2022-02-04
«La pestilenza è finita. Sono tutti morti, quasi»: in omaggio il libro di Ruggeri

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È possibile scaricare gratuitamente il volume scritto ed edito da Riccardo Ruggeri accedendo a questo link.

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Il discorso di fine anno del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e i massicci bombardamenti nella notte di Capodanno sembrano confermare che la svolta sulle trattative non sia dietro l’angolo. Parlando per venti minuti alla nazione, il leader di Kiev è tornato a ribadire che il piano di pace per l’Ucraina è «pronto al 90%», ma ha anche ammesso che la sorte della fine della guerra è legata proprio a quel 10% rimasto irrisolto. «Quel 10% contiene di fatto tutto: determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, il modo in cui vivranno le persone» ha dichiarato.
Ha poi precisato che Kiev vuole la fine del conflitto, ma «non a qualunque costo». Su X, Zelensky ha poi rivelato che domani si terrà in Ucraina «una riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale» a cui prenderanno parte «i rappresentanti europei e della Nato» e probabilmente anche «il team americano». Sul fronte opposto, il presidente russo, Vladimir Putin, nel suo messaggio di fine anno, rivolgendosi ai soldati, ha affermato: «La Russia crede in voi e in una nostra vittoria».
Nel frattempo, il 2026 si è aperto con nuovi raid. Mosca ha sganciato 200 droni contro il territorio ucraino, prendendo di mira le infrastrutture energetiche. Intervenendo in merito, Zelensky ha commentato che «la Russia porta deliberatamente la guerra nel nuovo anno». A essere colpite sono state soprattutto le regioni di Odessa e della Volinia: gli attacchi russi hanno causato incendi e blackout, con più di 100.000 utenze che sono rimaste senza elettricità.
Dall’altra parte, il Cremlino ha dichiarato che nella notte sono stati intercettati e abbattuti 168 droni ucraini. Ma a scatenare l’ira di Mosca è stato soprattutto l’attacco condotto da Kiev nella regione di Kherson: mentre si festeggiava la serata più lunga dell’anno, tre droni ucraini avrebbero colpito un hotel e un bar nell’insediamento di Khorly, uccidendo 24 persone e ferendone altre 29. Il governatore russo, Vladimir Saldo, ha riferito: «Molti sono bruciati vivi. Un bambino è morto». A puntare il dito contro l’Europa è stato il ministero degli Esteri russo, che ha affermato in una nota: «L’atrocità sanguinosa commessa dalla cricca di Kiev, ricade interamente sulla coscienza dei leader occidentali che continuano a rifornire il regime in bancarotta con denaro e armi». E il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già avvertito che Kiev dovrà prepararsi ad affrontare «rappresaglie inevitabili».
Ciò si aggiunge a un’altra reazione violenta promessa dalla Russia contro Kiev dopo il presunto attacco ucraino, fallito, contro la residenza di Putin a Valdai. L’episodio risalente a lunedì scorso continua a tenere banco anche perché il Wall Street Journal ha reso noto che, secondo le indagini della Cia, i droni ucraini non avevano preso di mira la dacia dello zar, bensì un obiettivo militare situato nella stessa regione. A mettere in dubbio la versione russa è stato lo stesso presidente americano, Donald Trump: su Truth, senza aggiungere commenti, ha condiviso un editoriale del New York Post in cui si afferma che il raid ucraino sarebbe frutto di «una narrazione inventata o abbellita» di Mosca per «ostacolare la pace». In ogni caso il Cremlino ha manifestato la volontà di fornire tutte le prove della colpevolezza ucraina all’amministrazione americana. Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che «la decriptazione dei dati di routing ha rivelato che l’obiettivo finale dell’attacco con drone ucraino del 29 dicembre 2025 era una struttura presso la residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod». Pare che Mosca abbia decodificato un file da un drone ucraino che era stato distrutto. Nella nota, il ministero ha poi aggiunto: «Questi materiali saranno trasferiti alla parte americana attraverso i canali stabiliti».
