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2024-03-17
Il patto delle piramidi tutela il Mediterraneo
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi (Ansa)
In generale, l’interesse nazionale italiano sia di sicurezza sia geoeconomico, in una fase storica di turbolenza globale, è quello di portare il più possibile di risorse delle sue alleanze per stabilizzare le aree rilevanti per Roma. Per riuscirci con lo status di potenza solo media, pur non piccola, e con limiti di bilancio, deve dare in cambio una postura di maggiore impegno contributivo alle alleanze stesse, cioè Ue, Nato, G7 e compatibili. La conduzione di Giorgia Meloni sta perseguendo questo metodo pragmatico, definibile come «neocavouriano», e ci sta riuscendo. In particolare, ora è in priorità l’Egitto come nazione chiave per la stabilizzazione del Mediterraneo e per la connessione tra Mediterraneo e Pacifico.
L’Ue ha relazioni di partenariato con l’Egitto dal 2004, ma finora, nonostante l’avvio di un approfondimento nel 2023, sono rimaste più di consultazione per motivi di buon vicinato che di convergenza economica e geopolitica sostanziale. L’incontro di oggi tra Ursula von der Leyen, accompagnata dal premier italiano e greco, nonché dal presidente di turno belga dell’Ue, e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi promette un esito concreto di convergenza in prospettiva. Entro questa relazione tra Ue ed Egitto l’Italia potrà costruire un partenariato bilaterale con l’Egitto stesso, così come la Grecia (che sta migliorando la convergenza bilaterale con l’Italia), più profondo e compatibile con il linguaggio degli alleati europei, reso credibile dallo stanziamento notevole di soldi dell’Ue, iniziando, sembra, con un miliardo di euro. L’Egitto ha un bisogno estremo di questi soldi e di maggiore convergenza economica in generale con l’Ue e le sue nazioni mediterranee perché in crisi economica profonda: inflazione alta, svalutazione di quasi il 50% della moneta locale, impatto negativo della riduzione dei proventi per il traffico navale via Suez a causa degli attacchi da parte dei proxy iraniani Houthi all’imbocco del Mar Rosso, nonché crollo del turismo. Sostenere l’Egitto non è solo una priorità dell’Ue sollecitata da Italia e Grecia, ma anche degli Stati Uniti che hanno informalmente fatto pressione sul Fondo monetario internazionale (Fmi) per la concessione di un prestito importante all’Egitto stesso, finora rimasto bloccato. Anche su questo lato delle alleanze, il recente bilaterale Italia/America ha avuto un certo peso. Ma è anche interesse di tutta l’Ue sostenere l’Egitto, e le altre nazioni della costa meridionale del Mediterraneo, per farle diventare zona di confine avanzato e di contenimento contro le migrazioni illegali verso l’Ue stessa, motivo dell’accordo siglato mesi fa tra Ue e Tunisia su forte spinta italiana.
Il problema è che sul piano delle risorse il presidio a Sud dell’Ue e della Nato è in conflitto con quello a Est. Inoltre è osservabile un fastidio crescente, pur silenziato, della Francia - infatti non presente nella missione Ue ad Il Cairo, ma lì attiva come fornitore di armamenti e in cerca di influenza - per l’aumento dell’attivismo dell’Italia nella regione. Quindi Roma ha fatto bene ad insistere per l’ingaggio di tutta l’Ue perseguendo una forte convergenza politica e personale tra Meloni e Von der Leyen che probabilmente ha come sottostante la possibile alleanza tra conservatori e popolari europei nel dopo elezioni europee di giugno. In cambio di cosa? Dell’appoggio netto all’Ucraina. E, verso l’America, di una convergenza con l’azione moderatrice di Washington nel conflitto palestinese - israeliano. Ma che è anche funzionale alla convergenza con le nazioni arabe sunnite i cui governi - pur odiando Hamas e gli altri proxy iraniani sciiti, Hezbollah e Houthi - sono esposti ad un dissenso popolare anti israeliano che li blocca. In sintesi, la postura italiana è la migliore nelle circostanze: non nega ad Israele il diritto di difendersi, ma prende una posizione moderata e si caratterizza per interventi umanitari importanti, per esempio l’ammissione di bambini gazawi sofferenti negli ospedali italiani, preparando un eventuale ospedale a ridosso della zona bellica. Tale postura è coerente con il piano Mattei - la cui governance è stata appena strutturata a Palazzo Chigi - che ha come scopo la creazione di relazioni di reciproca utilità con le nazioni africane, e dei dintorni rilevanti, e non coloniali di sfruttamento. La convergenza con Ue e Stati Uniti, nonché con il G7 (pur con posizione ambigua di Parigi) fornisce la giusta potenza a questa strategia nazionale.
