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2022-11-16
Per fermare Pechino Europa e Stati Uniti rilanciano maxi piano da 600 miliardi
Xi Jinping (Ansa)
Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino.
Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture.
«Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese.
Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina.
Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison.
Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.
L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti»
La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali».
Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine.
È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
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Al G20 focus sul progetto dedicato alle infrastrutture in chiave anti Via della seta. Biden e Xi: «Mai armi nucleari in Ucraina».Nota congiunta ribadisce che non ci sono restrizioni sui prodotti per l'agricoltura russi.Lo speciale contiene due articoli.Sono vie tortuose quelle che si stanno dipanando al G20 di Bali: vie in cui si riflette il sempre più complesso rapporto che intercorre tra Stati Uniti e Cina. Come noto, Joe Biden e Xi Jinping hanno avuto un lungo incontro l’altro ieri. Un incontro in cui i due presidenti hanno giocato di sponda sul dossier ucraino, criticando di fatto l’eventualità di un ricorso da parte di Mosca alle armi nucleari. Pur non essendosi sganciato dalla Russia, non è difatti un mistero che il leader cinese sia piuttosto preoccupato dalle problematiche mosse militari del Cremlino. Tutto questo non deve però farci credere che il summit indonesiano stia portando a una completa distensione tra Washington e Pechino. Le cose stanno infatti ben diversamente. Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca sembra deciso ad arginare l’influenza geopolitica del Dragone, a partire dalla Belt and road initiative. È in questo senso che può d’altronde essere letto il fatto che, proprio ieri, Stati Uniti, Indonesia e Commissione europea hanno ribadito il proprio impegno a favore di una partnership sulle infrastrutture. «Oggi l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno ospitato congiuntamente un evento sulla Partnership per le infrastrutture e gli investimenti globali (Pgii) a margine del vertice dei leader del G20, in cui abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare i partenariati globali per investimenti di alto livello in infrastrutture sostenibili, trasparenti e di qualità nei Paesi a basso e medio reddito», si legge in una nota congiunta. Non solo. Secondo un comunicato della Casa Bianca, «il presidente Biden, il presidente Widodo e la presidente von der Leyen hanno incontrato leader e ministri di Argentina, Canada, Francia, Germania, India, Giappone, Repubblica di Corea, Senegal e Regno Unito, per evidenziare collaborazione e supporto a favore della Pgii». Ricordiamo che, lanciata lo scorso giugno, la Pgii è una partnership promossa dai Paesi del G7 che, stanziando circa 600 miliardi di dollari, punta a contrastare la longa manus geopolitica, incarnata dalla Belt and road initiative cinese. Insomma, la Commissione europea sembra essere intenzionata a seguire la Casa Bianca su questo terreno. Una Casa Bianca che mira ad arginare evidentemente l’influenza internazionale che il Dragone sta esercitando attraverso il comparto infrastrutturale. Non è d’altronde un caso che, tra i Paesi coinvolti ieri, figurano anche Senegal, Corea del Sud e India. Tra l’altro, sempre ieri Biden ha avuto un incontro proprio con il premier indiano, Narendra Modi. Secondo il ministero degli Esteri di Nuova Delhi, i due leader «hanno esaminato il continuo approfondimento della partnership strategica tra India e Stati Uniti», occupandosi anche del Quad: quartetto di Paesi che, oltre a India e Usa, comprende anche Australia e Giappone e che costituisce notoriamente un pilastro della politica statunitense anticinese nell’Indo-Pacifico. Il fatto che Modi e Biden ne abbiano parlato evidenzia come, in questo summit di Bali, Pechino rappresenti una delle preoccupazioni principali nutrite dal presidente americano. Un presidente che, nei mesi scorsi, si era mostrato piuttosto irritato verso l’ambiguità dell’India sulla crisi ucraina. Xi Jinping, dal canto suo, non è rimasto con le mani in mano. E, anzi, ha cercato di portare avanti una linea di contrasto a quella americana. Ieri il presidente cinese si è incontrato con il premier spagnolo, Pedro Sánchez, con quest’ultimo che ha assicurato il proprio impegno per cercare di rafforzare le relazioni tra Bruxelles e Pechino. Xi ha tra l’altro avuto un meeting anche con il premier australiano, Anthony Albanese. Ricordiamo che i rapporti tra Pechino e Canberra sono tesi da tempo e che i cinesi sperano in un ammorbidimento delle relazioni rispetto ai tempi della linea dura promossa da Scott Morrison. Nel frattempo, ieri il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha