Guida alla personalizzazione di maglie, jeans e capi di abbigliamento
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Un tempo sinonimo di lusso, oggi i capi d'abbigliamento su misura e personalizzati sono sempre più diffusi. Una ricerca di Deloitte spiega come con l'avvento dei social network i consumatori siano divenuti sempre più esigenti, critici, creativi e soprattutto alla costante ricerca di un prodotto unico che li differenzi dalla massa.
Valentina Nuzzi di Fedorami crea tshirt bianche ricamate a mano con scritte simpatiche. Il suo business, partito da Milano, ha già conquistato la Cina. «È come plasmare una tela, è divertente leggere le frasi - spesso incomprensibili - che mi vengono inviate perché tutte raccontano una storia diversa».
Collane, anelli, bracciali, orecchini: tutto può diventare tailor-made. Il marchio Parure propone i choker con le lettere del proprio nome, Apm Monaco crea bracciali rigidi con lettere in swarovski.
Anche il ready to wear cede alla moda del personalizzato. A lanciare la tendenza Atelier Notify che crea personalizzazioni con ricami, patch, e borchie amatissimi dalle star di tutto il mondo, da Gisele Bundchen a Linda Evangelista e Nicole Kidman.
Il lettering, ovvero l'arte di personalizzare con le proprie iniziali o il proprio nome degli oggetti, colpisce anche i bagagli. My Style Bag stampa e ricama la propria cifra su borse da viaggio di ogni tessuto e dimensione.
Perché non pensare di rendere unica anche la biancheria intima? Chité crea slip in taffetà di ogni colore con frasi cucite con fili coloratissimi.
Lo speciale contiene sei articoli.
Un tempo sinonimo di lusso e raffinatezza estrema, i capi di abbigliamento su misura sono oggi sempre più diffusi, specie grazie all'ecommerce. In Italia questo mercato è in forte crescita: secondo uno studio realizzato lo scorso anno dall'istituto Piepoli per il Fashion Tech Insights di Lanieri, piattaforma che vende online abiti maschili su misura, tra il 2016 e il 2017 quattro italiani su 10 hanno scelto di comprare abbigliamento e accessori personalizzati o creati su misura online, in molti casi facendosi guidare dai chatbot, algoritmi in grado di gestire in tempo reale le conversazioni tra cliente e azienda. Tra gli amanti del made to measure si registra una lieve prevalenza dei maschi (40%) sulle femmine (37%); il 54% degli acquirenti sono millennial, il 49% sono persone tra i 35-54 anni e il restante 19% sono over 54. Secondo lo studio, il 4% degli Italiani spende fino a 1000 euro all'anno per la moda online personalizzata, per un giro d'affari che si aggira attorno ai 2,4 miliardi di euro. La moda online su misura piace soprattutto ai consumatori più giovani: quasi la metà dei millennial è infatti disposto a pagare fino al 40% in più per acquistare online articoli su misura e 1 su tre dichiara di spendere fino a 500 euro all'anno per questi prodotti. Che non sono sempre più costosi della media: il 23% dei millennial, infatti – contro il 6% degli over 54 – preferisce i servizi di personalizzazione online perché permettono di risparmiare rispetto all'acquisto in un negozio fisico. Tra questi, il 24% è anche disposto ad aspettare di più per avere il proprio capo su misura ordinato online, preferenza indicata invece solo dal 3% del cluster più anziano. Chiaramente, però, il prezzo non è la variabile principale che guida la ricerca di capi su misura: per gli acquirenti conta soprattutto l'unicità del prodotto, indicata da un terzo del campione preso in esame dalla rilevazione, seguita dalla soddisfazione di poter personalizzare il proprio capo in ogni dettaglio (29%) e dal desiderio di esprimere la propria personalità (25%). Per comprare questi prodotti il 47% degli intervistati preferisce affidarsi a negozi online specializzati, invece che ai grandi operatori della moda online. Un altro fattore determinante è la qualità: il fatto che i capi siano made in Italy è una garanzia che aiuta il consumatore a superare la diffidenza su un capo che non si può toccare con mano prima dell'acquisto. Tra gli aspetti più controversi per gli italiani c'è la questione della sicurezza e della privacy: il 55% del campione si è detto infatti preoccupato della quantità di informazioni usate dalle aziende a scopi di marketing, mentre il 42% ha dichiarato di non avere problemi rispetto all'utilizzo delle proprie informazioni personali, se vengono usate per promozioni di capi personalizzati sui propri gusti, e il 34% si è detto disponibile a condividere i propri dati personali sulle piattaforme per avere l'assistenza di un chatbot. Per quanto