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2021-10-29
Vita, Cina e migranti. L’incontro tra Biden e il Papa a rischio flop
Joe Biden e Papa Francesco in Vaticano (Ansa)
È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi.
Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».
Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina.
Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano.
Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali.
Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso?
Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro
Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani.
In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista.
«Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori.
Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire.
Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
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La visita del presidente americano in Vaticano farà emergere le distanze su aborto, accoglienza e rapporti col Dragone.Dopo il presepe Lgbt e quello Star Wars, nel 2021 vanno in piazza San Pietro le statuine peruviane, con tanto di alpaca, lama e condor andino.Lo speciale contiene due articoli.È un incontro che non si annuncia facile quello previsto oggi in Vaticano tra Joe Biden e papa Francesco. Nonostante i rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede siano molto più cordiali rispetto agli anni di Donald Trump, i nodi sul tavolo risultano significativi. Il primo riguarda l'aborto. L'attuale presidente americano, per quanto cattolico, sta infatti tenendo una linea nettamente favorevole all'interruzione di gravidanza: una condotta principalmente dettata dalla volontà di accattivarsi le simpatie dell'ala liberal del Partito democratico. Questa situazione ha portato, negli scorsi mesi, a una dura polemica tra lo stesso Biden e gran parte della Conferenza episcopale statunitense, la quale dovrebbe a breve non a caso votare un documento sulla «coerenza eucaristica»: documento che si annuncia imbarazzante per l'inquilino della Casa Bianca. Del resto, sul tema dell'aborto si sono levate critiche a Biden non solo dal presidente della Conferenza episcopale, José H. Gomez, ma anche da un prelato considerato vicino allo stesso Biden, come il cardinal Wilton Gregory. Certo: è possibile ritenere che, con l'incontro di oggi, il presidente americano cercherà di guadagnare terreno agli occhi dei cattolici in patria. Ma le posizioni restano distanti. Se il pontefice è infatti tornato recentemente a condannare l'interruzione di gravidanza, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha esplicitamente detto l'altro ieri che sull'aborto Biden e Francesco la pensino «in modo differente».Il secondo nodo nelle relazioni tra Washington e il Vaticano riguarda invece la Cina. Notoriamente gli americani non guardano troppo di buon occhio al controverso accordo tra la Santa Sede e Pechino siglato nel 2018 sulla nomina dei vescovi, temendo che esso possa rafforzare il prestigio politico del Dragone e spingere, dall'altra parte, il Vaticano a indebolire i propri rapporti con Taiwan. E proprio sul dossier taiwanese Biden è intervenuto mercoledì al vertice Asean, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano un impegno «solido come una roccia» nei confronti dell'isola. Il punto è che, pur a fronte di alcune azioni energiche, l'attuale amministrazione americana mostra delle posizioni altalenanti su Pechino. Alcuni giorni fa, Biden si era di fatto detto favorevole a intervenire in difesa di Taipei davanti a un'eventuale invasione cinese, ma la Casa Bianca ha precisato subito dopo che Washington non avrebbe abbandonato il tradizionale approccio improntato all'«ambiguità strategica». Inoltre, alcuni esponenti dell'amministrazione - a partire dall'inviato per il clima John Kerry - auspicano una linea non troppo severa nei confronti del Dragone, per poter salvaguardare la cooperazione con i cinesi sulle questioni ambientali: questioni che, per inciso, stanno particolarmente a cuore all'attuale pontefice. Non va tra l'altro trascurato che vari ambienti legati al cattolicesimo progressista, dai gesuiti alla Comunità di Sant'Egidio, premono per una distensione tra Santa Sede e Cina. Veniamo ora al terzo nodo. È noto che una delle principali fonti di attrito tra Bergoglio e Trump fosse costituita dalla questione migratoria: questione, rispetto a cui Biden aveva promesso un netto cambio di passo rispetto al predecessore. In particolare, nella prima telefonata avuta con il papa da presidente in pectore a novembre, Biden si era impegnato ad «accogliere e integrare i migranti»: una promessa che non è stata granché mantenuta. Davanti all'impennata di arrivi alla frontiera con il Messico, sia Biden che Kamala Harris hanno esortato i migranti a non recarsi negli Stati Uniti. Non solo: l'attuale presidente ha anche confermato alcune politiche del predecessore (dall'espulsione rapida dei clandestini a causa della pandemia alla riapertura di alcuni controversi centri di accoglienza). Un fattore, questo, che gli ha attirato le critiche della stessa sinistra dem. Ecco: non è detto che tali elementi siano passati inosservati in Vaticano. Tra l'altro, è vero che la Psaki ha di recente sostenuto che Biden e Francesco possano convergere su temi come povertà, cambiamento climatico e pandemia. Ma è altrettanto vero che il presidente disponga di una maggioranza parlamentare risicatissima e che la sua agenda risulti al momento impantanata al Congresso a causa delle divisioni tra gli stessi dem. Non è poi escluso che nel colloquio odierno possa registrarsi qualche tensione a causa dell'ambasciatore presso la Santa Sede di recente nominato da Biden. Si tratta di Joe Donnelly: ex senatore dem e cattolico pro-life, che ha tuttavia in passato votato per finanziare la controversa onlus pro-choice Planned Parenthood, dichiarandosi inoltre favorevole alle unioni omosessuali. Nonostante la cordialità di facciata, quello tra Biden e Bergoglio è un rapporto non esente da attriti. Del resto, sarà un caso, ma ieri pomeriggio il Vaticano ha all'improvviso cancellato la trasmissione in diretta, originariamente prevista, dell'incontro tra i due: trasmissione che avrebbe dovuto seguire i due fino all'inizio del loro colloquio. Secondo l'AP, la sala stampa della Santa Sede non ha fornito spiegazioni, irritando i giornalisti. Si preannuncia forse un incontro teso? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-francesco-biden-2655438068.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-quest-anno-il-presepe-piu-brutto-e-in-san-pietro" data-post-id="2655438068" data-published-at="1635506076" data-use-pagination="False"> Anche quest'anno il presepe più brutto è in San Pietro Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani. In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista. «Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori. Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire. Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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