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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
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Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Matteo Salvini ad un gazebo della Lega per la manifestazione dei Patriots del 18 aprile (Ansa)
La manifestazione dei Patrioti europei che si terrà oggi in piazza del Duomo è stata definita «incompatibile con l’identità civile e democratica di Milano». Fantastico: in nome della democrazia la sinistra milanese ha tentato di impedire una manifestazione non violenta e più che legittima. Con grande scorno del sindaco Beppe Sala e degli altri esponenti progressisti non c’è stato verso di ostacolare l’evento, però il consiglio comunale ha insistito per esprimere riprovazione. Apprendiamo dunque che per i dem manifestare pacificamente è contrario alla democrazia. La Buscemi è apparsa contenta del mezzo risultato ottenuto: si è detta soddisfatta «per aver svegliato la politica dal torpore che aleggiava su questo raduno estremista e aver portato il tema al dibattito pubblico». Sono soddisfazioni, come no. Vero è che il centrodestra si è diviso: la Lega ha votato contro l’ordine del giorno, Fdi è uscita dall’aula e Forza Italia si è astenuta, tanto che la leghista Silvia Sardone dichiara irritata: «Per la seconda volta in un solo anno Forza Italia ha fatto da stampella alla sinistra». Se non altro, i vertici del partito azzurro hanno preso le distanze dalla contromanifestazione organizzata sempre a Milano, all’Arco della Pace, dal responsabile per l’immigrazione di Forza Italia a Milano, Amir Atrous, il cui obiettivo sarebbe dare voce alle seconde generazioni di immigrati.
Al netto delle beghe politiche, però, il punto qui riguarda due temi fondamentali. Il primo è la libertà di espressione e di manifestazione, il secondo è la sicurezza dei manifestanti. Se la sinistra (sedicente) democratica ha cercato di boicottare l’evento e poi si è rassegnata a contestarlo, la sinistra più radicale ha organizzato ben tre cortei con l’obiettivo dichiarato di circondare il raduno dei patrioti. La prima manifestazione ha come slogan «Milano è migrante. Fuori i razzisti e i fascisti da Milano» ed è organizzata da varie realtà più o meno antagoniste. Poi ci sarà un secondo corteo promosso dal centro sociale milanese Lambretta con uno slogan che è tutto un programma: «Antifa. Liberiamo Milano. Senza paura, contro fascismo, razzismo e sessismo». Infine, chissà perché, ci sarà un terzo corteo di militanti pro Palestina, come se la questione mediorientale c’entrasse con l’evento leghista. «Scendiamo in piazza perché Milano è una città migrante e partigiana», ha detto alle agenzie Selam Tesfai, esponente del centro sociale il Cantiere. «Non è accettabile che il percorso del 25 aprile, a una settimana da un importante momento di ricordo, venga attraversato da parole come remigrazione che ricordano davvero i tempi del fascismo». Quest’ultima notazione rende bene l’idea del livello allucinatorio e paranoide raggiunto dalla sinistra radicale. Il problema, secondo costoro, è che le strade della Milano antifascista sono sacre. «Consentire a un partito razzista, xenofobo e ideologicamente fascista come la Lega per Salvini di seguire lo stesso percorso della manifestazione del 25 aprile è uno sfregio alla città Medaglia d’Oro per la Resistenza». Capito? Una manifestazione a loro sgradita non può nemmeno permettersi di calpestare lo stesso terreno del corteo del 25 aprile. Delirio puro.
Purtroppo, però, a sostenere queste posizioni non sono soltanto i centri sociali ma anche, incredibilmente, una parte robusta del mondo cattolico milanese. La casa della carità di Milano presieduta da don Paolo Selmi, su mandato dell’arcivescovo Mario Delpini, riporta in bella evidenza sul suo sito il comunicato stampa della manifestazione della sinistra radicale: «La Casa della Carità», si legge, «aderisce alle mobilitazioni previste sabato 18 aprile - e in particolare al corteo Milano è migrante, che partirà alle 14 da piazza Lima - in risposta al raduno ribattezzato Senza paura - in Europa padroni a casa nostra, organizzato dalla Lega, che vedrà arrivare in città rappresentanti delle forze sovraniste europee». Ma è normale, ci si chiede, che una istituzione caritatevole scenda in piazza assieme ai bellicosi centri sociali e a certi gruppi pro Pal di cui conosciamo le imprese? Evidentemente per qualcuno è normale, e infatti anche la Caritas ambrosiana supporta i contro cortei. Erica Tossani, nuova guida dell’ente, è intervenuta sul tema con una lunga intervista ad Avvenire, dichiarando che «per garantire la sicurezza serve lavorare su politiche di integrazione reale. Oltre a una questione etica cristiana, c’è anche un diritto umano universalmente riconosciuto (contro cui si scontra un’impostazione come quella del concetto di remigration), che è il diritto sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sulla libertà di movimento». Laddove c’è da sostenere le frontiere aperte, una fetta del mondo cattolico è sempre in prima fila, a dispetto di tutti i drammi causati dal mortifero sistema della migrazione di massa. Non è cristiano, per la Caritas, manifestare per la remigrazione. Invece lo è, a quanto pare, minacciare chi va in piazza pacificamente e tentare di sabotare gli eventi di chi ha una opinione diversa. Un grande esempio di amore, senza dubbio.
