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2026-01-16
Parigi e Berlino vanno in Groenlandia. Crosetto: «Sembra una barzelletta»
Ieri, sull’isola, sono arrivati 15 soldati francesi. A essi si unirà una squadra di ricognizione tedesca. Emmanuel Macron ha annunciato che spedirà presto rinforzi terrestri, aerei e marittimi. Alla missione, cui avevano subito aderito svedesi e norvegesi, si sono aggiunti un ufficiale olandese, uno inglese e due finlandesi. La Spagna ci pensa su; il Belgio temporeggia. Italia e Polonia si sono sfilate. Secondo Antonio Tajani, che non vede «all’orizzonte» un’invasione dei Marines, la strategia di Roma «non prevede la presenza di militari». Guido Crosetto, alla Camera, ha invitato ad agire nell’ambito dell’Alleanza atlantica, «dove ci sono anche gli Stati Uniti», evitando «una corsa a chi arriva prima a fare una esercitazione in Groenlandia». «Inviare 100, 200, 300 soldati… Cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta».
Non troppo velato il riferimento a Parigi e Berlino, che sgomitano per intestarsi il ruolo di protagonisti, pur con differenti approcci: i transalpini sono in polemica con Trump, che l’inquilino dell’Eliseo è tornato ad accusare di «nuovo colonialismo»; la Germania è più prudente, punta a blindare il coinvolgimento degli europei e, forse, ad accaparrarsi una parte dei vantaggi che deriverebbero dal controllo delle rotte tra i ghiacci. Speculari, nella competizione, le mosse dei vertici politici delle due nazioni: Macron ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza, Friedrich Merz ha chiamato i membri del governo in cancelleria, per un vertice di crisi. Il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, ci ha tenuto a ribadire che l’attenzione va concentrata sul vero obiettivo: «Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza militare nell’Artico», ha spiegato, «mettendo a rischio la libertà delle rotte di trasporto, comunicazione e commercio. La Nato non lo permetterà e continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole».
Anche la Danimarca preferisce restare nell’ovile: «La difesa e la protezione della Groenlandia», ha ricordato la Frederiksen, «sono una preoccupazione comune per tutta l’alleanza Nato». L’intenzione, ha chiarito Poulsen, è di «stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente». Sembra di rileggere il copione del battibecco sulle spese per gli armamenti: esaurite le proteste, tutti si sono adeguati al parametro del 5% del Pil. Persino Madrid, che sbandierava l’orgoglioso rifiuto di piegarsi al diktat trumpiano, ha dovuto pagare pegno: nel 2025, ha aumentato del 100% l’import di gas americano.
The Donald un risultato lo ha già incassato: inducendo gli alleati, ancorché strapazzati e indignati, a mobilitarsi, ha costretto Mosca a uscire allo scoperto. Ieri, l’ambasciata russa in Belgio, rispondendo al quotidiano Izvestia, ha ammesso: «La situazione che si sta sviluppando alle alte latitudini è per noi motivo di massima preoccupazione». Le angosce del Cremlino sono state ricondotte alle politiche dell’Occidente: «La Nato», è l’accusa dei diplomatici di Vladimir Putin, «ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata del Nord, aumentando la sua presenza militare con il falso pretesto di una crescente minaccia da parte di Mosca e Pechino». È inaccettabile, ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che l’Occidente continui ad affermare che la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico», ha giurato la funzionaria, «non rimarrà senza risposta». Al solito elegante l’augurio agli europei: «Mangino ciò che hanno prodotto senza strozzarsi».
Il vero miracolo è che a Bruxelles qualcuno si sia destato. Alla depressione di Kaja Kallas (il caos globale, avrebbe sospirato in un incontro privato, è l’occasione per «iniziare a bere») e all’esortazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, secondo il quale l’Ue ha «una responsabilità strategica» a Nuuk, ha risposto Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha anticipato la pubblicazione di una «nuova strategia di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Il documento uscirà entro fine giugno. Che fretta c’è? Chissà se, per quel dì, in Groenlandia si sarà sciolto il ghiaccio.