avuto modo di incontrare il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Nell’occasione, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe «ribadito la sua intenzione di continuare i contatti» con Vladimir Putin «per individuare alcuni accordi che, come dice lui, aiuteranno a risolvere l’intera situazione». Una posizione, quella del presidente francese, che potrebbe essere letta come un parziale (e non certo inedito) disallineamento rispetto agli Stati Uniti. In tutto questo, sempre ieri, Lavrov è tornato a criticare pesantemente l’Occidente: «Per quanto riguarda l’argomento ucraino, sia gli Stati Uniti che tutti i suoi alleati sono stati piuttosto aggressivi durante le discussioni di oggi, accusando la Russia, come si suol dire, di aggressione non provocata contro l’Ucraina. Ma altri Paesi sono convinti che l’aggressione sia stata provocata da loro», ha affermato il ministro, che ha inoltre espresso ottimismo sul futuro delle relazioni tra Russia e Cina. Non dimentichiamo d’altronde che, nonostante la suddetta sponda con gli Stati Uniti sul fronte della minaccia nucleare, la Repubblica popolare ha votato contro una recentissima risoluzione Onu, che chiede a Mosca di sostenere i costi delle riparazioni ucraine. Inoltre, secondo il Washington Post, sia la Russia sia la Cina si sarebbero opposte all’uso della parola «guerra» nel documento finale del G20 in riferimento alla crisi ucraina. Pechino, insomma, non esce dall’ambiguità. E intanto la sua sfida all’Occidente prosegue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fermare-pechino-europa-e-stati-uniti-rilanciano-maxi-piano-da-600-miliardi-2658652061.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-occidente-niente-sanzioni-sui-fertilizzanti" data-post-id="2658652061" data-published-at="1668542642" data-use-pagination="False"> L'Occidente: «Niente sanzioni sui fertilizzanti» La sicurezza alimentare preoccupa l’Occidente: Usa, Ue e Regno Unito hanno emesso un comunicato congiunto sul tema. «L’Unione europea, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, insieme ad altri membri del G7 e ai nostri partner internazionali, sono in prima linea negli sforzi globali per affrontare l’insicurezza alimentare, che sta colpendo milioni di persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, aumentando al contempo il livello dei costi nei nostri Paesi», recita la nota, «Siamo sempre stati chiari sul fatto che l’obiettivo delle nostre sanzioni è la macchina da guerra russa e non il settore alimentare o dei fertilizzanti. A tal fine, abbiamo fornito chiarezza al comparto e ai partner [...] Le nostre disposizioni chiariscono che banche, assicuratori, spedizionieri e altri attori possono continuare a portare cibo e fertilizzanti russi nel mondo», si legge ancora. «Ribadiamo il nostro appello a tutti i Paesi affinché dimostrino il loro sostegno alla Black sea grain initiative [...] E ribadiamo il nostro sostegno ad altri sforzi delle Nazioni unite per facilitare l’accesso al cibo e ai fertilizzanti nei mercati globali». Ricordiamo che, lo scorso marzo, fu sequestrato a Trieste uno yacht riconducibile al magnate russo Andrey Igorevich Melnichenko, principale azionista di Eurochem: gruppo specializzato proprio in fertilizzanti. Quei fertilizzanti che stanno ormai diventando una sorta di nuovo oro. Se l’anno scorso molti Paesi portavano avanti una diplomazia vaccinale, quest’anno sono invece proprio i fitofarmaci a rappresentare una leva geopolitica significativa. Era marzo scorso quando Cina e Algeria hanno firmato un accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato a produrre 5,4 milioni di tonnellate di fertilizzanti all’anno. Pochi giorni fa, El Salvador ha reso noto che riceverà da Pechino più di 1.400 tonnellate di fertilizzanti e oltre 900 tonnellate di farina di frumento. Non solo: secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, altre 720 tonnellate di fertilizzante sono state donate, venerdì scorso, dalla Repubblica popolare alle Fiji «per aiutare a promuovere la crescita agricola della nazione insulare». Il Dragone sarebbe inoltre pronto a promuovere questo tipo di diplomazia anche con le Filippine. È dunque evidente come i fertilizzanti stiano progressivamente acquisendo peso in termini geopolitici. Un fattore, questo, che Pechino ha compreso assai presto e che sta non a caso sfruttando in varie aree strategiche (dal Nord Africa all’America Latina). L’Occidente finora sembra essersi mosso più lentamente e, se non accelererà su questo fronte, rischierà di perdere terreno nel suo scontro per l’influenza internazionale con il Dragone. Probabilmente il comunicato congiunto di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito va letto anche in quest’ottica. La crisi alimentare rischia di avere effetti disastrosi su Medio Oriente, Africa e Sud America. E, oltre ai drammatici risvolti umanitari, Pechino potrebbe approfittarne. Ecco perché l’Occidente, sui fertilizzanti, dovrebbe approntare celermente una controstrategia.