riguarda il budget, i più restii a spendere per acquisti personalizzati sono le donne e gli over 54: il 76% delle intervistate e l'81% del cluster più anziano del campione non spendono più di 200 euro all'anno, mentre gli uomini scelgono spesso queste soluzioni anche per gli acquisti di capi destinati al lavoro e ad altre occasioni formali. Nonostante gli italiani siano storicamente molto attenti alla qualità degli abiti e alla moda, la crescita del made to measure è un fenomeno conclamato anche in altri mercati. Come il Regno Unito, dove a quanto rivela una ricerca condotta da Deloitte (Made-to-order: the rise of mass personalisation), «i consumatori, spinti dalla diffusione dei social network e dei device digitali, vogliono sempre più indicare con precisione cosa vogliono, quando e come lo vogliono. Sono diventati al tempo stesso critici e creatori: chiedono un servizio sempre più personalizzato e si attendono di avere l'opportunità di plasmare i prodotti e i servizi che acquistano». Una tendenza alla personalizzazione che, secondo lo studio, per alcune categorie arriva a riguardare oltre il 50% dei consumatori. Si tratta di persone che non solo non guardano al prezzo - un acquirente su cinque tra quelli interessati a questi prodotti è disposto a pagare un extra del 20% - ma vogliono essere coinvolti attivamente nel processo di acquisto. In media il 36% dei consumatori si dichiara interessato a comprare prodotti o servizi personalizzati, e di questi il 48% si dice disposto ad aspettare più tempo per la consegna di questi articoli. Anche per i britannici la privacy è in testa alla lista delle preoccupazioni legate agli acquisti made to order: se il 22% dei consumatori è disposto a fornire dati personali in cambio di un prodotto o di un servizio maggiormente personalizzato, solo uno su 5 è felice che le aziende usino i dati personali per customizzare l'offerta, quota che sale a un quarto per i giovani tra 16 e 24 anni. Ciò posto, nota Deloitte, «offrire prodotti ed esperienze personalizzate può apportare benefici sia alle aziende sia ai consumatori. La personalizzazione di massa dà la possibilità alle imprese di dimostrare ai clienti in che modo sia possibile estrarre valore dalla mole di dati che essi forniscono. Dall'altra parte, le aziende hanno ovviamente uno sguardo più completo e profondo sulle preferenze e i comportamenti di consumo degli acquirenti, e questo può consentire loro di ottimizzare il business, riducendo i costi di marketing e creando un'offerta più compatibile con i desideri della clientela».
«Ricami a mano e frasi divertenti: così ho conquistato la Cina»
Instagram Fedorami
Può sembrare una follia, ma trovare la maglietta bianca perfetta è una missione quasi impossibile. Si dice che, per ovviare al problema, Victoria Beckham, ex Spice Girl e oggi stimatissima stilista, ne abbia addirittura un armadio pieno. A salvare le tante fashion victim in crisi da tshirt ci pensa invece Valentina Nuzzi, milanese e mente creativa del brand Fedorami, che realizza magliette semplicissime, manica corta e girocollo, impreziosite da scritte ricamate a mano. Semplici ma efficaci, le magliette di Fedorami sono riuscite a conquistare tutti, e ora spopolano in Cina.
Come nasce Fedorami?
«Il mio marchio è iniziato con la produzione di borse, sono sempre stata alla ricerca del bello. Ho preso spunto da una borsa di mia nonna, una donna tedesca elegantissima».
I tuoi prodotti sono semplici, ma hanno conquistato pubblico in tutto il mondo, come mai?
«La mia missione era creare accessori riconoscibili e unici. Credo che in Fedorami si trovi proprio questo, semplicità ma al tempo stesso qualcosa di unico nel suo genere».
Da dove trai ispirazione per i capi che proponi?
«Traggo inspirazione da tutti i miei viaggi, dai miei stati d'animo e dalle esperienze. Tutto influisce sulla mia creatività».
Perché scegliere di lavorare su magliette bianche?
«La tshirt per me rappresenta il capo per eccellenza. Si sposa con tutto, puoi metterla in ogni contesto, e con l'aggiunta di un ricamo diventa unica».
Cosa rende speciale un capo personalizzato?
«Non tutti conoscono la storia del capo che indossano, basti pensare che per realizzare una semplice scritta una ricamatrice impiega un'ora e mezza. Per questo ho deciso di lavorare a magliette bianche personalizzate: perché è come lasciarsi ispirare e lavorare su una tela bianca».
Ogni maglietta così diventa unica.
«Esattamente. E poi mi diverto a leggere le frasi che mi mandano i clienti, alcune sono dolci altri incomprensibili ma il bello è che tutte hanno una loro storia».
