2022-02-04
«La pestilenza è finita. Sono tutti morti, quasi»: in omaggio il libro di Ruggeri

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È possibile scaricare gratuitamente il volume scritto ed edito da Riccardo Ruggeri accedendo a questo link.

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Cognome e nome: Galimberti Umberto. Monza, 2 maggio 1942. «Galimba» per i fan adoranti.
Soprattutto signore: «È uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna - con ispirata espressione oracolare - a sconosciute essenze del pensiero greco», così Edmondo Berselli, che lo ha perculato in Venerati maestri (Mondadori, 2006), irridendo i pensatori alla Massimo Cacciari, come appunto l’«altro barbuto», Galimberti.
Psicologo. Psicanalista (dal 1979). Filosofo. Saggista. Giornalista.
«Uno dei nostri più ascoltati maître-à-penser» (Mario Baudino).
Macché, gli ha fatto eco Antonio Gnoli su Robinson del 5 aprile scorso, che a Galimberti ha dedicato un identikit al vetriolo.
Fin dall’incipit.
«Lo conosco da anni, come lo conoscono i nostri lettori (infatti - questo lo aggiungo io - Galimberti collabora dal 1995 con Repubblica, ndr). È un uomo generoso, dotato di un’empatia speciale. Tratti umani che aiutano a farne un intellettuale di successo». Empatia speciale.
Seconda bordata: «Ha un programma di appuntamenti - incontri, conferenze, dibattiti - semplicemente mostruoso. È sempre in viaggio». Semplicemente mostruoso.
Basta? No: «Ad attenderlo nei teatri e nelle piazze, la consueta folla di gente che lo ascolta e lo applaude e compra i suoi libri». La consueta folla di gente.
Per poi infilzarlo: Umberto, come gestisci il successo?
«Piuttosto lo subisco, convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
Parlando del suo ultimo volumetto, Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), Galimberti osserva infine: «Tra un po’ non distingueremo più il vero dal falso e non ce ne importerà più».
Ahia! Qui il Franti che è in me si è detto: «Anche riconoscere ciò che è tuo da ciò che non lo è, non è parso sempre agevole», stante la vexata quaestio di una certa qual sua tendenza all’appropriazione non proprio debita di testi altrui (e all’ampio riciclo di materiale proprio, che è un peccatuccio veniale comune a molti).
Al tempo. Prima passiamo in rassegna la pars construens della sua biografia.
Seminarista per non pesare sulla famiglia (madre vedova, dieci figli), ne uscì a metà della seconda liceo, nonostante avesse come «prezioso compagno di banco» Gianfranco Ravasi, oggi cardinale teologo biblista (o magari proprio per questo, vai a sapere).
Nel 1965 laurea in filosofia alla Cattolica di Milano sotto la guida di Emanuele Severino.
Per 15 anni insegnante nei licei della provincia lombarda, poi si trasferisce a Venezia dove nel frattempo era andato a insegnare il citato Severino: «Riuscì a farmi ottenere il ruolo di assistente alla cattedra di Antropologia culturale».
All’università Ca’ Foscari di Venezia ha insegnato anche Filosofia della Storia, Psicologia generale e Psicologia dinamica.
All’attivo, una miriade di pubblicazioni, contributi, libri, tradotti financo in giapponese.
Un progressista.
Due anni fa, quando nel dì della festa di Liberazione Massimo Giannini pensò di chiamare alla Resistenza democratica e antifascista i suoi contatti Whatsapp, inaugurando la chat «25 aprile», (in un gioco di rimbalzi mi trovai intruppato pure io, cosa che non gradii: il consenso deve essere richiesto, altrimenti è violenza, come sostiene il #metoo), Galimba lo scorticò con parole di fuoco: «Caro Massimo hai avuto un’idea formidabile. Come al solito. Bravo». Come al solito.
Non risulta invece agli atti alcun commento quando Giannini disse addio alla sua creatura otto mesi dopo: «L’idea iniziale è irrimediabilmente perduta». Ah bella, ciao!
Di certo, una donna non ha subito il suo fascino intellettuale.
Anzi, le si gonfiò proprio la giugulare quando prese tra le mani L’ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007): la ricercatrice e storica dell’antichità Giulia Sissa.
Che dopo un’inchiesta del Giornale, lo accusò di «prestito non dichiarato», a proposito di alcune somiglianze con un suo libro.
Galimberti: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando del suo Il piacere e il male - Sesso, droga e filosofia (Feltrinelli, 1999), in cui riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa».
La supercazzola non placò l’ira della medesima: «Galimberti, si scusi e basta!».