Matteo Salvini (Ansa)
Salvini ha spiegato di averci lavorato a lungo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aggiungendo anche che il titolare del Mef ha svolto un ruolo «da protagonista. Insieme ad altri colleghi del governo». E poi: «Noi come Lega da giorni sosteniamo che è un momento di emergenza» perché «come qualche anno fa superati i 2 euro al litro per il gasolio, si era sorpassata la soglia d’allarme». Circa la possibilità di renderlo strutturale ha precisato che bisognerà vedere come va il primo mese e «cosa succede in Medio Oriente, cosa succede in Iran, a Teheran e nello stretto di Hormuz. L’auspicio è che non si debba andare avanti per altri mesi perché se fosse così, il problema, ed è emerso al tavolo, non sarebbe quanto costa il carburante ma che non c’è più carburante».
Il tavolo carburanti, secondo Unem, l’associazione che lega le principali imprese che operano in Italia nei settori della raffinazione, si è svolto in «un clima costruttivo e collaborativo». «I principali operatori hanno mantenuto un approccio prudenziale nel trasferire al consumo i rialzi delle quotazioni internazionali» ha precisato l’associazione. Da parte delle imprese c’è stato un «approccio responsabile, in linea con gli inviti provenienti dalle istituzioni, che ha permesso di attenuare gli impatti sui consumatori a discapito dei margini di distribuzione lordi delle singole aziende del settore». Unem nel confronto con Salvini ha anche «illustrato le possibili criticità che potrebbero emergere qualora il conflitto in atto dovesse protrarsi, con particolare attenzione non solo ad una potenziale ulteriore crescita delle quotazioni internazionali, ma anche dell’approvvigionamento di prodotti provenienti dallo stretto di Hormuz».
Il vicepremier leghista ha spiegato che se l’intervento sulle accise non dovesse essere sufficiente e «se ci fosse nelle settimane a venire da parte delle compagnie un aumento che rende vano l’intervento del governo, non staremo fermi».
Non solo compagnie petrolifere ma anche i concessionari autostradali sono stati coinvolti nel ragionamento: «Aggiungeremo anche una richiesta ai concessionari autostradali di tagliare una parte dei loro profitti. Se tutti fanno la loro parte, con la regia del governo, diciamo che gli italiani a breve avranno un po’ di respiro sul caro carburante, sperando che poi la guerra non vada avanti per settimane e per mesi». Sono state le stesse compagnie, infatti, a evidenziare che almeno 10 centesimi al litro fanno riferimento ai concessionari autostradali. «È chiaro che si tratta di contratti fra privati e quindi bisogna fare un intervento che regga giuridicamente che non si esponga al ricorso». Anche se infine ha precisato: «La speculazione non è del benzinaio che è l’ultimo ad avere un margine».
