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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
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Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Ansa
I pirati magiari, in fondo, sono solo una delle bande che tirano dalla loro parte l’Unione, con il rischio di stracciarla.
Se n’è avuta l’ennesima riprova al Consiglio informale di Cipro, dove i Paesi cosiddetti frugali (mica tanto frugali, visto che la Germania ha stanziato 1.000 miliardi per la Difesa) hanno alzato una muraglia contro tutte le proposte dei mediterranei - Spagna e Italia - per fronteggiare la crisi di Hormuz: scorporare le spese per caro bollette e caro carburanti dal calcolo del deficit; allentare i vincoli di finanza pubblica per gli investimenti energetici; istituire un fondo tipo Safe per gli approvvigionamenti; prolungare il Recovery fund per garantire l’impiego delle risorse inutilizzate. Il premier olandese, Rob Jetten, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sono d’accordo. Berlino ha ribadito anche il niet al debito comune, che invece piace a Emmanuel Macron, favorevole altresì a dilazionare i rimborsi delle obbligazioni Ue contratte in era Covid.
La solidarietà continentale, in definitiva, è un miraggio. E quella sbandierata ai tempi della pandemia fu una messinscena: serviva alla Germania, perciò entrò nell’agenda. Stesso copione che s’è visto sui migranti: per anni i teutonici hanno pensato di cavarsela sfruttando le conseguenze giuridiche dei regolamenti di Dublino, cioè scaricando sui Paesi d’approdo l’onere di gestire centinaia di migliaia di sbarchi. Poi, quando hanno capito che gli stranieri correvano verso Nord e, magari, portavano scompiglio nelle città con attentati all’arma bianca, hanno deciso che era ora di imprimere una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti: l’Unione europea è sovranazionale; le democrazie sono nazionali. Ed è ancora agli elettori dei singoli Stati che i leader rispondono. Nel grande squadrone, ognuno è entrato con la casacca del proprio team.
Anche i vertici dell’Ue sono stati chiari: le regolette sullo zerovirgola non si toccano, perché la situazione non è ancora abbastanza grave. E, verrebbe da aggiungere, con Ennio Flaiano, nemmeno sufficientemente seria. Il concetto lo hanno affermato e ripetuto Dan Jorgensen, commissario per l’Energia; Valdis Dombrovskis, commissario per l’Economia; nonché Ursula von der Leyen in persona. In Europa, il paziente non si cura finché non è moribondo. All’Italia non resta che fare da sé, dando seguito alle ipotesi del ministro Giancarlo Giorgetti e sfidando il giudizio dei superni mercati.
Dunque, nonostante l’uscita di scena di Viktor Orbán, le grane sono le solite: c’è sempre chi pianta le banderuole, che siano i volenterosi, i frugali, i falchi o gli ultraconservatori dell’Est. Il risultato è che l’Ue non riesce a portare a termine niente e, quando decide, tendenzialmente scontenta i più deboli.
Ma non è soltanto per le pressioni delle coalizioni di interessi che l’esecutivo si aggrappa con tanta ostinazione ai pallottolieri. O meglio, è anche per quel motivo, nella misura in cui la competizione tra gruppi rivali rappresenta non un’alterazione del progetto europeo, bensì la sua condizione strutturale. Ciò che ha costretto l’Unione a tenersi ben al di sotto delle più ambiziose aspirazioni dei suoi fondatori, condannandola a rimanere un comitato d’affari, anziché a maturare in quanto soggetto politico.
In tanti - da ultimo, il politologo della Luiss Lorenzo De Sio, nel suo saggio per Laterza, Democrazia addio? - hanno deplorato il modo in cui le istituzioni di Bruxelles, pesantemente infiltrate dalla logica tecnocratica, si sono prestate a cristallizzare le dinamiche perverse della globalizzazione, favorendo lo squilibrio nei rapporti tra capitale e lavoro, a discapito dei salari e del welfare. Il punto è che una ripoliticizzazione dell’Europa è impossibile e, al limite, non auspicabile. Dovrebbe avvenire sotto la forma di un ennesimo imperialismo, riproducendo dunque l’egemonia della potenza o dell’élite di potenze soverchianti. Col solo pregio che ciò renderebbe esplicito quello che oggi è a malapena occultato da un velo di ipocrisia. Interi corpi elettorali resterebbero orbati di adeguata rappresentanza, tanto più se l’obiettivo è eliminare completamente il principio dell’unanimità.
