True
2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
iStock
Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Continua a leggere
Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pessima-idea-imporre-vaccino-bimbi-2655521900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svanito-nel-nulla-il-tracciamento-nelle-scuole-con-i-test-salivari" data-post-id="2655521900" data-published-at="1636400693" data-use-pagination="False"> Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado. Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
Continua a leggere
Riduci
Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
Continua a leggere
Riduci
Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
Continua a leggere
Riduci