True
2025-01-16
Patto dell’energia con l’Albania e gli Emirati
Edi Rama regala un foulard a Giorgia Meloni durante il vertice di Abu Dhabi (Ansa)
Giorgia Meloni procede spedita sulla strada degli accordi bilaterali o trilaterali, come nel caso di quello sottoscritto ieri con gli Emirati Arabi Uniti (Eau) e l’Albania per rafforzare la cooperazione «nel settore delle energie rinnovabili e delle infrastrutture energetiche».
Il presidente del Consiglio si muove, dunque, attraverso intese raggiunte fuori dall’orbita dell’Unione europea. Ed è tornata a proporre l’Italia come hub energetico dal Medio Oriente, dove è volata nel giorno del suo 48esimo compleanno insieme ai ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura e con una delegazione in cui c’è anche Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, unica azienda del settore energia presente nel Paese. Il premier è intervenuto al World Future Energy Summit e ha incontrato il presidente degli Eau, Mohamed bin Zayed. Ma la trasferta è iniziata con la firma dell’accordo con Emirati e Albania che si concentra sulle rinnovabili e sulle infrastrutture, perché, ha sottolineato Meloni, «la transizione è la vera sfida del nostro tempo». Per farla servono le tecnologie giuste, l’energia e le materie critiche. Le interconnessioni, osserva, saranno la «pietra miliare di una democrazia energetica che genererà benefici per tutti». Nulla di tutto questo però è possibile senza una buona cooperazione con il resto del mondo e il nostro Paese è «una piattaforma naturale» nel Mediterraneo, ha ribadito il presidente del Consiglio intervenendo dal palco, che ci permette di «agire come hub di approvvigionamento e distribuzione» tra le due sponde del Mare Nostrum. La transizione a cui pensa il presidente del Consiglio è una decarbonizzazione che non si traduca in desertificazione economica e industriale: «La comunità internazionale si è data obiettivi importanti», ricorda, osservando che però sono molto lontani dall’essere raggiunti. «Questo non ci deve spaventare e non dobbiamo fare passi indietro, ma ci deve portare a una logica diversa: bisogna rifiutare un approccio ideologico verso un tema che non ha niente a che fare con l’ideologia». Meloni ha anche sottolineato che «la fusione nucleare può produrre energia pulita, sicura e illimitata e trasformare l’energia da un’arma geopolitica a una risorsa accessibile che può cambiare la storia. L’Italia sta giocando il suo ruolo in questa direzione».
Il documento firmato con Albania e Emirati individua le principali aree di cooperazione tra i tre Paesi, compresa la realizzazione di progetti di energia rinnovabile su scala gigawatt in Albania, in particolare sul solare fotovoltaico, l’eolico e soluzioni ibride con potenziale accumulo di batterie. Una parte significativa di questa energia rinnovabile sarà trasmessa all’Italia. I governi dei tre Paesi promuovono la realizzazione in Albania di impianti per la produzione di energia rinnovabile, vengono previsti accordi di fornitura tra operatori italiani e produttori albanesi. L’energia prodotta da fonti rinnovabili in Albania verrà quindi trasportata anche in Italia. A illustrare l’intesa è stato il primo ministro albanese, Edi Rama che è stato anche protagonista di un siparietto con la stessa Meloni: all’arrivo di quest’ultima all’Adnec Centre di Abu Dhabi, si è inginocchiato, le ha intonato «tanti auguri a te» e poi le ha regalato un foulard realizzato da un imprenditore italiano trasferitosi in Albania e diventato cittadino albanese.
