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2019-10-16
Pd e M5s non sanno che tasse alzare. E all’Ue spediscono carta straccia
Ansa
Il vertice di maggioranza non è stato decisivo, così non potendo rinviare oltre la mezzanotte appena trascorsa, il governo ha pensato bene di mandare una lettera all'Ue priva dei veri numeri della manovra. Quelli che conterranno tutte le voci delle nuove tasse. Infatti, il cdm terminato a tarda notte si è limitato a redigere il Dpb, documento programmatico di bilancio, una sorta di Nadef con più dettagli. Nulla a che vedere con il testo effettivo della manovra, visto che ieri non è stato partorito il decreto fiscale collegato. Prima della riunione, il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri ha tenuto a far presente che: «Stiamo ancora lavorando agli ultimi dettagli ma il quadro di fondo è definito. È stato difficile ma ci siamo riusciti, l'Iva non aumenterà, ci saranno più soldi in busta paga, più investimenti e un robusto pacchetto famiglia», ha spiegato senza però svelare le reali coperture.
Infatti pur prendendo per buono l'inganno che mette nero su bianco la stima di recupero dall'evasione di 7,2 miliardi di euro, sono comunque necessari circa 5 miliardi per chiudere il cerchio e consentire che le entrare, il ricorso al deficit e le uscite valgano da un lato e dall'altro 32 miliardi di euro. Il conto delle uscite è presto fatto: 23 miliardi per eliminare le clausole di salvaguardia. Altri 3 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, 3,2 miliardi per consentire il rinnovo dei contratti della Pa, più di 2 miliardi per le spese indifferibili. E il miliardo scarso che manca sarà da ripartire tra il bonus famiglia e i costi per la rivalutazione delle pensioni (come si spiega nella pagina a fianco) che non supereranno i 100 milioni di euro. Le altre voci come gli incentivi per l'industria 4.0 e la nuova Sabatini erano giù previsti dallo scorso anno. Dall'altra parte il ricorso al deficit porterà una cifra intorno ai 14 miliardi di euro, il cosiddetto ricorso alla lotta all'evasione ne dovrebbe valere più di 7 (promessa irrealizzabile) e in totale siamo a 21 miliardi.
L'allungamento dei tempi di accesso a quota 100 consentirà minori spese per 1,5 miliardi, mentre da quanto risulta alla Verità saranno confermati i tagli alle detrazioni fiscali per i redditi superiori a 100.000 euro: un intervento che da solo dovrebbe valere più di 5 miliardi. Per far quadrare le necessità e le coperture complessive a 32 miliardi, il governo avrebbe deciso di puntare su un po' di tagli lineari (non più di 2 miliardi) e interventi fiscali per sostenere il Green new deal. Si tratterà di imposte come la plastic tax e l'abolizione degli incentivi dannosi all'ambiente. Serve in ogni caso inserire una clausola di garanzia che, in caso di non raggiungimento della soglia di 7,2 miliardi di gettito anti evasione, farà scattare le rimodulazioni delle aliquote Iva. Tradotto in modo più semplice, alzerà l'imposta sui consumi già nel 2020. Il documento programmatico si limita a mostrare il perimetro di massima delle spese e delle coperture. E nulla di più.
«Non vedo rischi per la stabilità del governo. Ma al contempo non permetterò che questa manovra sia terreno di scontro tra le forze politiche, questa manovra non è un campo dove piazzare la bandierina del proprio partito. Chi pensa di mettere le mani su questa manovra per farne la propria campagna elettorale, si sbaglia», ha aggiunto Gualtieri. Consapevole del fatto che la vera battaglia non si è tenuta ieri, ma avverrà al prossimo cdm quando Pd, 5 stelle, il premier e Italia viva dovranno fare la lista delle tasse e degli elettori da colpire. Ciascuno vorrà salvare i propri. Esattamente il motivo per cui il decreto fiscale è rimasto una bozza. Della quale si sa che prevede il prelievo del 3% sui ricavi per le attività di e-commerce e che resterà in vigore fino alle future disposizioni legate ad accordi internazionali. Il gettito atteso rimane quello stimato lo scorso anno, pari a circa 600 milioni di euro su base annua. Domenica scorsa dal palco di Napoli, il leader 5 stelle Luigi Di Maio aveva parlato di «correzioni sulle tasse per un Paese più verde, ecologico e pulito» spiegando che «se una multinazionale deve imbottigliare una bibita, dobbiamo fare in modo che paghi più tasse su una bottiglia di plastica e meno per una bottiglia di vetro».
