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2023-12-21
Passo avanti Ue su richieste d’asilo e rimpatri
Ansa
«Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani».
Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.
I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su.
L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no.
Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose».
Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra
Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
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Accordo informale tra Europarlamento e Consiglio sull’immigrazione: tempi più snelli per gestire le domande di accoglienza e meno vincoli per le espulsioni. Resta il nodo redistribuzione. Muro dell’Ungheria e proteste dalle Ong. Esulta Piantedosi.Eliseo in crisi per la legge applaudita da Le Pen. Presto fine vita e aborto in Costituzione. Lo speciale contiene due articoli. «Questo Patto per le migrazioni, insieme ai vaccini, al sostegno all’Ucraina e al Next generation Eu sarà l’eredità che lascerà la Commissione von der Leyen»: le parole con le quali il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, commenta in conferenza stampa l’accordo sul Patto per le migrazioni e l’asilo raggiunto ieri dalla Unione europea non sono esattamente entusiasmanti, considerato il paragone con altri presunti successi della Commissione uscente che tanto successi non sono. Fatto sta che l’intesa raggiunta dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, che dovranno poi ratificarlo in maniera formale, presenta certamente più luci che ombre per Paesi come l’Italia, in trincea sul fronte del contrasto alla immigrazione clandestina. E difatti, il ministro Matteo Piantedosi ha definito l’accordo «un grande successo per l’Europa e per l’Italia, che ora potrà contare su nuove regole per gestire i flussi migratori e contrastare i trafficanti di esseri umani». Il patto è composto da cinque diversi regolamenti: il meccanismo di solidarietà obbligatorio, il regolamento sulla procedura di asilo, il regolamento sulle situazioni di crisi, la riforma del regolamento Eurodac e il regolamento di screening. C’è da premettere che dall’accordo si è sfilata immediatamente l’Ungheria: «Il governo di Budapest», ha affermato il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, «rifiuta con forza l’accordo raggiunto nell’Unione europea. Non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Vediamo nel dettaglio le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore prima delle Europee 2024. Partiamo dalla solidarietà obbligatoria per i Paesi dell’Ue riconosciuti come «sotto pressione migratoria»: la nuova normativa andrà a integrare il famigerato regolamento di Dublino, in base al quale i Paesi di primo ingresso, come l’Italia, sono responsabili della stragrande maggioranza delle istanze presentate dagli immigrati. Per alleggerire la pressione sugli Stati sottoposti a una forte pressione migratoria, gli altri Stati membri potranno scegliere tra accogliere i richiedenti asilo nel loro territorio o versare contributi finanziari. Il calcolo del contributo obbligatorio, che ciascuno Stato verserà ogni anno per costituire un apposito fondo, si basa sulla popolazione e sul Pil. Ogni Stato è libero di scegliere se accogliere immigrati, versare soldi o se combinare le due possibilità. Tutti gli stati dovranno partecipare alle redistribuzione degli immigrati, con una quota minima di 30.000 ricollocamenti all’anno. In alternativa potranno versare un contributo di 20.000 euro a migrante al fondo comune per la gestione delle frontiere esterne (per un minimo di 600 milioni di euro l’anno). Si stabiliscono regole comuni per concedere e revocare la protezione internazionale, sostituendo diverse procedure nazionali. ll trattamento delle richieste di asilo dovrebbe in questo modo diventare più rapido, fino a sei mesi per una prima decisione, con limiti più brevi per le richieste manifestamente infondate o inammissibili e alle frontiere della Ue.I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova Procedura rapida e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini, se non ci sarà capacità adeguati nei centri, e minori non accompagnati, a meno che non rappresentino un rischio per la sicurezza. Il regolamento sulle crisi e le cause di forza maggiore prevede un meccanismo per garantire la solidarietà e misure di sostegno agli Stati membri che si trovano ad affrontare un afflusso eccezionale di cittadini di Paesi terzi, che potrebbe portare al collasso del sistema nazionale di asilo. Per quel che riguarda lo screening, verrà effettuato prima in appositi centri con una procedura di identificazione, raccolta dei dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza, della durata massima di sette giorni. Queste informazioni confluiranno nella banca dati di Eurodac, che raccoglierà tutti i fascicoli con le caratteristiche per l’identificazione