
Per molti mesi, se non per anni, si parlerà ancora, probabilmente, del caso veramente speciale ed emblematico della cosiddetta «famiglia del bosco». La Verità è stata in prima linea sulla faccenda, con molti articoli di Francesco Borgonovo, ma anche attraverso interviste ad autorità varie, tra cui la Garante dell’Infanzia Marina Terragni e lo psicologo Tonino Cantelmi.
Due giorni fa, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham sono stati ricevuti, con grande amabilità, dal presidente del Senato Ignazio La Russa, e la mamma dei tre bambini, dipinta come una mezza strega dalla stampa progressista, ha potuto leggere una accorata lettera. Di cui l’acme è stato il punto in cui la donna, di origini australiane, confessa di aver scelto assieme al marito un «bosco» della penisola perché l’Italia, ai loro occhi, incarna (o incarnava…) quei «medesimi valori con cui» volevano «crescere» i loro figli.
Di fronte alla moral suasion della seconda carica dello Stato affinché tutti si impegnino a far cadere le rigidità e a risolvere la situazione, 14 parlamentari del Pd hanno presentato ieri un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio Giorgia Meloni chiedendo una «risposta urgente».
Secondo i senatori dem, tra cui Sandra Zampa, Susanna Camusso e Graziano Delrio, il contesto è questo: il tribunale competente avrebbe disposto il 20 novembre scorso «l’allontanamento dei bambini» dai genitori per «la mancata frequenza a una scuola tradizionale» e per «l’isolamento sociale» degli stessi, ritenuto dannoso «per il loro sviluppo psicologico ed educativo».
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni, secondo la sintesi dei parlamentari, a seguito dell’incontro avuto il 12 marzo coi bambini, li avrebbe descritti come «soggetti a notevole agitazione psicomotoria», «iperattività» e «momenti di malinconia». «Pur definendosi “inesperta”», sottolineano, ha diffuso «dettagli estremamente sensibili e privati riguardanti lo stato di salute e il comportamento dei minori». Eppure, sono gli stessi senatori del Pd a ricordare che Terragni avesse chiesto di visitare i bambini «accompagnata da consulenti indipendenti», richiesta rifiutata dalla presidente del Tribunale per i minorenni, Cecilia Angrisano, per «non turbare i piccoli» ed evitare loro «ulteriori invadenze» oltre a quelle già in corso della «neuropsichiatra infantile». Le invadenze, insomma, sono concesse solo quando è lo Stato a compierle: se, invece, servono a verificare il lavoro di assistenti sociali e giudici, in una vicenda che a detta anche di autorevoli esperti presenta diverse ombre, allora non sono lecite.
La preoccupazione del Pd riguarda solo il fatto che la Angrisano starebbe «ricevendo minacce e insulti personali violentissimi» e in tal senso le sarebbe stata «rafforzata ulteriormente la scorta». Fatto deprecabile e gravissimo, certo, ma che nulla ha a che fare, ovviamente, con il presidente La Russa o la Terragni. E ci si augura che nessuno voglia imputarglielo.
Nell’interrogazione, i senatori rilevano anche l’«acceso scontro istituzionale tra la Garante e l’avvocata Maria Pina Benedetti», rappresentante dei servizi social. Terragni, dopo la visita, «ha accusato pubblicamente i servizi sociali di non aver collaborato, sostenendo che l’assistente sociale non si sarebbe resa disponibile al colloquio, negandole persino il contatto telefonico. Di contro, l’avvocata Benedetti ha smentito categoricamente tali ricostruzioni, sottolineando come l’assistente sociale fosse impegnata nella gestione del caso e che comunque ha provveduto a ricontattare telefonicamente la Garante nel pomeriggio della giornata in cui è stata effettuata la visita». Come se fosse normale o accettabile che, quando l’Autorità indipendente accorre per un sopralluogo su un caso così delicato, l’assistente sociale direttamente coinvolto risulti assente.
Alla luce di tutto ciò, i deputati progressisti criticano duramente Marina Terragni, di cui chiedono la testa, perché avrebbe alimentato «il dibattito pubblico» interpretando, benché «inesperta», i «sentimenti» dei bambini». Perché avrebbe espresso «giudizi perentori» su altri «organi dello Stato», osando definire «sorprendenti» certe «ordinanze del Tribunale», mancando di «riservatezza e prudenza», e ledendo «il diritto alla privacy» e la stessa «dignità dei bambini e dei loro genitori».
Al coro degli illuminatissimi deputati del Pd, si è aggiunta ieri Maria Chiara Gadda di Italia Viva, che ha ritenuto «gravissimo» il fatto Ignazio La Russa abbia detto, ricevendo i Trevallion, che «vanno superate alcune rigidità». Queste parole infatti rischierebbero di «delegittimare» il lavoro dei «servizi sociali e delle reti territoriali», che operano ogni giorno «per tutelare i minori».
A essere maliziosi sembra quasi che la vittoria del No al referendum sulla giustizia abbia rafforzato la discutibile idea che non sia lecito emettere delle riserve, neppure rispettose ed equilibrate, nei confronti delle decisioni di questo o quel magistrato. Come se, in virtù di non si sa che cosa cosa, godessero di infallibilità e impeccabilità: doti che si fa fatica ad attribuire a qualunque istituzione umana.






