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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
iStock
Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 aprile con Carlo Cambi
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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Riduci
Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
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