Collier, orecchini e anelli: l'oro è bello purché sia personalizzato
Instagram Parure collection
Carrie Bradshaw, la protagonista di Sex and the City interpretata da Sarah Jessica Parker è stata una delle prime a indossare un gioiello personalizzato. La sua «collanina Carrie» è stata uno dei feticci di tutte le fashion victim, pronte a spendere centinaia di euro per avere una replica del collier dorato con il proprio nome. Oggi, o gioielli personalizzati, continuano a essere uno dei regali più apprezzati. Oltre alle più classiche fedine incise all'interno con date importanti o frasi significative, la moda di creare qualcosa di unico, con il nome della persona amata o con una frase importante, passa anche per collane, bracciali e orecchini che vengono plasmati in base ai desideri di chi acquista.
Parure collection, un brand di gioielli nato a Caserta, propone un must have della stagione: l'ID necklace, una collana in oro personalizzabile con piccole lettere che vengono disposte a creare nomi o frasi, in base alle esigenze degli acquirenti. Un accessorio da avere, come spiega la creatrice del brand Marica Abate: «Ci sono dei basic credo irrinunciabili. Delle creazioni senza tempo capaci di superare trend e mode senza mai risultare "passati"».
Anche Apm Monaco punta sulle personalizzazioni. I suoi noti bangle (bracciali rigidi semi aperti) con le scritte ora sono completamente personalizzabili. Basta andare sul sito, cliccare sulle lettere, i numeri o i simboli che si preferiscono e il gioco è fatto. Le scritte, impreziosite da cristalli swarovski, rendono il gioiello unico nel suo genere.
Anche Maman et Sophie porta al polso bracciali personalizzabili. Il lettering, in questo caso, è applicato come se fossero molteplici ciondolini che penzolando da una sottile catenelle dorata. Semplice ed elegante, adatto a grandi e piccine, nella personalizzazione è possibile inserire anche stelle e cuori smaltati, tipici del brand.
Nove25 porta la personalizzazione sulle dita. Gli anelli, in argento, sono completamente customizzabili con testi di canzoni o frasi importanti. Il limite è di 45 caratteri per riga, per un massimo di 7 righe.
Caratteri in stile gotico per le collane di The M Jewelers, brand americano che offre personalizzazioni in oro e diamanti. Al collo delle star di tutto il mondo, il brand è in grado di creare la collana prescelta in meno di 72 ore.
Se tutto questo non bastasse, perché non personalizzare anche i propri orecchini? Soufeel ha creato due bottoncini placcati d'oro su cui è possibile incidere, nel giro di 24 ore, fino a tre lettere.
Da ready to wear a capo di lusso: il jeans ricamato fa tendenza
Se su Google si cerca la frase «trovare jeans perfetti» compaiono circa 454.000 risultati. Basta cliccare i primi articoli per capire che trovare il paio perfetto è quasi un'arte. I problemi sono sempre i soliti, quando fanno un sedere perfetto, hanno il cavallo troppo largo mentre quando stanno bene di gamba, in vita sono decisamente abbondanti. A risolvere questo annoso problema ci pensa però Atelier Notify che nella sua boutique milanese offre un servizio «made to measure» dove ogni dettaglio viene scelto dal cliente. Il ready to wear si trasforma così in un capo di lusso che risponde a tutte le vostre esigenze.
Si inizia con la scelta del modello, forse quella più difficile per definire il vostro stile. Dal taglio «boyfriend» che si appoggia morbidamente sui fianchi al più classico «skinny» a vita alta fino al taglio a zampa, le combinazioni sono molteplici. Una volta presa la vostra decisione tocca al lavaggio. Molto amati dalle star sono quei colori dall'apparenza un po' vintage dove il colore acquista sfumature uniche e irripetibili. Poco sorprende infatti che Spotify sia scelto da numerosi personaggi del mondo dello spettacolo, da Gisele Bundchen, Jessica Alba e Natalie Portman a Carla Bruni, Linda Evangelista e Nicole Kidman. Ma le vostre decisioni non finiscono certo qui.
Il filo con cui verrà cucito il vostro denim (rigorosamente Made in Italy), i bottoni e dettagli aggiuntivi che possano rendere il vostro paio di jeans ancora più unico sono a portata di mano. Ricami, borchie, pietre e patch sono a disposizione dei clienti per offrire un servizio di personalizzazione a 360 gradi.
Non solo i vostri pantaloni saranno tarati sulle vostre misure, come nella tradizione sartoriale di un tempo, ma saranno unici nel loro genere e rifletteranno al meglio la vostra personalità.
Per essere sempre chic scegliete la borsa con le vostre iniziali
Istagram My Style Bag
Dimenticate borsoni anonimi gettati nel bagagliaio a ogni viaggio e abbandonati fino alla prossima partenza, anche le vostre valige devono essere un'espressione del vostro stile. My Style Bag, azienda milanese nata dalla collaborazione di Lorena a Giuseppe Bellora con Stefano Donadel Campbell offre accessori dal design raffinato personalizzabili. I loro borsoni in canvas, camoscio, lino, lana o tessuto impermeabile possono infatti essere arricchiti con le vostre iniziali o con il vostro nome per esprimere la vostra creatività e il vostro stile.