Tornando all’accordo, il valore dell’investimento è di circa un miliardo, «è un accordo importante, porterà più energia dall’Albania all’Italia e anche perché dal 2026 entrerà in vigore una nuova legge europea sulle rinnovabili. L’Albania è al 100% con l’energia rinnovabile, ora stiamo diversificando con il solare», ha detto, «l’accordo penso sia operativo al massimo tra tre anni, sono stati fatti degli studi, credo che collegherà il tratto tra Valona e la Puglia». Il patto, secondo quanto si apprende, ha un orizzonte di cinque anni. I governi, sempre secondo le stesse fonti, sosterranno la realizzazione in Albania di impianti per la produzione di energia rinnovabile fino a 3 GW e la realizzazione di un interconnector per la trasmissione di 1 GW tra l’Albania e l’Italia. L’accordo, quindi, definisce le principali aree di cooperazione «con particolare attenzione al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie», si sottolinea in un comunicato congiunto.
La visita emiratina del governo è, inoltre, servita per lo sviluppo dell’agricoltura: in un bilaterale tra Lollobrigida e il ministro del Commercio Estero, Thani bin Ahmed Al Zeyoudi, è stato preso l’impegno a rafforzare le relazioni tra i Paesi, incrementando i rapporti commerciali con le aziende italiane. Tra i settori chiave individuati le produzioni di qualità, la capacità di ricerca, le catene alimentari e le innovazioni tecnologiche, ambiti in cui l’Italia rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Un focus particolare è stato dedicato al settore del riso, con l’obiettivo di aumentare le importazioni dall’Italia.
E l’italiana Newcleo realizzerà reattori nucleari in Slovacchia
L’Italia va avanti sul nucleare. Ieri durante un incontro bilaterale a Roma, tenutosi in occasione della visita del presidente slovacco Peter Pellegrini, il vice primo ministro e ministro dell’Economia slovacco, Denisa Sakova, ha confermato l’adesione di Bratislava al non-paper promosso dall’Italia, insieme ad Austria, Bulgaria e Polonia. Questo documento riguarda le industrie ad alta intensità energetica e la revisione del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam).
L’iniziativa strategica è volta a garantire la competitività dei settori produttivi fondamentali in Europa, sostenere la transizione ecologica delle industrie energivore, rafforzare l’autonomia strategica del continente e contrastare il fenomeno della delocalizzazione. Si aggiunge al non-paper sul settore automobilistico promosso da Italia e Repubblica Ceca, già sottoscritto dalla Slovacchia e da altri Paesi membri dell’Ue. «Italia e Slovacchia condividono una visione pragmatica e realistica in ambito di politica industriale, grazie alla comune tradizione manifatturiera. L’adesione della Slovacchia ai nostri non-paper su automotive e industrie energivore sancisce un’alleanza per difendere l’industria europea e affrontare la transizione energetica in modo sostenibile sia dal punto di vista produttivo che sociale, senza pregiudizi ideologici», ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
A margine dell’incontro, i due ministri hanno assistito alla firma di un accordo strategico tra la società italiana Newcleo e le aziende slovacche Javys e Vuje per la costruzione, in Slovacchia, di quattro reattori nucleari di ultima generazione, con un investimento complessivo di 3,2 miliardi di euro. «Questo forte riconoscimento a livello statale della tecnologia dei nostri reattori e del nostro obiettivo di chiudere il ciclo del combustibile nucleare testimonia il ruolo che i reattori modulari piccoli e avanzati svolgeranno nel garantire il futuro energetico dell’Europa e rappresenta un esempio che potrebbe essere adottato in altri Paesi europei», ha detto Stefano Buono, fondatore e ceo di Newcleo. «Le eccellenze italiane nel settore nucleare continuano a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo energetico della Slovacchia. È tempo che ciò avvenga anche in Italia», ha sottolineato Urso. «Nei nostri Paesi, così come in tutta Europa, è essenziale integrare il nucleare pulito nel mix energetico, accanto all’energia rinnovabile, per ridurre i costi, rendere il nostro sistema industriale più competitivo e garantire autonomia e sicurezza energetica al continente».