La bozza del decreto di conseguenza indica un'aliquota d'imposta sulla plastica che potrebbe superare gli 0,2 euro al chilogrammo. Il Pd dal canto suo spinge per porre un limite al contante a 1.000 euro di spesa (uno sfregio all'innalzamento a 3.000 di Renzi, che infatti annuncia battaglia) e al tempo stesso vorrebbe unificare l'Imu con la Tasi. Una scelta che porterà per tutti proprietari l'applicazione da parte dei Comuni delle aliquote massime consentite. Tradotto in un innalzamento della pressione fiscale. D'altronde per reperire risorse il Conte bis è disposto a bloccare oltre 560 milioni di trasferimenti agli Enti locali che dovranno in ogni caso attingere dai maggiori gettiti sulla casa per stare in piedi.
Confermata anche la volontà di eliminare il superticket. Il che significa che per molti italiani le cure mediche aumenteranno. La proposta del ministro, Roberto Speranza, è quella di tagliare il costo fisso di 10 euro e poi far pagare in base al reddito. Dulcis in fundo, imposte sui giochi ( 200 milioni), e sul fumo (da definire). Con queste premesse Conte rischia di scontentare tutti i suoi azionisti, di portare il deficit al 2,2% (ciò che per la sinistra lo scorso anno era sfasciare i conti) e di regalare agli italiani solo tasse. Come fare zero alla schedina del totocalcio.
Pensionati presi per i fondelli: 6 euro l’anno
La pietra tombale l'ha posta circa un anno e mezzo fa la Corte costituzionale, sentenziando che il blocco delle rivalutazioni delle pensioni è legittimo. Il riferimento è per quelle che garantiscono un assegno di importo sei volte il minimo. Il principio sdogana una volta per tutte una nuova filosofia.
Poco importa che cittadini e Stato abbiano un contratto basato (ora) sul metodo contributivo: quando a un governo servono soldi, può fare cassa con le pensioni. D'altronde i giudici si erano già espressi in precedenza, visto che il blocco degli adeguamenti al corso dell'inflazione è stato in vigore per in quinquennio, salvo poi essere reintrodotto solo in parte dal cosiddetto bonus Poletti. Con la sentenza del 2018 e quella della Cedu, la corte dei diritti dell'uomo europea (che si è allineata) non ci sono più speranze di ricorsi.
Così, nonostante Conte in versione gialloblù abbia reintrodotto una parziale rivalutazione, il Conte bis ha fatto scattare la presa in giro. Gli assegni compresi tra i 1.500 euro e i 2.000 incasseranno soltanto 6 euro lordi in più nel 2020. Non al mese: all'anno. Che tra l'altro, al valore netto, non supererà i 4,8 euro annui. Un aumento che se venisse confermato dalla prossima manovra creerà più arrabbiature che altro. Innegabile il senso della presa in giro.
Tutto nasce dall'incontro tra le principali sigle sindacali e il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, avvenuto lunedì pomeriggio a Palazzo Chigi. Il capo del Mef illustra la volontà di avviare un taglio del cuneo fiscale sulle buste paga a partire da luglio 2020 con un costo di circa 3 miliardi, portando la misura a regime nel 2021 a fronte, ovviamente, di un impegno di 6 miliardi annui. Le sigle a quel punto hanno messo sul tavolo la richiesta di garantire almeno ai pensionati che incassano fino a 2.000 euro lordi al mese l'adeguamento pensionistico se non nell'interezza dei 12 mesi almeno a partire da luglio, come nel caso del cuneo fiscale. Il costo complessivo dell'operazione sarebbe di 650/700 milioni per l'intero 2020, la metà - inutile dirlo - nel caso di una copertura semestrale. A quel punto Gualtieri, stando a quando risulta alla Verità, dopo essersi consultato con i tecnici ha proposto una rivalutazione con un calcolo al 97%, che applicata alla fascia tra i 1.500 e i 2.000 euro fa appunto 40 centesimi netti al mese. Terminata la riunione le sigle non hanno potuto fare altro che confermare lo sciopero generale indetto per l'ultimo venerdì del mese.
Certo, una battaglia in più forse sarebbe stata gradita dal momento che la base sembra non aver accettato di buon cuore il recentissimo provvedimento targato Pasquale Tridico e firmato dal ministro Nunzia Catalfo che permette a tutti i sindacati di valorizzare maggiormente i contributi figurativi. Spiegare agli iscritti che la categoria è tutelata in tutte le sfumature, mentre che i semplici pensionati potranno ricevere solo una mancetta e vedersi anche nel 2020 ridurre il potere d'acquisto non sarà facile. Non sarà facile, nonostante la colpa sia del governo. C'è dunque da scommettere che fra pochi gironi lo screzio finirà nel dimenticatoio, sommerso da altre polemiche.