Secondo la filosofia di My Style Bag la personalità è assoluta protagonista di ogni prodotto. Ogni oggetto ha il nome di una città o di un quartiere, come il borsone in pelle Milano o lo zaino in canvas Brera (i costi vanno dai 150 ai 400 euro circa, ricami esclusi, ndr). Nella collezione sono anche presenti porta abiti, porta computer, beauty case e borse per il bebè. Nella lista di prodotti compare anche una morbida cuccia per il vostro amico a quattro zampe.
My Style Bag conta una serie di clienti molto famosi. Tra di loro la principessa Caroline di Monaco che ha scelto il modello Harvard in canvas beige, personalizzandolo con il nome della sua barca Pacha III. Anche Jude Law ha scelto un borsone con le sue iniziali per gli spostamenti dal set della serie di successo The Young Pope. Tra i primi clienti, quando i fratelli Lorena e Giuseppe avevano appena aperto il loro punto vendita milanese, Silvio Berlusconi che ha deciso di acquistare un borsone con le sue iniziali. Insomma scegliendo My Style Bag sarete decisamente in ottima compagnia.
Frasi segrete nascoste sugli slip di taffetà: la seduzione passa da ago e filo
Un messaggio segreto, da svelare solo a chi si ama. Il brand italiano Chité crea indumenti intimi personalizzati per offrire alla sua clientela un capo unico ed esclusivo che supporta l'artigianato italiano. L'azienda nasce in una calda serata parigina dall'idea di due amiche Federica Tiranti e Chiara Marconi. Immaginando la donna di oggi, indipendente, libera e ambiziosa, ma altresì legata alla sua femminilità e dolcezza, le due giovani hanno deciso di dare vita a Chité, «una storia scritta da donne per le donne».
Il servizio di personalizzazione da loro offerto prende il nome di Lover e ha un costo base di 30 euro. Si può scegliere uno slip arricciato in raso (in tre varianti colore, verde, avorio e rosa), in tulle (in due varianti colore, blu e nero) o in taffettà verde. A questo si può aggiungere, al costo di 5 euro, una piccola frase o perché no il proprio nome. Il numero massimo di caratteri è 40 con 10 varianti di colori. «Intimo couture significa anche questo» si legge sullo shop online Chité. «Dai un'anima alla tua esperienza, scegliendo il messaggio da ricamare sullo slip». La tua frase rimarrà un segreto tra te e chi lo vorrai.
Oltre alle opzioni di personalizzazione, Federica e Chiara offrono alle sue clienti un servizio esclusivo chiamato «home try». Chi visita il sito Chité può scegliere fino a 6 capi e riceverli comodamente a casa per provarli, avendo sei giorni per sceglierete acquistarli o meno. Le due fondatrici sanno infatti che l'acquisto del giusto capo intimo è importante e non sempre noi donne siamo sicure di aver scelto lo stile o la taglia giusta. Lo «slow couture» è anche questo, il lusso di poter scegliere ed essere uniche.
Un tempo sinonimo di lusso, oggi i capi d'abbigliamento su misura e personalizzati sono sempre più diffusi. Una ricerca di Deloitte spiega come con l'avvento dei social network i consumatori siano divenuti sempre più esigenti, critici, creativi e soprattutto alla costante ricerca di un prodotto unico che li differenzi dalla massa. Valentina Nuzzi di Fedorami crea tshirt bianche ricamate a mano con scritte simpatiche. Il suo business, partito da Milano, ha già conquistato la Cina. «È come plasmare una tela, è divertente leggere le frasi - spesso incomprensibili - che mi vengono inviate perché tutte raccontano una storia diversa».Collane, anelli, bracciali, orecchini: tutto può diventare tailor-made. Il marchio Parure propone i choker con le lettere del proprio nome, Apm Monaco crea bracciali rigidi con lettere in swarovski. Anche il ready to wear cede alla moda del personalizzato. A lanciare la tendenza Atelier Notify che crea personalizzazioni con ricami, patch, e borchie amatissimi dalle star di tutto il mondo, da Gisele Bundchen a Linda Evangelista e Nicole Kidman. Il lettering, ovvero l'arte di personalizzare con le proprie iniziali o il proprio nome degli oggetti, colpisce anche i bagagli. My Style Bag stampa e ricama la propria cifra su borse da viaggio di ogni tessuto e dimensione.Perché non pensare di rendere unica anche la biancheria intima? Chité crea slip in taffetà di ogni colore con frasi cucite con fili coloratissimi. Lo speciale contiene sei articoli.Un tempo sinonimo di lusso e raffinatezza estrema, i capi di abbigliamento su misura sono oggi sempre più diffusi, specie grazie all'ecommerce. In Italia questo mercato è in forte crescita: secondo uno studio realizzato lo scorso anno dall'istituto Piepoli per il Fashion Tech Insights di Lanieri, piattaforma che vende online abiti maschili su misura, tra il 2016 e il 2017 quattro italiani su 10 hanno scelto di comprare abbigliamento e accessori personalizzati o creati su misura online, in molti casi facendosi guidare dai chatbot, algoritmi in grado di gestire in tempo reale le conversazioni tra cliente e azienda. Tra gli amanti del made to measure si registra una lieve prevalenza dei maschi (40%) sulle femmine (37%); il 