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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
iStock
Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Ansa
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
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Riduci
Donald Trump (Ansa)
Il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente prosegue mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, dichiarazioni contraddittorie e rivendicazioni difficili da verificare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver individuato e neutralizzato 120 bombe a grappolo nella provincia meridionale di Fars. Gli ordigni sarebbero stati sganciati durante i raid condotti da Stati Uniti e Israele nei pressi del villaggio di Kafri. L’affermazione non è stata accompagnata da elementi verificabili in modo indipendente e si inserisce in un contesto dominato dalla guerra dell’informazione.
Altri elementi arrivano da un’analisi open source. Il gruppo di ricerca Bellingcat, in un’inchiesta rilanciata dal New York Times, sostiene che gli Usa potrebbero aver disperso mine anti carro nel Sud dell’Iran, forse propedeutiche a un’offensiva via terra. Immagini circolate sui social mostrerebbero ordigni compatibili con mine americane Blu-91 e Blu-92, rilasciate da una bomba a grappolo esplosa in quota. Gli oggetti sarebbero stati individuati a Kafari, vicino alla base missilistica di Shiraz. La tv iraniana ha riferito di possibili vittime, invitando la popolazione a non toccare gli ordigni. Anche in questo caso mancano verifiche indipendenti. A questo si aggiunge il tema dell’intensità degli attacchi statunitensi. Nelle prime quattro settimane di guerra, secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 850 missili Tomahawk. Il dato ha spinto il Pentagono a valutare un aumento della disponibilità. Tuttavia, la produzione annua resta limitata a poche centinaia di unità, creando problemi di scorte. Secondo fonti dell’amministrazione, il numero di missili disponibili in Medio Oriente sarebbe già sceso a livelli bassi, con il rischio di avvicinarsi alla fase di «Winchester», cioè l’esaurimento delle munizioni.
Le tensioni si sono intensificate anche dopo un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Media statunitensi riferiscono che almeno dodici soldati americani sono rimasti feriti, due in condizioni gravi. L’attacco avrebbe coinvolto un missile e diversi droni. Teheran ha giustificato l’operazione come rappresaglia contro i Paesi del Golfo accusati di offrire supporto logistico agli Stati Uniti. Anche qui la macchina propagandistica iraniana ha diffuso numeri molto diversi. L’agenzia Fars ha sostenuto che oltre 40 militari americani sarebbero stati colpiti, senza fornire riscontri indipendenti. In questa cornice si inserisce la smentita del Comando centrale degli Stati Uniti su un presunto attacco iraniano a Dubai. «Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai. Il regime iraniano sta diffondendo menzogne sui social media per nascondere che le sue capacità militari sono innegabilmente sopraffatte e indebolite», ha scritto il Centcom su X. I pasdaran avevano sostenuto che missili e droni iraniani avessero colpito due postazioni negli Emirati Arabi Uniti con oltre 500 soldati americani. L’Iran ha anche rivendicato di aver preso di mira una nave statunitense impegnata, secondo Teheran, in attività di supporto logistico alle operazioni militari americane. L’azione sarebbe avvenuta «a una distanza considerevole» dal porto di Salalah, in Oman. A renderlo noto è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando militare centrale iraniano, in una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato. Anche qui, però, non c’è nessuna conferma.
Sul fronte israeliano, un attacco missilistico iraniano ha provocato undici feriti a Eshtaol, nei pressi di Gerusalemme, secondo il servizio di emergenza Magen David Adom. Nel frattempo, il conflitto si intreccia con nuovi equilibri regionali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha effettuato visite a sorpresa negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar mentre Kiev cerca di utilizzare la propria esperienza nel campo dei droni per aiutare gli Stati del Golfo a contrastare gli attacchi iraniani. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina ha già firmato accordi di sicurezza decennali con Arabia Saudita e Qatar e prevede un’intesa simile con gli Emirati Arabi Uniti. L’Ucraina è diventata uno dei principali produttori di droni intercettori a basso costo, collaudati contro l’invasione russa.
L’aeronautica israeliana ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione iraniana per le industrie marittime, incaricata della produzione di armi e navi militari. Secondo l’Idf, la struttura era responsabile della ricerca e dello sviluppo di armamenti navali, comprese navi di superficie, sottomarine e sistemi senza equipaggio.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate da Reuters, dopo circa un mese di guerra gli Stati Uniti avrebbero distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico e dei droni iraniani. Un ulteriore terzo sarebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker, quindi non immediatamente utilizzabile. Nonostante le perdite, Teheran conserverebbe capacità significative. Il conflitto appare segnato da una crescente sovrapposizione tra operazioni militari, diplomazia parallela e guerra dell’informazione. Le fake news diffuse dai media iraniani, insieme alle rivendicazioni non verificabili, rendono complesso l’accertamento dei fatti.