E poi, a un’Unione del genere, continuerebbe a mancare la legittimazione ideologica: se ogni impero, come scrisse Massimo Cacciari nelle sue riflessioni sul katéchon, aspira a «fare epoca», per costruire la sua epopea non gli basta certo il moralismo retorico che ad ora costituisce il nucleo del soft power europeo. Specie in una fase storica in cui riesplode, brutale, la dialettica tra le grandi potenze.
Ecco perché, in assenza di tale elemento fondativo, le classi dirigenti si incaponiscono sui parametri ragionieristici: essi sono il tragicomico surrogato della politica. Ed ecco spiegato anche il paradossale entusiasmo per i piani di riarmo, al di là delle ghiotte opportunità di business: alla faccia dei settant’anni di pace, la comparsa di un nemico esterno ha offerto una prospettiva identitaria all’Ue, secondo il più torvo criterio schmittiano.
In ogni caso, dalle disavventure comunitarie esce sempre perdente la democrazia: l’unico deficit davvero drammatico - e, guarda caso, l’unico di cui nessuno si preoccupa - è quello di rispondenza del sistema ai bisogni e ai desideri delle persone. Può darsi che, ai Consigli europei, la smetteranno di entrare di soppiatto i russi. Solo che il problema non è chi entra, ma chi rimane fuori: noialtri.
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Riduci
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La convinzione ha preso corpo nelle vostre menti grazie all’orchestrata propaganda ambientalista che, per qualche misteriosa ragione, ogni volta che l’umanità si dota di un bene - offerto vuoi dalla natura, vuoi dall’ingegno umano - che brilla per economicità, efficacia ed efficienza, ecco che esso viene additato come un male da combattere e da sostituire immediatamente con qualcos’altro, tipicamente molto costoso, molto inefficace e molto inefficiente. Anzi, quanto più costoso, inefficace e inefficiente è la sostituzione (la chiamano transizione), tanto più assordante è la propaganda.
Faccio fatica a capacitarmi di come la propaganda riesca a prendere piede. Pensate ad esempio alla plastica, un meraviglioso materiale senza il quale - la vulgata non sembra comprendere - vivremmo come si viveva 100 anni fa. O, ancora, pensate al Ddt, ai fertilizzanti, ai conservanti, all’energia nucleare, alle onde elettromagnetiche, e a decine di altri veri doni di Dio che gli ambientalisti vi hanno convinto a odiare.
Per oltre vent’anni ho predicato la necessità di riavviare la produzione elettronucleare in casa. Era il 15 maggio 2012 quando, relatore ad una conferenza al Parlamento di Bruxelles, pronunciavo queste testuali parole: «Negli ultimi anni la Ue ha sprecato ingenti somme di denaro in inutili impianti della green economy nel vano tentativo di governare il clima, e ha rallentato irresponsabilmente lo sviluppo del nucleare, con l’inevitabile conseguenza di dover aumentare l’uso del gas naturale. Perseguendo tale politica i leader della Ue hanno scavato la nostra fossa, e stanno continuando a farlo».
Di tutta evidenza ho fallito, e m’è rimasta solo la magra soddisfazione di ascoltare, poche settimane fa, Ursula von der Leyen denunciare «l’errore strategico del mancato ulteriore sviluppo dell’elettronucleare in Europa». Ora, siccome per l’Italia è di tutta evidenza diventato complicatissimo installare nuovi impianti nucleari, il carbone è rimasto l’ultima nostra spiaggia.
A dispetto della propaganda in Ue, negli ultimi vent’anni la produzione di carbone è aumentata del 50% e il suo commercio via mare è raddoppiato. La nostra vita dipende anche dal carbone, due terzi del quale è usato per produrre elettricità, e il resto dalle industrie che bisognano di calore ad alta temperatura, che producono acciaio, cemento, e persino gli impianti d’energia alternativi, impossibili da avere se non ci fosse il carbone.
Dei 100 miliardi di tonnellate di materie prime estratte ogni anno dalle viscere della Terra, di carbone vengono estratte meno di 10 miliardi di tonnellate, eppure esso produce oltre un terzo dell’elettricità mondiale; gli impianti che lo bruciano non richiedono tecnologia particolarmente avanzata, sono economici, efficaci, efficienti, non dipendono dal sole o dal vento, non esplodono, possono dotarsi di scorte enormi senza complessi problemi di stoccaggio, inquinano meno di un distributore di benzina. Accertate per 100 anni, stimate per 1.000 anni, e ampiamente distribuite nel globo, quelle di carbone sono risorse democratiche di cui il mondo fa largo uso checché ne dica la Ue.