54% degli acquirenti sono millennial, il 49% sono persone tra i 35-54 anni e il restante 19% sono over 54. Secondo lo studio, il 4% degli Italiani spende fino a 1000 euro all'anno per la moda online personalizzata, per un giro d'affari che si aggira attorno ai 2,4 miliardi di euro. La moda online su misura piace soprattutto ai consumatori più giovani: quasi la metà dei millennial è infatti disposto a pagare fino al 40% in più per acquistare online articoli su misura e 1 su tre dichiara di spendere fino a 500 euro all'anno per questi prodotti. Che non sono sempre più costosi della media: il 23% dei millennial, infatti – contro il 6% degli over 54 – preferisce i servizi di personalizzazione online perché permettono di risparmiare rispetto all'acquisto in un negozio fisico. Tra questi, il 24% è anche disposto ad aspettare di più per avere il proprio capo su misura ordinato online, preferenza indicata invece solo dal 3% del cluster più anziano. Chiaramente, però, il prezzo non è la variabile principale che guida la ricerca di capi su misura: per gli acquirenti conta soprattutto l'unicità del prodotto, indicata da un terzo del campione preso in esame dalla rilevazione, seguita dalla soddisfazione di poter personalizzare il proprio capo in ogni dettaglio (29%) e dal desiderio di esprimere la propria personalità (25%). Per comprare questi prodotti il 47% degli intervistati preferisce affidarsi a negozi online specializzati, invece che ai grandi operatori della moda online. Un altro fattore determinante è la qualità: il fatto che i capi siano made in Italy è una garanzia che aiuta il consumatore a superare la diffidenza su un capo che non si può toccare con mano prima dell'acquisto. Tra gli aspetti più controversi per gli italiani c'è la questione della sicurezza e della privacy: il 55% del campione si è detto infatti preoccupato della quantità di informazioni usate dalle aziende a scopi di marketing, mentre il 42% ha dichiarato di non avere problemi rispetto all'utilizzo delle proprie informazioni personali, se vengono usate per promozioni di capi personalizzati sui propri gusti, e il 34% si è detto disponibile a condividere i propri dati personali sulle piattaforme per avere l'assistenza di un chatbot. Per quanto riguarda il budget, i più restii a spendere per acquisti personalizzati sono le donne e gli over 54: il 76% delle intervistate e l'81% del cluster più anziano del campione non spendono più di 200 euro all'anno, mentre gli uomini scelgono spesso queste soluzioni anche per gli acquisti di capi destinati al lavoro e ad altre occasioni formali. Nonostante gli italiani siano storicamente molto attenti alla qualità degli abiti e alla moda, la crescita del made to measure è un fenomeno conclamato anche in altri mercati. Come il Regno Unito, dove a quanto rivela una ricerca condotta da Deloitte (Made-to-order: the rise of mass personalisation), «i consumatori, spinti dalla diffusione dei social network e dei device digitali, vogliono sempre più indicare con precisione cosa vogliono, quando e come lo vogliono. Sono diventati al tempo stesso critici e creatori: chiedono un servizio sempre più personalizzato e si attendono di avere l'opportunità di plasmare i prodotti e i servizi che acquistano». Una tendenza alla personalizzazione che, secondo lo studio, per alcune categorie arriva a riguardare oltre il 50% dei consumatori. Si tratta di persone che non solo non guardano al prezzo - un acquirente su cinque tra quelli interessati a questi prodotti è disposto a pagare un extra del 20% - ma vogliono essere coinvolti attivamente nel processo di acquisto. In media il 36% dei consumatori si dichiara interessato a comprare prodotti o servizi personalizzati, e di questi il 48% si dice disposto ad aspettare più tempo per la consegna di questi articoli. Anche per i britannici la privacy è in testa alla lista delle preoccupazioni legate agli acquisti made to order: se il 22% dei consumatori è disposto a fornire dati personali in cambio di un prodotto o di un servizio maggiormente personalizzato, solo uno su 5 è felice che le aziende usino i dati personali per customizzare l'offerta, quota che sale a un quarto per i giovani tra 16 e 24 anni. Ciò posto, nota Deloitte, «offrire prodotti ed esperienze personalizzate può apportare benefici sia alle aziende sia ai consumatori. La personalizzazione di massa dà la possibilità alle imprese di dimostrare ai clienti in che modo sia possibile estrarre valore dalla mole di dati che essi forniscono. Dall'altra parte, le aziende hanno ovviamente uno sguardo più completo e profondo sulle preferenze e i comportamenti di consumo degli acquirenti, e questo può consentire loro di ottimizzare il business, riducendo i costi di marketing e creando un'offerta più compatibile con i desideri della clientela».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/personalizzazioni-2622943036.