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2021-11-09
Perché è una pessima idea imporre il vaccino ai bimbi
iStock
Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro».
E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato.
Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate.
Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature?
«La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center.
Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. In Italia, invece, si preferisce terrorizzare sugli effetti del Covid sui bambini.
Svanito nel nulla il tracciamento nelle scuole con i test salivari
Che fine hanno fatto i test salivari previsti per tutto l'anno scolastico (età 6-14), con cadenza quindicinale? Il piano nazionale di monitoraggio della circolazione del Covid in scuole «sentinella», varato lo scorso settembre, prevedeva l'individuazione di tre, quattro istituti per provincia con rotazione delle classi da sottoporre a test, offerti gratuitamente ad alunni di primarie e secondarie di primo grado.
Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento.
Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti.
Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti».
In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
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«Se sono sani la profilassi non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. «Servono altri dati sui rischi e i benefici nei più piccoli», confermano Sergio Bernasconi e Gian Vincenzo Zuccotti. E alcuni studi internazionali smentiscono l'allarmismo italiano sugli effetti del long Covid nei minorenni.La campagna voluta dal governo avrebbe dovuto coinvolgere 110.000 studenti al mese.Lo speciale contiene due articoli.Mentre i media ignorano gli studi internazionali e creano il panico sugli effetti del long Covid nei più piccoli, molti scienziati provano a fermare la profilassi dei bambini. «Se non sono malati non è necessaria», avverte Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani. «Servono altri dati sui rischi-benefici, e non bisogna sottovalutare le reazioni», conferma Sergio Bernasconi, direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. Non solo, secondo Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina della Statale di Milano, «l'infezione da Covid nei bimbi dev'essere trattata come le altre». Eppure la corsa al vaccino continua. «Se un bambino ha già delle altre patologie gravi, conviene vaccinarlo, per proteggerlo da un virus che, associato ad altre malattie, può rivelarsi grave. Se invece è sano, non vedo la necessità di vaccinarlo», dichiarava ieri Francesco Vaia, direttore dell'istituto Spallanzani di Roma. Su Libero il professore precisava: «Il vaccino non va fatto ai bambini per impedirgli di contagiare gli adulti, ma solo se sono fragili di loro». E meno male che qualche addetto ai lavori ha il coraggio di affermare verità sacrosante, mentre i più sostengono le vaccinazioni agli under 11 come una necessità impellente. «Per il Covid, non ci sono ancora dati chiari su rischi e benefici nei bambini», dichiarò a settembre sulla Verità Sergio Bernasconi, già direttore della clinica pediatrica dell'università di Modena e poi di Parma. «Attenzione a sottovalutare reazioni avverse nei giovani», segnalava il professore, tra i sottoscrittori a luglio dell'appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid-19 ai minori, invitando a «vaccinare bambini e adolescenti immunodepressi o con patologie a rischio e non in modo generalizzato». Bernasconi smontava l'allarmismo diffuso, perché se un bimbo prende il Covid in maniera lieve, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, «sviluppa un'immunità naturale, migliore, più potente e duratura come abbiamo visto per altre forme virali», rimarcava. «Quando risulta positivo, la sua infettività dura meno di una settimana quindi non è un untore, come lo si vuol far passare. Anche un vaccinato può essere infettato e infettare. Ma poi, se accettiamo l'impostazione che dobbiamo convivere con il virus, può essere utile una circolazione del Covid tra i minori». Affermazioni accolte con un sospiro di sollievo da milioni di genitori, però ignorate da quei pochi che hanno in mano la salute nazionale e decidono ignorando ogni contraddittorio, per quanto