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2023-12-21
Passo avanti Ue su richieste d’asilo e rimpatri
Ansa
«Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani».
Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.
I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su.
L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no.
Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose».
Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra
Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
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Accordo informale tra Europarlamento e Consiglio sull’immigrazione: tempi più snelli per gestire le domande di accoglienza e meno vincoli per le espulsioni. Resta il nodo redistribuzione. Muro dell’Ungheria e proteste dalle Ong. Esulta Piantedosi.Eliseo in crisi per la legge applaudita da Le Pen. Presto fine vita e aborto in Costituzione. Lo speciale contiene due articoli. «Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani». Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su. L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no. Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/passo-avanti-ue-2666713631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-chiede-scusa-ai-migranti-e-promette-contentini-alla-sinistra" data-post-id="2666713631" data-published-at="1703151650" data-use-pagination="False"> Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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