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ricami-a-mano-e-frasi-divertenti-cosi-ho-conquistato-la-cina" data-post-id="2622943036" data-published-at="1774141622" data-use-pagination="False"> «Ricami a mano e frasi divertenti: così ho conquistato la Cina» Instagram Fedorami Può sembrare una follia, ma trovare la maglietta bianca perfetta è una missione quasi impossibile. Si dice che, per ovviare al problema, Victoria Beckham, ex Spice Girl e oggi stimatissima stilista, ne abbia addirittura un armadio pieno. A salvare le tante fashion victim in crisi da tshirt ci pensa invece Valentina Nuzzi, milanese e mente creativa del brand Fedorami, che realizza magliette semplicissime, manica corta e girocollo, impreziosite da scritte ricamate a mano. Semplici ma efficaci, le magliette di Fedorami sono riuscite a conquistare tutti, e ora spopolano in Cina. Come nasce Fedorami?«Il mio marchio è iniziato con la produzione di borse, sono sempre stata alla ricerca del bello. Ho preso spunto da una borsa di mia nonna, una donna tedesca elegantissima».I tuoi prodotti sono semplici, ma hanno conquistato pubblico in tutto il mondo, come mai?«La mia missione era creare accessori riconoscibili e unici. Credo che in Fedorami si trovi proprio questo, semplicità ma al tempo stesso qualcosa di unico nel suo genere».Da dove trai ispirazione per i capi che proponi? «Traggo inspirazione da tutti i miei viaggi, dai miei stati d'animo e dalle esperienze. Tutto influisce sulla mia creatività».Perché scegliere di lavorare su magliette bianche? «La tshirt per me rappresenta il capo per eccellenza. Si sposa con tutto, puoi metterla in ogni contesto, e con l'aggiunta di un ricamo diventa unica». Cosa rende speciale un capo personalizzato?«Non tutti conoscono la storia del capo che indossano, basti pensare che per realizzare una semplice scritta una ricamatrice impiega un'ora e mezza. Per questo ho deciso di lavorare a magliette bianche personalizzate: perché è come lasciarsi ispirare e lavorare su una tela bianca».Ogni maglietta così diventa unica. «Esattamente. E poi mi diverto a leggere le frasi che mi mandano i clienti, alcune sono dolci altri incomprensibili ma il bello è che tutte hanno una loro storia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/personalizzazioni-2622943036.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="collier-orecchini-e-anelli-l-oro-e-bello-purche-sia-personalizzato" data-post-id="2622943036" data-published-at="1774141622" data-use-pagination="False"> Collier, orecchini e anelli: l'oro è bello purché sia personalizzato Instagram Parure collection Carrie Bradshaw, la protagonista di Sex and the City interpretata da Sarah Jessica Parker è stata una delle prime a indossare un gioiello personalizzato. La sua «collanina Carrie» è stata uno dei feticci di tutte le fashion victim, pronte a spendere centinaia di euro per avere una replica del collier dorato con il proprio nome. Oggi, o gioielli personalizzati, continuano a essere uno dei regali più apprezzati. Oltre alle più classiche fedine incise all'interno con date importanti o frasi significative, la moda di creare qualcosa di unico, con il nome della persona amata o con una frase importante, passa anche per collane, bracciali e orecchini che vengono plasmati in base ai desideri di chi acquista. Parure collection, un brand di gioielli nato a Caserta, propone un must have della stagione: l'ID necklace, una collana in oro personalizzabile con piccole lettere che vengono disposte a creare nomi o frasi, in base alle esigenze degli acquirenti. Un accessorio da avere, come spiega la creatrice del brand Marica Abate: «Ci sono dei basic credo irrinunciabili. Delle creazioni senza tempo capaci di superare trend e mode senza mai risultare "passati"».Anche Apm Monaco punta sulle personalizzazioni. I suoi noti bangle (bracciali rigidi semi aperti) con le scritte ora sono completamente personalizzabili. Basta andare sul sito, cliccare sulle lettere, i numeri o i simboli che si preferiscono e il gioco è fatto. Le scritte, impreziosite da cristalli swarovski, rendono il gioiello unico nel suo genere.Anche Maman et Sophie porta al polso bracciali personalizzabili. Il lettering, in questo caso, è applicato come se fossero molteplici ciondolini che penzolando da una sottile catenelle dorata. Semplice ed elegante, adatto a grandi e piccine, nella personalizzazione è possibile inserire anche stelle e cuori smaltati, tipici del brand. Nove25 porta la personalizzazione sulle dita. Gli anelli, in argento, sono completamente customizzabili con testi di canzoni o frasi importanti. Il limite è di 45 caratteri per riga, per un massimo di 7 righe. Caratteri in stile gotico per le collane di The M Jewelers, brand americano che offre personalizzazioni in oro e diamanti. Al collo delle star di tutto il mondo, il brand è in grado di creare la collana prescelta in meno di 72 ore. Se tutto questo non bastasse, perché non personalizzare anche i propri orecchini? Soufeel ha creato due bottoncini placcati d'oro su cui è possibile incidere, nel giro di 24 ore, fino a tre lettere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/personalizzazioni-2622943036.