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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
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Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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Riduci
«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pessima-idea-imporre-vaccino-bimbi-2655521900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svanito-nel-nulla-il-tracciamento-nelle-scuole-con-i-test-salivari" data-post-id="2655521900" data-published-at="1636400693" data-use-pagination="False"> Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado. Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Gli scontri di Torino. Nel riquadro Leonardo, il picchiatore (Ansa)
Sono circa le 18 di venerdì 6 gennaio quando lo incontro fuori dell’Ex Plasharp di Milano durante un’inchiesta per il programma di Rete4, Fuori dal Coro. Ha un cappellino con la visiera che spunta dal cappuccio della felpa nera. Fuma una sigaretta e presidia il cancello dell’ex palazzetto che dalla mattina di sabato 7 gennaio è occupato abusivamente da circa 200 antagonisti in segno di protesta contro le Olimpiadi. «Tu c’eri alla manifestazione di Torino?», chiedo. «Avoglia, in prima linea!», mi risponde. Leonardo è uno tra migliaia di black block presenti alla manifestazione del 31 gennaio, a Torino, contro la chiusura del centro sociale Askatasuna che hanno assaltato le forze dell’ordine e distrutto la città durante una guerriglia urbana durata ore. «Ho preso il numero di un paio di avvocati perché io sono nel video incriminato dai movimenti di destra». «Quello del poliziotto preso a martellate?», chiedo. «Sì». Risponde lui. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare».
Il video di cui parla il ragazzo è quello dell’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Che nell’ultima settimana ha scosso un’intera nazione. «Io ero lì e nel video mi si vede un pochino…». Leonardo si dichiara tra i responsabili del pestaggio. Presente e lucido nel momento in cui l’agente viene accerchiato, picchiato e preso a martellate. «Tutti i “compagni” tra quelli più incazzati», spiega il picchiatore, «ovviamente vogliono fare una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato. Essere per la pace non vuol dire essere pacifisti». Insomma, gli antagonisti combattono per la pace usando la violenza. Una violenza inaudita, figlia di quella che loro chiamano la lotta, conseguenza diretta di un credo politico che fonda le sue basi sulla guerra allo Stato.
Il centro sociale Askatasuna, a seguito della manifestazione, non condanna gli scontri, ma li rivendica. Non dichiara l’intento pacifico del corteo, ma difende la violenza. Nel comunicato, firmato Askatasuna, si legge: «Se la politica chiude spazi a volte qualcuno si incazza», poi descrivono i responsabili degli scontri come «una popolazione giovane che non si rassegna a stare calma ed è pronta a tracciare un confine netto». E infatti, alla vigilia delle nuove manifestazioni di piazza a Milano contro le Olimpiadi, gli stessi che a Torino hanno condotto la guerriglia, pensano a come portare avanti la lotta, organizzando i nuovi scontri.
Leonardo mi passa il suo contatto «Signal», un’app di messaggistica non controllata, perché «domani c’è da prepararsi, si vogliono fare un paio di azioni, si vorrebbe entrare in tangenziale, se loro (gli agenti della celere, ndr.) lanciano un paio di lacrimogeni arriva la risposta da dietro, quindi bisogna essere un minimo preparati». La mattina seguente mi arriva un messaggio, è Leonardo: «Qui tutto bene, tra poco si parte». Qualche ora dopo lui è in mezzo alla guerriglia. Il corteo arriva in via Mompiani, zona Corvetto, da lì una storia che sembra ripetersi. Si schierano in migliaia. Volto coperto, occhiali, caschi e maschere antigas. Partono le bombe carta contro gli agenti della celere. Fuochi d’artificio. Fumogeni che colorano di rosso il caos. Non si vede più niente. L’aria è irrespirabile. Il rumore dei botti copre le grida dei feriti e le indicazioni, alla squadra, dei capi di polizia.
Difendono l’illegalità, odiano le forze dell’ordine, vogliono abolire lo Stato é questo l’identikit degli antagonisti in rivolta. Dietro, c’è un mondo, che si raccoglie nei centri sociali, dentro le occupazioni abusive.