Sempre in tema di energie pulite, ieri il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla Abu Dhabi Sustainability Week, ha parlato anche di nucleare. «Il futuro della transizione energetica e della digitalizzazione dipenderà dalle nostre capacità di trovare un equilibrio tra sostenibilità e innovazione», ha detto. «Dobbiamo elaborare un mix energetico equilibrato, basato sulle tecnologie di cui disponiamo, di quelle che stiamo sperimentando e di quelle ancora da identificare», tra cui «la fusione nucleare, che può potenzialmente produrre energia pulita, sicura e illimitata, e trasformare l’energia da arma geopolitica in una risorsa ampiamente accessibile, in grado di cambiare effettivamente la storia».
Del resto, non è un segreto che nel nostro Paese vi sia un rinnovato interesse per l’energia nucleare. Alcune società partecipate dallo Stato, attive nel settore dell’energia, tra cui Enel, Ansaldo e Leonardo, hanno avviato trattative per la creazione di una nuova società dedicata alla valutazione delle condizioni necessarie per l’adozione di una tecnologia nucleare. Questa nuova entità non si occuperà della produzione di reattori, ma condurrà analisi e individuare i requisiti fondamentali per lo sviluppo di una filiera produttiva italiana in grado di realizzare tali impianti su scala industriale.
Continua a leggereRiduci
La Meloni procede sulla via degli accordi extra Ue e firma un’intesa da un miliardo di euro sulle rinnovabili, che raggiungeranno il nostro Paese per via sottomarina. Siparietto col premier Rama, che si inginocchia e le regala un foulard per il compleanno.Newcleo sigla un accordo da 3,2 miliardi con due aziende di Bratislava per la realizzazione di impianti nucleari. Urso: «Deve avvenire pure qui».Lo speciale contiene due articoli. Giorgia Meloni procede spedita sulla strada degli accordi bilaterali o trilaterali, come nel caso di quello sottoscritto ieri con gli Emirati Arabi Uniti (Eau) e l’Albania per rafforzare la cooperazione «nel settore delle energie rinnovabili e delle infrastrutture energetiche». Il presidente del Consiglio si muove, dunque, attraverso intese raggiunte fuori dall’orbita dell’Unione europea. Ed è tornata a proporre l’Italia come hub energetico dal Medio Oriente, dove è volata nel giorno del suo 48esimo compleanno insieme ai ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura e con una delegazione in cui c’è anche Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, unica azienda del settore energia presente nel Paese. Il premier è intervenuto al World Future Energy Summit e ha incontrato il presidente degli Eau, Mohamed bin Zayed. Ma la trasferta è iniziata con la firma dell’accordo con Emirati e Albania che si concentra sulle rinnovabili e sulle infrastrutture, perché, ha sottolineato Meloni, «la transizione è la vera sfida del nostro tempo». Per farla servono le tecnologie giuste, l’energia e le materie critiche. Le interconnessioni, osserva, saranno la «pietra miliare di una democrazia energetica che genererà benefici per tutti». Nulla di tutto questo però è possibile senza una buona cooperazione con il resto del mondo e il nostro Paese è «una piattaforma naturale» nel Mediterraneo, ha ribadito il presidente del Consiglio intervenendo dal palco, che ci permette di «agire come hub di approvvigionamento e distribuzione» tra le due sponde del Mare Nostrum. La transizione a cui pensa il presidente del Consiglio è una decarbonizzazione che non si traduca in desertificazione economica e industriale: «La comunità internazionale si è data obiettivi importanti», ricorda, osservando che però sono molto lontani dall’essere raggiunti. «Questo non ci deve spaventare e non dobbiamo fare passi indietro, ma ci deve portare a una logica diversa: bisogna rifiutare un approccio ideologico verso un tema che non ha niente a che fare con l’ideologia». Meloni ha anche sottolineato che «la fusione nucleare può produrre energia pulita, sicura e illimitata e trasformare l’energia da un’arma geopolitica a una risorsa accessibile che può cambiare la storia. L’Italia sta giocando il suo ruolo in questa direzione».Il documento firmato con Albania e Emirati individua le principali aree di cooperazione tra i tre Paesi, compresa