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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
iStock
Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Sergio Mattarella (Getty Images)
«Non può certo incaricare i corazzieri», è stata l’obiezione. Carlo Nordio, secondo qualche genio, pur non avendo poteri sui provvedimenti che competono al capo dello Stato, avrebbe invece dovuto inviare alla ricerca di Minetti e compagno gli agenti della penitenziaria, sottraendoli ai normali turni nelle prigioni di Stato.
Purtroppo, la grande stampa ancora una volta non ha perso l’occasione per dimostrarsi asservita al Quirinale. Così come cercò di minimizzare le frasi del consigliere speciale della Difesa che, pur lavorando a fianco del presidente, si augurava uno scossone per mandare a casa Giorgia Meloni, e come ha provato a intestare le medaglie olimpiche non agli atleti ma al Colle, ora cerca di proteggere Mattarella da un affaire che rischia di comprometterne l’immagine. Siccome però il nostro mestiere è non berci le frottole che dall’alto si vorrebbero propinare all’opinione pubblica, ecco dunque il resoconto di quel che è accaduto.
Anzitutto, sarà il caso di chiarire che al momento contro Minetti ci sono solo voci e nessuna accusa. Nonostante le insinuazioni, l’ex igienista dentale ha effettivamente adottato un bambino gravemente malato. C’è un decreto del tribunale di Venezia che recepisce una sentenza del giudice di Maldonado, città sudamericana a breve distanza dalla costa atlantica. Il bambino era stato abbandonato dai familiari ed è cresciuto in un orfanotrofio fino a che l’ex consigliera regionale lombarda e il compagno non ne hanno richiesto l’affidamento e, successivamente, l’adozione. La Verità ha preso visione della decisione dalla magistratura uruguaiana e nel testo si descrive la condizione sociale e fisica del bambino e si dà conto del fatto che la famiglia naturale non se ne occupa. Che questo non corrisponda al vero, come alcuni insinuano, lo vedremo, ma al momento che il minore sia una scusa, usata per ottenere la grazia, o che sia stato sottratto ai legittimi genitori, come qualcuno lascia intendere, è tutto da dimostrare, perché per sostenere le accuse non bastano le voci anonime - come nel caso della «fonte» che avrebbe spifferato di un viaggio di Carlo Nordio nel ranch di Cipriani e Minetti -, servono le prove.
Ma a prescindere da quel che ha fatto o fa l’ex igienista dentale, resta il tema del ruolo di Mattarella che ora, dopo le polemiche, è stato declassato non a custode puntuto della Costituzione, ma a semplice notaio, che sottoscrive atti decisi da altri.
In realtà, come ha scritto ieri Ermes Antonucci sul Foglio, il Quirinale non può chiamarsi fuori dal caso Minetti. E a ribadirlo è lo stesso magistrato che tuttora dirige l’ufficio grazie della presidenza della Repubblica. Otto anni fa, dopo 12 anni trascorsi sul Colle, Enrico Gallucci ha scritto il capitolo di un libro («Costituzione e clemenza») in cui spiega non solo l’iter delle domande di grazia, ma anche il supporto al capo dello Stato che viene offerto dal dipartimento da lui guidato nell’esame e nella valutazione di tutte le pratiche di clemenza. Grazie a questo importante contributo - ricorda Gallucci - sia Giorgio Napolitano che l’attuale presidente hanno negato la firma a provvedimenti che avevano ottenuto il via libera della Procura e anche del ministro della Giustizia. Insomma, il capo dell’ufficio che si occupa delle misure in favore dei condannati, otto anni fa certificava che il presidente della Repubblica non è un passacarte, che controfirma decisioni prese da altri. Il capo dello Stato, dunque, avrebbe rifiutato la firma per motivi sia «di natura procedurale» sia «per un dissenso di merito».
Così viene spontanea una domanda: perché fino a qualche settimana fa Mattarella era un presidente attivo, capace di fermare un provvedimento di grazia o di opporsi a un decreto, e poi all’improvviso viene trasformato in un notaio distratto, che può essere buggerato da un ministro?
Ripeto quello che ho scritto ieri: in questa vicenda il Colle non ce la racconta giusta. Prima procede spedito cancellando le condanne di Minetti. Poi, quando il caso deflagra, ingrana altrettanto velocemente la retromarcia, provvedendo a cancellare le impronte lasciate sui fascicoli della strana storia. Una volta si diceva: c’è un giudice a Berlino. E i giornalisti? Speriamo non siano quelli che vanno in tv a dire che una fonte accusa Nordio, senza però specificare né chi sia la fonte né quando il ministro della Giustizia abbia preso parte alla rimpatriata. Stiamo verificando, ha detto Ranucci dopo aver sganciato la bomba. Ma le verifiche non vanno fatte prima di aver fatto esplodere la notizia?
