
La Consulta mette mano alle pensioni di invalidità e decide che l'assegno debba essere quasi raddoppiato. Dagli attuali 286 euro passerà da qui in avanti a 516 euro al mese. Sempre meno del reddito di cittadinanza, ma almeno dignitoso. Il minimo per sopravvivere. La decisione non avrà effetti retroattivi, ma impatterà in futuro sulle tasche di poco meno di 990.000 persone, circa un terzo di tutti gli italiani che hanno diritto a pensioni di invalidità o di accompagnamento.
La Corte costituzionale, sollecitata dal tribunale d'appello di Torino, ha ritenuto che un assegno mensile di soli 285,66 euro sia manifestamente inadeguato a garantire a persone totalmente inabili al lavoro i «mezzi necessari per vivere» e perciò violi il diritto riconosciuto dall'articolo 38 della Costituzione, secondo cui «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale». È stato quindi affermato che il cosiddetto «incremento al milione» (di vecchie lire, pari a 516,46 euro) da tempo riconosciuto, per vari trattamenti pensionistici, dall'articolo 38 della legge 448 del 2011, debba essere assicurato agli invalidi civili totali senza attendere il raggiungimento del sessantesimo anno di età, come previsto dalla legge attuale. L'aumento di 230 euro - che peserà sulle casse pubbliche poco più di 220 milioni - dovrà d'ora in poi essere erogato a tutti gli invalidi civili totali che abbiano compiuto i 18 anni e che non godano di redditi, su base annua, pari o superiori a 6.713 euro. Per chi è attento ai diritti dei cittadini questa sentenza riporta la Consulta nell'alveo della valutazione delle scelte dello Stato al di là di ogni criterio di bilancio. Aveva fatto scalpore infatti la sentenza dell'ottobre del 2017, quando i giudici hanno di fatto salvato il governo Gentiloni dal dover rimborsare a circa 6 milioni di pensionati 10 miliardi di euro. L'escamotage che il governo di Matteo Renzi aveva studiato nel 2015 consisteva nel versare una cifra, minima e una tantum, in modo da ovviare alla sentenza dello stesso anno e della medesima Corte che bocciava la mancata rivalutazione risalente al 2012-2013, dovuta agli interventi dell'allora ministro Elsa Fornero. In quell'occasione la I giudici dell'Alta Corte hanno messo nero su bianco che «la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto legge del 2015 realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica».
In pratica, i diritti dei pensionati sono subordinati alla finanza pubblica e a un principio che teoricamente può minare tutte le certezze dei lavoratori italiani. Se il bilancio andasse in crisi, magari sotto la supervisione della Troika, si potrà tranquillamente sforbiciare gli assegni dei pensionati, purché rimanga il sufficiente per campare. A ottobre del 2017 si è così deciso di mantenere in vigore fino al 31 dicembre 2018 la «scalettatura» prevista dal meccanismo di perequazione messo a punto dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che prevedeva un adeguamento al 100% per gli assegni fino a 3 volte il minimo Inps; del 40% tra 3 e 4 volte; del 20% tra 4 e 5; del 10% tra 5 e 6; nullo per importi oltre 6 volte il minimo. Dal 2019, invece, si è tornati ad applicare il meccanismo di recupero dell'inflazione previsto dalle norme del governo Prodi datate 2000. La fregatura per i pensionati è stata doppia. Hanno perso infatti gran parte dei rimborsi dovuti all'effetto trascinamento (che in 20 anni di incassi si aggira sui 43.000 euro contro i circa 5.000 dello schema Poletti) e poi si sono ritrovati a fare i conti con la rivalutazione collegata all'inflazione. Che mai basterà a compensare i mancati rimborsi. Il tutto, insomma, in nome della stabilità dei bilanci.
Un concetto che è stato ribadito nella sostanza l'anno successivo, a giugno del 2018. In questo caso a pronunciarsi sui diritti acquisiti dei pensionati è stata la corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo interpellata da oltre 10.000 italiani rimasti scottatti dalla Consulta. La Cedu alla fine non ha accolto il ricorso confermando il principio prima i bilanci poi i patti tra Stato e cittadini.
Nella decisione, che è definitiva, si spiegava che le misure adottate dal governo di Matteo Renzi e dal legislatore «non violano i diritti dei pensionati, in quanto non li espongono a livelli di difficoltà economiche incompatibili con la Convenzione europea per i diritti dell'uomo. Nonostante ciò la Cedu prendeva atto che i diritti acquisiti sono stati modificati, ma sempre nella decisione d'inammissibilità i giudici scrivevano che «la riforma del meccanismo di perequazione delle pensioni è stata introdotta per proteggere l'interesse generale». Non solo, «per proteggere il livello minimo di prestazioni sociali e garantire allo stesso tempo la tenuta del sistema sociale per le generazioni future», e questo in un periodo «in cui la situazione economica italiana si dimostrava particolarmente difficile».
Tradotto in poche parole, gli assegni anche secondo Strasburgo si possono tagliare purché resti valido il principio di sopravvivenza. Di per sé è un criterio abbastanza labile, visto lo scelte che la Grecia è stata costretta a intraprendere sotto il rigido percorso di riforme imposte dall'Ue. Almeno la sentenza di ieri applica il concetto di sopravvivenza ma per la prima volta in almeno cinque anni lo fa a scapito delle casse dello Stato. Forse andrà poi rimesso ordine sugli assegni creato un filtro efficiente per evitare che ne approfittino i truffatori, ma chi è verament einvalido ha tutto il diritto di vivere dignitosamente.