«I poliziotti avevano lanciato lacrimogeni e noi, come è giusto che sia, abbiamo lanciato bottiglie contro di loro. Ci siamo fatti prendere dalla foga. Abbiamo preso un furgone e lo abbiamo spaccato tutto. A tutti stanno sul cazzo i poliziotti…Poliziotti di merda». Ci racconta fiero, proprio a Torino nel centro autogestito «Gabrio», un altro tra i partecipanti agli scontri del 31 gennaio, ora indagato.
A Palazzo Nuovo, sempre a Torino, dopo l’occupazione dell’università da parte degli antagonisti sono apparse decine di scritte sui muri dell’ateneo. «Più pirati, meno sbirri», si legge sul muro di ingresso. Dentro lo stabile le pareti sono tappezzate di frasi contro le forze dell’ordine: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove», «fuck police», «Acab fino alla morte», «spara» con il simbolo dell’anarchia, «digos boia».
In questi giorni a difendere i facinorosi di Torino e Milano sono stati i centri sociali di tutta Italia.
Sono le 13.02 di domenica 8 febbraio, sul mio cellulare appare un messaggio, «ieri m’hanno cattato.» Leonardo il giorno prima aveva preso parte al corteo di Milano, le forze dell’ordine lo hanno arrestato durante gli scontri. «Vabbè, ho risolto», mi spiega con un secondo invio in chat. Poche ore dopo Leonardo è stato rilasciato.
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Riduci
Gli scontri di Milano durante la manifestazione contro le Olimpiadi (Ansa)
Non voglio evocare il periodo in cui parte della sinistra non sapeva decidere se schierarsi con le Br o con lo Stato. Però, oggi come allora, nel campo progressista c’è un ampio fronte che ancora, dinnanzi a fenomeni di criminalità e violenza politica, non è in grado di sostenere le forze dell’ordine. A parole condannano gli scontri, ma fra i compagni, quando giunge l’ora di approvare delle misure di contrasto, è un fuggi fuggi. La parola repressione è giudicata troppo forte e infatti, appena si fa cenno a provvedimenti per inasprire le pene o a strumenti per impedire che le manifestazioni si trasformino in episodi di guerriglia urbana, ecco scattare una reazione pavloviana. Ogni decisione per impedire che si mettano a ferro e fuoco le città è considerata autoritaria. Come ai tempi della legge Reale, che vietava ai manifestanti di scendere in piazza travisati con caschi o passamontagna, con chiavi inglesi o sanpietrini, a sinistra si evocano misure dittatoriali, quando invece si tratta di semplici strumenti per prevenire che i cortei si tramutino in assalti a negozi, banche e istituzioni. Come cinquant’anni fa, quando si introdussero i fermi di polizia contro i violenti, i compagni sembrano temere una deriva cilena.
Ma in che modo si fermano le bande organizzate, i gruppi che scommettono sul caos e l’anarchia se non con divieti e pene? Alla domanda precisa su quali provvedimenti prendere per impedire quanto successo a Torino o a Milano, la sola risposta che gli esponenti del Pd, di Avs e dei 5 stelle sanno fornire è che ci vogliono più poliziotti e che si devono pagare meglio, dimenticando che in passato anche loro, anzi forse proprio loro, hanno contribuito al blocco del turn over e ai tagli degli stipendi degli agenti. Ma a prescindere dalle riduzioni salariali e di organico, che cosa cambierebbe se in servizio ci fossero 10.000 agenti in più? Si potrebbe procedere ad arresti preventivi impedendo ai violenti di partecipare ai cortei? Sarebbe possibile trattenere i militanti dei centri sociali e negare l’ingresso in Italia ai black bloc stranieri? No, non sarebbe consentito e dunque più agenti non servono a nulla se poi le forze dell’ordine sono punite più dei facinorosi. Come abbiamo più volte dimostrato, l’Italia ha un numero di uomini in divisa superiore a quello di altri Paesi europei, i quali però hanno meno reati di quelli commessi a casa nostra.
Il problema dunque non è l’organico, ma le mani legate che la politica - di sinistra - e la magistratura hanno imposto a poliziotti e carabinieri. Se sono impossibili le azioni preventive e se a ogni intervento gli uomini in divisa rischiano più dei delinquenti, è evidente che l’azione preventiva e anche successiva a un reato diventa difficile.