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Le accuse che la sinistra muove al Guardasigilli sul caso della igienista dentale più famosa d’Italia sembrano il reverse di quelle che la sinistra mosse nella sua campagna referendaria. In quei giorni lì in tv, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari, il fronte del No metteva in guardia gli italiani dal pericolo che, approvata la riforma costituzionale, i magistrati di fatto sarebbero finiti sotto il controllo della politica, cioè dell’esecutivo. Non era per nulla vero, ma il martellamento convinse. E a nulla valsero i tentativi, anche del ministro Nordio, di spiegare che nessun passaggio della riforma avrebbe potuto condurre a quella opzione. Oggi, dello stesso Nordio, l’opposizione chiede la testa perché… non ha controllato i giudici! Eh sì, perché a leggere le critiche contro il ministro sembra che egli sia colpevole di non aver controllato i buchi dell’istruttoria, che - come ben sappiamo - è stata totalmente nelle disponibilità della Procura generale di Milano. La quale non avrebbe controllato e/o verificato i contorni della domanda presentata dalla Minetti, né sarebbe stata sollecitata a farlo dagli uffici di via Arenula.
In poche parole, il Guardasigilli avrebbe dovuto condurre la Procura a fare tutti gli approfondimenti; avrebbe dovuto sollecitare i controlli con le autorità dell’Uruguay, in particolar modo sulle procedure di adozione del minore, di cui la Minetti si sta (o si starebbe) prendendo cura con tanta dedizione da scantonare la pena stabilita dal giudice per le due condanne. Nordio avrebbe dovuto poi suggerire ai magistrati della Procura di Milano di buttare l’occhio anche sul comportamento della signora Nicole e se la sua nuova vita fosse reale e non una messa in scena. E sempre Nordio - stando alle colpe contestate dalla sinistra per cui dovrebbe dimettersi - avrebbe dovuto insistere coi magistrati perché passassero al setaccio Giuseppe Cipriani jr. viste le frequentazioni con Epstein o parlassero con gli ospedali italiani che si sarebbero rifiutati (a dire della ex consigliera regionale lombarda) di prestare le cure al povero ragazzino malato e senza genitori che lo accudissero (particolare anche questo messo in discussione).
Nordio avrebbe insomma dovuto fare quel che le stesse persone, durante la campagna referendaria, sostenevano essere un grave pericolo per la democrazia: il governo che controlla le Procure! Questo tanto basta per affermare che al ministro non si possono addebitare più responsabilità di quel che i passaggi burocratici prevedono e che, in queste procedure, via Arenula è poco più che un passacarte.
Il primo attore protagonista è senza dubbio la Procura, tant’è che è toccato ai magistrati riaccendere i motori per accertare se le ricostruzioni del Fatto Quotidiano siano vere oppure false oppure parziali rispetto alla «bella favola» che Nicole aveva propinato a tutti quanti. Soprattutto al Quirinale, il cui peso è decisamente superiore rispetto a quello del ministero. «Quando in gioco c’è la libertà di una persona, il presidente agisce come un magistrato ed esercita il potere di condonare o commutare per decreto una pena - previsto all’articolo 87 della Carta - in totale indipendenza e autonomia di giudizio», scriveva Monica Guerzoni sul Corriere prima della tempesta. Evviva Sergio il giusto che può raddrizzare le diffidenze di chi non si fida delle conversioni. In silenzio, discretamente. Così, sempre in quei giorni, il capo ufficio stampa di Mattarella, Giovanni Grasso, si tuffava nel mare dei social per far capire quanto fosse densa di umanità la grazia per quella Nicole, firmata da un presidente mosso a compassione dalla Minetti… rifatta: una cosa del tipo «se anche voi sapeste…», commentava Grasso. Insomma parlavano tutti consapevolmente: del resto se il capo dello Stato, sempre così parsimonioso nel concedere la grazia (solo 71 su 4.230 istanze in tutti gli anni di mandato), stavolta ci metteva la firma e la faccia non poteva che essere stra-sicuro di quel che stava facendo. Peccato che così consapevoli non lo fossero affatto e a Mattarella non è restato che rimettere in scena lo stesso film dell’Indignato, già visto sul bonus per gli avvocati: sull’emendamento facendo sapere della riunione con Mantovano, sulla grazia facendo sapere della lettera con cui chiedeva approfondimenti. Ma davvero al Colle pensano che ci possiamo bere ogni cosa?