la realizzazione di progetti di energia rinnovabile su scala gigawatt in Albania, in particolare sul solare fotovoltaico, l’eolico e soluzioni ibride con potenziale accumulo di batterie. Una parte significativa di questa energia rinnovabile sarà trasmessa all’Italia. I governi dei tre Paesi promuovono la realizzazione in Albania di impianti per la produzione di energia rinnovabile, vengono previsti accordi di fornitura tra operatori italiani e produttori albanesi. L’energia prodotta da fonti rinnovabili in Albania verrà quindi trasportata anche in Italia. A illustrare l’intesa è stato il primo ministro albanese, Edi Rama che è stato anche protagonista di un siparietto con la stessa Meloni: all’arrivo di quest’ultima all’Adnec Centre di Abu Dhabi, si è inginocchiato, le ha intonato «tanti auguri a te» e poi le ha regalato un foulard realizzato da un imprenditore italiano trasferitosi in Albania e diventato cittadino albanese.Tornando all’accordo, il valore dell’investimento è di circa un miliardo, «è un accordo importante, porterà più energia dall’Albania all’Italia e anche perché dal 2026 entrerà in vigore una nuova legge europea sulle rinnovabili. L’Albania è al 100% con l’energia rinnovabile, ora stiamo diversificando con il solare», ha detto, «l’accordo penso sia operativo al massimo tra tre anni, sono stati fatti degli studi, credo che collegherà il tratto tra Valona e la Puglia». Il patto, secondo quanto si apprende, ha un orizzonte di cinque anni. I governi, sempre secondo le stesse fonti, sosterranno la realizzazione in Albania di impianti per la produzione di energia rinnovabile fino a 3 GW e la realizzazione di un interconnector per la trasmissione di 1 GW tra l’Albania e l’Italia. L’accordo, quindi, definisce le principali aree di cooperazione «con particolare attenzione al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie», si sottolinea in un comunicato congiunto. La visita emiratina del governo è, inoltre, servita per lo sviluppo dell’agricoltura: in un bilaterale tra Lollobrigida e il ministro del Commercio Estero, Thani bin Ahmed Al Zeyoudi, è stato preso l’impegno a rafforzare le relazioni tra i Paesi, incrementando i rapporti commerciali con le aziende italiane. Tra i settori chiave individuati le produzioni di qualità, la capacità di ricerca, le catene alimentari e le innovazioni tecnologiche, ambiti in cui l’Italia rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. Un focus particolare è stato dedicato al settore del riso, con l’obiettivo di aumentare le importazioni dall’Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patto-energia-italia-albania-2670863552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-litaliana-newcleo-realizzera-reattori-nucleari-in-slovacchia" data-post-id="2670863552" data-published-at="1737017073" data-use-pagination="False"> E l’italiana Newcleo realizzerà reattori nucleari in Slovacchia L’Italia va avanti sul nucleare. Ieri durante un incontro bilaterale a Roma, tenutosi in occasione della visita del presidente slovacco Peter Pellegrini, il vice primo ministro e ministro dell’Economia slovacco, Denisa Sakova, ha confermato l’adesione di Bratislava al non-paper promosso dall’Italia, insieme ad Austria, Bulgaria e Polonia. Questo documento riguarda le industrie ad alta intensità energetica e la revisione del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam). L’iniziativa strategica è volta a garantire la competitività dei settori produttivi fondamentali in Europa, sostenere la transizione ecologica delle industrie energivore, rafforzare l’autonomia strategica del continente e contrastare il fenomeno della delocalizzazione. Si aggiunge al non-paper sul settore automobilistico promosso da Italia e Repubblica Ceca, già sottoscritto dalla Slovacchia e da altri Paesi membri dell’Ue. «Italia e Slovacchia condividono una visione pragmatica e realistica in ambito di politica industriale, grazie alla comune tradizione manifatturiera. L’adesione della Slovacchia ai nostri non-paper su automotive e industrie energivore sancisce un’alleanza per difendere l’industria europea e affrontare la transizione energetica in modo sostenibile sia dal punto di vista produttivo che sociale, senza pregiudizi