
Non possiamo dire di non averli avvisati: attenti ad accusare gli altri di essere fascisti, perché prima o poi qualcuno accuserà voi. E infatti, puntualmente, è accaduto. Anzi, a dirla tutta è successo qualcosa di persino più patetico: a sinistra, non sapendo più a chi ritirare la patacca nera, hanno cominciato a darsi dei fascisti tra di loro. Segno che davvero, con questi progressisti, nessuno è al sicuro.
La notizia è che il Partito democratico ha pubblicato sui suoi profili social un video decisamente discutibile per sostenere la causa del No al referendum. Può darsi che l’iniziativa sia stata presa dopo che il comitato per il Sì ha diffuso un manifesto che ritraeva i picchiatori di Askatasuna corredato dallo slogan «Loro votano no», messaggio non falso ma forse un po’ brutale o comunque non proprio elegantissimo. I democratici però hanno dato il peggio di sé, toccando abissi finora mai sfiorati.
Il breve filmato diffuso dal Pd mostra immagini in bianco e nero di militanti di destra che fanno il saluto romano durante il rito del presente. Il tutto in bianco e nero perché sembri una adunata del Ventennio. Poi lo slogan: «Loro votano sì». Dove il sì, giusto per non farsi mancare niente, è scritto in caratteri degni di una locandina di un film horror di serie zeta del secolo scorso. Segue breve spiegazione: «Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano Sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota No». Si potrebbe anche notare che, in realtà, a non rispettare i diritti costituzionali siano stati proprio gli esponenti della sinistra quando hanno impedito ad alcuni militanti di Casapound di parlare di remigrazione in Parlamento, ma sorvoliamo e restiamo sul video del Pd.
L’idea, piuttosto semplice, è che chiunque sia a favore della riforma della giustizia sia un pericoloso fascista (anche se fare il saluto romano a un defunto non è esattamente come tirare martellate a un agente). E se ci pensate è un meraviglioso disvelamento della mentalità sinistrorsa: sei fascista non perché ti proclami tale o perché agisci come un uomo del Ventennio, ma perché non sei d’accordo con ciò che il Pd ha decretato essere buono e giusto. Sei fascista perché non sei d’accordo con loro. E dato che, in questo racconto, il fascismo è ovviamente il male assoluto, allora chi non è fedele alla linea è il male assoluto. Si può anche ritenere che fosse sgradevole il manifesto del comitato per il Sì con i violenti di Torino, ma la differenza con il video del Pd è fondamentale. Nel primo si suggerisce che i manifestanti maneschi di Askatasuna votino No (cosa probabilmente vera, ammesso che votino) e, di conseguenza, si invitano le persone a non unirsi a tale orrenda compagnia. Nel filmato, invece, si afferma che scegliere il Sì sia roba da fascisti, perché si offende la «Costituzione antifascista». Insomma, nel primo caso c’è un accostamento ruvido, nel secondo una scomunica feroce che trasforma l’opinione diversa in inferiorità morale.
L’aspetto grottesco è che il filmato social è riuscito a far indignare persino un po’ di gente di sinistra, a cominciare da Pina Picierno. «La linea comunicativa del Pd che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente», dice quest’ultima. «Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista. La Costituzione si difende soprattutto non violentandone i principi, tra cui quello del referendum confermativo su cui gli elettori devono esprimersi nel merito, senza trasformarlo in una contesa politica sul governo in carica. Per quello ci saranno le elezioni politiche. Io voterò Sì e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Dico a tutti: recuperiamo una discussione di merito, serena, rispettosa e centrata: dobbiamo farlo per il bene del dibattito pubblico e della democrazia del nostro Paese».
Che la Picierno se la prenda, intendiamoci, fa sorridere. Dopo tutto lei è la prima ad accusare di putinismo - e, dunque, di fascismo - chiunque la pensi diversamente da lei sull’Ucraina. È la prima a creare spauracchi e a demonizzare il dissenso. Tuttavia questa volta, riguardo ai toni, ha messo il dito nella piaga.
Un pensiero analogo lo esprime Luigi Marattin, non esattamente un meloniano. A suo dire, quel filmato «accomuna chiunque voti Sì a militanti neo-fascisti neo-nazisti dell’estrema destra. Quindi pure Augusto Barbera, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Stefano Ceccanti e decine di dirigenti nazionali e locali dello stesso Pd». Marattin prosegue svelando un po’ di altarini. «In passato (sia lontano, come Massimo D’Alema negli anni Novanta, sia recente, come Debora Serracchiani) erano per la separazione delle carriere: quindi fascisti - forse pentiti- anche loro», afferma. E non ha affatto torto.
Drammatica conclusione: «Io non penso di avere più parole per descrivere la parabola di un partito che era nato per unire i riformismi (e che in almeno due occasioni aveva visto la prevalenza del riformismo liberale) e che ora si riduce a tacciare di fascismo chiunque non la pensi come loro; a invocare la dittatura ogni volta che si ragiona di introdurre modifiche a qualsiasi virgola della Costituzione; a fare clip del genere che scimmiottano nel modo peggiore il populismo del M5s e dell’estremismo che sta uccidendo la politica italiana. Questa riforma, caro Pd, è la semplice conseguenza amministrativa di quella del 1988, in cui il nostro sistema passò da inquisitorio ad accusatorio (cioè uno in cui giudice e pm devono essere figure completamente diverse). Una riforma che fece il ministro Giuliano Vassalli, socialista, medaglia d’argento al valor militare durante la Resistenza».
È tutto meraviglioso: il Pd pubblica un video di propaganda e finisce per offendere militanti e amici. Epilogo triste dei sinistrorsi: sono finiti a darsi dei fascisti fra di loro.