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Nel riquadro Eithan Bondi, 21 anni, il ragazzo fermato per gli spari a Roma il 25 aprile contro una coppia dell'Anpi (Ansa)
I simboli sul casco nero tipo jet, lo stesso che indossa mentre con il suo smartphone si spara un selfie poi pubblicato sui social, e la targa dello scooter bianco Honda direttamente riconducibile a lui. Due indizi. Troppo visibile per essere un professionista. Poi, a casa, un sacchetto di un brand del cibo da asporto (lo stesso che aveva con sé mentre faceva il pistolero), la mimetica chiara che indossava il 25 aprile, una pistola da soft air simile a quella usata in via Ostiense e alcuni coltelli.
Le conferme, disseminate ovunque, sono diventate subito reperti. Eithan Bondì, 21 anni, ragazzo della comunità ebraica romana. Un profilo che, sulla carta, non racconta nulla di straordinario, ma che dentro l’inchiesta prende una forma precisa. Estremista di Sion e idealmente sostenitore della Brigata ebraica della quale davanti agli investigatori avrebbe affermato di fare parte (ovviamente sono fioccate le smentite), per gli inquirenti è il cecchino che il 25 aprile ha dato la caccia ai militanti dell’Associazione nazionale partigiani, ferendone due (marito e moglie) con la pistola a pallini di cui poi si sarebbe disfatto. Un’arma che non è letale, ma che usata in quel modo, a distanza ravvicinata e con il braccio teso, per gli inquirenti ha cambiato significato. La polizia l’ha rintracciato l’altra notte nell’abitazione dei genitori, dopo aver incrociato i dati parziali della targa dello scooter con le immagini delle telecamere di sicurezza. Un incastro di elementi che ha fornito ai pm romani il materiale su cui costruire il decreto di fermo col quale è stato disposto il trasferimento del ragazzo a Regina Coeli. Le immagini acquisite raccontano l’azione meglio di qualsiasi verbale. Lo collocano prima in via Ostiense, dove si stava concludendo la manifestazione, nei pressi del parco Schuster, e poi sul lungotevere di Pietra Papa. Le testimonianze hanno fatto il resto: mimetica verde e un casco integrale scuro. «Si muove su uno scooter bianco». Combacia tutto. E l’indagine cambia passo. Rossana Gabrieli, una delle due vittime, racconta di averlo visto «fermarsi e puntare» contro di loro «con il braccio teso». Almeno quattro colpi. La sequenza è stata ripresa in pieno da una telecamera. Lei e Nicola Fasciano restano feriti in modo lieve. Ma il gesto, nella ricostruzione della Procura, prende un’altra dimensione: tentato omicidio (la contestazione comprende anche porto e detenzione illegale di armi). Il movente? Politico.
L’azione, ritiene chi indaga, si inserirebbe nel clima già segnato da tensioni simboliche sempre più accese attorno alle piazze in cui identità, memoria e conflitti internazionali si sono spesso sovrapposti. Il motorino è intestato a lui. È uno dei punti fermi. Che ora un giudice dovrà valutare. Assieme alla richiesta di convalida del fermo d’indiziato di delitto avanzata da Piazzale Clodio (alla quale seguirà l’interrogatorio dell’indagato). Rider di professione, ex studente universitario della facoltà di Architettura e poi, per un breve periodo, agente immobiliare. Una traiettoria personale discontinua. Bondì, interrogato, confessa. Ammette. Ed è in questo momento che avrebbe aggiunto l’elemento identitario: dice di far parte della «Brigata ebraica (che, però, è ufficialmente presente solo a Milano, ndr)». Un’affermazione che viene smentita dal Museo della Brigata ebraica. Il direttore Davide Romano chiarisce: «Non lo conosciamo e non abbiamo fra i nostri membri persone che rispondano a questo nome» e «nemmeno alcun rappresentante, né iscritto nella città di Roma». Poi aggiunge: «Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta» chi usa quel nome «per compiere atti di violenza». L’Unione delle Comunità ebraiche italiane «denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata ebraica». Questo è di certo uno dei punti che l’indagine dovrà chiarire. Ma ora si indaga sul passato del ragazzo per capire se il suo nome (un omonimo ieri mattina si è visto costretto a pubblicare un post su Facebook per far sapere che non era lui il cecchino No-Anpi) possa essere riconducibile anche ad altre azioni analoghe in occasione di manifestazioni di piazza, come quelle pro Pal degli ultimi anni. E per verificare se faccia veramente parte di un gruppo di estremisti filo-sionisti responsabili di episodi di violenza nella Capitale. Perché, di certo, c’è almeno un altro caso.