ideologici», ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A margine dell’incontro, i due ministri hanno assistito alla firma di un accordo strategico tra la società italiana Newcleo e le aziende slovacche Javys e Vuje per la costruzione, in Slovacchia, di quattro reattori nucleari di ultima generazione, con un investimento complessivo di 3,2 miliardi di euro. «Questo forte riconoscimento a livello statale della tecnologia dei nostri reattori e del nostro obiettivo di chiudere il ciclo del combustibile nucleare testimonia il ruolo che i reattori modulari piccoli e avanzati svolgeranno nel garantire il futuro energetico dell’Europa e rappresenta un esempio che potrebbe essere adottato in altri Paesi europei», ha detto Stefano Buono, fondatore e ceo di Newcleo. «Le eccellenze italiane nel settore nucleare continuano a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo energetico della Slovacchia. È tempo che ciò avvenga anche in Italia», ha sottolineato Urso. «Nei nostri Paesi, così come in tutta Europa, è essenziale integrare il nucleare pulito nel mix energetico, accanto all’energia rinnovabile, per ridurre i costi, rendere il nostro sistema industriale più competitivo e garantire autonomia e sicurezza energetica al continente». Sempre in tema di energie pulite, ieri il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla Abu Dhabi Sustainability Week, ha parlato anche di nucleare. «Il futuro della transizione energetica e della digitalizzazione dipenderà dalle nostre capacità di trovare un equilibrio tra sostenibilità e innovazione», ha detto. «Dobbiamo elaborare un mix energetico equilibrato, basato sulle tecnologie di cui disponiamo, di quelle che stiamo sperimentando e di quelle ancora da identificare», tra cui «la fusione nucleare, che può potenzialmente produrre energia pulita, sicura e illimitata, e trasformare l’energia da arma geopolitica in una risorsa ampiamente accessibile, in grado di cambiare effettivamente la storia». Del resto, non è un segreto che nel nostro Paese vi sia un rinnovato interesse per l’energia nucleare. Alcune società partecipate dallo Stato, attive nel settore dell’energia, tra cui Enel, Ansaldo e Leonardo, hanno avviato trattative per la creazione di una nuova società dedicata alla valutazione delle condizioni necessarie per l’adozione di una tecnologia nucleare. Questa nuova entità non si occuperà della produzione di reattori, ma condurrà analisi e individuare i requisiti fondamentali per lo sviluppo di una filiera produttiva italiana in grado di realizzare tali impianti su scala industriale.
Nel nuovo episodio di Segreti torniamo sul delitto di Garlasco e sul presunto movente legato ai file p*rnografici del PC di Alberto Stasi. Le ricostruzioni della parte civile vengono messe a confronto con i dati tecnici: cosa ha davvero visto Chiara Poggi, per quanto tempo e con quale contesto?
Enoch Burke (Getty Images)
Come i nostri lettori ricorderanno, la querelle tra il docente irlandese e la sua scuola - la Wilson’s Hospital School - nasceva nel maggio del 2022 con la decisione del dirigente di sospendere il prof ribelle, in quanto si rifiutava di non riconoscere il pronome neutro per un suo alunno che stava cambiando sesso: «loro» invece di «lui».
Un braccio di ferro che va avanti da diverso tempo e che sta costando giorni di reclusione, multe, tensioni e soprattutto divisioni: da una parte c’è chi lo considera un pericoloso provocatore, dall’altra parte un testardo resistente, religioso osservante, che non si arrende alle mode linguistiche e culturali woke.
In mezzo però c’è tutto il dibattito sulla libertà di pensiero e sul fatto che questo generi azioni conseguenti in ambienti formativi, cioè il rifiuto di non usare il nome femminile o un pronome neutro (come indicato appunto dalla direttiva emanata dal preside dell’istituto) per un ragazzo in transizione, continuando invece a indicarlo con il genere maschile. Da qui una serie di processi, di restrizioni e di altri provvedimenti, l’ultimo dei quali ieri. Il motivo è sempre lo stesso: Burke si rifiuta di osservare le decisioni dei giudici, perché si considera vittima del politicamente corretto che ormai ha accettato qualsiasi «rivoluzione» a difesa dei diritti Lgbt.