L’Egitto è rilevante per l’Italia e la Grecia non solo per contenere i possibili 9 milioni di esuli espulsi dal Sudan per il conflitto lì in corso, ma anche per il raffreddamento della crisi in Libia e per la stabilizzazione del lato sud-occidentale del Mar Rosso. Sia Atene sia Roma devono fare attenzione alla Turchia. Ankara ha una divergenza sostanziale con l’Egitto perché promotrice dell’Islam politico (presente in Tripolitania e Tunisia) contrapposto all’Islam filo-saudita (presente in Cirenaica) in nome del quale al-Sisi ha guidato un golpe contro il precedente governo.
Roma e Atene hanno recentemente cercato e parzialmente ottenuto dalla Turchia una certa moderazione. Ma è una relazione complicata. Tuttavia, evitare che il traffico via Suez sia sostituito da quello che circumnaviga l’Africa con sbocco nei porti atlantici europei a scapito di quelli mediterranei è una priorità esistenziale per l’economia italiana e non solo egiziana, greca ed adriatica che impone una convergenza bilaterale Italia/Egitto, coinvolgendo America, Regno Unito, Emirati, Arabia, India, Giappone e Australia, e nell’Ue la Germania, per la sicurezza del Mar Rosso. Pertanto al primo passo di convergenza con l’Egitto dovrà seguirne un secondo con dimensioni più ampie.
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Oggi la Meloni in missione al Cairo. Accordi su energia e piano Mattei
Missione di fondamentale importanza strategica, quella della nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, oggi in Egitto. La Meloni sarà protagonista della missione congiunta europea che incontrerà il leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi: presenti al Cairo anche la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il presidente di turno del Consiglio Ue e primo ministro belga Alexander De Croo, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il cancelliere austriaco Karl Nehammer e il primo ministro cipriota, Nikos Christodoulidis. L’agenda della visita è suddivisa in una parte europea e un bilaterale Italia-Egitto. Per quel che riguarda la prima parte, ci sarà la firma della dichiarazione congiunta che porrà le basi per un partenariato strategico Ue-Egitto. I rapporti tra Ue ed Egitto, è bene ricordarlo, sono regolati a livello bilaterale dall’Accordo di associazione, firmato il 25 giugno 2001 ed in vigore dal 1° giugno 2004.
L’Egitto, con la Giordania, è uno dei due soli paesi del vicinato Sud con cui sono state approvate delle priorità di partenariato per il periodo finanziario 2021-2027. Le relazioni Ue-Egitto saranno elevate al livello di «partenariato globale e strategico», a partire dalla dichiarazione comune che sarà firmata durante la visita. L’obiettivo è accompagnare le riforme economiche e sociali dell’Egitto e contribuire a mitigare l’impatto delle attuali crisi in corso in Africa e nel Medio Oriente con azioni a 360 gradi. Estremamente importante anche l’aspetto delle relazioni bilaterali tra Italia e Egitto: la missione della presidente del Consiglio rappresenta infatti anche l’occasione per uno scambio di intese bilaterali riconducibili alla realizzazione del Piano Mattei per l’Africa. Gli accordi che saranno siglati tra Italia ed Egitto interessano i sei pilastri del Piano: istruzione/formazione; sanità; acqua e igiene; agricoltura; energia; infrastrutture. La strategia del dialogo non i Paesi africani è forse la cifra di maggior significato della azione geopolitica della Meloni. L’Egitto del resto, come viene fatto notare da Palazzo Chigi, rappresenta un partner fondamentale per la gestione delle crisi regionali (conflitto israelo-palestinese, Libia) e la stabilizzazione geopolitica dell’area mediterranea. È inoltre un interlocutore di primaria importanza su migrazioni, energia e partenariato economico.