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-ready-to-wear-a-capo-di-lusso-il-jeans-ricamato-fa-tendenza" data-post-id="2622943036" data-published-at="1774141622" data-use-pagination="False"> Da ready to wear a capo di lusso: il jeans ricamato fa tendenza Your browser does not support the video tag. Se su Google si cerca la frase «trovare jeans perfetti» compaiono circa 454.000 risultati. Basta cliccare i primi articoli per capire che trovare il paio perfetto è quasi un'arte. I problemi sono sempre i soliti, quando fanno un sedere perfetto, hanno il cavallo troppo largo mentre quando stanno bene di gamba, in vita sono decisamente abbondanti. A risolvere questo annoso problema ci pensa però Atelier Notify che nella sua boutique milanese offre un servizio «made to measure» dove ogni dettaglio viene scelto dal cliente. Il ready to wear si trasforma così in un capo di lusso che risponde a tutte le vostre esigenze. Si inizia con la scelta del modello, forse quella più difficile per definire il vostro stile. Dal taglio «boyfriend» che si appoggia morbidamente sui fianchi al più classico «skinny» a vita alta fino al taglio a zampa, le combinazioni sono molteplici. Una volta presa la vostra decisione tocca al lavaggio. Molto amati dalle star sono quei colori dall'apparenza un po' vintage dove il colore acquista sfumature uniche e irripetibili. Poco sorprende infatti che Spotify sia scelto da numerosi personaggi del mondo dello spettacolo, da Gisele Bundchen, Jessica Alba e Natalie Portman a Carla Bruni, Linda Evangelista e Nicole Kidman. Ma le vostre decisioni non finiscono certo qui. Il filo con cui verrà cucito il vostro denim (rigorosamente Made in Italy), i bottoni e dettagli aggiuntivi che possano rendere il vostro paio di jeans ancora più unico sono a portata di mano. Ricami, borchie, pietre e patch sono a disposizione dei clienti per offrire un servizio di personalizzazione a 360 gradi. Non solo i vostri pantaloni saranno tarati sulle vostre misure, come nella tradizione sartoriale di un tempo, ma saranno unici nel loro genere e rifletteranno al meglio la vostra personalità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/personalizzazioni-2622943036.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="per-essere-sempre-chic-scegliete-la-borsa-con-le-vostre-iniziali" data-post-id="2622943036" data-published-at="1774141622" data-use-pagination="False"> Per essere sempre chic scegliete la borsa con le vostre iniziali Istagram My Style Bag Dimenticate borsoni anonimi gettati nel bagagliaio a ogni viaggio e abbandonati fino alla prossima partenza, anche le vostre valige devono essere un'espressione del vostro stile. My Style Bag, azienda milanese nata dalla collaborazione di Lorena a Giuseppe Bellora con Stefano Donadel Campbell offre accessori dal design raffinato personalizzabili. I loro borsoni in canvas, camoscio, lino, lana o tessuto impermeabile possono infatti essere arricchiti con le vostre iniziali o con il vostro nome per esprimere la vostra creatività e il vostro stile. Secondo la filosofia di My Style Bag la personalità è assoluta protagonista di ogni prodotto. Ogni oggetto ha il nome di una città o di un quartiere, come il borsone in pelle Milano o lo zaino in canvas Brera (i costi vanno dai 150 ai 400 euro circa, ricami esclusi, ndr). Nella collezione sono anche presenti porta abiti, porta computer, beauty case e borse per il bebè. Nella lista di prodotti compare anche una morbida cuccia per il vostro amico a quattro zampe. My Style Bag conta una serie di clienti molto famosi. Tra di loro la principessa Caroline di Monaco che ha scelto il modello Harvard in canvas beige, personalizzandolo con il nome della sua barca Pacha III. Anche Jude Law ha scelto un borsone con le sue iniziali per gli spostamenti dal set della serie di successo The Young Pope. Tra i primi clienti, quando i fratelli Lorena e Giuseppe avevano appena aperto il loro punto vendita milanese, Silvio Berlusconi che ha deciso di acquistare un borsone con le sue iniziali. Insomma scegliendo My Style Bag sarete decisamente in ottima compagnia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/personalizzazioni-2622943036.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="frasi-segrete-nascoste-sugli-slip-di-taffeta-la-seduzione-passa-da-ago-e-filo" data-post-id="2622943036" data-published-at="1774141622" data-use-pagination="False"> Frasi segrete nascoste sugli slip di taffetà: la seduzione passa da ago e filo Un messaggio segreto, da svelare solo a chi si ama. Il brand italiano Chité crea indumenti intimi personalizzati per offrire alla sua clientela un capo unico ed esclusivo che supporta l'artigianato italiano. L'azienda nasce in una calda serata parigina dall'idea di due amiche Federica Tiranti e Chiara Marconi. Immaginando la donna di oggi, indipendente, libera e ambiziosa, ma altresì legata alla sua femminilità e dolcezza, le due giovani hanno deciso di dare vita a Chité, «una storia scritta da donne per le donne». Il servizio di