Va da sé che coloro che puntano l’indice contro il professore irlandese sottolineano invece la sua colpa di violare le disposizioni del giudice, ma è fin troppo evidente che all’origine del caso c’era proprio il rifiuto di non adeguarsi alla moda trangender e di difendere non solo le proprie idee ma anche le regole grammaticali. Poi certo c’è la resistenza nel non accettare le decisioni che considera ingiuste e arbitrarie; c’è insomma una resistenza e una opposizione che è politica. Ed è legata proprio alla libertà di espressione rispetto alla dominanza della cultura woke.
Ma questo - che è il punto fondamentale della questione - resta sullo sfondo, nel senso che la narrazione mainstream dei cosiddetti fact-checker vorrebbe far credere che Burke non è punito in relazione alla libertà di espressione ma per non osservare le disposizioni dei giudici. Sì tratta di una insistente e furba dose minima di veleno per intossicare la battaglia politica del docente.
Ecco perché Burke continua ad affrontare la questione di petto, mettendoci la propria libertà e la propria reputazione di docente, con ripetute sfide al sistema dominante, che gli vieta di avvicinarsi a scuola. Infatti già dal maggio 2022 gli venne impedito di entrare nell’edificio scolastico. Ma Burke, facendo valere il fatto di ricevere regolarmente lo stipendio dalla Wilson, non rispettò l’ordine e finì in carcere, ben tre volte solo nel 2024. Con tanto di multa da pagare tutte le volte che violava il divieto di accesso. Lo scorso dicembre un giudice lo aveva poi condannato a 560 giorni di detenzione per oltraggio alla corte: «Il signor Burke non si limita a violare i locali, ma entra direttamente nel cuore della scuola, aggirandosi per i corridoi anche quando non ne ha il diritto. È una presenza maligna e minacciosa, un intruso che perseguita la scuola, i suoi insegnanti e i suoi alunni. Ma questa è una strategia deliberata: una strategia di confronto. Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione», i quali «invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate».
Le buffonate erano le regole grammaticali e l’opposizione alla circolare: «Se accettassi di rispettare la sospensione sarebbe come accettare il transgenderismo, dovrei accettare cioè che credere all’esistenza di maschio e femmina è sbagliato… Non è qualcosa che farò. È una violazione della mia coscienza». Finora nessun carcere e nessun ordine di allontanamento dalla scuola è servito ad ammorbidirlo o a fargli cambiare idea. Anzi, il suo caso ormai ha superato l’Isola e se ne parla in tutta Europa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 gennaio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino traccia un quadro della situazione internazionale alla luce delle ultime mosse di Donald Trump.
Albert Bourla, ceo di Pfizer (Ansa)
Ci venderà le medicine a prezzo più alto. È così che Pfizer ha intenzione di ringraziare l’Europa per i contratti capestro dei vaccini Covid, grazie ai quali ha incassato oltre 30 miliardi di euro. Come ha riferito il Financial Times, l’amministratore delegato della società, Albert Bourla, si è messo alla testa della cordata di case farmaceutiche intenzionate ad aumentare le tariffe nel Vecchio continente, oppure a ritardare il lancio di terapie aggiornate.
La mossa di Big pharma è la conseguenza dell’accordo stipulato a dicembre con Donald Trump e presentato pochi giorni fa sul sito della Casa Bianca: in virtù del patto con ben 16 colossi del settore, comprese vecchie conoscenze pandemiche, dalla stessa Pfizer ad Astrazeneca, negli Stati Uniti, il costo dei farmaci salvavita sarà ribassato fino al 90% e allineato a quello europeo. Già, perché prima che il puzzone intervenisse, i prodotti delle grandi case venivano smerciati a cifre molto più alte negli Usa, dove il meccanismo concorrenziale pubblico-privato limita le capacità negoziali del sistema sanitario. A differenza - sostengono gli analisti - che nei Paesi come i nostri, nei quali la nazionalizzazione ha portato a fissare un tetto ai prezzi.
