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2022-06-16
Parigi e Pechino spingono per la diplomazia
Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa)
Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa.
Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo.
La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica».
Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione».
Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca.
E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante.
Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai».
Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.
Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo
Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia».
Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli.
«Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
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Da più parti, sulla scena internazionale, si invoca una ripresa delle trattative. Il leader transalpino: «A un certo punto Kiev dovrà negoziare». Xi Jinping telefona a Vladimir Putin e spinge per una «soluzione responsabile», pur ribadendo l’alleanza con Mosca.Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron da Volodymyr Zelensky: la visita potrebbe aver luogo già oggi. Poco gradite le aperture alla Russia del francese.Lo speciale contiene due articoli.Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa. Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo. La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica». Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione». Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca. E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante. Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai». Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-pechino-spingono-diplomazia-2657515123.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-scholz-e-macron-da-zelensky-ma-e-gelo-fra-gli-ucraini-e-leliseo" data-post-id="2657515123" data-published-at="1655318738" data-use-pagination="False"> Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia». Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli. «Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Segue predisposizione di un’azione ficcante: «In collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas e gli Stati membri stiamo assicurando che i cittadini europei presenti in Venezuela possano contare sul pieno supporto dell’Ue». Nessuno però, né dalla Casa Bianca, né dal Pentagono, né della Nato, dove c’è pure la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, amicissimo di Maduro, ha avvertito Bruxelles.
A Palazzo Berlaymont, deserto causa strapagate ferie natalizie, hanno saputo dalle agenzie dell’attacco americano e della «cattura» di Nicolás Maduro e della «presidenta» Cilia Flores, la «primiera combattente», personaggio non gradito in quasi tutta l’America, non isole comprese perché a Cuba il regime comunista la idolatra.
A conferma del nulla che conta l’Ue nel mondo c’è anche la dichiarazione tonitruante del presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, che minaccia, via X dell’inviso Elon Musk: «Seguo con grande preoccupazione la situazione in Venezuela. L’Unione europea chiede una de-escalation e una risoluzione nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite». E poi con il copia incolla anche lui assicura che ha sentito la Kallas. L’Alta rappresentante, per molte ore, a dispetto del cognome che ricorda la più eccelsa soprano del Novecento, è parsa afasica. Poi si è palesata su X: «Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e col nostro ambasciatore a Caracas. Stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità». E qui sta il grande imbarazzo di Bruxelles. Non tutta l’Europa è contro Maduro; c’è, verso il dittatore venezuelano, una simpatia bipartisan, del socialista spagnolo Pedro Sánchez e di Viktor Orbán (la Russia e la Cina hanno sempre protetto Maduro); e anche la Grecia aveva buone relazioni con Caracas. Infine è ancora fresca la spaccatura dell’Eurocamera nel settembre del 2024, quando si votò una risoluzione di condanna di Maduro, riconoscendo la presidenza di Edmundo González Urrutia come «legittima e democraticamente eletta» e si denunciarono i brogli elettorali. Quella risoluzione passò con 309 voti a favore, 201 contrari e 12 astenuti, con un’alleanza anti-maggioranza Ursula del Ppe con la destra. Ferocemente contrari furono i movimenti di ultrasinistra, e questo spiega perché Giuseppe Conte, M5s, insieme alla coppia di fatto di Avs, urli a Giorgia Meloni di condannare il presidente americano per la «palese violazione del diritto internazionale». Ma anche i socialisti - Pd compreso - votarono contro. La diplomazia di Washington lo sa e dunque ignora Bruxelles.
Non ci sta Pina Picerno, la pasionaria del Pd anti Schlein che però sente il richiamo della foresta del socialismo e, da vicepresidente dell’Eurocamera, pontifica: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie». Non contenta, la Picerno sprona l’Ue: «Trump, Putin e Xi si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza. Senza diritto internazionale, senza multilateralismo credibile, la forza non produce giustizia: produce solo nuovi precedenti pericolosi. All’Europa è chiesto un impegno definitivo per riaffermare il diritto internazionale contro le aggressioni delle potenze globali autocratiche e cleptocratiche. La libertà e la democrazia sono nelle mani dei popoli, non delle dottrine di Trump, Putin e Xi». Sarebbe facile ricordare all’onorevole Picerno che Trump è stato votato da 78 milioni di americani e che lei è vicepresidente dell’Eurocamera con 527 preferenze; sta di fatto, però, che l’Europa ha condannato Maduro, ma lo ha lasciato lì. Trump invece ha risolto la pratica. Capita, se si è il due di bastoni quando l’asso di briscola è denari.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Ansa
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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