scientificamente fondato. Qualche giorno prima anche Gian Vincenzo Zuccotti, preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale di Milano, invitava a trattare l'infezione da Covid «come altre che colpiscono i bimbi. Se si infettano è in forma leggera, a bassa carica virale. Non solo, mantenendo in circolazione il virus aiutano a raggiungere l'auspicata immunità di gregge, a rendere endemico il Covid. Quindi teniamo a casa solo il bimbo sintomatico, che sta male e torniamo alla normalità pre pandemia», sosteneva da queste pagine l'esperto. In base alla sua esperienza affermava che i bimbi che finiscono in ospedale sono «molto pochi» e «se capita quasi sempre è perché erano sì positivi al tampone, ma soffrivano di altre malattie croniche». Il suo appello fu forte e chiaro: «Vaccinare i bambini non è la priorità, tranne che per le categorie a rischio. Torniamo alla normalità, per i più piccoli è un imperativo urgente». Zuccotti non è stato ascoltato, e come lui altre poche voci fuori dal coro finiscono ignorate. Eppure c'era un altro assioma, racchiuso nelle parole dell'esperto, che recenti studi hanno confermato. «Ricordiamoci che l'immunità da vaccino tende a diminuire, quindi mantenendo la circolazione virale tra i piccoli si può aiutare a mantenere viva la memoria immunologica anche negli adulti», dichiarò alla Verità il preside della facoltà di medicina e chirurgia della Statale. Dopo pochi mesi dalla seconda dose cala la risposta immunitaria che andrebbe potenziata con un terzo richiamo, ma sicuramente non sarà finita lì. Nello studio effettuato dallo statunitense Cold spring harbor laboratory e pubblicato in inglese sul portale bioRxiv, non ancora sottoposto a revisione paritaria, si legge che i vaccinati naïve, senza aver contratto il Covid, avrebbero un rischio di infezioni con la variante Delta maggiore di 13,06 volte rispetto a coloro che hanno contratto l'infezione. «Erano anche a maggior rischio di ricoveri correlati al Covid-19», affermano i ricercatori, sostenendo che l'immunità naturale conferisce una protezione più duratura e forte contro l'infezione, la malattia sintomatica e l'ospedalizzazione, rispetto all'immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer. Quanto ai sintomi della condizione post Covid, mentre molto esperti ridimensionano il rischio nei minori, in Italia si accentua pure l'aspetto complicanze. «Un bambino su sette, tra quelli che si ammalano, sviluppa il long Covid 15 settimane dopo la guarigione», ha dichiarato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Rozzano. «Pensiamo si possa prevenire con il vaccino», è stata la sua conclusione a Che tempo che fa su Rai 3. Pensiamo? Si sta navigando a vista sulla pelle delle creature? «La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che risultano positivi al Covid-19 hanno sintomi lievi o addirittura assenti», sostiene Peter Rowe, professore di pediatria presso la Johns Hopkins university school of medicine. Sintomi cronici quali affaticamento, difficoltà a concentrarsi, dolori muscolari o articolari sono ancora in fase di studio. «Probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di saperne a sufficienza», dichiara su Healthychildren.org dell'Accademia americana di pediatria l'esperto, che è anche direttore della Chronic fatigue clinic presso il Johns Hopkins children's center. Un grande studio epidemiologico condotto nel Regno Unito su quasi 260.000 giovanissimi tra i 5 e i 17 anni indicava una durata media del Covid di cinque giorni nei bimbi più piccoli, con una media di tre sintomi nella prima settimana, quali affaticamento, cefalea, mal di gola, raramente irritabilità. «Una piccola percentuale di bambini ha una durata prolungata della malattia e sintomi persistenti», riportava la pubblicazione su The Lancet. 