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Persone evacuano le proprie case dopo che un attacco israeliano dello scorso 18 marzo ha colpito un appartamento in un edificio nel quartiere di Zuqaq al-Blat, nel centro di Beirut, in Libano (Ansa)
Accolto con favore da Siria, Giordania, Golfo ed Egitto, il cessate il fuoco di 10 giorni resta fragile: sul campo Israele e Hezbollah si accusano di violazioni. Trump assicura lo stop ai raid, mentre gli sfollati tornano tra le macerie.
L’annuncio del cessate il fuoco di 10 giorni fra Libano e Israele è stato accolto con manifestazioni di gioia dalle centinaia di migliaia di sfollati che sono subito ripartiti dal campi profughi improvvisati per tornare alle riprove case. La maggior parte di loro proviene dalle zone dove Israele ha ordinato l’evacuazione e qui rischiano di trovare case e villaggi devastati da oltre un mese di attacchi israeliani. Questa faticosa tregua sembra però già traballare perché da entrambe le parti fioccano accuse di violazione del cessate il fuoco.
Dal campo l'esercito libanese ha infatti accusato l'Idf di aver commesso «atti di aggressione» e i media locali riferiscono della morte di un uomo nel sud del Libano, sulla strada tra Kounine e Beit Yahouna. La risposta di Tel Aviv è stata che in base ai all’accordo, Israele ha il diritto di colpire Hezbollah per prevenire attacchi pianificati, imminenti o in corso. Il movimento sciita libanese ha risposto di aver preso di mira soldati israeliani in risposta alla violazione del cessate il fuoco dell'esercito di occupazione. Donald Trump è intervenuto personalmente ribadendo che Israele non bombarderà più il Libano, perché gli Usa gli hanno vietato di farlo.
La momentanea pace libanese è stata accolta con estremo favore nel mondo arabo che si è impegnato a sostenere la fine delle ostilità a Beirut. Il governo della Siria ha definito l’accordo come un passo significativo per prevenire un'ulteriore escalation nella regione. Il ministro degli Esteri di Damasco Assad al Shibani ha affermato che Damasco si è impegnato a sostenere tutti gli sforzi volti a preservare l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale del Libano, nonché a garantire la sicurezza del suo popolo. Atman Safadi guida ormai da anni il ministero degli Esteri della Giordania ed è un diplomatico di grande esperienza. «Voglio pubblicamente elogiare il ruolo positivo e fondamentale svolto dal presidente libanese Joseph Aoun, dal primo ministro Nawaf Salam e dal presidente del Parlamento Nabih Berri nel garantire il cessate il fuoco. Queste tre anime della società libanese hanno messo da parte le loro divergenze politiche per salvare il popolo. La Giordania ribadisce il sostegno assoluto allo stato libanese nell'affermare la propria sovranità su tutto il proprio territorio, nel limitare le armi allo stato e nel ripristinare le istituzioni nazionali, il monopolio della forza deve essere esclusivamente nella mano del governo».
Anche dal Golfo arrivano commenti estremamente positivi sulla tregua. L’Arabia Saudita si è detta pronta a sostenere tutte le fasi di transizione di Beirut, sia economicamente che politicamente. Riyadh ha sottolineato che questo è il momento migliore per eliminare tutto ciò che mette in discussione la legittimità dello stato. L’Oman ha esortato tutte le parti a rispettarne i termini dell’accordo e ad evitare qualsiasi azione che possa comprometterla, il governo omanita ha poi espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per raggiungere questo accordo. Anche Il Cairo ha fatto sentire la sua voce attraverso le parole del suo responsabile degli Esteri Badr Abdelatty. «L’Egitto saluta questi 10 giorni di tregua come una necessità fondamentale per il popolo libanese. Il Cairo è stato mediatore per la pace in Medio Oriente fin dall’inizio e conosciamo bene l’estrema fragilità di questa delicata area. Questo cessate il fuoco rappresenta una grande opportunità per ridurre le tensioni e fermare le operazioni militari israeliane lungo il confine con il Libano. Noi chiediamo ad Israele di rispettare pienamente il cessate il fuoco e di interrompere tutte le azioni militari, ma sollecitiamo anche un ritiro completo delle forze israeliane dal territorio libanese e l’attuazione integrale della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu, indicata come base per il ripristino della stabilità. Gli sfollati devono tornare a casa e le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali devono poter accedere per portare aiuti ad un popolo che ha sofferto già troppo».
