Acca Larentia, il video dell'aggressione ai militanti di Gioventù nazionale
2026-01-08
Sinistra a pezzi
Nel 2022 il fatturato dei vaccini a mRNA e delle pillole anti-Covid supererà i 100 miliardi di dollari di incassi mondiali. Un record assoluto nella storia della farmaceutica, ma tutt'altro che fantasioso. È la somma algebrica fatta da Verità&Affari delle previsioni di incasso da siringhe e pillole anti-Covid prodotte dalle tre aziende mondiali che hanno dominato il mercato della pandemia nel 2021: le americane Pfizer e Moderna e la tedesca BioNTech. Un fatturato così è in grado di produrre un utile netto di 45 miliardi di dollari, una redditività almeno 3 volte superiore a quella di Gazprom, la regina del gas russo che rischia di essere al centro della possibile terza guerra mondiale.
I dati arrivano dalle video-conferenze dell'ultimo mese dei manager dei tre colossi di Big Pharma che si sono specializzati nei vaccini contro il coronavirus, con le loro previsioni di mercato nel 2022. Sono cifre in crescita rispetto a quelle già straordinarie del 2021: i tre gruppi (due dei quali- Pfizer e BioNTech alleati) hanno già archiviato un fatturato di complessivi 118,8 miliardi di dollari, più del doppio del fatturato dell'anno precedente dove i primi i vaccini erano già stati messi in produzione distribuendoli però solo nel mese di dicembre. I sieri anti-Covid e l'inizio di produzione della pillola Paxlovid hanno consentito un incremento di ricavi l'anno scorso di 75,82 miliardi di dollari e una crescita dell'utile netto rispetto all'anno precedente di 35,7 miliardi di dollari. Differenze che già in sé non hanno paragone possibile nella storia della farmaceutica mondiale. Il giro di affari crescerà anche quest'anno, sia pure meno di quello che i tre avrebbero previsto solo qualche mese fa. La pandemia infatti ha avuto una discreta frenata in tutto il mondo e da un mese a questa parte al di là del suo andamento effettivo è passata ovunque in secondo piano per la guerra fra Russia e Ucraina. Non si è messo così in produzione su larga scala il nuovo richiamo del vaccino a mRNA messo a punti nei laboratori per adattare quello esistente alla variante Omicron nel frattempo divenuta dominante nel mondo. I tre quindi hanno tirato il freno, avendo capito che i governi mondiali sono impegnati ormai in tutt'altre faccende e nessuno avrebbe fatto partire un giro di vaccinazioni extra per una variante che non desta le preoccupazioni suscitate da quelle precedenti.
Ma la crescita di fatturato e pure di redditività non verrà comunque messa in discussione pur non potendo essere delle dimensioni che si erano registrate nel 2021. I contratti sono già sottoscritti da quasi tutti i paesi e della stessa Unione Europea e le forniture- più estese di quelle dell'anno scorso- sono ormai state messe in cassaforte da tutte e tre le aziende. Pfizer ha già in tasca contratti che le fanno prevedere comunque un incasso di 32 miliardi di dollari nel 2022 per il vaccino anti-Covid a cui aggiungere ben 22 miliardi di dollari per la pillola Paxlovid: in tutto quindi 54 miliardi per i medicinali contro una sola malattia, contro i 44,4 miliardi incassati complessivamente nel 2021. Queste cifre da sole porterebbero a fine di quest'anno il fatturato del colosso divenuto celebre in tutto il mondo quando inventò il Viagra, a una cifra che oscilla fra i 98 e i 102 miliardi di euro contro gli 81,3 fatturati a fine del 2021. Grazie a quegli ordini già assicurati sarà salva analoga crescita di utili e fatturato anche per Moderna e BioNTech, e tutti hanno la certezza che un giro di vaccinazioni si farà ancora in tutto il mondo all'inizio del prossimo autunno. Tutte e tre le aziende hanno allo studio un bi o trivalente che contenga oltre al siero anti-Covid anche uno o più vaccini contro l'influenza stagionale, anche questi realizzati con la tecnologia ad mRNA. Big Pharma guarda però già al 2023, anno in cui il Covid è previsto diventare endemico con il rischio di fare sgonfiare fatturati e dividendi distribuiti agli azionisti grazie al super utile registrato.
Tutte e tre cercano di ritagliarsi uno spazio grazie alla tecnologia in loro possesso nel mercato dei vaccini anti influenzali, ma sapendo che non basteranno hanno laboratori e centri clinici occupati oggi nella ricerca e in qualche caso nella sperimentazione di altri tipi di vaccini, sempre tutti a mRNA. BioNTech è già in fase avanzata di sperimentazione di alcuni vaccini contro più forme di cancro, e ha spiegato al mercato il 31 marzo scorso di essere già in fase clinica per alcune tipologie: tumori alla prostata e alle ovaie, tumori gastrici, alle tube di Fallopio e sarcomi dei tessuti molli. I vaccini sono stati già somministrati ai primi pazienti e si attendono i risultati della prima fase di osservazione. Non si faranno forse i numeri del Covid, ma certo il vaccino contro il cancro avrà un mercato mondiale di tutto rispetto.
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Pur di ottenere il via libera al Mercosur Ursula von der Leyen è disposta quasi a tutto. Ma a quel che pare 45 miliardi non bastano a «comprare» un sì. L’ultimo traguardo lo ha raggiunto ieri il ministro per la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida che ha chiesto e ottenuto la sospensione dei dazi ambientali, i cosiddetti Cbam, applicati ai fertilizzanti. Il commissario Ue al commercio Maros Sefcovic ha annunciato: la sospensione è retroattiva, parte dal primo gennaio, da quando i Cbam sono in vigore. È un altro vantaggio per gli agricoltori che però in tutta Europa sono sul piede di guerra per il Mercosur e la firma che la Von der Leyen voleva mettere il 12 gennaio sul trattato in Paraguay è tornata in stallo.
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Ritorno ai Seventies. Non quelli di Bob Dylan e Gigi Riva ma quelli degli opposti estremismi. Ti svegli una mattina di gennaio e ti ritrovi in un clima da anni di piombo. Tre indizi fanno una prova. A Roma, quartiere Tuscolano, quattro attivisti di Gioventù nazionale (l’organizzazione giovanile di Fdi) sono stati aggrediti con spranghe e aste mentre affiggevano manifesti per commemorare la strage di Acca Larenzia. Avevano l’imperdonabile colpa di voler ricordare i tre ragazzi del Fronte della gioventù uccisi a sangue freddo dal terrorismo rosso il 7 gennaio di 48 anni fa. Sempre nella capitale, a Primavalle, la Digos ha trovato sulle vetrate della sede della Cgil cinque fori di proiettile e due ogive. Nelle stesse ore a Milano, quartiere Barona, è stata vandalizzata dai soliti ignoti la lapide commemorativa del poliziotto Andrea Campagna, ammazzato nel 1979 dai Proletari armati per il comunismo.
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