Vance: «La guerra? Avanti ancora un po’». Pezeshkian si affida al Pakistan «paciere»
Proseguono i tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto iraniano. Secondo l’Afp, il Pakistan ospiterà domani dei colloqui con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sulla crisi mediorientale. Non dimentichiamo che proprio il governo di Islamabad sta da giorni cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Washington e Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo un «dettaglio». Ieri, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Nell’occasione, secondo Reuters, «Pezeshkian avrebbe elogiato gli sforzi diplomatici del Pakistan e i due leader avrebbero discusso delle ostilità nella regione e degli sforzi per porre fine al conflitto». Lodando gli sforzi diplomatici di Islamabad, Pezeshkian, che pure ieri ha promesso «ritorsioni» in caso le infrastrutture iraniane dovessero essere colpite, ha implicitamente riconosciuto il lavoro di mediazione che il governo pakistano sta portando avanti tra Teheran e Washington. Questo avvalora l’ipotesi che il regime khomeinista sia al suo interno spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, gravitante attorno ai pasdaran, auspica la linea dura nei confronti degli Stati Uniti. Un ulteriore segnale di questo stato di cose risiede nel fatto che la risposta ufficiale di Teheran al piano di pace della Casa Bianca, originariamente attesa per venerdì, ieri sera non era ancora arrivata.
Nel frattempo, parlando al podcast «Benny Show», il vicepresidente americano, JD Vance, ha affermato che gli Stati Uniti si ritireranno presto dall’Iran. «Il presidente continuerà a insistere ancora per un po' per assicurarsi che, una volta usciti dal Paese, non dovremo più ripetere questa operazione per molto, molto tempo», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump. «Dobbiamo neutralizzare il governo iraniano per un periodo lunghissimo, e questo è l’obiettivo», ha aggiunto. «Credo che il presidente sia stato molto chiaro al riguardo: non ci interessa rimanere in Iran un anno o due. Stiamo portando a termine il nostro compito, ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere», ha proseguito.
Le parole del numero due della Casa Bianca sono significative soprattutto alla luce del fatto che proprio lui potrebbe assumere un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui tra Washington e Teheran. Se dovesse mettere il suo vice a capo del team negoziale statunitense, ciò confermerebbe la volontà di Trump di chiudere il prima possibile il conflitto, adottando una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In particolare, c’è chi ipotizza che il presidente statunitense possa cercare una sponda nell’esercito convenzionale iraniano (l’Artesh) con l’obiettivo di arginare le Guardie della rivoluzione. Fatto sta che la soluzione venezuelana piace poco a Benjamin Netanyahu. Quello stesso Netanyahu con cui, secondo Axios, Vance avrebbe recentemente avuto una telefonata piuttosto tesa. Del resto, già a ottobre si erano registrate delle fibrillazioni tra i due. Trump potrebbe quindi decidere di «schierare» il suo vice anche per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington, oltre che per tendere la mano a quei settori della base elettorale statunitense che guardano con freddezza al conflitto in Iran, temendo costosi processi di nation building.
Non si sopiscono intanto le tensioni tra Trump e gli alleati della Nato. Secondo quanto riferito dal Telegraph, il presidente americano starebbe valutando la possibilità di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. «A nessun Paese che non contribuisca con il 5% dovrebbe essere consentito di votare sulle future spese della Nato», ha dichiarato alla testata una fonte vicina alla Casa Bianca. La settimana scorsa, Trump si era lamentato dell’Alleanza atlantica, accusandola di scarsa collaborazione nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz. D’altronde, nonostante stia puntando molto sull’iniziativa diplomatica, non è un mistero che il presidente americano continui a tenere sul tavolo un’opzione: l’invasione militare dell’isola di Kharg. Da quest’ultima dipende circa il 90% dell’export iraniano di petrolio. Nel caso la diplomazia fallisse, Trump potrebbe cercare di conquistarla per costringere i pasdaran a riaprire Hormuz. Del resto, al netto del tentativo di avviare dei colloqui con Teheran, il presidente americano continua a tenere alta la pressione militare sul regime khomeinista: nelle scorse ore, è infatti arrivata in Medio Oriente la portaerei Tripoli con a bordo circa 2.500 marines. Non solo.
Il prossimo obiettivo
La Casa Bianca punta anche a isolare ulteriormente l’Iran sotto il profilo internazionale. Venerdì, Trump ha in tal senso detto che «Cuba sarà la prossima» a cadere: non dimentichiamo che il regime castrista è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Teheran in America Latina.