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Una media di 110.000 studenti su base volontaria, ogni mese, per un'azione definita di «sanità pubblica». La campagna di testing voluta dai ministeri della Salute e dell'Istruzione, assieme all'Iss e alla struttura del commissario per l'emergenza, «potrebbe costituire uno strumento ulteriore per ridurre la probabilità di diffusione dell'infezione sia nelle scuole che nella comunità (ad esempio famiglie) e limitare i conseguenti provvedimenti di sanità pubblica (isolamenti, quarantene, didattica a distanza, eccetera) che ne potrebbero scaturire», si leggeva nel documento. Nei primi due mesi la raccolta dei campioni doveva avvenire a scuola, con personale sanitario individuato dalle Asl o dalla Difesa, mentre in un secondo momento si sarebbe proceduto «all'auto raccolta al mattino appena svegli», per venire incontro alle esigenze dei bambini che devono essere a digiuno e non aver lavato i denti prima di fare i test. Campioni da portare poi a scuola «e immessi in un apposito contenitore gestito da un referente scolastico». Tutto bello, ma rimane fantascienza. «La parte del tracciamento negli istituti non ha mai funzionato, è l'anello debole della catena, probabilmente non c'è il personale sufficiente per farla e anche le “classi sentinella" dovrebbero essere molte di più», ha dichiarato Rino Di Meglio, riconfermato coordinatore della Gilda degli insegnanti. Quando funziona, il monitoraggio offre dati confortanti, «un tasso di positività molto basso, intorno allo 0,4%», ha detto l'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Perché allora non aumentare la distribuzione dei test salivari? «Finora non c'è stato un solo positivo. Un bel segnale», dichiarava a fine ottobre Emilio Paolo Abbritti, coordinatore del monitoraggio nelle scuole della Usl Umbria 1. «Sono tutti negativi gli 844 tamponi salivari fatti nelle scuole sentinella del catanese. Il risultato ci rassicura, commentava negli stessi giorni il commissario locale per l'emergenza Covid, Pino Liberti». In Alto Adige, il presidente, Arno Kompatscher, ha firmato l'ordinanza che prolunga fino al 23 dicembre lo screening volontario, ma non si capisce perché non vengano aumentati i test salivari, le raccolte campione negli alunni, coinvolgendo le famiglie e quantificando la circolazione del virus anche nelle persone asintomatiche. Con poche mosse semplici, per rendere più automatica questa attività di sorveglianza, lo screening è in grado di evidenziare i positivi ma sembra interessare ben poco.
Xi Jinping (Ansa)
Dopo una visita sia nel nuovo Centro di studi strategici di Pechino sia presso l’ufficio scenari (Net assessment) del Pentagono nei primi anni Novanta mi convinsi di raccomandare ai miei studenti in International futures (Futuri internazionali, cioè scenaristica) presso la University of Georgia, nei pressi di Atlanta, di studiare il gioco cinese del «Go» oltre che quello degli scacchi, cosa che continuo a fare all’Università G. Marconi, Roma, agli studenti che chiedono metodi per gli scenari di geopolitica. Il primo gioco richiede una capacità di strategia paziente per occupare in modo prevalente, circolare e flessibile uno spazio, derivabile dal pensiero strategico di Sun Tsu. Il secondo richiede una strategia rapida e strutturata per abbattere il re avversario, compatibile con l’idea di vittoria veloce di Carl von Clausewitz. Semplificando, la raccomandazione fu ed è di usare nell’analisi strategica il blitz quando c’erano/ci sono le condizioni di superiorità per farlo e la circolarità di lungo periodo nei casi di inferiorità in attesa di un’inversione.
Pechino mostra di saper usare molto bene le due azioni strategiche in relazione alle condizioni di realtà: nel caso del dominio di Hong Kong, violando gli accordi siglati con Londra nel 1997, ha fatto un blitz; in quello di Taiwan adotta una strategia di dominio nel lungo termine aspettando o la superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti oppure un loro cedimento, ricercando ambedue. L’America ha condotto con perfezione un’azione lampo di dominio nei confronti del Venezuela, ma con scopi condizionanti e non sostitutivi del regime, mostrando una postura di minimo sforzo per ottenere il risultato. Buona interpretazione di von Clausewitz in relazione ai vincoli di consenso interno. E sia lo sbarramento geopolitico per contenere il potere cinese nel Pacifico via negazione alla crescente flotta cinese degli spazi marini sia il tentativo di staccare la Russia dalla Cina sono buoni esempi di impiego delle logiche del «Go», ma troppo influenzate dal tradizionale concetto di «contenimento» che implica stallo, ma non soluzione. Sarebbe imprudente pensare che a Pechino non valutino contromosse. E ci sono segni che lo stiano facendo cercando posizioni dove l’America è meno forte.