L’aggressione a una donna il 25 aprile di due anni fa a Testaccio, al termine di un’altra iniziativa. Fu circondata da un gruppo di uomini mentre andava a riprendere il motorino e insultata anche con epiteti sessuali perché indossava la kefiah palestinese. La vittima ha postato un messaggio ieri mattina per chiedere se il giovane fermato sia coinvolto anche nella sua vicenda (all’epoca denunciata in Questura). Le indagini, infatti, non si fermano al pomeriggio del 25 aprile. Potrebbero estendersi anche ad aggressioni e spedizioni punitive commesse da piccoli gruppi ai danni di simpatizzanti dei movimenti palestinesi o dell’Anpi. Dal telefono cellulare del ragazzo potrebbero saltare fuori riscontri o nuove piste: contatti, conversazioni ed eventuali elementi utili a ricostruire relazioni. Ma soprattutto si potrà verificare se esistano collegamenti con gli altri episodi o con altri obiettivi. Il punto, adesso, è capire se l’operazione portata a termine da Bondì il 25 aprile sia una deriva individuale o solo l’ultimo tassello di qualcosa di più strutturato.
Accuse alla Comunità: «Squadristi»
«Non può sfuggire a nessuno l’estrema gravità della vicenda. Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma»: così l’Anpi in una nota commenta l’arresto del ragazzo di 21 anni fermato per aver colpito, lo scorso 25 aprile, due persone con una pistola ad aria compressa. Un invito a nozze per l’associazione che già soffriva un rapporto teso con la brigata ebraica (a cui il giovane ha dichiarato di appartenere) a causa dell’esclusione dalle celebrazioni del giorno della Liberazione. L’Anpi ha anche chiesto «alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti dell’aggressione armata avvenuta a Roma, ma anche di aprire un’inchiesta su tali presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana».
La vicenda ha però indignato soprattutto la Comunità ebraica di Roma che «condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica», ha dichiarato il presidente Victor Fadlun. «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti e fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità. In una fase così tesa rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza». Un appello non molto ascoltato considerate le polemiche che sono seguite. «Ci piacerebbe che (Fadlun, ndr) dicesse qualche parola anche nei riguardi della nostra associazione che, negli anni, qui a Roma, ha sempre cercato di mantenere un rapporto costante e inclusivo con questa comunità anche se è sempre stato molto difficile», ha puntualizzato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, nel corso di un presidio organizzato ieri pomeriggio proprio nel luogo dove sono stati esplosi i colpi con l’arma softair.
«Le forze dell’ordine devono andare avanti e il ragazzo deve rispondere dei propri errori in proporzione al reato commesso. Non amo sottrarmi. La comunità ha condannato e sono orgoglioso della condanna e dello sdegno del presidente Fadlun. Se posso aggiungere: io mi vergogno. Un conto è reagire a un attacco, ma così, a sangue freddo e da solo, no», la durissima reazione di Riccardo Pacifici vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma. E circa la polemica sollevata a proposito della militarizzazione della Brigata ebraica precisa: «A me non risulta alcuna militarizzazione della Brigata ebraica. Ci sono genitori e nonni che fanno attività di vigilanza fuori dalle scuole e dalle sinagoghe nella totale legalità. Certo, una riflessione la dobbiamo fare. Mi chiedo: gli ebrei hanno il dovere di essere migliori? Non possiamo avere anche noi criminali, prostitute, o quello che è? Va distinta la responsabilità: non può essere un unicum. Viviamo in una città dove in chat di cittadini di Monteverde scrivono “in questo quartiere vivono troppi ebrei, alzano gli affitti”», ha proseguito. Ad alzare la tensione già tesa ci ha pensato il giornalista Gad Lerner parlando di radicalizzazione: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele». Severa la risposta di Pacifici: «La Brigata ebraica ha ricevuto la medaglia al valore. E ora Gad Lerner, con il suo egocentrismo, sente la necessità di dire certe cose? Io ho avuto nemici ed ero minacciato dalla destra: sono cresciuto in questo clima, che apparteneva ai mondi della destra estrema. Tutte “saponette”, era linguaggio dell’estrema destra. Ora è tutto capovolto. Dovremmo tentare di capire. C’è un sentimento di caccia all’ebreo e non si chiede ai russi tutto quello che si chiede all’ebreo o all’israeliano. L’Anpi si prenda le proprie responsabilità».
