario, altri 3,5 solo per i materiali di protezione per il personale sanitario, e altri 55 miliardi da usare liberamente. Avete letto bene: 117 miliardi solo di incremento di spesa sanitaria. E poi una raffica di misure per i lavoratori, a partire dall'ampliamento dell'accesso agli ammortizzatori sociali. Quanto agli autonomi e alle piccole imprese fino a dieci dipendenti, erano previsti 50 miliardi di sovvenzioni. Quanto infine al capitolo delle garanzie, tra la Kfw (l'equivalente della Cassa depositi e prestiti, ma con tutt'altra regolamentazione giuridica) e un nuovo Fondo per la stabilizzazione economica, l'ombrello delle garanzie aveva una dotazione complessiva di 822 miliardi. A seguire, una serie di altre misure ricomprese in un ventaglio amplissimo: ancora liquidità per le imprese, assegni per l'infanzia, allentamento della disciplina pensionistica nel settore agricolo consentendo il cumulo tra trattamento previdenziale e reddito da lavoro. Insomma, una gigantesca protezione nell'immediato e insieme una fortissima spinta per ripartire. Su questa base già enorme, è arrivata la seconda tranche di interventi, approvata questa settimana dopo 21 ore di negoziato tra i leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer, della Csu Markus Soeder, e i due co leader della Spd Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, ovviamente con la mediazione della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle Finanze Olaf Scholz. Secondo la tradizione, i documenti di intesa programmatica della grande coalizione sono molto complessi (stavolta investono 57 tipi di interventi), ma i punti essenziali sono tre. Primo, la parte fiscale. Per stimolare i consumi, l'Iva scenderà per un semestre (tra luglio e dicembre) dal 19% al 16%, e l'aliquota più bassa (quella che riguarda essenzialmente i prodotti alimentari) sarà tagliata dal 7% al 5%: solo questa operazione vale 20 miliardi. E il senso economico è chiarissimo: per evidenti ragioni, la ripresa non verrà certo dall'export, e dunque occorre un poderoso incoraggiamento fiscale ai consumi interni. Secondo, il sostegno alle famiglie, con un sussidio una tantum di 300 euro a bimbo (che può salire a 600 in circostanze particolari). Terzo, ben 50 miliardi di cosiddetti «investimenti nel futuro»: economia sostenibile, misure per la digitalizzazione, mobilità, punti di ricarica per le auto elettriche, e così via. In questo quadro, la discussione più forte è stata proprio quella sul settore automobilistico, che ha infine portato a incentivi all'acquisto di nuove vetture addirittura raddoppiati per le auto elettriche, e invece esclusi per quelle a benzina o diesel (comunque a loro volta incentivate attraverso il taglio Iva). Su questo punto, cioè sul connotato prevalentemente «verde» dell'incentivo auto, ha avuto partita vinta la Spd, che però ha dovuto cedere a Cdu-Csu su un altro versante: gli aiuti ai Comuni non porteranno a far ricadere i loro debiti né sul governo federale né su quelli regionali (i Lander). Altri interventi riguardano il sostegno alle ferrovie e al trasporto pubblico locale, ai Comuni (ma non per i debiti precedenti), il taglio del costo dell'energia per famiglie e imprese, e fino a 25 miliardi di aiuti per i settori industriali particolarmente colpiti dalla crisi (il target sono soprattutto le piccole e medie imprese, con una speciale attenzione al comparto turistico). L'obiettivo auspicato è quello della migliore ripresa possibile, quella cosiddetta «a V», e cioè con una veloce discesa (quella dei mesi scorsi) immediatamente seguita da una altrettanto rapida risalita. Conclusivamente, si possono fare tre osservazioni. La prima ha a che fare con la mole degli interventi, quantitativamente impressionante. La seconda ha a che fare con la tempestività: Berlino è stata rapida sia quando, in tempi di lockdown, l'esigenza era quella di aprire immediatamente un ampio ombrello per proteggere i lavoratori (dipendenti e autonomi), sia ora che si tratta di mettere carburante nel motore della ripartenza. 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A dirlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui dei 28,9 miliardi dovuti 11,1 si riferiscono all'Irpef, 16,3 all'imposta sul reddito delle società (Ires) e 1,3 miliardi alla cedolare secca. Per quanto riguarda l'Irpef, 5,1 miliardi sono a saldo delle competenze 2019 e 6,07 sono l'acconto 2020. Sull'Ires, invece, 6,1 miliardi sono il saldo dello scorso anno mentre 10,2 l'acconto per quest'anno. Lo studio sottolinea come, per quanto riguarda i saldi, la cifra in ballo, tra Irpef e Ires, sarà pari a 11,2 miliardi, mentre gli acconti, tra Irpef e Ires contribuiranno per 16,3 miliardi. «È impossibile pensare che al prossimo 30 giugno i contribuenti saranno in grado di adempiere alle scadenze fiscali perché l'economia non sarà tornata su un terreno positivo», dichiara il consigliere di Unimpresa Marco Salustri. A questi tributi si aggiungo poi anche la dichiarazione Iva annuale, la comunicazione delle operazioni transfrontaliere fatte nel 1° trimestre 2020 (esterometro) e anche le liquidazioni periodiche del primo trimestre 2020 (Lipe). Chi inoltre ha dei redditi all'estero deve ricordarsi, sempre entro il 30 giugno, di pagare l'Ivafe pari a circa 34,20 euro. A queste scadenze fiscali e adempimenti si devono aggiungere anche i tributi locali. E infatti questo mese c'è da saldare la prima rata dell'Imu, che vede la scadenza il 16 giugno. Unica eccezione fatta nel decreto Rilancio riguarda gli immobili adibiti a stabilimenti balneari e termali, oltre che per gli agriturismi, i villaggi turistici, gli ostelli della gioventù e i campeggi. C'è da sottolineare che nelle settimane scorse alcuni Comuni hanno deciso di spostare la scadenza dell'Imu a luglio o a settembre per tutti quei contribuenti che sono in difficoltà economica causa Covid-19. Ad alleggerire il tutto c'è infine anche il 730 che è stato messo a disposizione a partire da metà maggio. Per compilarlo e inviarlo si ha tempo fino a fine settembre, ma prima si controlla e spedisce e prima si riceveranno gli eventuali rimborsi da ottenere. E dunque non è poco probabile che a giugno i contribuenti si troveranno alle prese anche con la compilazione e correzione del 730. Unica eccezione prevista dal decreto Rilancio è l'Irap. La prima rata era prevista in scadenza per il 30 giugno 2020 ma il governo ha deciso di sospenderla assecondando le richieste di Confindustria. Le scadenze fiscali di giugno e i rinvii di settembre (versamenti delle cartelle di pagamento emesse fino al 31 agosto 2020 e gli avvisi bonari che avevano la scadenza tra l'8 e il 31 maggio) dovranno però essere rispettati in modo rigido, anche perché se non si pagheranno le tasse spettanti si riceveranno a casa accertamenti e cartelle per il mancato versamento. Secondo Unimpresa però questa concentrazione di scadenze fiscali tra giugno e settembre sarebbe una «manovra ben studiata: il governo sa benissimo che la maggior parte di imprenditori, ditte e lavoratori autonomi non pagherà le imposte questo giugno, ma sa altrettanto bene che quello che non incassa oggi lo incasserà tra qualche mese tramite l'emissione di avvisi bonari e cartelle di pagamento. Con questa procedura non solo può recuperare le somme accertate, che non sono state versate a giugno, ma anche con interessi e sanzioni, attraverso le quali recupererebbe anche parte dell'Irap abbonata: un'altra beffa».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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