Pechino ha aumentato il corteggiamento delle nazioni colpite dalla strategia dazista, trasformandola in opportunità di convergenza con le stesse. Ha trovato molteplici aperture negli alleati dell’America è ciò influisce sulla postura di convergenza/divergenza tra Ue e Cina. Nei confronti degli Stati Uniti Pechino impiega tre azioni: a) confronto simmetrico, per esempio la minaccia di blocco delle forniture delle terre rare che ha costretto Washington a ridurre la frizione con Pechino e a varare una strategia (Pax Silica) per prendere il controllo di queste materie, ma con tempi lunghi; b) ridurre al minimo le frizioni dirette con l’America a conduzione Donald Trump; c) ma sostenendo in modi il più nascosti possibile una moltiplicazione dei focolai di guerra o geo-turbolenze per disperdere la forza statunitense, per esempio la sospettata sollecitazione a una parte del regime iraniano di attivare Hamas per attaccare Israele e così ottenere una reazione che impedisse la convergenza di Gerusalemme con le nazioni arabe sunnite. O le forniture indirette di missilistica agli Huthi. Ora questa strategia sta cambiando: aumentando l’azione a) della strategia; ammorbidendo il punto b); e non insistendo troppo sul punto c).
In sintesi, Pechino si contrappone all’America cercando di convincerne gli alleati ad avere relazioni positive, per isolarla, ma dando segnali a Washington di non eccessiva ostilità concreta, pur forte quella verbale. Ciò serve per autotutela nelle contingenze e a ridurre le possibili frizioni con l’Ue scossa dalla relazione problematica con l’America per riuscire a penetrarla di più: nel gioco del Go tra le due potenze la Cina tenta di separare gli europei dall’America, non contrastando (al momento) la sua strategia di trattati commerciali globali, e Washington tenta di staccare la Russia dalla Cina stessa. Ma c’è un cambiamento più profondo a Pechino: la sua economia ha bisogno di sostenere l’export e ciò la costringe a una strategia «buonista», ma sta tentando un colpaccio: generare una moneta elettronica con garanzie solide che sostituisca il dollaro nel lungo termine, ma con benefici rapidi. Probabilmente anche per tale motivo Trump ha scelto un nuovo banchiere centrale credibile e il ministro del Tesoro ha corretto Trump stesso dichiarando che la discesa del dollaro non sarà eccessiva. Ma il dato che mostra volontà e potenziale di dominio globale della Cina è l’accelerazione del riarmo e degli investimenti tecnologici. Solo una riconvergenza forte tra Ue e Stati Uniti potrà mantenere la superiorità dell’alleanza tra democrazie sulla Cina autoritaria per condizionarla. In caso contrario saremo condizionati noi.
www.carlopelanda.com
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Con lo slogan globale Safety for Everyone, Honda sta ampliando l'impegno nelle tecnologie avanzate di sicurezza e di assistenza alla guida, iniziative per aumentare la sicurezza e influenzare il comportamento dei conducenti, oltre ad azioni indirizzate a migliorare il sistema della sicurezza stradale attraverso la collaborazione con governi, industria e comunità locali. Tra queste rientrano nuove iniziative come il Proactive Roadway Maintenance System, sviluppato dal 2021.
Durante il progetto pilota, i membri del team ODOT hanno guidato auto Honda equipaggiate con sensori avanzati di visione e LiDAR (Light Detection and Ranging) per monitorare circa 4.800 km di strade nell’Ohio centrale e sud-orientale. I veicoli hanno operato in un’ampia gamma di condizioni, comprendendo diversi tipi di strade in contesti rurali e urbani, condizioni meteorologiche variabili e diversi momenti della giornata. Il sistema ha rilevato le condizioni stradali e le carenze infrastrutturali, fornendo a ODOT informazioni operative concrete tramite l’identificazione di segnali stradali usurati o ostruiti, danni ai guardrail e alle barriere stradali, presenza di buche con dimensioni e posizione, dislivelli delle banchine con profondità relativa, segnaletica orizzontale insufficiente che influisce sul funzionamento di alcune funzioni di assistenza alla guida, come il mantenimento della corsia e in generale la scarsa qualità del manto stradale.