dell’immigrato, dalle impronte digitali all’immagine del volto. Sia la raccolta delle impronte, sia il riconoscimento facciale, viene ora previsto anche per i bambini dai 6 anni in su. L’accordo trovato nel corso del Consiglio, come dicevamo, ha anche qualche criticità: per esempio, saranno i singoli Paesi europei a decidere se un certo Paese extra-Ue si possa considerare come «paese terzo sicuro» per effettuare il rimpatrio di un immigrato. Uno Stato europeo, quindi, può considerare sicuro un paese di partenza dell’immigrato, e un altro no. Protestano le Ong, attraverso un comunicato congiunto di Sea Watch, Sea Eye, Maldusa, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, Resq People Saving People, AlarmPhone: «Il nuovo patto Ue legalizza gli abusi alla frontiera e causerà più morti in mare. Verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/passo-avanti-ue-2666713631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-chiede-scusa-ai-migranti-e-promette-contentini-alla-sinistra" data-post-id="2666713631" data-published-at="1703151650" data-use-pagination="False"> Macron chiede scusa ai migranti e promette contentini alla sinistra Il parlamento francese ha approvato una nuova legge restrittiva sull’immigrazione. Ma siccome questa è stata votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen, Emmanuel Macron è arrivato quasi ad auto contestarsi. Per capire come si sia arrivati alla situazione attuale, bisogna tornare alla settimana scorsa quando l’Assemblea nazionale ha bocciato, ancora prima che iniziasse, il dibattito di quella che era ancora giusto una proposta di legge. Per ragioni opposte, le opposizioni di destra e di sinistra hanno mandato in minoranza i partiti che sostengono il governo. Il testo arrivato alla Camera bassa francese era pesantemente sbilanciato a sinistra. Ma, sbagliando completamente i propri calcoli politici, la gauche ha preferito respingerlo, pensando di riuscire a obbligare l’esecutivo a presentare un testo ancora più permissivo nei confronti di clandestini e delinquenti. A quel punto, sentito Macron, il premier Elisabeth Borne ha scelto un’opzione prevista nel parlamento transalpino in caso di respingimento di una proposta legislativa: affidare la stesura di un nuovo testo ad una commissione mista paritaria (Cmp) composta da sette senatori e altrettanti deputati. Ma tale testo doveva essere obbligatoriamente basato su quello approvato a novembre dal Senato e fortemente orientato a destra. Questo perché la maggioranza della Camera alta di Parigi è in mano alla destra dei Républicains (Lr). In più la Cmp rifletteva la composizione delle due ali del parlamento, così i parlamentari delle destre erano matematicamente più numerosi. La Cmp ha quindi partorito il testo approvato l’altro ieri sera. Subito dopo lo scrutinio, uno dei pezzi da novanta del governo, il ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha tentato di sminuire il ruolo giocato dai deputati del Rassemblement National (Rn), ma la matematica non è un opinione. Basta dire che 349 deputati hanno votato a favore della legge sull’immigrazione e 186 contro. Se gli 88 onorevoli del Rn avessero votato contro la proposta, il risultato sarebbe stato di 261 deputati a favore e 274 contro. Ieri la pantomima governativa è continuata ai limiti dell’umiliazione. Dopo il consiglio dei ministri, il portavoce dell’esecutivo, Olivier Véran, si è scusato con i migranti dicendo loro: «Sappiamo ciò che apportate al nostro Paese». Véran è si è però lasciato scappare che l’Rn ha ottenuto una «vittoria ideologica» e ha ricordato alle sinistre che presto il parlamento dibatterà le proposte di legge a loro care: quella sul fine vita, la terza età e l’iscrizione nella Costituzione della «libertà» di abortire. Insomma, per calmare comunisti e compagni, Véran ha promesso loro qualcosa riassumibile in «più morte per tutti». Specie i più deboli. Questo anche perché ieri si è dimesso, per protesta contro la legge immigrazione, il ministro della Salute Aurélien Rousseau. Le sue competenze sono passate a Agnès Firmin-Le Bodo, il ministro delegato che ha redatto il progetto di eutanasia «alla francese».Lunedì, Macron aveva minacciato di far invalidare il voto della Camera bassa nel caso l’Rn fosse stato determinante per l’approvazione della legge immigrazione. Poi ha annunciato un ricorso al Consiglio Costituzionale nella speranza che i suoi membri annullino i punti della legge cari a quei cattivoni antidemocratici del Rn. Che all’inquilino dell’Eliseo non stia simpatico il parlamento è cosa nota, ma trattarlo come una camera delle ratifiche non è ammesso dalla V Repubblica francese. Nemmeno una campione della concentrazione di poteri come il generale Charles De Gaulle, padre dell’attuale Costituzione francese, era arrivato a tanto.Intanto, vari enti locali, come il Comune di Parigi e 32 dipartimenti, hanno annunciato che non applicheranno la nuova legge. La democrazia francese ormai è à la carte.