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Jessie Buckley (Ansa)
Jessie Buckley ha 36 anni, è irlandese, ha una voce talmente bella che le ha consentito perfino di interpretare cover di Sinead O’ Connor senza farsi tirare i pomodori. È uscita da un talent della Bbc, ma a un certo punto ha interrotto la carriera da stellina per studiare e diplomarsi alla Royal Academy of Dramatic Art. È arrivata dove è arrivata per una miscela fuori dal normale di talenti e studio. Ha vinto il suo primo Oscar per come ha impersonato Agnes, la moglie di William Shakespeare, in Hamnet, film di Chloé Zhao. Ma moglie è davvero riduttivo. Nel film, ambientato nella seconda metà del Cinquecento, Jessie è una madre un po’ strega, quasi selvatica, guidata da una forza e un amore per la sua famiglia invincibili. Nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte. Segue sempre quello che ha dentro, a cominciare dall’attaccamento per i figli, e lo fa prevalere sulle convenzioni, sull’ambiente esterno, sulla violenza, sul dolore.
Nella vita, invece, la Buckley non è né strega né selvatica. Diversamente, fasciata nel suo sontuoso abito rosso, non avrebbe approfittato di un palcoscenico come la serata degli Oscar per far passare alcuni concetti. Ha parlato più volte di maternità e di sua figlia di otto mesi, della quale non si sapeva il nome: Isla.
«Isla non ha assolutamente idea di cosa stia succedendo e probabilmente in questo momento starà sognando il latte, ma questo è un momento importante e amo essere la tua mamma», ha detto sul palco. Per poi condividere qualche immagine intima: «Mia figlia ha messo il suo primo dentino questa settimana. Mi sono svegliata con lei sdraiata sul mio petto, che mi coccolava».
Interpretare quel ruolo materno in Hamnet, dove muore anche un figlio di 11 anni, le è rimasto dentro e lo ha detto senza problemi: «Sento che è un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è Agnes, e poi diventarlo anch’io».
A Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, la scrittrice che ha costruito la storia del film, Buckley ha dedicato un pensiero di enorme gratitudine: «Comprendere la capacità dell’amore di una madre è stata la più grande collisione della mia vita». Anche perché poi, mamma lo è diventata davvero. Quindi è passata alla parte in qualche modo politica della sua esperienza e ha spiegato: «Veniamo tutte da una stirpe di donne che continuano a creare nonostante tutto». Già, il segreto che passa di madre in figlia senza che gli uomini possano capirci nulla. Il motivo principale per cui sul corpo delle donne è giusto che decidano le donne, ma è meglio se lo fanno quando questo patrimonio naturale e morale viene compreso, meditato e difeso, in piena autonomia. Infine, la dedica dell’attrice irlandese: «Voglio dedicare questo premio al bellissimo caos del cuore di una madre». In platea, ci sono state lacrime. E questa bellissima dedica è stata il titolo scelto da gran parte dei giornali inglesi e americani per l’imprevedibile show di Jessie.
Decisamente impossibile da ridurre a maschera bigotta, l’attrice è stata quasi ignorata dai media italiani, se non per il vestito e la bellezza. Le cronache nostrane erano focalizzate sul livello di protesta nei confronti di Donald Trump, un mostruoso catalizzatore di negatività che alla fine divora ogni messaggio e immiserisce il dibattito, seccando anche le poche vene d’acqua fresca. Qualche titolo in ordine sparso: «Trionfa la New Hollywood ma i film scomodi sono fuori» (Repubblica); «Oscar noiosi e fifoni. Nessuna critica a Trump» (Il Fatto quotidiano). E La Stampa, solitamente attenta ai temi cari al neofemminismo, si è occupata solo della vittoria di Paul Anderson e ha fatto un approfondimento su Michael B. Jordan. Idem sul Messaggero, che ha oscurato il discorso dell’attrice irlandese e le ha dedicato due righe con un aggettivo che la riduce parecchio: «dolente moglie di Shakespeare in Hamnet».
Dolente è una certa cecità. Davvero non ci sono coerenza, ma neppure capacità di interpretare il contesto, laddove si lasciano cadere parole come quelle pronunciate da Jessie Buckley agli Oscar. Chi aspetta con fede l’impeachment di Trump per i suoi rapporti con il finanziere pedofilo Epstein ha sicuramente a cuore anche i bambini e ciò che li origina. E lo stesso varrà per chi ha combattuto e combatte ogni giorno per portare nel discorso pubblico il termine «genocidio». Ci piacciono i bambini da usare in battaglia, molto meno quelli da concepire e crescere con amore.
