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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
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Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Il Noma ha cambiato il nostro modo di guardare la natura, ma oggi è lo stesso Redzepi a cambiare sguardo su se stesso. Nel cuore della tempesta, tra critiche sul sistema del fine dining e la ricerca di un nuovo equilibrio, lo chef più premiato al mondo dice basta.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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Riduci
Oscar Luigi Scalfaro (Ansa)
Fin dai tempi di Scalfaro ho sempre pensato che la par condicio fosse una scemenza. Innanzitutto, perché si basa sul convincimento che gli italiani siano fessi, e dunque abbiano bisogno che l’informazione venga loro somministrata a piccole dosi, con particolari precauzioni e con un antidoto, quasi che gli elettori non siano in grado di intendere e di volere, ma soprattutto di cambiare canale. Ma poi la lottizzazione dell’informazione istituzionalizzata da una legge (questo, infatti, è ciò che di fatto impone la par condicio) si basa sul convincimento che la tv sia il centro del mondo e anche dell’informazione, frutto dell’ossessione che Scalfaro, al secolo il Campanaro, aveva nei confronti di Silvio Berlusconi. Secondo lui le tv del Cavaliere erano l’oppio dei popoli e dunque era necessario sottoporre gli italiani a una cura disintossicante, perché non fossero vittima dell’overdose di propaganda politica. Tuttavia, se già nel secolo scorso, quello per intenderci in cui Scalfaro era capo dello Stato, la televisione non era l’unica fonte, perché la comunicazione politica era già affidata anche ad altri mezzi (la stampa è da sempre schierata a sinistra e nessuno si sogna di riequilibrare editoriali ed articoli), ora lo è ancor meno.
Sui social e in Rete si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di percentuali a favore di un fronte o dell’altro. Nessuno si chiede quanti siano i post a favore del Sì e quanti quelli per il No. E soprattutto nessuno si interroga su quante visualizzazioni abbia un video rispetto a un altro e dunque quale sia la platea che ha avuto accesso a una posizione. Forse in base alla par condicio, l’occhiuta Agcom ha chiesto a Meta, TikTok o Youtube di controbilanciare i messaggi di un opinionista o di un politico? Eppure, ci sono milioni di utenti che ogni giorno si abbeverano all’informazione che circola sui social network. E allora, che facciamo delle norme prodotte da Scalfaro e che ancora sono in circolazione? Continuiamo a tappare la bocca in tv a chi la pensa diversamente calcolando con il bilancino ogni parola? Ma avete presente che cosa accadrà a breve, anzi, che cosa è già accaduto con l’Intelligenza artificiale, che è in grado di generare milioni di informazioni scarsamente certificate, ma soprattutto senza un padre o una madre che si assumano la responsabilità di ciò che viene diffuso? E che farà la temutissima Agcom, che infligge multe se si sfora di qualche minuto con un intervento in tv e fissa regole rigide per le campagne elettorali? Immagino nulla, anche perché saranno le piattaforme a farsi un baffo delle norme che apparivano già datate all’epoca di Scalfaro e del suo «io non ci sto», ma adesso sono fuori dal mondo. Proprio come i commissari che insistono ad applicarle.
Vista la situazione, e visto che non mi piace essere né classificato né imbavagliato, propongo di abolire l’Agcom. Risparmieremmo un sacco di soldi. Di sicuro quelli che preoccupano il comitato del No, che - fra i tanti argomenti usati per contestare la riforma della giustizia - ha schierato anche la questione dell’istituzione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare per parlare di spreco. Beh, non sprechiamo i soldi dell’Agenzia garante della comunicazione, che - anche se non a carico della fiscalità generale - sono pagati dalle aziende editoriali in un periodo in cui le aziende editoriali, stante la crisi di giornali, radio e tv, non se la passano bene.
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