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Primi drappelli nell’Artico. I tedeschi incolpano russi e cinesi, Macron accusa ancora di colonialismo Trump. Che però ha svegliato la Nato, tanto che Mosca ammette: «Siamo preoccupati». Oggi delegati Usa dai danesi.La ministra di Nuuk scoppia quasi a piangere durante un’intervista, Donald Trump assicura che «si troverà una soluzione». Di certo, il vertice a Washington con i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca da un lato, Marco Rubio e JD Vance dall’altro, non ha sbloccato l’impasse sull’isola artica, di cui la Casa Bianca rivendica il possesso. Anzi, il premier danese, Mette Frederiksen, conferma che «l’ambizione americana rimane intatta». E l’Unione europea - lo ha riferito una fonte a Politico - diffida proprio del vicepresidente: «Ci odia». Dopodiché, all’acme dell’attrito, si colgono segnali di distensione. Il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen, si accontenta di aver istituito un gruppo di lavoro con gli Usa: «Meglio di niente». Il primo ministro groenlandese conferma che è il dialogo «la via da seguire». Oggi, una delegazione a stelle e strisce vedrà la Frederiksen nella capitale danese. Intanto, la sveglia del tycoon sollecita i Paesi europei a rafforzare i loro presidi armati e finisce per irritare la Russia. A riprova che, su quell’area, convergono gli appetiti dei nostri avversari.Ieri, sull’isola, sono arrivati 15 soldati francesi. A essi si unirà una squadra di ricognizione tedesca. Emmanuel Macron ha annunciato che spedirà presto rinforzi terrestri, aerei e marittimi. Alla missione, cui avevano subito aderito svedesi e norvegesi, si sono aggiunti un ufficiale olandese, uno inglese e due finlandesi. La Spagna ci pensa su; il Belgio temporeggia. Italia e Polonia si sono sfilate. Secondo Antonio Tajani, che non vede «all’orizzonte» un’invasione dei Marines, la strategia di Roma «non prevede la presenza di militari». Guido Crosetto, alla Camera, ha invitato ad agire nell’ambito dell’Alleanza atlantica, «dove ci sono anche gli Stati Uniti», evitando «una corsa a chi arriva prima a fare una esercitazione in Groenlandia». «Inviare 100, 200, 300 soldati… Cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta».Non troppo velato il riferimento a Parigi e Berlino, che sgomitano per intestarsi il ruolo di protagonisti, pur con differenti approcci: i transalpini sono in polemica con Trump, che l’inquilino dell’Eliseo è tornato ad accusare di «nuovo colonialismo»; la Germania è più prudente, punta a blindare il coinvolgimento degli europei e, forse, ad accaparrarsi una parte dei vantaggi che deriverebbero dal controllo delle rotte tra i ghiacci. Speculari, nella competizione, le mosse dei vertici politici delle due nazioni: Macron ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza, Friedrich Merz ha chiamato i membri del governo in cancelleria, per un vertice di crisi. Il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, ci ha tenuto a ribadire che l’attenzione va concentrata sul vero obiettivo: «Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza militare nell’Artico», ha spiegato, «mettendo a rischio la libertà delle rotte di trasporto, comunicazione e commercio. La Nato non lo permetterà e continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole». Anche la Danimarca preferisce restare nell’ovile: «La difesa e la protezione della Groenlandia», ha ricordato la Frederiksen, «sono una preoccupazione comune per tutta l’alleanza Nato». L’intenzione, ha chiarito Poulsen, è di «stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente». Sembra di rileggere il copione del battibecco sulle spese per gli armamenti: esaurite le proteste, tutti si sono adeguati al parametro del 5% del Pil. Persino Madrid, che sbandierava l’orgoglioso rifiuto di piegarsi al diktat trumpiano, ha dovuto pagare pegno: nel 2025, ha aumentato del 100% l’import di gas americano.The Donald un risultato lo ha già incassato: inducendo gli alleati, ancorché strapazzati e indignati, a mobilitarsi, ha costretto Mosca a uscire allo scoperto. Ieri, l’ambasciata russa in Belgio, rispondendo al quotidiano Izvestia, ha ammesso: «La situazione che si sta sviluppando alle alte latitudini è per noi motivo di massima preoccupazione». Le angosce del Cremlino sono state ricondotte alle politiche dell’Occidente: «La Nato», è l’accusa dei diplomatici di Vladimir Putin, «ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata del Nord, aumentando la sua presenza militare con il falso pretesto di una crescente minaccia da parte di Mosca e Pechino». È inaccettabile, ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che l’Occidente continui ad affermare che la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico», ha giurato la funzionaria, «non rimarrà senza risposta». Al solito elegante l’augurio agli europei: «Mangino ciò che hanno prodotto senza strozzarsi».Il vero miracolo è che a Bruxelles qualcuno si sia destato. Alla depressione di Kaja Kallas (il caos globale, avrebbe sospirato in un incontro privato, è l’occasione per «iniziare a bere») e all’esortazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, secondo il quale l’Ue ha «una responsabilità strategica» a Nuuk, ha risposto Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha anticipato la pubblicazione di una «nuova strategia di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Il documento uscirà entro fine giugno. Che fretta c’è? Chissà se, per quel dì, in Groenlandia si sarà sciolto il ghiaccio.
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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