Uno scivolone, comunque, l’ha fatto anche la nostra eroina irlandese. Ha voluto ringraziare perfino il marito Freddie: «Sei il papà più incredibile, sei il mio migliore amico. Vorrei avere altri 20.000 figli con te». Nessuno le ha spiegato che queste cose si pensano, ma non si dicono. Non è cool.
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«Sognando Rosso» (Sky)
Non è un prodotto inedito, ma un film che, lo scorso anno, non ha mancato di suscitare qualche polemica. Chris Harris, giornalista britannico noto, soprattutto, per essere diventato volto di Top Gear, avrebbe fallito nella ricerca di un contraddittorio, forse sopraffatto da un'incontenibile ammirazione.
Sognando Rosso, che Sky Documentaries ha deciso di proporre in prima serata venerdì 20 marzo, si sarebbe trasformato così in una fanatica celebrazione di Luca Cordero di Montezemolo, dei suoi anni d'oro, di racconti e ricordi cui nessuno, meno che mai Harris, avrebbe osato contrapporre una versione alternativa. Il documentario sarebbe fazioso, figlio dell'entusiasmo di Harris, che mai ha nascosto la sua sconfinata passione per i motori e per chi ha saputo farne la storia.
Questo è stato detto, quando Sognando Rosso ha debuttato. E questo si ripete, ma le parole si perdono fra le immagini che il giornalista ha collezionato: memorie inedite, repertori mai visti, strappati ad archivi rimasti privati.Sognando Rosso, formalmente costruito come una chiacchierata intima fra Harris e Montezemolo, attraversa la memoria per restituirle concretezza. Dunque, i luoghi tornano ad essere tridimensionali e il passato, in un soffio, si fa presente. Luca Cordero di Montezemolo parla, come in un flusso di coscienza. Lo fa seduto in casa propria, nella villa nascosta fra i colli bolognesi. Intorno, ha la vita di agi e lussi che ha saputo costruirsi. Non la mistifica né tenta di renderla ordinaria, anzi. Quando torna al principio della propria carriera, sembra farlo con orgoglio, quasi che il senno del poi gli avessi dato quella consapevolezza che negli anni Settanta mancava. A tratti, si magnifica, Montezemolo, intrecciando il racconto della propria vita con quello della Ferrari. La retrospettiva atta a ripercorrere le tappe salienti della sua carriera, dunque, si trasforma. Diventa un viaggio nel glorioso passato del Cavallino, permettendo a chi guardi di rivivere i trionfi di Niki Lauda e Michael Schumacher. Montezemolo parte dal principio, il suo.
Dal 1973, anno in cui Enzo Ferrari lo ha scelto personalmente per guidare la Scuderia Ferrari e consegnarla al successo. Si addentra nei meandri del rapporto con la famiglia Agnelli e tira dritto, fino agli anni Novanta, ha quando ha assunto la direzione dell'azienda, facendo del Cavallino una potenza delle corse e, parimenti, un'icona globale del lusso. «Ho vissuto la mia vita a tutta velocità e questo film cattura questo spirito sullo sfondo della bellezza senza tempo dell'Italia. È una storia di passione, resilienza e ricerca dell'eccellenza, valori che definiscono la Ferrari e che, spero, ispirino gli altri. Dai trionfi nei campionati mondiali alle sfide che mi hanno messo alla prova, Sognando Rosso riflette non solo il mio percorso, ma anche le persone e i momenti incredibili che lo hanno plasmato», ha commentato Montezemolo.
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Bettina Orlopp (Ansa)
Merz aveva chiuso la porta. Orlopp l’ha riaperta. Non spalancata, si badi bene. Uno spiraglio. Quanto basta, però, per capire che politica e banca non stanno leggendo lo stesso copione.