Man mano che i veicoli di prova Honda rilevavano lo stato delle superfici stradali critiche, della segnaletica orizzontale e degli elementi a bordo strada, gli operatori ODOT hanno analizzato le criticità in tempo reale tramite dashboard web sviluppate da Honda e Parsons. ODOT ha utilizzato questi dati per confrontarli con le normali ispezioni visive.
I dati raccolti dai veicoli sono stati elaborati tramite modelli di Edge AI, trasmessi a una piattaforma cloud Honda per l’analisi e integrati nel sistema iNET® Asset Guardian di Parsons.
Ciò ha permesso di implementare una pipeline capace di generare automaticamente ordini di lavoro prioritizzati per i team di manutenzione ODOT. Gli ordini di lavoro possono essere raggruppati per gravità e prossimità, mentre il sistema iNET® Asset Guardian semplifica i flussi di lavoro, migliorando l’efficienza delle operazioni di manutenzione sul campo.
i-Probe ha fornito la validazione dei dati e competenze analitiche per la valutazione della rugosità stradale e delle condizioni della segnaletica orizzontale. L’Università di Cincinnati ha supportato Honda nell’integrazione dei sensori sui veicoli di prova, ha guidato lo sviluppo delle funzionalità di rilevamento dei danni (inclusi buche, guardrail, segnali e dislivelli delle banchine) e ha fornito il servizio di manutenzione del sistema a ODOT durante la fase di sperimentazione.
I risultati hanno confermato che il rilevamento automatizzato tramite il Proactive Roadway Maintenance System ha raggiunto un’elevata accuratezza per segnali, guardrail e dislivelli delle banchine, oltre a garantire un’ottima capacità di individuazione delle buche sulla maggior parte dei tipi di strada: 99% di accuratezza per segnali danneggiati o ostruiti 93% per guardrail danneggiati e 89% nel rilevamento delle buche.
È stata inoltre realizzata una pipeline di feedback basata sull’intelligenza artificiale che ha consentito ai membri del team ODOT di segnalare le rilevazioni errate, permettendo al sistema di apprendere e migliorare nel tempo.
Le analisi condotte hanno mostrato che solo una piccola percentuale presentava una segnaletica orizzontale insufficiente, suggerendo la possibilità di ottimizzare i programmi di ritracciatura. I dati dei sensori dei veicoli hanno inoltre misurato in modo affidabile i livelli di rugosità stradale, fornendo informazioni preziose per la pianificazione della manutenzione. Il Proactive Roadway Maintenance System ha anche individuato dislivelli delle banchine ad alta gravità, difficili da identificare tramite le ispezioni visive di routine, segnalando con successo queste condizioni lungo la rete stradale.
Riducendo la necessità di ispezioni manuali, il sistema migliora la sicurezza delle squadre di manutenzione e ne limita l’esposizione ai rischi del traffico. Il team di progetto stima che il rilevamento automatizzato delle condizioni stradali potrebbe consentire a ODOT un risparmio annuo superiore a 4,5 milioni di dollari, grazie alla riduzione del tempo dedicato alle ispezioni manuali, all’ottimizzazione dei programmi di manutenzione e alla prevenzione di costose riparazioni rinviate tramite controlli proattivi.
Nella fase successiva di test, il team di progetto sta valutando le modalità per scalare il prototipo del Proactive Roadway Maintenance System verso un utilizzo operativo reale. In futuro, Honda mira a consentire ai propri clienti di contribuire a strade più sicure e migliori attraverso la condivisione anonimizzata dei dati dei loro veicoli. Questo approccio orientato alla comunità crea un senso di responsabilità condivisa a livello di gestione della rete stradale, permettendo agli automobilisti di passare dal semplice utilizzo delle strade a un contributo attivo al loro miglioramento.
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