A seguito delle scoperte di gas dell’Eni, l’Egitto è divenuto nazione esportatrice, sta aumentando le forniture di gas all’Italia e sostiene l’utilizzo comune delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale, anche attraverso la sua partecipazione all’East Mediterranean Gas Forum, di cui è membro fondatore come l’Italia. L’Egitto, viene inoltre sottolineato, è fortemente impegnato nella produzione ed esportazione di energia rinnovabile: ha creato uno degli impianti fotovoltaici più grandi al mondo, il Benban solar park, e sta investendo in impianti eolici in diverse parti del Paese e nell’avvio della produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Sul tavolo, oggi al Cairo, anche come è ovvio il dossier migranti naturalmente. L’Egitto è una delle principali Nazioni di origine e di transito dei migranti diretti in Italia ed in Europa. A livello europeo, la Commissione Ue, rimarca ancora Palazzo Chigi, sostiene l’Egitto nel rafforzamento delle capacità di controllo delle frontiere terrestri e marittime nonché nella conduzione di operazioni di «Search and Rescue». L’Egitto ha espresso la volontà di collaborare per contrastare il transito di migranti irregolari.
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Roma ha capito che il buon vicinato con l’Egitto non è più sufficiente: servono profonde convergenze geopolitiche per frenare l’esodo dei migranti e per proteggere il commercio marittimo minacciato dai ribelli yemeniti. E pure Bruxelles ora si accoda.Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen incontreranno Abdel Fattah al-Sisi. Fari accesi sulla crisi in Libia.Lo speciale contiene due articoli.In generale, l’interesse nazionale italiano sia di sicurezza sia geoeconomico, in una fase storica di turbolenza globale, è quello di portare il più possibile di risorse delle sue alleanze per stabilizzare le aree rilevanti per Roma. Per riuscirci con lo status di potenza solo media, pur non piccola, e con limiti di bilancio, deve dare in cambio una postura di maggiore impegno contributivo alle alleanze stesse, cioè Ue, Nato, G7 e compatibili. La conduzione di Giorgia Meloni sta perseguendo questo metodo pragmatico, definibile come «neocavouriano», e ci sta riuscendo. In particolare, ora è in priorità l’Egitto come nazione chiave per la stabilizzazione del Mediterraneo e per la connessione tra Mediterraneo e Pacifico.L’Ue ha relazioni di partenariato con l’Egitto dal 2004, ma finora, nonostante l’avvio di un approfondimento nel 2023, sono rimaste più di consultazione per motivi di buon vicinato che di convergenza economica e geopolitica sostanziale. L’incontro di oggi tra Ursula von der Leyen, accompagnata dal premier italiano e greco, nonché dal presidente di turno belga dell’Ue, e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi promette un esito concreto di convergenza in prospettiva. Entro questa relazione tra Ue ed Egitto l’Italia potrà costruire un partenariato bilaterale con l’Egitto stesso, così come la Grecia (che sta migliorando la convergenza bilaterale con l’Italia), più profondo e compatibile con il linguaggio degli alleati europei, reso credibile dallo stanziamento notevole di soldi dell’Ue, iniziando, sembra, con un miliardo di euro. L’Egitto ha un bisogno estremo di questi soldi e di maggiore convergenza economica in generale con l’Ue e le sue nazioni mediterranee perché in crisi economica profonda: inflazione alta, svalutazione di quasi il 50% della moneta locale, impatto negativo della riduzione dei proventi per il traffico navale via Suez a causa degli attacchi da parte dei proxy iraniani Houthi all’imbocco del Mar Rosso, nonché crollo del turismo. Sostenere l’Egitto non è solo una priorità dell’Ue sollecitata da Italia e Grecia, ma anche degli Stati Uniti che hanno informalmente fatto pressione sul Fondo monetario