A sinistra non piace la repressione. Agli arresti i compagni preferiscono il dialogo. Ma che dialogo ci può essere fra lo Stato e un criminale, politico o comune? Ovviamente nessuno, perché non è con la gentilezza che si fermano i reati. La sociologia, secondo cui le violenze traggono origine dalle diseguaglianze sociali, ha fallito tanto tempo fa e non sembra il caso di tornare ad applicarla. Contro i fatti di Torino, Milano e Bologna la sola reazione è data dalla legge, ma questo a sinistra faticano a capirlo. Per i progressisti è più pericoloso Andrea Pucci sul palco dell’Ariston che un black bloc in piazza a Torino o a Milano. E i risultati si vedono.
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Matteo Salvini (Ansa)
«Una volta individuati i responsabili, il ministero di Infrastrutture e Trasporti presenterà richiesta di risarcimento dei danni milionari perpetrati». La nota, durissima, arriva dal Mit e si riferisce ai «sabotaggi sincronizzati alle linee ferroviarie che hanno causato ritardi e disagi a migliaia di passeggeri per i quali è stata aperta un’inchiesta per terrorismo». Il ministero ha anche chiarito che «è pronta un’azione decisa per mettere fine a simili azioni di inammissibile gravità che creano solamente disagi a milioni di italiani».
La Digos ha consegnato alla Procura di Bologna una prima comunicazione che i magistrati stanno valutando. Il fascicolo sarà aperto contro ignoti con le ipotesi di associazione con finalità di terrorismo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Non si hanno prove, ma i sospetti ricadono sugli anarchici. La concomitanza con l’inizio dei Giochi olimpici, infatti, fa sospettare che si possa trattare della stessa matrice degli attentati delle Olimpiadi francesi.
Per il ministro Matteo Salvini a Bologna c’è stato «un attentato premeditato da parte di chi vuol male all’Italia». La Lega ha specificato: «Troppi complici a sinistra di violenti e teppisti, sbagliato sottovalutare episodi sempre più gravi e pericolosi, qualcuno pensa alla guerriglia urbana per attaccare il governo e fermare l’Italia? La risposta sarà fermissima: tolleranza zero».
Non solo i treni, anche Milano è stata messa a ferro e fuoco in occasione dell’inizio dei Giochi. «Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire, solidarietà, ancora una volta, alle forze dell’ordine, alla città di Milano, e a tutti coloro che vedranno il loro lavoro vanificato da queste bande di delinquenti», ha commentato il presidente del consiglio Giorgia Meloni, ricordando che «migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi. Tantissimi lo fanno da volontari, perché vogliono che la loro nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata. Poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano “contro le Olimpiadi”, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo». Severa e durissima anche la reazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che sui social in un lungo post ha scritto ironizzando: «Non sono pericolosi delinquenti quelli che hanno tagliati i cavi per non far partire i treni ed hanno manifestato con violenza contro le Olimpiadi. No». E poi la condanna: «Chi si comporta come ieri a Milano o la settimana scorsa a Torino non lo fa contro il governo pro tempore, lo fa contro lo Stato, la Repubblica, l’Italia. Tollerarlo significa indebolire l’Italia non la Meloni».
Sono sei le persone denunciate per gli scontri di Corvetto a Milano al termine del corteo contro le Olimpiadi. Tre uomini e tre donne. La più grande ha 51 anni, gli altri hanno tra i 25 e i 26 anni. Quattro sono milanesi, uno arrivava da Torino e un altro dalla Valle d’Aosta. Al momento sono indagati per i reati di manifestazione non autorizzata (il corteo sarebbe dovuto terminare infatti in piazzale Corvetto) e travisamento, perché i sei sarebbero tra il gruppetto che, arrivato al termine del corteo, ha indossato caschi, cappucci e passamontagna. Il gruppetto che ha lanciato razzi ad altezza uomo contro la polizia. Il gruppetto che ha scagliato pietre, bottiglie e petardi. Proseguono le indagini anche per individuare altre persone che abbiano preso parte agli scontri.
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