Maurizio Landini (Ansa)
Lo schema stanco che si ripete è sempre lo stesso. Le sigle rosse sfruttano il primo pretesto minimamente giustificabile per indire uno sciopero che metta in difficoltà il Paese e quindi il governo. La Commissione di garanzia individua delle violazioni delle norme e il responsabile dei Trasporti interviene. A quel punto, apriti cielo, la Cgil e i sindacati rossi hanno gioco (mediaticamente) facile a rivendicare una lesione dei diritti, la violazione della Costituzione e l’oppressione democratica.
Nell’ultima puntata però si è registrata una novità che ha messo a nudo l’ipocrisia di chi nasconde dietro alla retorica della lotta per i lavoratori la volontà di portare avanti una battaglia politica.
La trattativa tra i sindacati e la commissione guidata Paola Bellocchi va avanti da dicembre. E precisamente, da quando, nel rispetto dei tempi tecnici, le parti sociali avevano individuato nel 16 febbraio e nel 7 marzo (tra le altre) le date utili per la protesta delle compagnie aeree e delle società di handling/servizi aeroportuali prima, e dell’Enav (i controllori) poi.
Guarda caso nel pieno svolgimento delle Olimpiadi invernali (dal 6 febbraio al 22 febbraio) e dei Giochi Paralimpici (dal 6 marzo al 15 marzo).
In questo periodo, la Commissione prima e il governo poi, hanno cercato in tutti i modi un compromesso che portasse a una sorta di «tregua olimpica», tentativo che del resto era stato già fatto per il Giubileo. C’è un evento che porterà in Italia milioni di turisti, il Paese resterà per settimane al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo, insomma firmiamo un patto di non belligeranza, facciamo bella figura con il resto del Pianeta e poi se sarà proprio necessario torneremo a darcele di santa ragione.
Ragionevole? Niente affatto. I sindacati hanno respinto qualsiasi compromesso. La commissione ne ha preso atto e avendo ricevuto molteplici alert dai prefetti ha, come da legge, richiamato l’attenzione del ministro dei Trasporti evidenziando i rischi di «gravi pregiudizi per la libertà di circolazione e per le esigenze di sicurezza delle persone».
Ma ha fatto anche altro. Ha proposto delle date alternative, rendendole pubbliche. «Nell’ambito del procedimento di conciliazione di cui all’articolo 8 della legge 146 del 1990, e successive modificazioni», si legge nella delibera inviata al Mit, «si invita le parti a revocare gli scioperi proclamati per il 16 febbraio 2026 e per il 7 marzo 2026 ed, eventualmente, a concentrare le astensioni collettive in una data ricompresa tra il 24 febbraio 2026 ed il 4 marzo 2026, in quanto periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive sopra richiamate».
Per la serie, proviamo a usare il buonsenso. Esercitiamo il sacrosanto diritto di sciopero qualche giorno dopo in modo da salvaguardare anche l’altrettanto sacrosanto diritto del Paese di mostrare la parte più bella di sé senza blocchi, disagi e manifestazioni varie.
Possibile? Neanche a parlarne. Dai sindacati, ancora una volta, non sono arrivate aperture. E arriviamo a venerdì mattina e alla recita del solito rituale stanco. Salvini che chiede a Cgil e compagni di fare un passo indietro, Landini & C. che respingono la richiesta al mittente, e il mittente che precetta. Il tutto condito da rivendicazioni, mezzi insulti e minacce.
Il risultato che si voleva raggiungere sin dall’inizio. Tant’è che dopo aver gridato alla restrizione dei diritti e all’allarme democratico, le parti sociali sono tornate sui loro passi e hanno modificato la data dello sciopero: non più il 16 febbraio adesso ci accontentiamo anche del 26.
Proprio come proposto qualche ora prima dalla commissione. E allora perché non farlo prima? La risposta è facilmente intuibile e mostra plasticamente come il vero fine delle proteste non sia quello di salvaguardare il diritto dei lavoratori tenendo a cuore anche le esigenze dei cittadini. Quanto politico: indurre il governo a pretendere la presenza sui luoghi di lavoro in modo da poter fare le vittime e gridare alla compressione dei diritti democratici. Salvo poi scioperare lo stesso. Chiamatela pure strategia della precettazione. Che funzionerà per Landini & C. ma non per il resto del Paese.
