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2022-11-16
Per fermare Pechino Europa e Stati Uniti rilanciano maxi piano da 600 miliardi
Xi Jinping (Ansa)
Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino.
Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture.
«Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese.
Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina.
Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison.
Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.
L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti»
La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali».
Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine.
È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
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Al G20 focus sul progetto dedicato alle infrastrutture in chiave anti Via della seta. Biden e Xi: «Mai armi nucleari in Ucraina».Nota congiunta ribadisce che non ci sono restrizioni sui prodotti per l'agricoltura russi.Lo speciale contiene due articoli.Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino. Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture. «Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese. Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina. Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison. Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fermare-pechino-europa-e-stati-uniti-rilanciano-maxi-piano-da-600-miliardi-2658652061.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-occidente-niente-sanzioni-sui-fertilizzanti" data-post-id="2658652061" data-published-at="1668542642" data-use-pagination="False"> L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti» La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali». Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine. È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 marzo 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo le prospettive della guerra in Iran.
Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.