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2022-06-16
Parigi e Pechino spingono per la diplomazia
Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa)
Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa.
Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo.
La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica».
Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione».
Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca.
E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante.
Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai».
Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.
Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo
Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia».
Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli.
«Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
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Da più parti, sulla scena internazionale, si invoca una ripresa delle trattative. Il leader transalpino: «A un certo punto Kiev dovrà negoziare». Xi Jinping telefona a Vladimir Putin e spinge per una «soluzione responsabile», pur ribadendo l’alleanza con Mosca.Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron da Volodymyr Zelensky: la visita potrebbe aver luogo già oggi. Poco gradite le aperture alla Russia del francese.Lo speciale contiene due articoli.Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa. Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo. La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica». Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione». Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca. E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante. Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai». Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-pechino-spingono-diplomazia-2657515123.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-scholz-e-macron-da-zelensky-ma-e-gelo-fra-gli-ucraini-e-leliseo" data-post-id="2657515123" data-published-at="1655318738" data-use-pagination="False"> Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia». Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli. «Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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