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Gianluca Rocchi (Getty Images)
Al suo posto, in una caserma della Guardia di finanza, sarà ascoltato invece Andrea Gervasoni, ex arbitro e supervisore Var, difeso dall’avvocato Michele Ducci. E Gervasoni avrebbe intenzione di rispondere alle domande.
Gervasoni è indagato per il caso Salernitana-Modena, partita dell’8 marzo 2025. Il nodo, secondo l’ipotesi accusatoria, riguarda la gestione Var: l’arbitro Antonio Giua concede inizialmente un rigore al Modena, poi viene richiamato alla on field review e il penalty viene revocato. Gli inquirenti vogliono capire se quel richiamo sia maturato autonomamente nella sala Var o se Gervasoni, da supervisore, abbia sollecitato dall’esterno il Var Luigi Nasca a intervenire.
Ma Gervasoni potrebbe essere sentito anche su Inter-Roma del 27 aprile 2025, la partita del rigore non assegnato all’Inter per il contatto Ndicka-Bisseck. Quell’episodio era nell’esposto dell’ex assistente Domenico Rocca. Anche lì il tema è il Var: l’arbitro Michael Fabbri lascia correre, la sala Var non lo richiama, l’Inter perde 0-1 e quel rigore, se concesso e trasformato, avrebbe potuto cambiare la corsa scudetto, portando i nerazzurri a pari punti con il Napoli. Gervasoni quel giorno era supervisore Var: per questo il pm potrebbe chiedergli cosa vide, cosa sentì e se ci furono valutazioni o segnali dall’esterno sulla mancata review.
Il cuore dell’inchiesta resta però il sistema delle designazioni. Secondo le testimonianze raccolte dal pm Maurizio Ascione e dalla Guardia di finanza, alcuni arbitri avrebbero confermato scelte pilotate o comunque indirizzate, a partire dalla presunta «combine» del 2 aprile 2025 a San Siro, contestata a Rocchi «in concorso» con più persone, i cui nomi però non sono ancora stati chiariti. A conferma ci potrebbe essere anche una intercettazione ambientale. Al centro ci sono due designazioni: Andrea Colombo, considerato dall’accusa arbitro «gradito» all’Inter e poi mandato su Bologna-Inter; e Daniele Doveri, ritenuto «poco gradito» ai nerazzurri, collocato sulla semifinale di ritorno di Coppa Italia Inter-Milan per evitare, secondo la Procura, che potesse poi dirigere l’eventuale finale o le ultime gare di campionato dell’Inter (cosa che però poi avvenne lo stesso).
La parola «gradito» è il punto più scivoloso. Non basta a dimostrare un accordo illecito, ma apre una domanda: come nasceva, nel mondo arbitrale, la percezione di un arbitro gradito o sgradito a un club? In questi anni sul piano istituzionale i contatti non sono mancati: al Centro Var di Lissone, in incontri ufficiali tra club e arbitri, compaiono Giuseppe Marotta e Giorgio Schenone (Inter), gli stessi Rocchi e Gervasoni o Alberto Marangon del Milan e Andrea Butti della Lega Serie A.
Giancarlo Viglione, uomo chiave della Federcalcio nei dossier regolamentari e nei rapporti con l’Aia, era stato ripreso a San Siro durante i festeggiamenti dello scudetto Inter 2024: immagini che avevano creato qualche imbarazzo. Resta il buco nero: capire se la presunta combine sia rimasta dentro il mondo arbitrale o abbia avuto contatti esterni. Per ora club di Serie A e dirigenti restano estranei, mentre dai verbali emerge un sistema interno di appartenenze, valutazioni ed esclusioni.
Il nodo è anche economico: voti, graduatorie e designazioni decidono carriere e compensi. Gli arbitri non sono normali dipendenti Figc e ai massimi livelli possono arrivare a 160-170.000 euro lordi l’anno. Nel 2025 l’Aia ha bruciato circa 53 milioni; già nel 2023 oltre 44 milioni risultavano rendicontati sul comparto arbitrale, con risorse Figc alimentate anche da fondi pubblici di Sport e Salute. L’inchiesta potrebbe allargarsi anche ad altre Procure: Monza, per la competenza territoriale sulla sala Var di Lissone, e Roma, dove sono arrivati gli esposti dell’ex arbitro Daniele Minelli su presunti voti e verbali falsificati.
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