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2021-10-29
Vita, Cina e migranti. L’incontro tra Biden e il Papa a rischio flop
Joe Biden e Papa Francesco in Vaticano (Ansa)
È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi.
Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».
Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina.
Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano.
Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali.
Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso?
Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro
Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani.
In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista.
«Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori.
Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire.
Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
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La visita del presidente americano in Vaticano farà emergere le distanze su aborto, accoglienza e rapporti col Dragone.Dopo il presepe Lgbt e quello Star Wars, nel 2021 vanno in piazza San Pietro le statuine peruviane, con tanto di alpaca, lama e condor andino.Lo speciale contiene due articoli.È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi. Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina. Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano. Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali. Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-francesco-biden-2655438068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-quest-anno-il-presepe-piu-brutto-e-in-san-pietro" data-post-id="2655438068" data-published-at="1635506076" data-use-pagination="False"> Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani. In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista. «Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori. Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire. Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
Ansa
Il capo della polizia Vittorio Pisani è stato tranchat: l’assistente capo Carmelo Cinturrino, il poliziotto infedele del Rogoredo, è da considerarsi un ex poliziotto. Così infatti il prefetto ha spiegato al Corriere: «Subito dopo il fermo disposto all’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato». Procedimento disciplinare e procedimento penale corrono su binari differenti con velocità diverse per natura. «Sì, di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».
Non si può perdere tempo quando i fatti sono così chiari da potere, e quindi dovere, intervenire su fatti di cronaca così impattanti. E la fermezza è talmente un valore che il capo della polizia, come del resto già precedentemente aveva fatto il ministro Piantedosi, sgombra il campo dalle chiacchiere politiche: nessuno scudo avrebbe potuto salvare il poliziotto infedele. «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».
Ma allora uno si pone alcune domande: com’è possibile che le azioni disciplinari siano tanto diverse se uno indossa una divisa o una toga? I dati ci dicono che di fronte a errori gravissimi da parte della magistratura - errori per i quali lo Stato è costretto a pagare risarcimenti salati perché la vittima è stata in carcere senza aver commesso nulla - il magistrato che sbaglia non paga, anzi viene pure promosso! Ci volevano il referendum sulla riforma della giustizia e i vent’anni dalla assoluzione definitiva di Enzo Tortora (della cui tragedia si consiglia quantomeno la fiction di Bellocchio, Portobello) per ricordarci che le vittime sono tali perché qualcuno ha rovinato loro la vita? Certo, Cinturrino ha ucciso, è in galera ed è ormai un ex poliziotto; ma certi magistrati, anche se non hanno ucciso, hanno rovinato la vita delle loro vittime, sbattendole in galera e annientandone relazioni e posizioni; ecco, costoro non solo non pagano, ma restano in attività e sono persino promossi con avanzamenti di carriera.
E non è tutto, state attenti. Primo fatto: l’assistente capo Cinturrino colpevole di aver ucciso una persona e di aver alterato la scena del crimine nel tentativo di salvarsi si trova giustamente in galera, privato della libertà per effetto di una misura cautelare sacrosanta, oltre che - dicevamo - la destituzione dalla polizia. Secondo fatto: a Torino alcune manifestazioni sono sfociate in disordini gravi, nel corso dell’ultima abbiamo visto cosa hanno combinato alcune «personcine a modo» a un poliziotto preso a martellate. Ricapitolando: il poliziotto infedele che ha sparato e ucciso e che - dicono - avesse un martelletto per fare ancor più male (da qui il soprannome Thor) è in galera e senza più la divisa; chi invece mena e martella i poliziotti fedeli al massimo si becca gli arresti domiciliari con l’obbligo di firma.
Ha ragione il capo della polizia quando fa notare che «la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».