personalizzazione da loro offerto prende il nome di Lover e ha un costo base di 30 euro. Si può scegliere uno slip arricciato in raso (in tre varianti colore, verde, avorio e rosa), in tulle (in due varianti colore, blu e nero) o in taffettà verde. A questo si può aggiungere, al costo di 5 euro, una piccola frase o perché no il proprio nome. Il numero massimo di caratteri è 40 con 10 varianti di colori. «Intimo couture significa anche questo» si legge sullo shop online Chité. «Dai un'anima alla tua esperienza, scegliendo il messaggio da ricamare sullo slip». La tua frase rimarrà un segreto tra te e chi lo vorrai. Oltre alle opzioni di personalizzazione, Federica e Chiara offrono alle sue clienti un servizio esclusivo chiamato «home try». Chi visita il sito Chité può scegliere fino a 6 capi e riceverli comodamente a casa per provarli, avendo sei giorni per sceglierete acquistarli o meno. Le due fondatrici sanno infatti che l'acquisto del giusto capo intimo è importante e non sempre noi donne siamo sicure di aver scelto lo stile o la taglia giusta. Lo «slow couture» è anche questo, il lusso di poter scegliere ed essere uniche.
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».
«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.
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Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Il frontale di una «Gamma» coupè prima serie (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».
Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.
Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?
«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».
L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?
«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».
Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?
«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».
Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?
«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».
La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?
«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».
Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?
«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».
Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?
«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».
Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?
«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».
Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?
«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.
In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.
Più della metà avevano così evitato i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Sono bastate poche settimane dall’avvio delle indagini e già l’aria è cambiata negli ambulatori dove si redigono i certificati. Nell’arco di 72 ore sono stati trasferiti presso i Cpr di Milano e Roma tre extracomunitari irregolari, tutti con precedenti penali. Il 16 marzo, un egiziano di 18 anni arrestato dai carabinieri di Milano Marittima con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, e poi risultato con precedenti per porto d’armi e danneggiamento, è stato è stato spedito al Cpr di Milano Corelli. La visita medica, dunque, ne aveva attestato l’idoneità.
Due giorni dopo, sempre a Milano, è finito un albanese di 68 anni. L’uomo aveva fatto richiesta di protezione internazionale, ma il suo profilo è apparso di rilevante pericolosità sociale: a suo carico, infatti, pendono precedenti per maltrattamenti in famiglia, minaccia e lesioni personali. Pure per l’albanese non sono saltati fuori storie di inidoneità. E nella stessa giornata di mercoledì, ha fatto ingresso al Cpr di Ponte Galeria di Roma un marocchino di 37 anni dal profilo socialmente pericoloso, con precedenti per furto aggravato, rapina, ricettazione ed evasione.
Se le visite mediche hanno accertato la loro idoneità a entrare nelle strutture, senza tante esitazioni, qualche sospetto sul perché della «normalizzazione» delle procedure nasce spontaneo. Prima, era quasi una gara a chi scartava più irregolari. «Altre due da Ravenna!», era il messaggio inviato nel giugno del 2024 da una dottoressa del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, ora sotto indagine.
La reazione di Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) era l’emoticon con il pollice alzato. Tre mesi dopo, la stessa dottoressa aggiornava l’elenco dei presunti falsi. «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». E in risposta le veniva mostrato il muscolo del bicipite, per celebrare il successo di un simile operato, come riportato dal Corriere Romagna.
A novembre, Cocco rispondeva: «Grande», «grandissim*». E aggiungeva: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». Da marzo 2024 la Simm, assieme alla Rete Mai più lager - No ai Cpr e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, hanno sostenuto l’appello ai medici a dichiarare l’inidoneità, con anche una bozza di modello da utilizzare.
Avviate le indagini, nei Cpr si entra senza più esenzioni.