Il 2026 inizia con una buona notizia per l’industria agroalimentare e quella dei mobili italiani. I dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sulle importazioni hanno messo a dura prova il Made in Italy soprattutto in quei settori maggiormente esposti oltre oceano. Ora il cambio di passo, grazie a un lavoro ininterrotto di diplomazia svolto dal ministero degli Esteri. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha reso noto in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo, che in base alle analisi fatte nel frattempo, le aliquote dei dazi fissate in via provvisoria il 4 settembre verranno ridotte. Dal 91,74%, che si sarebbe sommato al 15% già in vigore su tutti i prodotti europei arrivando al 107%, i dazi passano al 2,26% per La Molisana (in totale si arriva quindi al 17,2%), al 13,98% per Garofalo (28,9%) e al 9,09% (24,09%) per gli altri 11 produttori non campionati.
«La rideterminazione dei dazi», viene evidenziato dal ministero degli Esteri, «è il segno del riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. È anche un segno dell’efficacia del sostegno assicurato dalla Farnesina e dal governo sin dal principio e che intendiamo continuare a dare in vista delle decisioni definitive».
Tutto ha avuto origine da un’indagine di Washington sulla base di un ordine anti dumping emesso nel 1996 sulla pasta italiana venduta negli Stati Uniti a prezzi inferiori danneggiando i gruppi locali. Dopo aver passato in rassegna diverse aziende, il Dipartimento del Commercio americano aveva accusato La Molisana e Garofalo di non essere abbastanza collaborative e di aver fornito informazioni incomplete o non conformi alle richieste. E aveva affermato di aver rilevato «margini di dumping medi ponderati stimati» dal primo luglio 2023 al 30 giugno 2024 del 91,74%. Lo stesso margine è stato applicato ad altre aziende italiane come Barilla, Sgambaro, Rummo. Ora il dietro front e le tasse doganali scendono.
Trump inoltre ha posticipato di un anno i nuovi aumenti tariffari su mobili imbottiti, da cucina e da bagno, rinviandone l’attuazione al 2027. Il presidente ha firmato il provvedimento poche ore prima della fine del 2025, rinviando i rincari doganali su questi articoli, che originariamente sarebbero dovuti entrare in vigore l’1 gennaio. A settembre, Trump aveva imposto nuovi dazi del 25% su mobili da cucina e mobili imbottiti che erano entrati in vigore a ottobre, con aliquote che sarebbero dovute aumentare rispettivamente al 50% e al 30% entro il 2026.
Soddisfatto il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: «È la dimostrazione che il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porta i suoi frutti. Abbiamo seguito sin da subito la vicenda. Oggi sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate».
Ma se gli Usa fanno marcia indietro, ora il pericolo viene dalla Cina. Il governo di Pechino ha minacciato nuovi dazi sui prodotti lattiero–caseari importati dall’Unione europea. Si ipotizzano aliquote fino al 52%, a danno soprattutto dei prodotti freschi, in particolare per i formaggi italiani che sono il secondo prodotto agroalimentare made in Italy esportato in Cina, dopo il vino, spiegano da Coldiretti e Filiera Italia. In gioco ci sono numeri che, seppur ancora contenuti rispetto ad altri mercati, raccontano una storia di forte dinamismo: nel 2024 le vendite di formaggi italiani in Cina hanno raggiunto un valore di 71 milioni di euro, con un incremento del 207% rispetto al 2020, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat. L’Italia ha saputo ritagliarsi uno spazio importante, puntando in particolare sui prodotti freschi e ad alto valore aggiunto, percepiti come premium. Mozzarella, burrata, mascarpone e altre specialità hanno un posto nella ristorazione italiana e internazionale delle grandi città cinesi, e sono entrati anche nel consumo domestico delle fasce di popolazione più abbienti. Nel complesso, l’export di cibo italiano verso la Cina ha superato nel 2024 i 600 milioni di euro.