Tornando alla produzione elettrica, giova fare un confronto tra il 2005 e il 2025, cioè 8 trilioni di euro dopo: tanto è stato l’impegno economico del mondo su eolico e fotovoltaico nel corso degli ultimi vent’anni. Seguite il filo del discorso sui dati, cioè sui fatti, senza farvi illudere dai desideri. Confrontiamo il mix di produzione elettrica, nel 2005 e nel 2025, per mondo, Ue, Italia e Corea del Sud. Quest’ultima l’ho aggiunta perché, forse il Paese più moderno e tecnologicamente più avanzato al mondo, è di dimensione e popolazione simile all’Italia e, come l’Italia, non ha molte risorse energetiche in casa, e deve importarle.
Nel 2005, la produzione elettrica mondiale da combustibili fossili era al 67% del totale. Vent’anni e 8 trilioni d’euro dopo, passa al 68%: niente male come decarbonizzazione. Ue e Italia fanno meglio, per così dire: i combustibili fossili stanno nel mix con 20 punti percentuali di meno. Ma a che prezzo? Il prezzo è quel che stiamo pagando tutti noi, sia in Ue che in Italia: energia elettrica alle stelle per le famiglie e a prezzi non competitivi per le imprese. Per l’Italia la cosa è un vero disastro, con praticamente zero elettricità da carbone, e men che zero quella da nucleare, visto che la importiamo. Se, dicevo sopra, eolico e fotovoltaico han pesato 1.000 euro per ogni abitante il pianeta, per l’Italia sono stati 120 miliardi, 2000 euro per ogni italiano. Contribuiscono al 25% della nostra produzione elettrica, ma lo faranno per solo 20 anni e non hanno permesso la chiusura di alcun impianto a gas. Con 120 miliardi avremmo potuto installare oltre 15 GW nucleari, che avrebbero fornito, e per 60 anni, il 50% dell’elettricità che ci serve.
Guardiamo infine la Corea del Sud. Ha mantenuto inalterato la produzione elettrica da combustibili fossili (62% nel 2005 e 61% nel 2025), l’uso del carbone è allineato alla media mondiale, e il nucleare contribuisce per un terzo. Risultato: le imprese sudcoreane pagano l’elettricità la metà di quelle italiane; le famiglie coreane la pagano un terzo delle famiglie italiane.
Non serve aggiungere altro: ascoltare quei fenomeni del campo largo attribuire le elevate bollette elettriche al non sufficiente impegno su eolico e fotovoltaico ci lascia di sasso.
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Notte di paura a Washington, dove la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca si è trasformata in pochi istanti da evento simbolo della libertà di stampa a scena di panico e tensione. Nella lobby dell’hotel Hilton, sede del gala, un uomo armato ha aperto il fuoco mentre all’interno erano presenti il presidente Donald Trump, la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance e circa 2.600 invitati, tra giornalisti e rappresentanti delle istituzioni.
L’aggressore, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, originario della California, è stato bloccato dalle forze dell’ordine dopo aver sparato diversi colpi nell’area dei controlli di sicurezza, poco prima dell’ingresso alla sala principale. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe colpito un agente al torace: il giubbotto antiproiettile ha evitato conseguenze gravi e il poliziotto è stato medicato e dimesso poco dopo. Fermato sul posto, l’uomo avrebbe dichiarato di voler colpire «funzionari del governo».
La dinamica indica che l’attacco si è consumato in una zona cruciale del dispositivo di sicurezza, quella dei metal detector, dove gli ospiti vengono filtrati prima di accedere all’evento. Allen, armato di fucile, pistola e coltelli, sarebbe riuscito ad arrivare fin lì nonostante la presenza massiccia di agenti, aprendo un interrogativo immediato sulle falle nei controlli in un appuntamento che coinvolgeva il vertice politico del Paese. All’interno della sala, il rumore degli spari ha innescato il caos. Gli invitati si sono gettati a terra, cercando riparo sotto i tavoli o allontanandosi dall’ingresso. In pochi secondi sono scattate le procedure di emergenza: gli uomini del Secret Service hanno evacuato il presidente e i membri dell’amministrazione, mentre l’aggressore veniva immobilizzato.