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Ansa
Ieri mattina la circolazione ferroviaria sulle linee Av Roma-Napoli e Roma-Firenze è stata infatti rallentata per due atti dolosi, entrambi alle porte della Capitale. Sulla Roma-Napoli la sala operativa di Rfi ha segnalato un’anomalia fra Salone e Labico e i tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato danni ai cunicoli contenenti i cavi che gestiscono la circolazione dei treni e la bruciatura degli stessi. Mentre sulla Roma-Firenze, per un altro atto doloso fra Tiburtina e Settebagni, lungo la Salaria, i treni hanno registrato ritardi e deviazioni. I lavori di ripristino all’infrastruttura sono iniziati nel primo pomeriggio e si sono conclusi alle 19.20 di ieri sera, dopo il completamento dei sopralluoghi da parte dell’autorità giudiziaria, ma nel frattempo i ritardi dei convogli erano cresciuti a dismisura, rendendo necessaria anche la soppressione di alcuni treni per recuperare il tempo perso. L’aggiornamento delle ore 15 da parte di Trenitalia parlava di deviazioni sulla linea convenzionale con ritardi anche di 120 minuti. Una ventina di treni di Alta velocità e regionali sono oggetto di variazioni (deviazioni, cancellazioni) e un’altra ventina di convogli Av e Intercity direttamente coinvolti con ritardi di oltre 60 minuti. Ma scorrendo il tabellone della stazione centrale di Bologna, poco dopo le 15 si registravano 150 minuti di ritardo per due Frecciarossa provenienti da Napoli e Roma e 145 per un treno Italo proveniente da Napoli. Ritardo di 110 minuti per un treno Italo partito da Salerno e 100 minuti per una Frecciarossa partita da Taranto.
Sui binari, ancora, si registrano ritardi compresi tra i 30 minuti e i 100 minuti per diversi convogli diretti a Bologna e provenienti, principalmente dal Sud del Paese. Scene simili a Milano, con ritardi che arrivavano che arrivano anche a 150 minuti per i treni in arrivo. A Roma Termini, schiacciata tra i due sabotaggi, i ritardi sono arrivati a raggiungere i 190 minuti.
Sulle due tratte colpite sono intervenuti gli agenti della Polfer e gli investigatori della Digos della questura di Roma, che stanno predisponendo un’informativa verrà inviata nelle prossime ore alla Procura di Roma. Per chi indaga, la pista dolosa appare evidente e con chiari richiami agli atti di sabotaggio avvenuti la settimana scorsa sulla linea ferroviaria di Bologna. Il gruppo Fs, in una nota, ha ricostruito così il secondo sabato nero dei treni: «Stamattina si sono verificati due atti dolosi che hanno interessato la rete ferroviaria nazionale. Uno sulla linea Av Roma-Napoli, fra Salone e Labico, è stato segnalato alle 5.40 circa. I tecnici hanno riscontrato alcuni cunicoli scoperchiati contenenti i cavi che gestiscono la circolazione ferroviaria e la bruciatura degli stessi. Dopo l’intervento e i rilievi delle Autorità, i tecnici Rfi hanno permesso il ripristino dell’infrastruttura alle 13.35. Un altro sulla linea Av Roma-Firenze, fra Tiburtina e Settebagni, è stato segnalato alle 4.30 circa. I tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato alcuni cavi bruciati».
Quella dei danneggiamenti alle ferrovie è una situazione che va in crescendo. Secondo i numeri diffusi nei giorni scorsi dal Viminale, nel 2025 si sono registrati 49 casi, in forte aumento rispetto ai 9 del 2024.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha definito i boicottaggi «odiosi atti criminali contro i lavoratori e contro l’Italia». Poi il vicepremier ha spiegato: «È stata aumentata la vigilanza e abbiamo incrementato i controlli per stanare questi delinquenti, sperando che nessuno minimizzi o giustifichi gesti criminali che mettono a rischio la vita delle persone».
Sulla stessa linea il sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante (Forza Italia), che definisce i sabotaggi «una minaccia alla sicurezza» e invoca «pene esemplari» e «risarcimenti milionari» a carico dei responsabili. Dalla maggioranza, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami parla di «ennesimi sabotaggi da parte di criminali» e rilancia la necessità di pene più severe.
Preoccupazione anche dalle associazioni di consumatori. Assoutenti sottolinea che atti del genere «mettono a rischio la sicurezza e causano disagi enormi», chiedendo di rafforzare la sorveglianza e i sistemi di allerta preventiva. Più netto ancora il Codacons, che annuncia azioni legali per maxi-risarcimenti qualora vengano individuati i responsabili e paventa il rischio che i viaggiatori «di vedersi negati gli indennizzi previsti dalla normativa in caso di ritardi dei treni» perché l regolamento europeo esclude l’indennizzo ai passeggeri se il ritardo è dovuto a comportamenti di terzi non evitabili dall’impresa ferroviaria, come sabotaggi o terrorismo.