Scontro Kallas-Rubio sulle sanzioni a Mosca
La crescente insofferenza di Bruxelles verso la Casa Bianca è venuta a galla durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Parigi: l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha tacciato gli Stati Uniti di essere troppo accondiscendenti con Mosca. E nel farlo, si è rivolta direttamente al segretario di Stato americano, Marco Rubio.
A rivelarlo è Axios: tre fonti hanno raccontato che il vertice è stato caratterizzato da «un teso scambio di battute» tra i due durante le discussioni sull’Ucraina. Davanti a tutti i ministri, Kallas ha ricordato a Rubio che un anno fa, nello stesso forum, aveva detto che se Mosca avesse ostacolato i tentativi americani per arrivare alla pace, Washington avrebbe perso la pazienza e adottato misure più severe contro il Cremlino. È quindi passata ad accusare l’amministrazione americana di non aver adottato una linea dura, ovvero le sanzioni: «È passato un anno e la Russia non si è mossa. Quando finirà la vostra pazienza?» ha chiesto Kallas a Rubio.
Piccata è stata la risposta del segretario di Stato americano, che avrebbe anche alzato la voce: «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte». Rubio ha peraltro sottolineato che gli Stati Uniti stanno dialogando con entrambi i protagonisti del conflitto, ma che a essere aiutata, in primis con armi e intelligence, è solo l’Ucraina. Dopo il botta e risposta, stando a quanto riferito da una fonte ad Axios, a manifestare l’apprezzamento del lavoro diplomatico svolto dalla Casa Bianca, auspicando che continui, sono stati alcuni ministri europei. E pare che al termine del vertice, dietro le quinte, Kallas e Rubio abbiano cercato di stemperare i toni. Tra l’altro, di fronte ai giornalisti, il segretario di Stato americano ha voluto negare le tensioni.
In merito al timore che Washington dirotti le armi destinate all’Ucraina in Medio Oriente, a fornire qualche rassicurazione, almeno sullo stato attuale, è stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Come riportato da Interfax, ha dichiarato: «Non è successo nulla del genere. Non posso dire quali saranno gli sviluppi futuri. Credo che dipenda da molti fattori».
Ma è sulle trattative che il leader di Kiev è particolarmente critico, lamentandosi addirittura di essere stato messo all’angolo nei negoziati: «Parliamo con gli Stati Uniti ogni giorno. La nostra squadra negoziale è in contatto con le loro controparti. Ma abbiamo ancora questa difficoltà: ci sentiamo come mediatori in questo processo piuttosto che come parte in causa». Ma non solo. Il punto di frizione con la Casa Bianca riguarda le garanzie. Dopo che Rubio ha smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui le garanzie di sicurezza americane sono legate al ritiro ucraino dal Donbass, il leader di Kiev è tornato sul punto. Sostenendo di aver rivelato «solo la punta dell’iceberg», ha dichiarato: «Tutti i segnali emersi durante il processo negoziale suggeriscono che potremmo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima di un cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass». La frustrazione del presidente ucraino riguarda anche le restrizioni sulle sedi dei colloqui trilaterali. Zelensky ha dichiarato che Kiev è al lavoro «per garantire che gli incontri si svolgano in Europa, in Turchia, in Svizzera o ovunque. Anche in Medio Oriente».
Ed è proprio in Medio Oriente che Zelensky ha sancito nuovi accordi in materia di difesa durante il tour nei Paesi del Golfo. Dopo l’Arabia Saudita, ieri è stato il turno degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, nel tentativo di portarli nell’orbita ucraina grazie all’esperienza maturata da Kiev sui droni intercettori. Eppure, per l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, non sarebbero così efficienti: ha paragonato infatti i velivoli senza pilota ucraini a dei «Lego» e a «un lavoro da casalinga». A suo dire, l’Ucraina non avrebbe fatto passi da gigante, visto che assembla i droni utilizzando componenti già disponibili, anche tramite la stampa 3D.
Intanto, dopo aver incontrato il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, il leader ucraino ha annunciato «partnership decennali». Ai giornalisti ha spiegato: «Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con l’Arabia Saudita, abbiamo appena firmato un accordo simile con il Qatar, anch’esso decennale, e ne firmeremo uno con gli Emirati. Nel corso di questi dieci anni, ci siamo impegnati nella costruzione di stabilimenti in entrambi i Paesi, con linee di produzione in Ucraina e in questi Stati». Andando più nello specifico, ha sottolineato che stanno discutendo «diverse aree per garantire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa: la prima riguarda gli armamenti, la produzione, lo scambio di esperienze e lo scambio di risorse che potrebbero non essere disponibili in un Paese o nell’altro; la seconda riguarda la cooperazione energetica a lungo termine».
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