La serata è stata sospesa e non è più ripresa. Trasferito alla Casa Bianca, Trump ha parlato circa un’ora dopo l’accaduto. «Ho parlato con l’agente ferito e sta bene, il giubbotto ha fatto il suo lavoro», ha detto, definendo l’attentatore «un lupo solitario» e «una persona malata». Poi l’appello: «Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Nessun Paese è immune alla violenza politica». Il presidente ha anche ringraziato la moglie per «il coraggio e la pazienza» e annunciato l’intenzione di riprogrammare l’evento entro un mese. In un primo messaggio pubblicato a caldo, aveva elogiato l’operato delle forze di sicurezza, parlando di «lavoro fantastico».
Le indagini si stanno concentrando ora sul profilo dell’attentatore e sulla preparazione dell’azione. L’Fbi ha avviato una perquisizione in un’abitazione collegata all’uomo a Torrance, nell’area di Los Angeles, mentre le autorità cercano di chiarire come sia riuscito ad avvicinarsi così armato a un evento di questo livello. Gli investigatori non escludono che abbia agito da solo. L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria un precedente storico: lo stesso hotel Hilton di Washington fu teatro, nel 1981, dell’attentato contro Ronald Reagan.
Dura la reazione internazionale. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «piena solidarietà» a Trump, sottolineando che «nessun odio politico può trovare spazio nelle nostre democrazie». Sulla stessa linea il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha ribadito come «la violenza non ha posto in politica», e diversi leader occidentali, da Emmanuel Macron a Keir Starmer. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di «tentato assassinio», esprimendo sollievo per il fatto che il presidente sia rimasto illeso.
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Ansa
Le penne nere friulane sono state chiare: o noi o loro. Gli alpini non vogliono sovrapposizioni con il Fvg Pride nelle date stabilite per il prossimo raduno Ana (Associazione nazionale alpini), il 26 e 27 settembre. «Sono due mondi completamente opposti, è impensabile che convivano nello stesso Comune e nello stesso momento», ha tuonato il presidente della sezione locale, Mauro Ermacora, in una lettera inviata al sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni.
L’adunata degli alpini era stata comunicata lo scorso dicembre, si prevede un afflusso di circa 1.500 persone e figuriamoci se uomini tutti di un pezzo possono accettare di condividere gli spazi con un corteo di Lgbt smutandati. Il 26, infatti, giorno prima della sfilata, avrà luogo anche l’evento arcobaleno deciso pochi giorni fa. Notizia accolta con enorme disappunto delle penne nere e notevole imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata all’oscuro della programmazione Pride.
L’Ana ha dato tempo al sindaco udinese fino al 28 aprile per esprimersi, chiedendogli di scegliere tra una delle due manifestazioni. De Toni al momento l’ha presa alla larga. «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi», è stata la prima reazione espressa in un comunicato.
Il sindaco ha tirato in ballo la Costituzione, che «riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente» e, per non scontentare nessuno, ne ha fatto semmai un problema di ordine pubblico scaricando la decisione sul prefetto. Ha ricordato, infatti, che le manifestazioni «possono essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».
Risposta che non ha soddisfatto gli alpini. «Se saremmo disponibili a cambiare giornate? No», ha dichiarato Ermacora al Gazzettino. «Attendiamo sereni la risposta. Noi non cambiamo data, semmai cambiamo luogo. Ho già ricevuto diverse chiamate da altri sindaci che ci danno l’opportunità di organizzare il raduno da loro», ha poi tenuto a precisare.
Sabato 26 settembre sono in programma concerti degli alpini in diversi punti della città e la messa in Duomo, quindi cortei Lgbt «per un mondo equo, antifascista, decoloniale e sempre più fieramente queer», qual è il manifesto di quest’anno, non sono bene accetti. «Tornare a Udine, a quasi dieci anni dalla prima manifestazione, significa rilanciare un percorso politico che non si è mai fermato», aveva dichiarato Alice Chiaruttini, presidente di Fvg pride Odv, annunciando la manifestazione.
Per poi aggiungere: «Oggi è ancora necessario scendere in piazza, in un contesto in cui diritti e libertà vengono continuamente messi in discussione». Riusciranno a mettersi d’accordo? Udine ama i suoi alpini, quindi sicuramente non li lascerà andare altrove. Gli Lgbt dovranno allora rassegnarsi a un cambio di data, ma non anticipando troppo l’evento, per carità. Nel loro programma scrivono che «manifestare a fine settembre, rinunciando alla cornice estiva del Pride Month, è un atto di cura collettiva e radicale: rifiutiamo di esporre i corpi della nostra comunità a temperature che, negli ultimi anni, non costituiscono solo dati statistici, ma barriere architettoniche naturali che impediscono la partecipazione di persone anziane, disabili, e di tutte le soggettività più fragili».
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