Complimenti al prefetto Parisi per l’eleganza istituzionale del linguaggio, ma qui c’è da diventare matti nel cercare il senso di certe scelte compiute dalla magistratura, il quasi doppiopesismo (o chiamatelo voi): com’è possibile non dare il carcere preventivo e dare ancora i domiciliari con obbligo di firma a chi continua a creare disordini nonostante quell’obbligo?
Cinturrino rimane a San Vittore
Il ricorso al Tribunale del Riesame sarà il prossimo passo della difesa di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il suo avvocato, Piero Porciani, impugnerà l’ordinanza con cui il gip Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistenti gravi indizi e concrete esigenze cautelari.
Il giudice Santoro fonda la decisione su tre pilastri: gravità indiziaria, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di reiterazione del reato. Il giudice richiama il «quadro allarmante» emerso dagli atti circa i metodi operativi attribuiti a Cinturrino negli anni precedenti: condotte aggressive, uso abituale della forza, clima di soggezione nel bosco di Rogoredo, episodi riferiti da più persone sentite a sommarie informazioni, tra cui anche frequentatori abituali dell’area. Non si tratta, secondo il gip, di un errore isolato legato a una singola operazione, ma di un modus operandi che - se confermato - dimostrerebbe una pericolosità attuale. La reiterazione, dunque, non viene collegata a un rischio generico, ma alla possibilità concreta che, rimesso in libertà, l’indagato possa tornare a esercitare la propria funzione con modalità ritenute incompatibili con le regole giuridiche e deontologiche. Accanto a questo, Santoro valorizza il pericolo di inquinamento probatorio: la gestione immediatamente successiva allo sparo, il ritardo nell’allertare i soccorsi, la capacità dimostrata di incidere sulla narrazione degli eventi e la circostanza che più agenti abbiano modificato le loro dichiarazioni solo in un secondo momento. Un quadro che, per il giudice, rende il carcere l’unica misura idonea allo stato degli atti.
Nel corso dell’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha ammesso che tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sono passati «una ventina di minuti», spiegando di essere stato «confuso» e «non in me». Ha raccontato di aver chiamato prima via radio e poi il 118 dal cellulare, e di aver posizionato la pistola a circa 15 centimetri dal corpo «per pararmi». Ha sostenuto che i colleghi - in particolare Davide Picciotto - fossero dietro di lui e che «secondo me hanno visto che avevo la pistola», aggiungendo che almeno Picciotto «lo sapeva». Cinturrino ha respinto «ogni infamità», definendo «menzogne» le accuse e sostenendo che il suo tenore di vita è dimostrabile. Ha detto che molti colleghi lo hanno chiamato per esprimere indignazione, di aver sempre lavorato in coppia e fatto arresti con tutti, aggiungendo che «tutti volevano venire in macchina con me». Ha infine negato l’uso di droghe, affermando di bere solo «una birra o un cocktail» quando esce con la fidanzata. Di segno opposto le dichiarazioni rese nei secondi interrogatori del 19 febbraio da Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo (accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso). Picciotto ha raccontato di aver avuto paura che l’assistente capo potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato. Raimondi ha confermato quel clima, affermando che nel bosco «se ne parlava» di «Luca Corvetto» (soprannome di Cinturrino) e che il collega «non era tutto pulito e lineare», pur senza che nessuno avesse mai formalizzato segnalazioni negli anni precedenti. Il capo della polizia Vittorio Pisani ha chiarito che Cinturrino sarà destituito e non può più essere considerato un appartenente alla Polizia, mentre su Rogoredo resta da verificare «la posizione degli altri poliziotti coinvolti», per i quali potrebbero emergere «ulteriori contestazioni». Ha annunciato che l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria, escludendo tensioni tra polizia e magistratura: «Ognuno svolge il proprio ruolo». Sul piano istituzionale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato che «le prime ricostruzioni sono state superate dal lavoro puntuale di polizia e Procura», ringraziando la Questura di Milano per il rigore dimostrato.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 26 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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Nicola Gratteri (Ansa)
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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