La sera del 31 dicembre il premier, Giorgia Meloni, ha telefonato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per esprimere l’apprezzamento suo e del governo per il discorso di fine anno rivolto agli italiani. Meloni si è soffermata in particolare sul richiamo all’80° anniversario della Repubblica: «L’Italia si presenta a questo appuntamento forte dell’autorevolezza, della credibilità e del rispetto che le vengono riconosciuti a livello globale e che sono il frutto del dinamismo, del coraggio e del sacrificio di generazioni di italiani. Una nazione orgogliosa della propria storia, forgiata nei successi e nelle difficoltà, che possiede gli strumenti e l’opportunità per guardare al futuro con ottimismo e speranza». Nel corso della telefonata, a proposito dei richiami alla pace del presidente, Meloni ha ribadito che l’Italia continuerà a fare tutto ciò che è possibile, ad ogni livello, affinché la pace possa al più presto tornare in Ucraina, in Medio Oriente e in tutte le aree del mondo dove la guerra ha preso il sopravvento.
Ma, subito dopo, Meloni ha avuto un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per gli auguri di fine anno. La conversazione è stata anche l’occasione per uno scambio di vedute sulle principali questioni internazionali come il percorso di pace a Est e tra Israele e Palestina, affrontando alcuni dossier di interesse bilaterale. E ieri mattina il Dipartimento del commercio Usa ha reso noto alcune valutazioni fatte nella notte (si aspettavano a marzo), sui dazi antidumping per alcuni marchi di pasta italiani. Significativamente più basse le aliquote che erano state fissate a settembre: dal 91,74% i dazi passano al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori non campionati».
Tornando ai commenti sul discorso del Colle, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha spiegato che «le efficaci immagini di storia patria, illustrate da Mattarella per gli 80 anni della nostra Repubblica, ci parlano di unificazione, orgoglio e appartenenza a un’Italia, davvero “storia di successo nel mondo”. Una nazione che si riconosce nella Costituzione, nella democrazia e nei valori della pace, del confronto costruttivo, della bellezza e della tenacia».
Per il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «il forte richiamo alla pace e l’attenzione rivolta ai giovani, al centro del messaggio, interpellano tutti».
Per il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le riflessioni del presidente sul tema della pace e sull’importanza del dialogo sono «opportune e sagge»: «Spero tocchino menti e cuori di coloro che continuano a parlare di guerra a oltranza». Soddisfazione del leader della Lega anche per le citazioni delle Olimpiadi Milano Cortina e del Piano Casa.
«Le alte parole del capo dello Stato impegnano tutti noi a lavorare per contribuire a costruire la pace in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan e in tutte le parti del mondo dove si muore a causa delle guerre», ha scritto sui social il vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani.
Dal centrosinistra, Elly Schlein ha ringraziato il presidente per aver «tenuto insieme il passato, il presente e il futuro» e per «la memoria degli anni bui del terrorismo sconfitti dall’unità nazionale, il suo riferimento all’importanza di preservare le conquiste sociali del servizio sanitario universalistico e del sistema previdenziale esteso a tutti, il diritto alla casa e a retribuzioni eque, l’impegno per la pace legano insieme memoria, impegno civile e visione di un futuro migliore che l’Italia si aspetta e merita». Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha enfatizzato «l’appello a fare tesoro dei valori della Repubblica», sottolineando come il M5s sia «schierato in prima linea a tutela di ciò che ci unisce nella Costituzione».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ha voluto esprimere gratitudine e apprezzamento a Mattarella, in particolare per il passaggio sull’Italia che prevale. Il leader di Azione, Carlo Calenda, ha aggiunto che «la chiarezza con cui Mattarella posiziona l’Italia valgono più di mesi di dibattiti tra maggioranza e opposizione».
L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.