internazionale (Fmi) per la concessione di un prestito importante all’Egitto stesso, finora rimasto bloccato. Anche su questo lato delle alleanze, il recente bilaterale Italia/America ha avuto un certo peso. Ma è anche interesse di tutta l’Ue sostenere l’Egitto, e le altre nazioni della costa meridionale del Mediterraneo, per farle diventare zona di confine avanzato e di contenimento contro le migrazioni illegali verso l’Ue stessa, motivo dell’accordo siglato mesi fa tra Ue e Tunisia su forte spinta italiana. Il problema è che sul piano delle risorse il presidio a Sud dell’Ue e della Nato è in conflitto con quello a Est. Inoltre è osservabile un fastidio crescente, pur silenziato, della Francia - infatti non presente nella missione Ue ad Il Cairo, ma lì attiva come fornitore di armamenti e in cerca di influenza - per l’aumento dell’attivismo dell’Italia nella regione. Quindi Roma ha fatto bene ad insistere per l’ingaggio di tutta l’Ue perseguendo una forte convergenza politica e personale tra Meloni e Von der Leyen che probabilmente ha come sottostante la possibile alleanza tra conservatori e popolari europei nel dopo elezioni europee di giugno. In cambio di cosa? Dell’appoggio netto all’Ucraina. E, verso l’America, di una convergenza con l’azione moderatrice di Washington nel conflitto palestinese - israeliano. Ma che è anche funzionale alla convergenza con le nazioni arabe sunnite i cui governi - pur odiando Hamas e gli altri proxy iraniani sciiti, Hezbollah e Houthi - sono esposti ad un dissenso popolare anti israeliano che li blocca. In sintesi, la postura italiana è la migliore nelle circostanze: non nega ad Israele il diritto di difendersi, ma prende una posizione moderata e si caratterizza per interventi umanitari importanti, per esempio l’ammissione di bambini gazawi sofferenti negli ospedali italiani, preparando un eventuale ospedale a ridosso della zona bellica. Tale postura è coerente con il piano Mattei - la cui governance è stata appena strutturata a Palazzo Chigi - che ha come scopo la creazione di relazioni di reciproca utilità con le nazioni africane, e dei dintorni rilevanti, e non coloniali di sfruttamento. La convergenza con Ue e Stati Uniti, nonché con il G7 (pur con posizione ambigua di Parigi) fornisce la giusta potenza a questa strategia nazionale.L’Egitto è rilevante per l’Italia e la Grecia non solo per contenere i possibili 9 milioni di esuli espulsi dal Sudan per il conflitto lì in corso, ma anche per il raffreddamento della crisi in Libia e per la stabilizzazione del lato sud-occidentale del Mar Rosso. Sia Atene sia Roma devono fare attenzione alla Turchia. Ankara ha una divergenza sostanziale con l’Egitto perché promotrice dell’Islam politico (presente in Tripolitania e Tunisia) contrapposto all’Islam filo-saudita (presente in Cirenaica) in nome del quale al-Sisi ha guidato un golpe contro il precedente governo. Roma e Atene hanno recentemente cercato e parzialmente ottenuto dalla Turchia una certa moderazione. Ma è una relazione complicata. Tuttavia, evitare che il traffico via Suez sia sostituito da quello che circumnaviga l’Africa con sbocco nei porti atlantici europei a scapito di quelli mediterranei è una priorità esistenziale per l’economia italiana e non solo egiziana, greca ed adriatica che impone una convergenza bilaterale Italia/Egitto, coinvolgendo America, Regno Unito, Emirati, Arabia, India, Giappone e Australia, e nell’Ue la Germania, per la sicurezza del Mar Rosso. Pertanto al primo passo di convergenza con l’Egitto dovrà seguirne un secondo con dimensioni più ampie.www.carlopelanda.com<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patto-piramidi-tutela-mediterraneo-2667531127.