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2022-06-16
Parigi e Pechino spingono per la diplomazia
Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa)
Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa.
Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo.
La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica».
Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione».
Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca.
E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante.
Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai».
Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.
Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo
Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia».
Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli.
«Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
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Da più parti, sulla scena internazionale, si invoca una ripresa delle trattative. Il leader transalpino: «A un certo punto Kiev dovrà negoziare». Xi Jinping telefona a Vladimir Putin e spinge per una «soluzione responsabile», pur ribadendo l’alleanza con Mosca.Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron da Volodymyr Zelensky: la visita potrebbe aver luogo già oggi. Poco gradite le aperture alla Russia del francese.Lo speciale contiene due articoli.Arrivati al centotredicesimo giorno di guerra si moltiplicano gli sforzi diplomatici affinché russi e ucraini accettino di sedersi a un tavolo negoziale. Un lavoro non semplice perché i russi proseguono nella loro «operazione militare speciale», specie nel Donbass, dove la guerra per gli ucraini è ormai persa. Chi da settimane in ambito Nato prova sottotraccia a riannodare i fili di un possibile negoziato si è scontrato più volte con il netto rifiuto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sedersi al tavolo con chi ha invaso il suo Paese e ha commesso i crimini dei quali abbiamo parlato molte volte. Altro tema sul quale non si riesce a trovare un’intesa è quello del cessate il fuoco; Zelensky accetta di iniziare a discutere solo ed esclusivamente con le armi che tacciono mentre per Vladimir Putin questa opzione, almeno fino alla conquista del Donbass, non è contemplata perché a suo avviso «sarebbe un segnale di debolezza». Fatta questa premessa, ora c’è la fila di coloro che dopo aver detto che «l’Ucraina può e deve vincere la guerra» vogliono recarsi a Kiev per chiedere a Zelensky di sedersi al tavolo. La Casa Bianca da almeno due settimane, oltre a inviare armi, ha fatto presente a Zelensky di avere seri dubbi sulla tenuta in prospettiva dell’esercito ucraino, inoltre, ci sarebbero state frizioni sul flusso delle informazioni che Washington ritiene «non sempre precise e puntuali». In ogni caso non è in dubbio il sostegno degli Usa all’Ucraina, come ha precisato ieri al canale televisivo Pbs il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken secondo il quale: «Il futuro dell’Ucraina dipende dagli ucraini. Sta a loro, alla fine le decisioni saranno prese dal governo democraticamente eletto, tra cui Zelensky. Noi li sosterremo. Putin sta cercando di togliere loro il diritto di determinare il proprio futuro, noi sosteniamo fermamente questo diritto». Sul tema delle armi ieri ha parlato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia della riunione dei ministri della Difesa: «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione. Mi aspetto che al summit gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica». Le armi gli ucraini le attendono senza se e senza ma, come ha scritto su Twitter Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino: «Il rapporto tra artiglieria in alcune aree è di 10 a 1. La linea del fronte è di oltre 1.000 km. Ogni giorno ricevo messaggi dai difensori che chiedono quanto ancora dovranno aspettare per le armi. Rivolgo questa domanda ai membri del Ramstein. Bruxelles, stiamo aspettando una decisione». Per tornare alla diplomazia il presidente francese Emmanuel Macron (non certo amato a Kiev), parlando alle truppe francesi nella base di Mihail Kogalniceanu (Romania), è tornato a chiedere di una soluzione negoziale per il conflitto: «A un certo punto dovremo negoziare e il presidente ucraino dovrà negoziare con la Russia e noi, europei, saremo attorno a quel tavolo». Macron non ha fatto alcun accenno alla visita prevista per oggi a Kiev dove ad incontrare Zelensky ci dovrebbero essere il premier italiano Mario Draghi molto rispettato e ritenuto credibile anche per il suo rapporto con gli Usa, lo stesso Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz non certo amato dagli ucraini che lo accusano, al pari del presidente francese, di doppiezza nei confronti Mosca. E i russi che ne pensano di eventuali negoziati? Per Serghey Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, «la Russia è pronta per negoziati con l’Ucraina, ma se il presidente Volodymyr Zelensky non li vuole, questa è una sua scelta». Ryabkov ha anche detto che «Mosca spera che gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme abbiano abbastanza buon senso da non portare la situazione in Ucraina a uno scontro diretto con l’uso delle armi nucleari». Non certo un messaggio conciliante. Qualcosa di interessante invece si sta muovendo sull’asse Pechino-Mosca: il network statale cinese Cctv, ripreso dall’Ansa, ha riferito di una telefonata intercorsa tra il presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo russo Vladimir Putin nella quale Xi avrebbe detto: «Tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile». Il leader cinese ha anche precisato che «la Cina è disposta, insieme alla Russia, a continuare a sostenersi a vicenda su questioni riguardanti gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni come la sovranità e la sicurezza, a intensificare il coordinamento strategico tra i due Paesi e a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle principali organizzazioni internazionali e regionali come Onu, Brics e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai». Ieri è tornato a parlare l’ex presidente russo Dmitry Medvedev che suo canale Telegram ha di nuovo usato toni durissimi come è solito fare da qualche tempo. Stavolta ha scritto: «Chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?» In serata Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa a Chisinau (Moldavia) ha dichiarato: «Non possiamo permetterci la minima debolezza nei confronti della Russia e dobbiamo rafforzare la credibilità della nostra dissuasione affinchè la Russia non possa immaginare che può proseguire ulteriormente la sua aggressione». Parole che stavolta piaceranno a Volodymyr Zelensky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-pechino-spingono-diplomazia-2657515123.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-scholz-e-macron-da-zelensky-ma-e-gelo-fra-gli-ucraini-e-leliseo" data-post-id="2657515123" data-published-at="1655318738" data-use-pagination="False"> Draghi, Scholz e Macron da Zelensky. Ma è gelo fra gli ucraini e l’Eliseo Mario Draghi, Olaf Scholz e Emmanuel Macron insieme a Kiev: i leader di Italia, Germania e Francia dovrebbero recarsi in Ucraina e incontrare il presidente Volodymyr Zelensky già oggi, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, come autorevoli fonti diplomatiche italiane confermano alla Verità. Sulla presenza di Macron, però, non manca qualche punto interrogativo. Macron, che ieri era in Moldovia, in questo momento non gode di grande popolarità dalle parti di Kiev: per due volte, in questi quasi quattro mesi di guerra, il presidente francese ha esplicitamente dichiarato che «non bisogna umiliare la Russia», e lo scorso 4 giugno la risposta del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stata tagliente: «Gli appelli per evitare l’umiliazione della Russia», ha scritto Kuleba su Twitter, «possono solo umiliare la Francia e ogni altro Paese che lo richiederebbe, perché è la Russia che si umilia. Concentriamoci tutti meglio su come mettere la Russia al suo posto. Questo porterà pace e salverà vite». Vedremo se Macron prenderà parte a questa spedizione oppure, magari tirando in ballo gli impegni per il secondo turno delle elezioni in Francia, diserterà l’appuntamento. Intanto ieri da Chisinau il presidente francese ha ribadito il concetto: «L’obiettivo», ha sottolineato Macron, «è fermare il conflitto senza fare la guerra alla Russia». Del resto, anche Scholz non viene considerato un alleato affidabile da Zelensky, dopo la lotta contro l’embargo del gas che Berlino ha condotto all’interno della Unione europea e i vari contrattempi e disguidi sull’invio di armi pesanti. Alla fine, l’unico a godere della stima incondizionata di Kiev è Mario Draghi, considerato come perfettamente allineato alle posizioni di Washington. Piena di spine già prima di fiorire, questa visita congiunta si presenta dunque avvolta anche dal mistero, probabilmente perché non ancora definita nei dettagli. «Posso solo confermare che domani (oggi, ndr) sarà certamente giovedì, e che dopodomani sarà venerdì», ha detto ieri Steffen Hebestreit, portavoce di Scholz, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa a Berlino. Il viaggio dei tre (o due) leader ha un significato politico molto importante, ma viene anche accolto senza particolare entusiasmo da parte del governo di Kiev: «Gli ucraini sono scettici rispetto alla visita di Olaf Scholz, Mario Draghi ed Emmanuel Macron a Kiev», ha detto ieri alla Bild il consigliere militare del presidente Zelensky, Oleksjy Arestovyc, «temo che proveranno a raggiungere un Minsk III. Diranno che noi dobbiamo chiudere questa guerra, che provoca problemi alimentari e problemi economici. Diranno che muoiono sia russi che ucraini, che noi dobbiamo salvare la faccia a Putin», ha aggiunto Arestovyc, «che i russi hanno fatto un errore, che noi dobbiamo perdonarli». Il Minsk III che Arestovyc teme sia l’obiettivo dei leader europei consisterebbe nel seguito del trattato Minsk II, stipulato nel vertice tenutosi nella capitale della Bielorussia l’11 febbraio 2015, tra i capi di Stato di Ucraina (Petro Poroshenko), Russia (Vladimir Putin), Francia (Francois Hollande) e Germania (Angela Markel) e che portò all’approvazione di un pacchetto di misure per tentare di fermare la guerra del Donbass. Quell’accordo, che prevedeva tra l’altro il cessate il fuoco una larga autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk, come noto non mai stato rispettato in tutti i suoi punti. Kiev, in sostanza, teme che Draghi, Scholz e Macron possano fare pressioni per un negoziato che preveda cessioni territoriali.