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(IStock)
È ciò che è accaduto all’Istat, che ha inflitto una maxi multa alla società Csa research perché una o più ricercatrici avrebbero inventato le risposte ai questionari sui femminicidi in Italia.
La faccenda sarebbe grottesca se non fosse seria: le irregolarità sono state verificate e hanno indotto l’Istituto nazionale di statistica a sanzionare una delle agenzie che hanno in appalto le rilevazioni. Per la cronaca, Csa ha presentato controdeduzioni che non hanno convinto l’Istat e la multa è stata confermata. Lo ha rivelato Fanpage, che ha sottolineato come a fine 2025 sono stati pubblicati solo dati parziali, riguardanti la violenza di genere sulle donne italiane, risultato di questionari telefonici. Mancavano quelli relativi alle straniere, per lo più immigrate. Un approfondimento obiettivamente più complicato perché necessitava di interviste in presenza, con appuntamenti e riscontri. «Parte di queste interviste sarebbero state inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe finto di recarsi a casa di quelle donne, compilando lei stessa le risposte alle domande». Si tratta di più questionari, con il rischio di falsare il campione.
Tutto ciò non cancella il problema ma ne definisce il perimetro e l’attendibilità, gettando un’ombra anche sul prestigio dell’Istat, che ogni anno (esattamente da un secolo, fu fondato nel 1926) fotografa lo stato di salute del nostro Paese attraverso un reticolo di informazioni dettagliate sulla società italiana per cogliere e interpretare i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia, negli orizzonti sociali dentro un mondo in continua evoluzione. Spesso il monitoraggio è stato utile per pianificare investimenti, per orientare scelte politiche. E anche per condizionare decisioni strategiche mai del tutto metabolizzate, come la negazione dell’inflazione galoppante quando uscimmo dalla lira per entrare nell’euro. Era un convincimento granitico della galassia prodiana, confermato dall’Istat ma smentito dalla percezione del cittadino medio mentre si toccava il portafoglio.
Le interviste dell’Istat sono sempre state considerate una Bibbia di numeri, hanno occupato le prime pagine dei giornali, hanno dato il là ad articolesse sociologiche, hanno determinato la benedizione di buoni e cattivi. «Ce lo dice l’Istat» nei decenni è stato soppiantato solo dal «Ce lo chiede l’Europa». Falso. Risposte inventate da ricercatori pigri. Parliamoci chiaro, fare di tutto un’erba un fascio è sbagliatissimo e non è questo il caso. Anche perché l’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli si è difeso con due capisaldi: «l’organizzazione del lavoro è responsabilità dell’appaltatore» e una volta scoperto l’inganno Istat ha fermato tutto decidendo la multa.
Lo scivolone attribuito a Csa research (centro con sede a Firenze, specializzato in ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi socioeconomiche) non può essere ignorato. E nelle pieghe del problema se ne evidenziano altri. Il primo riguarda la residenza delle donne straniere, che a detta delle ricercatrici spesso non coincidevano con quelle indicate negli elenchi perché alcune anagrafi comunali non erano aggiornate. Con ricerche da intelligence per trovarle. Il secondo problema è relativo all’argomento: la violenza di genere. In alcuni casi le addette entravano in abitazioni dove gli uomini si rifiutavano di allontanarsi durante le intervista, di fatto condizionando le risposte di mogli, figlie e sorelle. Testimonianza comune: «Le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità». Una rilevatrice ha commentato a Fanpage: «In varie occasioni mi sono trovata in situazioni che mi hanno provocato non solo forte disagio, ma mi hanno fatto sentire in pericolo».
Tutto questo con un ulteriore deficit, quello economico: ogni intervista viene pagata 28 euro lordi, con spostamenti fino a 50 chilometri di distanza e la necessità di tornare più volte dal potenziale intervistato per trovarlo a casa. Alla fine qualcuno ha deciso di prendere la scorciatoia e di compilare i questionari a chilometro zero buttando giù una serie di X e di risposte inventate. Sulla base delle quali sono stati dipinti scenari immaginifici e lanciati allarmi circostanziati sul «patriarcato tossico», guarda un po’ tutto italiano.
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