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2021-10-29
Vita, Cina e migranti. L’incontro tra Biden e il Papa a rischio flop
Joe Biden e Papa Francesco in Vaticano (Ansa)
È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi.
Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».
Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina.
Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano.
Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali.
Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso?
Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro
Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani.
In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista.
«Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori.
Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire.
Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
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La visita del presidente americano in Vaticano farà emergere le distanze su aborto, accoglienza e rapporti col Dragone.Dopo il presepe Lgbt e quello Star Wars, nel 2021 vanno in piazza San Pietro le statuine peruviane, con tanto di alpaca, lama e condor andino.Lo speciale contiene due articoli.È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi. Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina. Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano. Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali. Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-francesco-biden-2655438068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-quest-anno-il-presepe-piu-brutto-e-in-san-pietro" data-post-id="2655438068" data-published-at="1635506076" data-use-pagination="False"> Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani. In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista. «Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori. Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire. Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
Getty Images
A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.