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.
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Isis Mozambico devasta la missione di Meza: chiesa, casa dei religiosi e asilo dati alle fiamme, fedeli costretti a giurare al Califfato. Dal 2017 oltre 300 cattolici uccisi e 117 chiese distrutte, mentre i jihadisti mantengono il controllo dell’entroterra.
Il gruppo terroristico Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, conosciuto anche come Isis Mozambico, nei giorni scorsi ha attaccato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, appiccando il fuoco alla chiesa, alla casa dei padri scolopi e all’asilo gestito dai missionari. Questo ennesimo assalto è avvenuto nel pomeriggio del 30 aprile ed i religiosi si sono potuti mettere in salvo perché i movimenti dei miliziani erano tenuti sotto controllo.
La parrocchia di São Luís de Monfort rappresenta il simbolo dell’impegno missionario in questa area da quasi ottant’anni e la sua distruzione è stata festeggiata con decine di colpi d’arma da fuoco sparati in aria dagli islamisti. Tutti gli abitanti del villaggio sono stati radunati nella piazza centrale per giurare fedeltà allo Stato Islamico e festeggiare la distruzione dei simboli del cristianesimo.
Questa volta non ci sono state vittime, ma quattro persone sono state rapite e rilasciate poche ore dopo nella boscaglia. Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, localmente noto come al Shaabab, ma che non ha niente a che vedere con gli al Shaabab della Somalia affiliati con al Qaeda, dal 2017 ha decretato la nascita di un califfato nella Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico (ISCAP) che va dal Congo fino alle coste del Mozambico. In meno di dieci anni i fondamentalisti hanno ucciso più di 300 cattolici, la maggior parte decapitandoli, compresi diversi parroci. In questi anni sono state distrutte 117 chiese, di cui 23 soltanto nel 2025 e nonostante gli sforzi del governo mozambicano le aree interne della provincia di Cabo Delgado restano nelle mani di questi terroristi. Alla fine di aprile un commando ha assaltato una piazzaforte dell’esercito di Maputo nel distretto di Mocìmboa da Praia, dove sono stati uccisi sette soldati e catturato un deposito di armi. Questa caserma era stata aperta per garantire la sicurezza della popolazione locale e adesso è stata distrutta ed i soldati supersiti sono scappati.
Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a è nato nel 2007 con gli insegnamenti di alcuni predicatori estremisti provenienti da Kenya e Tanzania, ma ottenuto il riconoscimento dell’Isis soltanto una decina di anni più tardi. Nel marzo del 2021 questo gruppo terrorista è arrivato a conquistare la città di Palma, costringendo gli occidentali a fuggire via mare e a minacciare l’enorme giacimento di gas della penisola di Afungi dove lavorano Total ed Eni. Per riprendere la città erano stati necessari diversi giorni e l’aiuto dei mercenari sudafricani del Dick Advisory Group, che avevano affiancato l’esercito mozambicano prendendo il posto del Wagner Group russo che era stato sonoramente sconfitto.
La situazione rimase estremamente precaria fino all’estate del 2021 quando intervenne l’Operazione Samin della SADC (Southern Africa Development Community), composta da militari provenienti da Sud Africa, Botswana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Tanzania e Zambia e soprattutto delle forze speciali del Ruanda chiamate dalla Francia per difendere gli interessi di Total. Le forze di Kigali, forti di 4mila uomini, avevano rapidamente ripreso il controllo della costa, lasciando però le zone interne in mano al terrorismo. Il Mozambico conta 6500 morti in questi anni di guerra e circa 1,3 milioni di sfollati che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per non finire sotto la legge islamica. Gli ultimi attacchi si sono concentrati in un’area piuttosto ristretta ed hanno causato 9 vittime e una trentina di persone sequestrate a scopo di estorsione. Nel settembre del 2022 qui era stata assassinata la suora italiana Maria De Coppi, di 84 anni e da 60 residente in Mozambico.
La situazione rimane precaria ed il governo del Ruanda ha dichiarato che è pronto a ritirare il proprio contingente se non riceverà le risorse finanziarie promesse. Ad oggi l’Unione Europea avrebbe versato nelle casse di Kigali 23 milioni di dollari, un decimo, di quanto realmente necessario. Cabo Delgado è l’unica provincia del Mozambico a maggioranza musulmana ed è la più povera di una nazione fra le più povere del mondo. Il giacimento di Afungi è però stimato in 2.800 miliardi di metri cubi di gas, facendone uno dei maggiori al mondo e sono previsti circa 20 miliardi di dollari di investimenti.
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