Non c’è dubbio che Trump abbia agito nell’interesse degli americani. Correggendo, oltre a un’ingiustizia sociale, un’indubbia stortura globale: le industrie approfittano del propizio contesto statunitense per generare sviluppo; e i fruitori all’estero ne beneficiano, sborsando meno delle controparti Usa. Il che getta pure qualche dubbio sulla presunta potenza politica della mano pubblica: evidentemente, se in Europa avevamo dei vantaggi, non era solo grazie ai sistemi sanitari statali, ma anche perché qualcun altro si svenava al posto nostro.
Il problema, infatti, è che da quando Trump ha battuto i pugni sul tavolo, i margini di profitto, per le compagnie, si sono ridotti. Dunque, la loro soluzione è spremere gli acquirenti più fortunati. Bourla, rivolgendosi alla stampa durante una conferenza di JpMorgan, la scorsa settimana, è stato chiarissimo: «Se facciamo i conti, dovremmo ridurre il prezzo americano al livello della Francia, oppure smettere di rifornire la Francia? Smetteremo di rifornire la Francia», è stata l’ovvia conclusione. «Così loro», ha proseguito l’ad, «si ritroveranno senza nuovi medicinali. Il sistema ci costringerà a non essere in condizione di accettare i prezzi più bassi», praticati finora. Anche se alcune voci, nel Vecchio continente, ci tengono a minimizzare il trattamento di favore: «In Germania paghiamo chiaramente troppo», ha dichiarato al Financial Times, ad esempio, uno dei vertici della compagnia assicurativa Techniker Krankenkasse, secondo il quale la vicenda ricorda «il modo in cui Trump ha gestito la Nato». E, magari, l’affare Groenlandia. È vero: il tycoon non adotta particolari riguardi con gli alleati. Il fatto è che gli Usa non hanno più voglia di essere presi per fessi. Né da chi, dopo decenni di silenzio, ha riscoperto l’Artico solo per via delle rivendicazioni di The Donald; né da chi, incapace di sfornare innovazioni, in un complesso economico ingessato da regolamentazioni e burocrazia, si è cullato sugli allori di ricerca e sviluppo a stelle e strisce.
Fessi, a quanto pare, lo siamo stati pure noialtri, ricoprendo d’oro Bourla e compagni, allorché cercavamo nei loro vaccini anti Covid la panacea. Ursula von der Leyen si era spesa alacremente per assicurarsi le preziose fiale, tanto da trattare in via riservata, tramite le famose chat sparite nel nulla, direttamente con il manager di Pfizer. Il risultato? Non uno sconto sulle dosi. Anzi: Big pharma si è assicurata consegne ben oltre il necessario (molte sono rimaste nei depositi a marcire), insieme a una provvidenziale manleva. In caso di eventi avversi, insomma, sarebbe toccato agli Stati membri Ue sborsare. A pochi mesi dal suo insediamento, persino il ministro della Salute del governo Meloni, Orazio Schillaci, un uomo che non brilla per coraggio e spirito d’iniziativa, aveva protestato per le clausole svantaggiose imposte alle capitali in seguito ai negoziati centralizzati.
Adesso, dopo il danno, arriverà la beffa. E se, ai tempi del coronavirus, gli europeisti pontificavano sulla necessità di accodarci a Bruxelles per essere più forti, oggi gli aedi dell’Unione si nascondono. E la Commissione tarda a pronunciarsi sull’incombente stangata. Ursula avrà perso il numero di Bourla?
La solidarietà Ue: furti di mascherine
L’audizione in commissione Covid del professor Marcello Minenna, già direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli nel triennio pandemico, ha fornito un’ulteriore fotografia della disastrosa gestione pandemica. Non tanto dell’Agenzia delle dogane, stando alle dichiarazioni dell’ex funzionario che ovviamente non poteva dire, del suo stesso operato, che non fosse stato a regola d’arte. Sarebbero state, piuttosto, le autorità politiche del nostro Paese, ossia il governo Pd-M5s guidato da Giuseppe Conte, il ministero della Salute diretto da Roberto Speranza (Pd) e anche la Commissione europea di Ursula von der Leyen, ad aver dato dimostrazione di inadeguatezza.