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-la-meloni-in-missione-al-cairo-accordi-su-energia-e-piano-mattei" data-post-id="2667531127" data-published-at="1710649462" data-use-pagination="False"> Oggi la Meloni in missione al Cairo. Accordi su energia e piano Mattei Missione di fondamentale importanza strategica, quella della nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, oggi in Egitto. La Meloni sarà protagonista della missione congiunta europea che incontrerà il leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi: presenti al Cairo anche la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il presidente di turno del Consiglio Ue e primo ministro belga Alexander De Croo, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il cancelliere austriaco Karl Nehammer e il primo ministro cipriota, Nikos Christodoulidis. L’agenda della visita è suddivisa in una parte europea e un bilaterale Italia-Egitto. Per quel che riguarda la prima parte, ci sarà la firma della dichiarazione congiunta che porrà le basi per un partenariato strategico Ue-Egitto. I rapporti tra Ue ed Egitto, è bene ricordarlo, sono regolati a livello bilaterale dall’Accordo di associazione, firmato il 25 giugno 2001 ed in vigore dal 1° giugno 2004. L’Egitto, con la Giordania, è uno dei due soli paesi del vicinato Sud con cui sono state approvate delle priorità di partenariato per il periodo finanziario 2021-2027. Le relazioni Ue-Egitto saranno elevate al livello di «partenariato globale e strategico», a partire dalla dichiarazione comune che sarà firmata durante la visita. L’obiettivo è accompagnare le riforme economiche e sociali dell’Egitto e contribuire a mitigare l’impatto delle attuali crisi in corso in Africa e nel Medio Oriente con azioni a 360 gradi. Estremamente importante anche l’aspetto delle relazioni bilaterali tra Italia e Egitto: la missione della presidente del Consiglio rappresenta infatti anche l’occasione per uno scambio di intese bilaterali riconducibili alla realizzazione del Piano Mattei per l’Africa. Gli accordi che saranno siglati tra Italia ed Egitto interessano i sei pilastri del Piano: istruzione/formazione; sanità; acqua e igiene; agricoltura; energia; infrastrutture. La strategia del dialogo non i Paesi africani è forse la cifra di maggior significato della azione geopolitica della Meloni. L’Egitto del resto, come viene fatto notare da Palazzo Chigi, rappresenta un partner fondamentale per la gestione delle crisi regionali (conflitto israelo-palestinese, Libia) e la stabilizzazione geopolitica dell’area mediterranea. È inoltre un interlocutore di primaria importanza su migrazioni, energia e partenariato economico. A seguito delle scoperte di gas dell’Eni, l’Egitto è divenuto nazione esportatrice, sta aumentando le forniture di gas all’Italia e sostiene l’utilizzo comune delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale, anche attraverso la sua partecipazione all’East Mediterranean Gas Forum, di cui è membro fondatore come l’Italia. L’Egitto, viene inoltre sottolineato, è fortemente impegnato nella produzione ed esportazione di energia rinnovabile: ha creato uno degli impianti fotovoltaici più grandi al mondo, il Benban solar park, e sta investendo in impianti eolici in diverse parti del Paese e nell’avvio della produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Sul tavolo, oggi al Cairo, anche come è ovvio il dossier migranti naturalmente. L’Egitto è una delle principali Nazioni di origine e di transito dei migranti diretti in Italia ed in Europa. A livello europeo, la Commissione Ue, rimarca ancora Palazzo Chigi, sostiene l’Egitto nel rafforzamento delle capacità di controllo delle frontiere terrestri e marittime nonché nella conduzione di operazioni di «Search and Rescue». L’Egitto ha espresso la volontà di collaborare per contrastare il transito di migranti irregolari.
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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