A nessuno farà comodo scoperchiare una delle vicende più complesse che vede il rispetto degli accordi tra cittadini e Stato soppresso in nome della ragion di Stato. D'altronde se, come sembra, quota 100 non verrà abolita ma solo dilazionata di ulteriori tre mesi in modo da portare almeno per il pubblico il dispositivo a quota 101, lo si deve a un mero calcolo elettorale.
«Avevamo detto nei giorni passati che l'idea di rivedere o addirittura eliminare quota 100 dopo un solo anno dalla sua entrata in vigore era folle e nei tavoli governativi abbiamo ribadito con successo la nostra posizione. Il Movimento 5 stelle non avrebbe mai votato una manovra che va contro i cittadini e togliere quota 100», si legge sul blog dei 5 stelle, «sarebbe stato uno sfregio non solo a decine di migliaia di lavoratori di lungo corso che vogliono aderirvi ma anche ai giovani che a causa della legge Fornero si sono trovati forzatamente disoccupati in questi anni di crisi e austerità». Il riferimento a Elsa Fornero è più che mai legittimo. Infatti, il solo motivo per cui sembra sopravvivere la novità introdotta dalla Lega è per evitare migliaia di esodati. Basti solo prendere in considerazione il comparto bancario dove tutti gli esodi sono stati calcolati in base alle finestre di quota 100. Molti si troverebbero senza più stipendio e privi di assegno. I giallorossi sanno che gli elettori non hanno mai perdonato al governo Monti l'aver lasciato per strada e senza sostentamento 130.000 persone (dati Inps).
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Troppo impegnato a litigare, l' esecutivo invia la bozza di bilancio priva dei numeri veri. Quelli sulle imposte Sul piatto resta l'aumento dell'Iva se la lotta all'evasione sarà un flop. In più plastic tax e stangata sulla casa.La cifra, che al netto diventa di 4,8 euro, è la rivalutazione degli assegni che spetterà a chi incassa tra i 1.500 e i 2.000 euro lordi Alle forbici dell'esecutivo resiste quota 100, con allungamento di tre mesi sull'uscita. Troppo forte la paura di un caso esodati bis.Lo speciale contiene due articoli.Il vertice di maggioranza non è stato decisivo, così non potendo rinviare oltre la mezzanotte appena trascorsa, il governo ha pensato bene di mandare una lettera all'Ue priva dei veri numeri della manovra. Quelli che conterranno tutte le voci delle nuove tasse. Infatti, il cdm terminato a tarda notte si è limitato a redigere il Dpb, documento programmatico di bilancio, una sorta di Nadef con più dettagli. Nulla a che vedere con il testo effettivo della manovra, visto che ieri non è stato partorito il decreto fiscale collegato. Prima della riunione, il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri ha tenuto a far presente che: «Stiamo ancora lavorando agli ultimi dettagli ma il quadro di fondo è definito. È stato difficile ma ci siamo riusciti, l'Iva non aumenterà, ci saranno più soldi in busta paga, più investimenti e un robusto pacchetto famiglia», ha spiegato senza però svelare le reali coperture. Infatti pur prendendo per buono l'inganno che mette nero su bianco la stima di recupero dall'evasione di 7,2 miliardi di euro, sono comunque necessari circa 5 miliardi per chiudere il cerchio e consentire che le entrare, il ricorso al deficit e le uscite valgano da un lato e dall'altro 32 miliardi di euro. Il conto delle uscite è presto fatto: 23 miliardi per eliminare le clausole di salvaguardia. Altri 3 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, 3,2 miliardi per consentire il rinnovo dei contratti della Pa, più di 2 miliardi per le spese indifferibili. E il miliardo scarso che manca sarà da ripartire tra il bonus famiglia e i costi per la rivalutazione delle pensioni (come si spiega nella pagina a fianco) che non supereranno i 100 milioni di euro. Le altre voci come gli incentivi per l'industria 4.0 e la nuova Sabatini erano giù previsti dallo scorso anno. Dall'altra parte il ricorso al deficit porterà una cifra intorno ai 14 miliardi di euro, il cosiddetto ricorso alla lotta all'evasione ne dovrebbe valere più di 7 (promessa irrealizzabile) e in totale siamo a 21 miliardi. L'allungamento dei tempi di accesso a quota 100 consentirà minori spese per 1,5 miliardi, mentre da quanto risulta alla Verità saranno confermati i tagli