Dispiace che Galimberti sia seguito dalla nomea di essere un citazionista della citazione non dichiarata, «un frequentatore abituale di frasi altrui», come lo definì Marco Filoni per il sito del Fatto quotidiano del 21 settembre 2011, in un articolo intitolato Copio ergo sum, il catalogo del plagio.
Tanto che Pierluigi Battista, all’epoca vicedirettore del Corriere della Sera, gli indirizzò, il 9 giugno 2008, una lettera aperta dalle colonne del Corriere della Sera, ritrovabile anche nel suo libro I conformisti - L’estinzione degli intellettuali d’Italia (Rizzoli, 2010).
«Da anni si rincorrono voci che denuncerebbero una sua reiterata propensione a includere nei libri da lei firmati interi brani ricavati dal lavoro altrui, senza dichiararne l’origine».
Battista, a quello della già citata Sissa, aggiunge i nomi di Alida Cresti e Salvatori Natoli, tutti vittime di «una robusta opera di copia-e-incolla».
Evocando poi un precedente del 1986, «quando lei fu costretto a inserire una breve avvertenza, nella seconda edizione di un libro su Martin Heidegger, in cui ammetteva il fondamentale debito contratto a scapito di una ricerca del professor Guido Zingari».
Professore, lei che è «un apprezzato indagatore delle insondabili profondità dell’animo umano», ci aiuti a comprendere.
Perché «una volta può essere un’incidente, due una sfortunata coincidenza, ma quattro volte accertate delineano un metodo, una prassi, un’ossessione compulsiva. Non è una banale autocritica che le si chiede, ma un’illuminazione sulle oscurità che albergano nei recessi più nascosti dell’essere umano».
Reazioni del Nostro? Nada de nada.
Nel 2008, un’inchiesta del Giornale aveva ricostruito che due dei libri di Galimberti, presentati nel 1999 al concorso per il ruolo di professore ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia, avevano «attinto», per dir così, ad altri autori.
La commissione giudicante non se ne accorse. Interpellato, il rettore spiegò: «Non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì».
Finì che Galimberti fu dall’Università ufficialmente richiamato a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori.
Ma la vera bestia nera di Galimberti è stato Francesco Bucci, dirigente della pubblica amministrazione e, nel tempo libero, divoratore di saggi.
Bucci prima (luglio 2020) gli ha fatto pelo e contropelo con un lungo articolo su L’indice dei libri del mese, titolo: Umberto Galimberti e il mito dell’industria culturale.
Poi (aprile 2011) ha mandato in stampa un suo documentato pamphlet, Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore).
Intervistato da Simona Maggiorelli per il settimanale Left del 13 aprile 2011, Bucci racconterà che per vedere il libro stampato aveva «bussato a molte porte», per quasi due anni.
Spiegherà che c’era da interrogarsi su come funzionasse l’industria culturale in Italia, con luminari che gli avevano confessato di aver letto qualche articolo di Galimberti, ma mai un suo libro.
Il primo dei quali sarebbe stato Eugenio Scalfari, «che gli ha accordato uno spazio enorme, una dilagante presenza su Repubblica».
Conformismo e pigrizia hanno fatto il resto, trasformando Galimberti in un intoccabile.
La riprova? La reazione di Ezio Mauro alle numerose email che Bucci gli ha scritto: «Benché non abbia mai avuto risposta, ho continuato a informarlo».
In compenso, gli arriva un cortese messaggio proprio da Galimba: «“Il Direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi, e si è giunti a una riformulazione completa, è inutile rimetterci le mani”. Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un: “Le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Eravamo al surreale».
«I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano», massima forse scolpita da Pablo Picasso. Ispirato da Thomas S. Eliot: «I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano».
Ad André Gide è stato invece attribuito l’aforisma, che io rimastico così: «Tutto quello che si doveva dire era già stato detto, ma siccome nessuno stava a sentire, ecco che bisognava ripetere di nuovo ogni cosa» (da Ruba come un artista - Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita di Austin Kleon, Vallardi 2013).
Del resto, «non c’è niente di nuovo sotto il sole», Bibbia, Ecclesiaste 1:19.
Amen.
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
Ovunque si cerchi di parlare di remigrazione scattano richieste di censura, intimidazioni e minacce. A Milano è prevista una manifestazione dei patrioti europei per sabato 18 e da giorni i centri sociali promettono di accerchiare l’evento e di togliere ogni spazio alla destra, cosa che però non sembra aver generato particolare sdegno o allarme: a parti invertite fioccherebbero comunicati stampa ed editoriali indignati, ma finché i toni minacciosi provengono da sinistra a quanto pare tutto va bene.
Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.

