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2023-12-21
Passo avanti Ue su richieste d’asilo e rimpatri
Ansa
«Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani».
Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.
I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su.
L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no.
Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose».
Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra
Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
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Accordo informale tra Europarlamento e Consiglio sull’immigrazione: tempi più snelli per gestire le domande di accoglienza e meno vincoli per le espulsioni. Resta il nodo redistribuzione. Muro dell’Ungheria e proteste dalle Ong. Esulta Piantedosi.Eliseo in crisi per la legge applaudita da Le Pen. Presto fine vita e aborto in Costituzione. Lo speciale contiene due articoli. «Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani». Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su. L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no. Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/passo-avanti-ue-2666713631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-chiede-scusa-ai-migranti-e-promette-contentini-alla-sinistra" data-post-id="2666713631" data-published-at="1703151650" data-use-pagination="False"> Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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