alle detrazioni fiscali per i redditi superiori a 100.000 euro: un intervento che da solo dovrebbe valere più di 5 miliardi. Per far quadrare le necessità e le coperture complessive a 32 miliardi, il governo avrebbe deciso di puntare su un po' di tagli lineari (non più di 2 miliardi) e interventi fiscali per sostenere il Green new deal. Si tratterà di imposte come la plastic tax e l'abolizione degli incentivi dannosi all'ambiente. Serve in ogni caso inserire una clausola di garanzia che, in caso di non raggiungimento della soglia di 7,2 miliardi di gettito anti evasione, farà scattare le rimodulazioni delle aliquote Iva. Tradotto in modo più semplice, alzerà l'imposta sui consumi già nel 2020. Il documento programmatico si limita a mostrare il perimetro di massima delle spese e delle coperture. E nulla di più. «Non vedo rischi per la stabilità del governo. Ma al contempo non permetterò che questa manovra sia terreno di scontro tra le forze politiche, questa manovra non è un campo dove piazzare la bandierina del proprio partito. Chi pensa di mettere le mani su questa manovra per farne la propria campagna elettorale, si sbaglia», ha aggiunto Gualtieri. Consapevole del fatto che la vera battaglia non si è tenuta ieri, ma avverrà al prossimo cdm quando Pd, 5 stelle, il premier e Italia viva dovranno fare la lista delle tasse e degli elettori da colpire. Ciascuno vorrà salvare i propri. Esattamente il motivo per cui il decreto fiscale è rimasto una bozza. Della quale si sa che prevede il prelievo del 3% sui ricavi per le attività di e-commerce e che resterà in vigore fino alle future disposizioni legate ad accordi internazionali. Il gettito atteso rimane quello stimato lo scorso anno, pari a circa 600 milioni di euro su base annua. Domenica scorsa dal palco di Napoli, il leader 5 stelle Luigi Di Maio aveva parlato di «correzioni sulle tasse per un Paese più verde, ecologico e pulito» spiegando che «se una multinazionale deve imbottigliare una bibita, dobbiamo fare in modo che paghi più tasse su una bottiglia di plastica e meno per una bottiglia di vetro». La bozza del decreto di conseguenza indica un'aliquota d'imposta sulla plastica che potrebbe superare gli 0,2 euro al chilogrammo. Il Pd dal canto suo spinge per porre un limite al contante a 1.000 euro di spesa (uno sfregio all'innalzamento a 3.000 di Renzi, che infatti annuncia battaglia) e al tempo stesso vorrebbe unificare l'Imu con la Tasi. Una scelta che porterà per tutti proprietari l'applicazione da parte dei Comuni delle aliquote massime consentite. Tradotto in un innalzamento della pressione fiscale. D'altronde per reperire risorse il Conte bis è disposto a bloccare oltre 560 milioni di trasferimenti agli Enti locali che dovranno in ogni caso attingere dai maggiori gettiti sulla casa per stare in piedi. Confermata anche la volontà di eliminare il superticket. Il che significa che per molti italiani le cure mediche aumenteranno. La proposta del ministro, Roberto Speranza, è quella di tagliare il costo fisso di 10 euro e poi far pagare in base al reddito. Dulcis in fundo, imposte sui giochi ( 200 milioni), e sul fumo (da definire). Con queste premesse Conte rischia di scontentare tutti i suoi azionisti, di portare il deficit al 2,2% (ciò che per la sinistra lo scorso anno era sfasciare i conti) e di regalare agli italiani solo tasse. Come fare zero alla schedina del totocalcio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pd-e-m5s-non-sanno-che-tasse-alzare-e-allue-spediscono-carta-straccia-2640981115.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pensionati-presi-per-i-fondelli-6-euro-lanno" data-post-id="2640981115" data-published-at="1780937229" data-use-pagination="False"> Pensionati presi per i fondelli: 6 euro l’anno La pietra tombale l'ha posta circa un anno e mezzo fa la Corte costituzionale, sentenziando che il blocco delle rivalutazioni delle pensioni è legittimo. Il riferimento è per quelle che garantiscono un assegno di importo sei volte il minimo. Il principio sdogana una volta per tutte una nuova filosofia. Poco importa che cittadini e Stato abbiano un contratto basato (ora) sul metodo contributivo: quando a un governo servono soldi, può fare cassa con le pensioni. D'altronde i giudici si erano già espressi in