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Il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi e il vice Francesco Savino (Imagoeconomica)
Avvenire ieri ha dovuto ribadire che «la Cei non ha intenzione di entrare nella campagna referendaria». Lo ha ridetto anche il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, il quale ha dovuto emettere un comunicato per spiegare che «la Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto». Secondo Corrado la Cei ha semplicemente «espresso un forte invito alla partecipazione, sollecitando una corretta informazione per una scelta consapevole e sempre nel segno del bene comune». L’insistenza è sospetta: se si deve continuare a ripetere che la Cei non si schiera è perché essa sembra a tutti gli effetti schierata.
Sarebbe difficile per chiunque dimostrare il contrario. Prima è stato il turno del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che a fine gennaio si è premurato di invitare i cittadini a partecipare alla consultazione: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare. Autonomia e indipendenza dei giudici sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, valori da perseguire nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti». Parole per lo meno ambigue, se non decisamente sbilanciate. La sensazione di uno slittamento verso le posizioni del No è confermata dall’atteggiamento del vicepresidente della Cei, Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio. Il quale il prossimo 13 marzo parteciperà al congresso di Magistratura democratica - la più sinistrorsa delle correnti - intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Savino prenderà parte a un dibattito intitolato «L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo», condotto da Massimo Giannini di Repubblica assieme alla presidente di Md, Silvia Albano, e ad altre personalità del mondo progressista. Chiaramente Avvenire è costretto a sorvolare su questa uscita pubblica del monsignore, e la Cei non la commenta. Tuttavia la tempistica con cui la Conferenza episcopale ha fatto intervenire il suo comunicatore Corrado è indicativa. In buona sostanza gli alti rappresentanti dei vescovi spingono surrettiziamente per il No, ma si rendono conto di provocare un notevole imbarazzo che cercano di smussare atteggiandosi a imparziali.
Nella nota che ha diffuso Corrado, per altro, ci sono affermazioni pregnanti e assolutamente condivisibili. Si spiega come il referendum rientri fra le questioni opinabili «riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica». Temi su cui «non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa». In pratica i vescovi si rimproverano da soli. Il referendum, infatti, non riguarda una questione di specifica rilevanza dottrinale. Gli italiani non sono chiamati a votare su, per dire, aborto o fine vita, cioè su argomenti riguardo ai quali le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero prendere posizione. La giustizia è certo una faccenda importante, ma ciascun cattolico è libero di pensarla come vuole. Per questo le scivolate degli alti prelati sono particolarmente sgradevoli e possono portare confusione e smarrimento tra i fedeli.
A tale proposito è importante notare ciò che ha scritto ieri su Startmagazine l’ex ministro Maurizio Sacconi, precisando che la materia giustizia «non è evidentemente dogmatica anche se la Cei, in passato, non ha lesinato critiche al governo sull’Autonomia differenziata che c’entra ben poco con la fede». Sacconi, a dire il vero, è fin troppo tenero quando sostiene che «questa volta la Cei ha preferito il cerchiobottismo invitando, peraltro lodevolmente, a non disertare le urne». Ma il punto centrale dell’intervento di Sacconi è un altro. Egli ricorda che esiste una forte mobilitazione del mondo cattolico a favore del Sì. «Per primo si era però già pronunciato per il Sì l’anziano ma sempre lucido don Camillo (Ruini), che per lunghi anni ha guidato la Chiesa italiana con Giovanni Paolo II», scrive l’ex ministro. «Contemporaneamente, il network Ditelo sui tetti, che riunisce oltre 100 associazioni di ispirazione cristiana ed è molto vicino al Segretario di Stato Parolin, ha dato vita ai comitati civici (ne sono nati già 50) per il Sì evocando il ruolo di Luigi Gedda nel 1948. È un mondo che rimprovera alla magistratura ideologizzata di avere spesso scavalcato il Parlamento sui temi della vita nascente, del genere, della famiglia, dell’eutanasia per cui confida che la riforma riconduca il giudice ad applicare e non creare la norma». Infine bisogna ricordare che «un gruppo di ex parlamentari e giuristi cattolici vicini al centrosinistra ha promosso un comitato nazionale di popolari per il Sì rifacendosi alle posizioni già assunte in passato».
Il caos sulla campagna referendaria sta tutto qui. L’argomento del referendum non riguarda la dottrina della Chiesa, e da una parte ci sono molti cristiani che sostengono le ragioni del Sì. Dall’altra però i vertici della Cei, non nuovi a prese di posizione tendenti a sinistra, alternano uscite sibilline a interventi a sostegno del No. Grazie ad alcuni vescovi, insomma, grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è deprimente.
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