Minenna ha raccontato che il 12 marzo 2020 aveva appena fatto in tempo a emanare una direttiva, la numero 2, dove l’Agenzia delle dogane definiva lo sdoganamento merci come «attività indifferibile», che lo stesso giorno, e quindi il giorno dopo il Dpcm che chiuse l’Italia, è stato il ministero della Salute a «scendere in campo». Come? In maniera opposta: «Ci ha detto chiaro e in maniera piana: snellire le operazioni di sdoganamento. E con riferimento ai dispositivi medici, addirittura ha previsto», ha spiegato Minenna, «che il nulla osta sanitario dell’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, agenzia del ministero della Salute, ndr), senza il quale per i dispositivi medici non si muove foglia, poteva avvenire successivamente all’importazione. Quindi inizia già in nuce a comparire nella regolamentazione operativa degli apparati dello Stato la circostanza che la merce non si deve fermare negli uffici delle dogane». Nello scaricabarile Minenna coinvolge anche l’opposizione: «Credo che in parte questa disposizione sia stata anche figlia della pressione dell’opposizione», che all’epoca puntava giustamente il dito contro il governo perché in Italia le mascherine non si trovavano. Secondo la ricostruzione del funzionario, dunque, il governo Conte e il ministero di Speranza avrebbero facilitato lo sdoganamento di Dpi anche contraffatti pur di bloccare le critiche dell’opposizione di centrodestra.
A proposito di mascherine, Minenna ha raccontato un episodio alquanto increscioso: le nostre importazioni di materiale di contrasto al Covid avvenivano tramite voli intercontinentali. Se questi voli avevano uno scalo, il Paese dove avveniva lo scalo, «fosse pure dell’Unione europea», si accaparrava le nostre mascherine. «A Francoforte atterrava un aereo intercontinentale con Dpi e mascherine», ha spiegato Minenna, «diretto in Italia, ma il nostro materiale finiva in Germania, lo facevano scendere e se lo prendevano». L’ex dirigente delle Dogane dichiara di aver suggerito a Speranza di fare un’ordinanza affinché si accettassero soltanto merci provenienti da voli senza scalo.
A contribuire alla confusione generale, osserva il funzionario, ci si è messa anche l’Unione europea che, il 13 marzo, ha raccomandato di snellire le operazioni di sdoganamento. È chiaro, l’organo comunitario non poteva dire espressamente «se il marchio Ce è irregolare ignorate il problema», «ma tra le righe questo è il segnale che voleva essere mandato». Tra le carte depositate da Minenna, ci sarebbe anche un documento dove l’Ue «in maniera inequivoca ha dichiarato la regolarità di queste sigle per le mascherine, ovviamente a pandemia finita». Non è tutto: «Il 17 marzo 2020 il decreto Cura Italia stabilisce una disciplina derogatoria alle procedure doganali in essere, stabilendo che è consentito produrre, importare e mettere in commercio mascherine e Dpi in deroga alle vigenti disposizioni». Il problema è che nessuno aveva i macchinari per verificare gli aspetti regolatori delle mascherine previsti anche dalla normativa comunitaria. «Facevamo soltanto controlli documentali, non è che qualcuno facesse la verifica del fit-test o dell’anti-batterial o delle altre norme previste per le capacità di filtraggio delle microparticelle». Minenna diede disposizione di acquistare quei macchinari, ma lo scenario che emerge a livello italiano ed europeo non è affatto lusinghiero.
Il funzionario sarà riascoltato giovedì 29 gennaio, quando toccherà ai commissari della commissione Covid sottoporlo alle domande relative alla sua relazione esposta ieri al Senato.
Continua a leggereRiduci