precedenza, visto che il blocco degli adeguamenti al corso dell'inflazione è stato in vigore per in quinquennio, salvo poi essere reintrodotto solo in parte dal cosiddetto bonus Poletti. Con la sentenza del 2018 e quella della Cedu, la corte dei diritti dell'uomo europea (che si è allineata) non ci sono più speranze di ricorsi. Così, nonostante Conte in versione gialloblù abbia reintrodotto una parziale rivalutazione, il Conte bis ha fatto scattare la presa in giro. Gli assegni compresi tra i 1.500 euro e i 2.000 incasseranno soltanto 6 euro lordi in più nel 2020. Non al mese: all'anno. Che tra l'altro, al valore netto, non supererà i 4,8 euro annui. Un aumento che se venisse confermato dalla prossima manovra creerà più arrabbiature che altro. Innegabile il senso della presa in giro. Tutto nasce dall'incontro tra le principali sigle sindacali e il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, avvenuto lunedì pomeriggio a Palazzo Chigi. Il capo del Mef illustra la volontà di avviare un taglio del cuneo fiscale sulle buste paga a partire da luglio 2020 con un costo di circa 3 miliardi, portando la misura a regime nel 2021 a fronte, ovviamente, di un impegno di 6 miliardi annui. Le sigle a quel punto hanno messo sul tavolo la richiesta di garantire almeno ai pensionati che incassano fino a 2.000 euro lordi al mese l'adeguamento pensionistico se non nell'interezza dei 12 mesi almeno a partire da luglio, come nel caso del cuneo fiscale. Il costo complessivo dell'operazione sarebbe di 650/700 milioni per l'intero 2020, la metà - inutile dirlo - nel caso di una copertura semestrale. A quel punto Gualtieri, stando a quando risulta alla Verità, dopo essersi consultato con i tecnici ha proposto una rivalutazione con un calcolo al 97%, che applicata alla fascia tra i 1.500 e i 2.000 euro fa appunto 40 centesimi netti al mese. Terminata la riunione le sigle non hanno potuto fare altro che confermare lo sciopero generale indetto per l'ultimo venerdì del mese. Certo, una battaglia in più forse sarebbe stata gradita dal momento che la base sembra non aver accettato di buon cuore il recentissimo provvedimento targato Pasquale Tridico e firmato dal ministro Nunzia Catalfo che permette a tutti i sindacati di valorizzare maggiormente i contributi figurativi. Spiegare agli iscritti che la categoria è tutelata in tutte le sfumature, mentre che i semplici pensionati potranno ricevere solo una mancetta e vedersi anche nel 2020 ridurre il potere d'acquisto non sarà facile. Non sarà facile, nonostante la colpa sia del governo. C'è dunque da scommettere che fra pochi gironi lo screzio finirà nel dimenticatoio, sommerso da altre polemiche. A nessuno farà comodo scoperchiare una delle vicende più complesse che vede il rispetto degli accordi tra cittadini e Stato soppresso in nome della ragion di Stato. D'altronde se, come sembra, quota 100 non verrà abolita ma solo dilazionata di ulteriori tre mesi in modo da portare almeno per il pubblico il dispositivo a quota 101, lo si deve a un mero calcolo elettorale. «Avevamo detto nei giorni passati che l'idea di rivedere o addirittura eliminare quota 100 dopo un solo anno dalla sua entrata in vigore era folle e nei tavoli governativi abbiamo ribadito con successo la nostra posizione. Il Movimento 5 stelle non avrebbe mai votato una manovra che va contro i cittadini e togliere quota 100», si legge sul blog dei 5 stelle, «sarebbe stato uno sfregio non solo a decine di migliaia di lavoratori di lungo corso che vogliono aderirvi ma anche ai giovani che a causa della legge Fornero si sono trovati forzatamente disoccupati in questi anni di crisi e austerità». Il riferimento a Elsa Fornero è più che mai legittimo. Infatti, il solo motivo per cui sembra sopravvivere la novità introdotta dalla Lega è per evitare migliaia di esodati. Basti solo prendere in considerazione il comparto bancario dove tutti gli esodi sono stati calcolati in base alle finestre di quota 100. Molti si troverebbero senza più stipendio e privi di assegno. I giallorossi sanno che gli elettori non hanno mai perdonato al governo Monti l'aver lasciato per strada e senza sostentamento 130.000 persone (dati Inps).
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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