Prima a Bloomberg TV, poi alla Morgan Stanley European Financial Conference di Londra il capo di Commerzbank ha confezionato un discorso costruttivamente ambiguo. Ha detto un no che somigliava molto a un sì condizionato. «Per portarci al tavolo delle trattative non è necessario presentare un’offerta pubblica di acquisto», ha evidenziato, «abbiamo ripetutamente manifestato la disponibilità a discutere una proposta avanzata da Unicredit qualora ne avessimo ricevuta una». Insomma la porta è aperta. Il buffet no.
Il lancio dell'offerta pubblica di scambio da parte di Andrea Orcel che punta a superare la soglia del 30% di Commerzbank non era concordata. E qui sta il primo elemento di attrito: il blitz era inatteso, dice Orlopp, così come la dichiarata intenzione di Unicredit di non puntare al controllo. Due sorprese in una.
Ma la super-manager va oltre. Si addentra nella valutazione del prezzo: 30,8 euro per azione proposti da Unicredit contro un target price indicato dagli analisti di 37 euro. Sette euro di distanza, che nelle geometrie di Borsa sono un abisso.
Che la banca tedesca non sia in posizione di debolezza lo si capisce dall’elenco di risultati che la Orlopp mette sul tavolo: «Abbiamo chiuso il 2025 con risultati record. Abbiamo un ottimo inizio per il 2026, buone previsioni fio al 2028». E non è finita: nel corso dell’anno arriveranno obiettivi «aggiornati e migliorati» che si spingeranno fino al 2030.
Sulle manovre di difesa la Orlopp è altrettanto tranquilla: il buyback azionario andrà avanti perché «è impossibile che qualcuno superi la soglia del 30% senza che noi possiamo mettere in atto delle contromisure». In ogni caso esiste un «preavviso di un paio di mesi». Ovvero: abbiamo tutto il tempo per accendere i fumogeni. Tanto più che all’interno della banca non mancano atteggiamenti fortemente ostili. «La proposta di acquisizione di Commerzbank avanzata dall’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel è oltraggiosa» dichiara il presidente del consiglio dei lavoratori di Commerzbank, Sascha Uebel. «E’ oltraggioso che Orcel annunci l’offerta in un momento di elevata incertezza a causa della guerra in Iran e dell’aumento dei prezzi dell’energia».
In mezzo alle polemiche c’è un dettaglio che ha il sapore del retroscena di qualità: Orcel aveva informato Palazzo Chigi prima di lanciare l'Ops. Una cortesia istituzionale, ma anche un segnale. Soprattutto dopo gli scontri a proposito del Golden Power che ha costretto Orcel a rinunciare a Banco Bpm. Unicredit, stavolta, non agisce in un vuoto politico, e il governo Meloni sa cosa sta succedendo sul dossier tedesco. Che questa consapevolezza si traduca in sostegno attivo o in silenzio benevolo, è ancora da vedere.
Orlopp è stata esplicita su cosa servirebbe per sedersi davvero al tavolo: una proposta concreta, non un'Ops che la banca considera «tattica». Ha anche elencato tutti gli ostacoli che una fusione del genere comporterebbe: le integrazioni post-acquisizione «sono sempre difficili», soprattutto «in un ambiente ostile». La velocità di integrazione conta. La struttura dell’integrazione conta. Il prezzo conta.
E poi c’è il fattore umano, che l’ad inserisce con una certa enfasi: «Un'entità combinata avrebbe il mercato più grande, quello tedesco, date le dimensioni, e non abbiamo solo azionisti e stakeholder, ma anche clienti e personale». La violenta presa di posizione del presidente del consiglio dei lavoratori non lascia dubbi sulle intenzioni. Una fusione si traduce in esuberi, proteste sindacali e dichiarazioni parlamentari indignate. Un promemoria per ricordare che la partita non si gioca soltanto tra bilanci e listini azionari. Morale della storia: Merz ha detto no, Orlopp ha detto «forse». Il mercato, continua a chiedersi quando arriverà l’offerta vera. Quella con il prezzo giusto, la governance condivisa e il piano d'integrazione che non spaventi i sindacati.
Per ora, quel documento non esiste. Esiste però una porta socchiusa che ieri non c’era. È già qualcosa.
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