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2022-11-16
Per fermare Pechino Europa e Stati Uniti rilanciano maxi piano da 600 miliardi
Xi Jinping (Ansa)
Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino.
Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture.
«Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese.
Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina.
Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison.
Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.
L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti»
La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali».
Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine.
È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
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Al G20 focus sul progetto dedicato alle infrastrutture in chiave anti Via della seta. Biden e Xi: «Mai armi nucleari in Ucraina».Nota congiunta ribadisce che non ci sono restrizioni sui prodotti per l'agricoltura russi.Lo speciale contiene due articoli.Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino. Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture. «Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese. Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina. Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison. Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fermare-pechino-europa-e-stati-uniti-rilanciano-maxi-piano-da-600-miliardi-2658652061.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-occidente-niente-sanzioni-sui-fertilizzanti" data-post-id="2658652061" data-published-at="1668542642" data-use-pagination="False"> L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti» La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali». Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine. È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.